DAL RAPPORTO ITALIA 2026 DELL’EURISPES – ITALIA, UN PAESE CHE CONSUMA IL PROPRIO FUTURO
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L’Italia non è un Paese povero. È un Paese che sta lentamente impoverendo sé stesso.
Non siamo davanti a una singola emergenza, ma ad una somma di crisi strutturali che si intrecciano: economiche, demografiche, culturali, educative, sociali e morali. Il problema più grave è che molte di queste crisi sono diventate “normali”, quasi invisibili, accettate con rassegnazione.
Il 38° Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes descrive una nazione che continua a galleggiare senza affrontare davvero i nodi che la bloccano. Non mancano le risorse, mancano la visione, il coraggio e il senso dello Stato.
UN PAESE CHE INVECCHIA, SI SVUOTA E PERDE I SUOI GIOVANI
L’Italia è la terza economia dell’area euro; eppure, paradossalmente, il nostro è uno dei Paesi sviluppati con la crescita più lenta, con il più alto debito pubblico tra le democrazie avanzate, con il più basso tasso di natalità d’Europa, con un flusso di emigrazioni giovanili tra le più consistenti del continente. Ha
- uno dei più bassi tassi di natalità d’Europa;
- uno dei debiti pubblici più alti tra le democrazie avanzate;
- una crescita economica tra le più lente;
- una continua fuga di giovani qualificati.
Ogni anno almeno 34.700 giovani emigrano all’estero. Non partono soltanto “braccia”, ma competenze, energie, idee, futuro. È un’emorragia silenziosa che dura da anni.
Nel frattempo:
- le nascite sono crollate del 34% in vent’anni;
- il sistema pensionistico è sotto pressione;
- sempre meno lavoratori devono sostenere sempre più pensionati.
La prospettiva per molti giovani è inquietante: lavorare fino a 70 anni per ricevere pensioni
sempre più basse.
IL CETO MEDIO SI STA SGRETOLANDO
Il dato forse più drammatico è questo: il ceto medio italiano sopravvive sempre più grazie ai patrimoni ereditati dalle generazioni precedenti.
Il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso del 7,5% circa dal 2021 (Ocse, 2025); nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali (utenze, cibo, medicine) sono aumentati oltre il tasso d’inflazione. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale; la metà più povera ne detiene appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61,1 miliardi di euro (+166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi complessivi. Circa il 43% della popolazione italiana non versa l’Irpef; su 42,6 milioni di dichiaranti, 9 milioni (il 21%) presentano un’imposta netta pari a zero. Il 76,87% del gettito Irpef grava su soli 11,6 milioni di contribuenti. Secondo l’Ocsse, appartiene alla classe media chi guadagna tra 1.877 e 5.006 euro netti al mese. Il reddito familiare più diffuso in Italia è di circa 2.500 euro mensili: la maggior parte delle famiglie italiane si colloca quindi nella parte bassa di questa fascia. La ricchezza netta delle famiglie italiane è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024; il ceto medio sopravvive sempre più grazie al patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti.
E mentre la forza del ceto medio a sostegno dell’economia del Paese si affievolisce, bisogna fronteggiare un problema di sostenibilità del sistema pensionistico. Le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni. Il sistema pensionistico italiano è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda. La natalità scende, la base contributiva si restringe, i salari reali ristagnano, il lavoro irregolare sottrae risorse al sistema, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Ciascuna di queste dinamiche, presa isolatamente, sarebbe gestibile. La loro combinazione produce uno squilibrio strutturale.
In sintesi, dal 2021 il potere d’acquisto del ceto medio è sceso di circa il 7,5%.
La ricchezza si concentra sempre di più:
- il 10% più ricco possiede quasi il 60% della ricchezza nazionale;
- la metà più povera possiede appena il 7,4%.
Intanto:
- oltre 6 italiani su 10 arrivano a fine mese con difficoltà;
- un terzo utilizza i risparmi per sopravvivere;
- quasi la metà delle famiglie ha difficoltà a pagare l’affitto.
Sempre più persone rinviano:
- cure mediche;
- controlli sanitari;
- cure odontoiatriche;
- acquisti necessari;
- vacanze;
- progetti di vita.
Non è più “prudenza”: è arretramento sociale.
L’ITALIA CHE TAGLIA SULLA SALUTE
Uno dei segnali più preoccupanti riguarda la salute.
Sempre più cittadini rinunciano:
- ai controlli medici periodici;
- alle visite specialistiche;
- alle cure odontoiatriche;
- perfino ai medicinali.
Quando una popolazione inizia a risparmiare sulla prevenzione, il prezzo sanitario e umano arriva sempre dopo, ma arriva inevitabilmente.
E mentre aumenta il disagio:
- cresce il ricorso ai prestiti, soprattutto per acquistare casa o pagare debiti accumulati;
- aumentano i debiti;
- cresce il lavoro nero;
- molte famiglie tornano a dipendere economicamente dai genitori.
La famiglia resta l’ultimo vero ammortizzatore sociale di un Paese che spesso lascia soli i cittadini.
SFIDUCIA, SOLITUDINE E FRAGILITÀ SOCIALE
Quasi la metà dei cittadini (47,8%) prevede un peggioramento della situazione economica del Paese nei prossimi dodici mesi anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei cittadini su dieci arrivano a fine mese ma con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve usare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), seguono le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Prezzi in aumento per 8 italiani su 10 con valori oltre l’8% (38,9%). Alimentari, carburanti e pasti fuori casa le categorie nelle quali sono stati registrati maggiormente gli aumenti.
L’82% degli italiani ritiene di non essere adeguatamente sostenuto dalle Istituzioni in caso di difficoltà economica.
Il dato più grave, però, è forse un altro:
- il 65,8% percepisce scarsa solidarietà sociale;
- il 62,5% non si fida del prossimo.
Una società senza fiducia reciproca è una società fragile. Quando prevalgono individualismo, paura e sfiducia, si spegne il senso di comunità.
Resistere e adattarsi: per far fronte alle difficoltà si rinviano anche acquisti considerati necessari (60,2%), si tagliano le uscite fuori casa (54%) e i viaggi (52%). Aiuto in casa, ripetizioni, giardinaggio, ecc. si pagano in nero nel 38% dei casi. Aumenta il numero di chi rinuncia ai controlli medici periodici e cure odontoiatriche. Metà degli italiani rateizzano gli acquisti attraverso le piattaforme digitali a tasso zero. La famiglia d’origine resta un porto sicuro per avere un aiuto economico (29%) o avere un posto dove vivere quando si è in difficoltà
LA DEMOCRAZIA RIDOTTA A SPETTACOLO
Il Rapporto denuncia una crisi profonda della rappresentanza democratica.
Molti cittadini non credono più che il voto possa cambiare qualcosa. La politica viene spesso percepita come:
- slogan;
- propaganda;
- conflitto permanente;
- ricerca del consenso immediato.
Nel frattempo:
- i Social sostituiscono il confronto reale;
- gli algoritmi influenzano opinioni e comportamenti;
- il pensiero critico si indebolisce.
«Viviamo in un’epoca – afferma il Presidente Fara – in cui la narrazione dominante si concentra sull’Intelligenza artificiale, strumento potente e trasformativo, capace di ridisegnare interi settori economici e di modificare in profondità la struttura delle imprese, la organizzazione dei servizi, il mercato del lavoro; e, tuttavia, rimane uno strumento senza valori, senza coscienza e senza responsabilità. E, soprattutto, non ha un’agenda propria perché risponde a quella di chi la controlla».
L’Eurispes parla di “Ignoranza Artificiale”: non la mancanza di tecnologia, ma l’uso della tecnologia per impoverire la capacità di ragionare. Il potere decisionale ha trovato casa altrove, nelle piattaforme tecnologiche, nei fondi di investimento globali che condizionano le politiche economiche degli Stati, in reti di potere informali che si incontrano in dimore private e non nelle sedi istituzionali. È un passaggio decisivo.
Perché un popolo che non approfondisce:
- reagisce invece di capire;
- si divide invece di costruire;
- si lascia guidare invece di partecipare.
GIOVANI SEMPRE PIÙ DIGITALI, MA PIÙ SOLI
L’indagine mostra un rapporto sempre più problematico con il mondo digitale:
- oltre l’80% usa dispositivi prima di dormire;
- quasi il 78% tiene lo smartphone accanto durante la notte;
- molti dichiarano ansia, irrequietezza e dipendenza da notifiche e Social.
I Social diventano spesso:
- luoghi di confronto tossico;
- generatori di insicurezza;
- strumenti di manipolazione emotiva.
Molti giovani finiscono per sentirsi:
- meno adeguati;
- meno felici;
- più soli.
Non è solo una questione tecnologica: è una questione educativa, culturale e psicologica.
SMART WORKING: UN EQUILIBRISMO FELICE
Lo smart working per gli italiani appare come una forma di equilibrismo, generalmente felice, tra spazi di vita ed autonomia, ottimizzazione delle risorse (di tempo ed economiche), senza una totale rinuncia alla socialità, alla distinzione degli spazi e ad alcune abitudini che per molti fanno ormai parte della vita lavorativa. Resta da scoprire come e quanto l’irruzione irrefrenabile dell’Intelligenza artificiale nella vita quotidiana e nel mercato occupazionale influirà anche nell’àmbito dell’organizzazione logistica del lavoro.
UN PAESE CHE REAGISCE, MA NON PROGRAMMA
L’Italia continua a vivere nell’emergenza permanente:
- rincorre i problemi;
- rattoppa;
- rinvia;
- evita le scelte difficili.
Ma le crisi strutturali non si risolvono con bonus temporanei, slogan o provvedimenti estemporanei.
Servirebbero:
- visione;
- pianificazione;
- educazione;
- responsabilità collettiva;
- investimenti sul lungo periodo.
Invece domina il “pensiero corto”: il consenso immediato vale più del futuro.
CITTADINI E ISTITUZIONI
Il Presidente della Repubblica è l’unico tra le Istituzioni più importanti a raccogliere la piena fiducia (61,8%). Sempre amatissime le Forze dell’Ordine e di Polizia, le Forze Armate e l’Intelligence insieme a Scuola, Università e Volontariato. La fiducia nella Chiesa divide a metà il campione
Gli italiani chiedono più potere al Presidente della Repubblica per una democrazia più moderna
Il 46,8% dei cittadini caldeggia l’istituzione di un Ministero per il Sud. La questione meridionale è ancora aperta, ma in 10 anni gli italiani hanno perso interesse sul tema.
IL PARADOSSO ITALIANO
Per un italiano su quattro (25,1%) quella del Mezzogiorno è una questione complessa che va affrontata con un approccio e strumenti specifici e più di un italiano su 5 (21,8%) pensa che l’istituzione di un organo di gestione e controllo aiuterebbe a ristabilire trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il Sud. Per il 23% istituire un organo specifico per la risoluzione del divario Nord-Sud sarebbe, invece, inutile e gravoso per la spesa pubblica e il 13,8% ritiene che la questione meridionale non sia una priorità per il Paese. Molti, il 16,3%, non hanno un’opinione in merito.
Si può affermare, dunque, che prevale la parte dei cittadini che caldeggia (46,8%) l’istituzione di un Ministero per il Sud, anche se nel 2016 il dato arrivava al 54,7%. Dieci anni fa, infatti, ben più di un italiano su tre (37,2%) riteneva che la questione del Mezzogiorno fosse complessa e avesse bisogno di un approccio specifico con strumenti dedicati come un ministero ad hoc (-12%). La quota di italiani secondo cui l’istituzione di un organo di gestione e controllo sarebbe in grado di ristabilire maggiore trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il Sud era invece inferiore (17,5%). Il numero di chi non ritiene la questione meridionale una priorità del Paese è quasi raddoppiata dal 2016 (7,7%) ad oggi (13,8%), mentre ha perso circa 3 punti percentuali, dal 2016 ad oggi, la quota di italiani che ritengono il Ministero per il Sud una perdita di denaro (26,4%).
L’idea invece di istituire un Ministero per il Futuro convince il 45% degli italiani ed è un’opzione che raccoglie soprattutto l’interesse dei giovanissimi dai 18 ai 24 anni (63%).Eppure l’Italia resta un Paese straordinario:
- ricco di cultura;
- di intelligenze;
- di creatività;
- di capacità produttive;
- di patrimoni unici al mondo.
Il problema non è l’assenza di potenziale. Il problema è la difficoltà nel trasformare questo potenziale in progetto collettivo. Abbiamo smesso di pensare in grande.
TOGLIERE GLI ALIBI
Il Rapporto Eurispes, letto attentamente, lascia una conclusione difficile da evitare: non possiamo più fingere di non sapere.
Non possiamo continuare:
- a lamentarci senza partecipare;
- a pretendere diritti ignorando i doveri;
- a chiedere cambiamenti senza cambiare nulla nei comportamenti quotidiani;
- a delegare tutto alla politica;
- a consumare presente distruggendo futuro.
Un Paese non crolla all’improvviso. Si indebolisce lentamente:
- quando perde fiducia;
- quando rinuncia alla conoscenza;
- quando considera normale la mediocrità;
- quando smette di educare;
- quando i giovani non credono più nel domani.
La vera emergenza italiana non è soltanto economica. È culturale.
Ed è proprio per questo che la soluzione non può essere solo finanziaria o politica:
deve essere anche educativa, etica e civile.
Perché nessuna riforma potrà salvare un Paese che non vuole più capire.



