Dieta planetaria e Dieta Mediterranea, due regimi sostenibili a confronto

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La Dieta Planetaria (o Planetary Health Diet proposta dalla commissione EAT-Lancet) e la Dieta Mediterranea mostrano una straordinaria convergenza scientifica nel coniugare la salute umana e la sostenibilità ambientale. Una recente analisi condotta dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) conferma che i due modelli condividono una base comune solida, pur mantenendo alcune differenze legate alle tradizioni culturali.
Punti di contatto (affinità)
- Base vegetale: Entrambi i regimi mettono al centro cereali integrali, frutta, verdura fresca e grassi sani insaturi (come l’olio d’oliva).
- Riduzione dell’impatto: Limitano fortemente i prodotti ultra-processati e un consumo eccessivo di carni rosse e lavorate, riducendo drasticamente le emissioni di gas serra e il consumo di suolo rispetto alle diete occidentali standard.
- Salute cardiovascolare: Promuovono un elevato apporto di fibre e antiossidanti, proteggendo l’organismo da malattie metaboliche, diabete di tipo 2 e patologie cardiache.
Principali differenze
- Legumi e frutta a guscio: La Dieta Planetaria richiede porzioni mediamente più abbondanti e rigorose di legumi e frutta secca rispetto alle abitudini medie odierne della popolazione mediterranea.
- Fattore culturale e territoriale: La Dieta Mediterranea valorizza specificità locali come l’uso tipico dell’olio extravergine d’oliva e una moderata presenza di prodotti lattiero-caseari, che variano o sono più ristretti nello schema globale EAT-Lancet.
- Rigidità del modello: Gli esperti sottolineano che la Dieta Planetaria non va vista come un menu rigido e uguale per tutto il pianeta, ma come una linea guida generale che trova nella Dieta Mediterranea una delle sue migliori applicazioni pratiche e regionali.
Il confronto tra i due regimi alimentari è riportato in due studi.
Il primo studio (Confronto tra i modelli e linee guida dei Paesi mediterranei – From global to local: comparing the EAT-Lancet planetary health diets with the traditional Mediterranean Diet across Mediterranean countries) analizza la convergenza e le differenze quantitative e qualitative tra la Dieta Planetaria e le linee guida nutrizionali nazionali di quattro paesi (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo).
Il secondo studio (Analisi metodologica degli indici di aderenza, One diet, many indices: heterogeneity in measuring adherence to the EAT-Lancet planetary health diet) affronta l’eterogeneità dei diversi indici utilizzati nella letteratura scientifica per misurare quanto una popolazione aderisca effettivamente ai dettami della Dieta Planetaria.
Entrambi i lavori sono stati ufficialmente presentati e divulgati dalla SINU a luglio 2026.
Univadis del 04/08/2026 così riporta: https://www.univadis.it/index.php/viewarticle/dieta-planetaria-e-dieta-mediterranea-due-regimi-sostenibili-2026a1000ptb
Dieta planetaria e dieta mediterranea (DM), due regimi alimentari molto simili, legati sotto diversi aspetti ed entrambi alla base di un’alimentazione sana, sono stati posti al centro di due studi recentemente pubblicati sulla rivista International Journal of Food Sciences and Nutrition dai ricercatori della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), particolarmente attenti ai temi della sostenibilità, oltre che dell’alimentazione.
“La sostenibilità è oggi diventata una componente essenziale delle raccomandazioni nutrizionali, accanto agli obiettivi tradizionali di tutela della salute”, si legge in un comunicato stampa in cui la Società presenta i due studi, che “rappresentano un ulteriore tassello del percorso intrapreso dalla SINU per integrare salute, alimentazione e sostenibilità”.
Vegetali e tradizioni, la base per un’alimentazione sana e sostenibile
La dieta planetaria, promossa dalla Commissione scientifica internazionale EAT-Lancet, nasce come regime alimentare basato su evidenze scientifiche di beneficio per la salute, ma con un’attenzione speciale all’impatto che le scelte alimentari possono avere sulla salute del pianeta in termini di emissioni di gas serra, utilizzo del suolo e altri elementi di stress a livello ambientale. La versione originale, datata 2019, si basa su un apporto standard di 2500 kcal/die e definisce i quantitativi per i principali gruppi alimentari utili a promuovere contemporaneamente salute umana e stabilità del sistema terrestre. Come per molti regimi considerati sani la composizione del piatto quotidiano è prevalentemente vegetale (cereali integrali, frutta, verdura, legumi e frutta a guscio) e, nel caso specifico, si limitano drasticamente le proteine animali, in particolare le carni rosse e lavorate.
La dieta mediterranea, che descrive le abitudini alimentari (e socio-culturali) dei paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, ha una storia decisamente più lunga: se ne parla sin dagli anni ’70 del secolo scorso, e nel 2010 è entrata a far parte della lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO. Dal punto di vista della composizione, presenta molte caratteristiche in comune con la dieta planetaria, seppur con importanti differenze di base: come la dieta planetaria, è caratterizzata da un elevato consumo di alimenti di origine vegetale, ma punta sull’olio d’oliva come principale fonte di grassi e prevede un consumo moderato di pesce e latticini, oltre che un consumo limitato di carni rosse e lavorate.
Nel corso degli anni entrambe le diete hanno subito modifiche, per tenere il passo con le ricerche scientifiche sul tema e per venire incontro alle esigenze delle popolazioni: un regime alimentare, seppur perfetto dal punto di vista teorico, non può infatti entrare nelle abitudini quotidiane se non si integra, per esempio, con le abitudini socioculturali e con la disponibilità degli alimenti nelle diverse aree geografiche.
Non è un caso che nel 2025 sia stato pubblicato un aggiornamento della dieta planetaria che nella sua versione originale è stata criticata per le possibili inadeguatezze nutrizionali in termini di micronutrienti e per la difficile applicabilità nei paesi a basso e medio reddito. Pur mantenendo come struttura generale il modello del 2019, la nuova dieta punta sulle 2400 kcal/die e introduce adeguamenti in diversi gruppi alimentari, in particolare in quello di legumi, frutta secca, oli e alimenti di origine animale.
Nello stesso anno, e sulla spinta anche delle nuove indicazioni legate alla dieta planetaria, gli esperti SINU hanno aggiornato la rappresentazione grafica della piramide alimentare della DM. Le modifiche, descritte in un articolo su Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases, rafforzano l’importanza degli alimenti di origine vegetale come base dell’alimentazione quotidiana e sottolineano la necessità di un consumo moderato di alimenti di origine animale, come di quello di zuccheri aggiunti, sale e alcol.
Il confronto tra le diete e gli indici per misurare l’aderenza
Uno dei due studi condotti dai ricercatori SINU ha confrontato la dieta planetaria con la dieta mediterranea. In particolare, gli autori hanno messo a confronto la versione aggiornata della dieta proposta dalla EAT/Lancet Commission, con le FAO/WHO Sustainable Healthy Diets, la piramide della DM SINU e modelli di DM riportati dalle linee guida nazionali di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. Come atteso, sono emerse molte similitudini tra questi regimi alimentari, ma non sono mancate le differenze che riguardano soprattutto alcuni aspetti quantitativi, come il maggiore spazio attribuito dalla DM all’olio extravergine di oliva e ad alcuni alimenti tipici delle tradizioni mediterranee, oppure una diversa distribuzione delle fonti proteiche, mentre legumi e noci sono presenti in misura maggiore (e non semplice da accettare in alcune regioni) nella dieta planetaria rispetto a quella mediterranea.
Al di là delle indicazioni degli esperti, è importante però comprendere quanto le persone seguano i regimi alimentari proposti. Proprio sugli strumenti oggi disponibili per misurare l’aderenza alla dieta planetaria si concentra il secondo studio SINU, che ha analizzato 26 diversi indici disegnati per valutare l’aderenza alla dieta planetaria. L’analisi ha mostrato che nonostante tutti gli indici si basassero sullo stesso modello di riferimento, l’eterogeneità nelle loro modalità di applicazione operazionalizzazione è notevole: differenze nella definizione dei gruppi alimentari, nel numero di componenti e nelle procedure di punteggio, ma anche variabilità in tali sistemi (approcci binari o continui), uso di assunzione assoluta o relativa degli alimenti in base all’apporto energetico. Come spiegano gli autori, queste differenze possono portare a misure di aderenza non equivalenti e suggeriscono che siano necessari un maggiore rigore metodologico e una migliore standardizzazione per rendere più comparabili gli studi che valutano modelli alimentari sostenibili.
Nel corso di due interviste condotte da Univadis Italia, Daniela Martini, Comitato Scientifico SINU, e Marialaura Bonaccio, Consiglio Direttivo SINU, entrambe membri del Gruppo di Studio SINU per lo Studio e la Promozione della Dieta Mediterranea, hanno commentato alcuni aspetti delle due ricerche.
La dieta planetaria è davvero una “nuova” dieta o è un’evoluzione della DM?
Daniela Martini: La dieta planetaria non dovrebbe essere vista come un modello alternativo alla DM, ma piuttosto come una sua evoluzione in chiave globale. La DM nasce infatti dall’osservazione delle tradizioni alimentari dei Paesi del bacino del Mediterraneo, mentre la dieta EAT-Lancet è stata sviluppata con l’obiettivo di individuare un modello alimentare applicabile su scala planetaria, capace di promuovere contemporaneamente la salute umana e la sostenibilità ambientale.
Il nostro studio mostra che questi due modelli condividono molti principi fondamentali. È importante sottolineare, però, che la DM non rappresenta l’unica possibile interpretazione dei principi della dieta planetaria. Così come esistono diverse espressioni della DM nei vari Paesi del bacino del Mediterraneo, anche altri modelli alimentari tradizionali, come la dieta nordica, condividono molti degli stessi principi, pur riflettendo le caratteristiche culturali, agricole e gastronomiche dei rispettivi territori.
Il messaggio principale è che non è necessario scegliere tra DM e dieta planetaria. Piuttosto, la DM può rappresentare una delle migliori interpretazioni locali dei principi della dieta planetaria, dimostrando come un modello alimentare profondamente radicato nella cultura possa essere anche coerente con gli obiettivi di salute e sostenibilità.
Gli italiani seguono ancora davvero la DM?
Marialaura Bonaccio: Spesso pensiamo che vivere in Italia significhi seguire automaticamente la DM, ma i dati raccontano una realtà diversa. Nello Studio Moli-sani, una delle più grandi coorti epidemiologiche italiane, solo circa il 10% della popolazione adulta presenta un’elevata aderenza a questo modello alimentare. Un dato confermato anche da una recente indagine nazionale, secondo cui appena il 15% degli italiani segue la DM in modo adeguato. Inoltre, l’aderenza è significativamente maggiore tra le persone con un livello socioeconomico più elevato. Questo evidenzia non solo il progressivo allontanamento dalla DM, ma anche la presenza di importanti disuguaglianze sociali nell’accesso a un’alimentazione sana.
Negli ultimi decenni abbiamo infatti assistito a un cambiamento delle abitudini alimentari e la DM sembra ormai un pallido ricordo, soprattutto nei paesi del Mediterraneo. Anche il tempo dedicato alla preparazione dei pasti e alla convivialità, che rappresentano elementi distintivi della DM, si è progressivamente ridotto.
Per invertire questa tendenza non basta però chiedere alle persone di mangiare meglio. Servono interventi che coinvolgano l’intera società: educazione alimentare fin dall’infanzia, politiche che rendano gli alimenti salutari economicamente accessibili e ambienti alimentari che facilitino le scelte più sane. La DM non è una lista della spesa, ma uno stile di vita che va sostenuto anche attraverso politiche pubbliche e iniziative di sanità pubblica. Recuperarla oggi significa investire contemporaneamente nella salute delle persone, nella tutela delle tradizioni alimentari e nella sostenibilità dei nostri sistemi alimentari.
Perché in alcuni casi è difficile adattare le indicazioni di queste diete alla vita reale e alle diverse tradizioni alimentari e culturali delle nazioni?
Marialaura Bonaccio: La dieta planetaria o quella mediterranea non devono essere interpretate come un menù rigido uguale per tutti, ma come un insieme di obiettivi nutrizionali e ambientali che ogni Paese può raggiungere valorizzando la propria cultura alimentare.
L’alimentazione è molto più della semplice somma dei nutrienti. È identità culturale, tradizione, disponibilità di alimenti, economia locale e biodiversità. Per questo motivo le raccomandazioni devono essere adattate ai diversi contesti, mantenendo però i principi fondamentali che la ricerca ha dimostrato essere favorevoli alla salute e alla sostenibilità.
I fattori da considerare sono numerosi e vanno dalle produzioni agricole locali alla stagionalità, passando per il patrimonio gastronomico, la disponibilità economica degli alimenti, le abitudini consolidate della popolazione e persino le caratteristiche ambientali dei diversi territori. Una dieta sostenibile deve essere anche culturalmente accettabile, altrimenti rischia di rimanere una raccomandazione teorica. L’obiettivo non è uniformare le diete del mondo, ma individuare percorsi diversi che conducano agli stessi benefici per la salute e per il pianeta.
Perché è importante disporre di indici che misurino l’aderenza a un modello alimentare e perché non si è ancora riusciti a definire il modo migliore per misurare l’aderenza a un regime alimentare?
Daniela Martini: Gli indici servono a trasformare un modello alimentare teorico, come la DM o la dieta planetaria, in uno strumento utilizzabile nella ricerca. Consentono infatti di misurare quanto l’alimentazione di una persona o di una popolazione sia vicina al modello di riferimento e di verificare se una maggiore aderenza sia associata a migliori esiti di salute o a un minore impatto ambientale. Il motivo per cui esistono molti indici diversi è che non esiste un unico modo per tradurre un modello alimentare in un punteggio. Si possono selezionare componenti alimentari differenti, utilizzare soglie diverse, attribuire un peso maggiore ad alcuni alimenti rispetto ad altri oppure correggere o meno i consumi in funzione dell’apporto energetico dei soggetti.
È una situazione che abbiamo già osservato anche per la DM: dopo decenni di ricerca convivono ancora numerosi indici di aderenza. Questo ovviamente non significa che il modello alimentare non sia solido, ma che misurare un comportamento complesso come l’alimentazione richiede inevitabilmente delle semplificazioni. In particolare, è importante tenere in considerazione che ogni scelta metodologica comporta vantaggi e limiti e può influenzare i risultati degli studi.
Il messaggio più importante del nostro studio è che, quando si interpretano i risultati della ricerca, non è sufficiente sapere che uno studio ha valutato l’aderenza alla dieta planetaria: è fondamentale capire quale indice è stato utilizzato.
Se è così difficile misurare l’aderenza alla dieta planetaria, come possiamo capire se stiamo andando nella direzione giusta?
Daniela Martini: Il fatto che oggi esistano molti indici non significa che non siamo in grado di valutare i progressi. Anzi, il nostro studio mostra che, nonostante le differenze metodologiche, gli indici condividono un nucleo comune di raccomandazioni: aumentare il consumo di alimenti vegetali, privilegiare cereali integrali e legumi, ridurre gli alimenti di origine animale più impattanti e limitare gli alimenti ricchi di zuccheri, sale e grassi.
Inoltre, l’eterogeneità degli indici non deve essere necessariamente considerato un limite. In parte riflette la necessità di adattare la valutazione della dieta planetaria a contesti geografici, culturali e nutrizionali diversi, oppure a specifiche popolazioni, come bambini, anziani o persone con particolari esigenze nutrizionali. Questa flessibilità rappresenta un valore, purché gli indici continuino a misurare gli stessi principi fondamentali. Più che un unico indice valido per tutti, sarebbe quindi auspicabile disporre di criteri metodologici condivisi per la costruzione e la validazione degli indici.
Questo permetterebbe di mantenere la necessaria flessibilità per adattare gli strumenti ai diversi contesti, garantendo allo stesso tempo una maggiore comparabilità tra gli studi e una più solida interpretazione delle evidenze scientifiche. In altre parole, l’obiettivo non è imporre un unico strumento di valutazione, ma assicurarsi che strumenti diversi misurino in modo coerente gli stessi principi fondamentali della dieta planetaria.
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