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Cascara sagrada – Rhamnus purshiana

La Cascara Sagrada (corteccia sacra) è un grosso arbusto, o albero, appartenente alla famiglia delle Ramnacee e al genere Rhamnus, che a sua volta comprende oltre 120 specie di alberi e arbusti sempreverdi diffusi soprattutto nelle regioni temperate dell’emisfero settentrionale.

La Cascara Sagrada è originaria di alcune regioni dell’America settentrionale, dalla Columbia Britannica allo Stato di Washington fino alla California, in Europa fu importata dagli Spagnoli che ne appresero la coltivazione e l’azione medicinale quando vennero a contatto, in Messico, con le popolazioni indiane d’America. L’albero fu menzionato per la prima volta nella “materia medica” americana nel XVIII secolo, ma soltanto dopo il 1983 fu considerato un valido medicinale.

Il nome volgare “Cascara Sagrada” fu dato dagli Spagnoli alla specie Rhamnus purshiana, con riferimento alla sua corteccia, ritenuta sacra dagli indiani d’America, mentre il termine purshiana deriva molto probabilmente dal nome del botanico e medico Pursh, che ne descrisse le proprietà medicinali nel 1814.

Grosso arbusto o albero, rustico, dalla chioma leggera, a foglie caduche, di dimensioni molto variabili che vanno da sei ai 12 m di altezza e dai tre ai 10 m di larghezza, spontaneo e coltivato a scopo ornamentale, cresce preferibilmente in terreno ricco, profondo, umido e ben drenato; richiede un’esposizione soleggiata o a mezz’ombra, tollera bene il freddo invernale a temperature di -15°C, è facilmente reperibile nei boschi di Conifere e nelle vallate montuose degli Stati Uniti occidentali e del Canada. Possiede un apparato radicale ben sviluppato, dal quale si origina il fusto, eretto e robusto, la corteccia, di colore bruno o grigio scuro, è leggermente rugosa per la presenza di alcune lenticelle traversali. Le foglie, lunghe 15 cm, alterne o raramente opposte, sono disposte a ciuffi o in cime apicali, hanno forma variabile da ellittica a ovale o obovata, con la base arrotondata, l’apice acuminato e il margine finemente dentellato, la pagina superiore è di colore verde scuro e priva di peli, mentre quella inferiore è più chiara e pelosa lungo le nervature. I fiori, a cinque petali lanceolati, bianchi, sono riuniti in piccole ombrelle che compaiono in tarda primavera. Il frutto è costituito da una drupa, carnosa, ovoidale e di colore nerastro, all’interno nella polpa sono contenuti 2-3 noccioli. Si riproduce per seme in autunno, oppure per talee semi mature in estate, o per propaggine nel tardo inverno o all’inizio della primavera.

La Cascara Sagrada è un’antica pianta utilizzata da molti secoli come rimedio della medicina popolare e ancora oggi ampiamente impiegata dalla fitoterapia e dall’industria farmaceutica. La corteccia è un ottimo regolatore dell’attività intestinale, esercita, infatti, secondo le dosi, un’efficace ed energica azione lassativa e purgante; se impiegata in dosi terapeutiche è assai ben tollerata dall’organismo: non causa, infatti, né spasmi addominali né coliche intestinali e può essere utilizzata per molto tempo senza provocare spiacevoli effetti collaterali. Per questi motivi è ideale in caso di stitichezza acuta, cronica e atonia intestinale, specialmente negli anziani. Esercita inoltre una blanda azione come stomachico, digestivo e colagogo, favorendo i processi digestivi e contribuendo al buon funzionamento della cistifellea e del fegato.

I principi attivi sono costituiti da glucosidi antrachinonici liberi e combinati, tra i quali i più importanti sono emodina e crisofina, altri glucosidi come aloina, aloemodina, crisaloina, sostanze tanniche, fibre, resine, ramnotoxina, principi amari non ancora ben identificati.

La Cascara sagrada appartiene alla categoria dei lassativi antrachinonici, (estratti vegetali che agiscono esclusivamente nell’intestino crasso, aumentando la peristalsi ed irritando la mucosa). In particolare la cascara risulta indicata qualora si voglia ottenere una defecazione facile, caratterizzata da feci poltacee, morbide ed abbondanti. La sua azione purgante è inferiore e più dolce rispetto a quella della senna e del succo d’aloe; tuttavia se assunta ad alte dosi esercita un’azione piuttosto violenta. Per questo motivo andrebbe evitato qualunque abuso o utilizzo prolungato.

L’effetto richiesto compare mediamente dopo otto ore dall’assunzione; per tale motivo i prodotti a base di cascara vanno somministrati preferibilmente alla sera. In genere si consiglia di assumere 2-4 ml di estratto fluido (100-250 mg) prima di coricarsi. Molto spesso la cascara non è venduta singolarmente, ma nel complesso di preparazioni lassative a base di droghe antrachinoniche (senna, frangola e rabarbaro).

Per la capacità degli antrachinoni di attraversare la barriera placentare e di essere escreti nel latte, l’utilizzo di cascara è sconsigliato in gravidanza ed allattamento.

Il ricorso a questi preparati dovrebbe sempre essere preceduto da un consulto medico. L’eccessivo consumo di lassativi, cascara compresa, può infatti avere importanti ripercussioni metaboliche e gastrointestinali, fino a causare complicanze particolarmente severe ed irreversibili.

Una recente “Dear Doctor Letter” del Ministero della Salute fornisce al personale medico-sanitario un importante ausilio nella valutazione dei potenziali eventi avversi associabili all’assunzione prolungata di prodotti a base di aloe e cascara. Quest’ultima in particolare potrebbe interagire con numerosi farmaci convenzionali.  La cascara può ridurre l’assorbimento intestinale di: farmaci antiaritmici; digossina; fenitoina; lassativi; litio; teofillina; FANS; diuretici risparmiatori di potassio. Di conseguenza concentrazioni seriche ed effetto farmacologico potrebbero essere ridotti. Questi farmaci dovrebbero pertanto essere assunti ad almeno 4-6 ore di distanza dall’ingestione di prodotti a base di cascara.

La cascara può ridurre l’assorbimento intestinale di potassio. Pertanto: potrebbe avere un effetto additivo con diuretici tiazidici e corticosteroidi sistemici nel ridurre la kaliemia; potrebbe indurre aritmie cardiache in pazienti in trattamento con digossina. Vista la mancanza di studi sistematici che possano confermare tali ipotesi, il personale medico sanitario dovrebbe informare i pazienti sui rischi associabili a queste potenziali interazioni.

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