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Mandragora | Mandragora officinalis

Se esiste una pianta che nel corso della storia, da sempre, ha destato fascino e stupore nell’immaginario collettivo questa è la mandragora, una pianta appartenente alla famiglia delle solanacee, la stessa di pomodori, melanzane e patate. Molto diffusa nella regione mediterranea, cresce nell’Europa meridionale, in Grecia, nell’Isola dì Candia, in Italia meridionale, soprattutto in Sicilia ecc.

In Italia si trova in due varietà:

  • una con radice grossa, carnosa, bianca che tra febbraio e marzo mostra i suoi fiori dalla corolla imbutiforme di un colore bianco-verdognolo, con foglie grandi, ovate, bollose, increspate, ma glabre; in Italia è piuttosto rara e sporadica ( vernalis Bert. Mandragora officinarum L. = M. officinalis Mill.; Linneo parlava di Atropa mandragora per la potenziale velenosità della pianta – da Atropo, una delle tre Parche, deputata a “recidere la vita degli Esseri umani”) e corrisponde alla Mandragora maschio degli antichi.
  • una con corolla di colore tra l’azzurro e il violaceo, quasi da Campanula, radice più piccola e nerastra, che fiorisce fra settembre e novembre; le sue foglie, più strette, sono cigliate ai margini, e sparse di peli anche sulle pagine. In Italia è relativamente più diffusa dell’altra (Mandragora autumnalis) e corrisponde alla Mandragora femmina degli antichi. Le due specie differenziano fra loro ben poco sia per i caratteri morfologici che per le proprietà.

In entrambi i casi si tratta di specie erbacee perennanti, acauli (ovvero quasi prive di gambo).

Radice di Mandragora officinarum

Le foglie formano una rosetta basale; solitamente hanno una forma ovato-lanceolata, sono di colore verde scuro e possiedono un odore sgradevole, da graveolente a fetido; purtroppo assomigliano a quelle di altre verdure a foglia verde, come la bietola, la borragine o gli spinaci, per cui bisogna fare molta attenzione a non fare confusione; la mandragora è una pianta altamente tossica. Sotto le foglie disposte a rosetta, la lunga e articolata radice a fittone si infossa profondamente nel terreno.  I fiori hanno una forma a campanella; possiedono un calice lanceolato e la corolla ha una colorazione variabile dal verde chiaro al giallo. I frutti sono bacche aventi forma globosa e colore giallo, la cui dimensione può variare dai due ai quattro centimetri; per la loro elevata tossicità vengono chiamate anche mele del diavolo.

La Mandragora possiede un grosso rizoma e possenti radici caratterizzate da una peculiare

Mandragora autumnalis

biforcazione che fa assumere alla pianta una forma antropomorfa, vale a dire grossolanamente simile a quello del corpo umano, con tanto di testa, braccia e gambe, al punto che gli antichi credevano addirittura di poterne distinguere il sesso individuando una mandragora maschio e una mandragora femmina. Plinio riteneva che la mandragora bianca era il maschio e la nera la femmina; quelli che la colgono, aveva anche detto, le tracciano intorno tre cerchi con la spada, e guardano a ponente; l’odore delle foglie è così forte da lasciare ammutoliti. Questa curiosa caratteristica è verosimilmente all’origine delle numerose leggende, superstizioni, riti magici che da epoche immemorabili interessano la mandragora cui venivano attribuiti poteri magici sul corpo umano. Proprio per la forma antropomorfa della radice la pianta è stata sempre posta al centro dell’attenzione, facendo la fortuna di streghe e stregoni per la preparazione di pozioni dai poteri eccezionali.

Etimologia del nome mandragora

L’origine della parola “mandragora” è oscura. Il nome, probabilmente di derivazione persiana “mardum-giâ” “erba dell’uomo”, le sarebbe stato assegnato dal medico greco Ippocrate in relazione all’aspetto più conosciuto della radice. Secondo altri il nome deriverebbe dal sanscrito mandros, “sonno”, e agora, “sostanza”, oppure mandara, “paradiso”. Altri commentatori ancora propendono per un’origine sumerica, da nam-tar, “pianta del dio del castigo”, o tedesca medievale, da mann-dragen, “figura di uomo”. Dioscoride, nel De materia medica, la chiama antimelon, archinen e morion, mentre in latino è mandragoras. Claudio Eliano, nel De animalium natura, la chiama cynospastos, “estirpata per mezzo di un cane”, e dice che brilla di notte. La chiama anche aglaophotis, “risplendente”, termine poi ripreso poi da Plinio il Vecchio nella Historia Naturalis.

Proprietà della mandragora

Alla mandragora vengono attribuite diverse proprietà di cui sono responsabili gli alcalodi tropanici presenti in tutte le parti della pianta, soprattutto nel rizoma.

La mandragora

  • ha capacità analgesica e riduce il dolore
  • ha potere narcotico e sedativo
  • favorisce quindi il sonno
  • aiuta a calmare la tosse
  • esercita anche benefici nella sfera sessuale: secondo gli antichi aumenterebbe il desiderio e aiuterebbe anche a combattere l’impotenza; di conseguenza potrebbe rivelarsi utile per curare la sterilità.

Non bisogna mai dimenticare però che la mandragora è una pianta tossica e non commestibile dato che contiene alcaloidi, gli stessi che si trovano in un’altra pianta velenosa, la belladonna (vedere in seguito).

Sulla mandragora, considerata nell’antichità a tutti gli effetti magica, circolavano innumerevoli credenze basate proprio sulle presunte proprietà antropomorfe.

Un tempo, infatti, gli estratti ottenuti dalla mandragora come la tintura madre di mandragora o l’olio di mandragora erano impiegati nel trattamento del dolore, oltre che per favorire il sonno e migliorare le prestazioni sessuali. Oggi la mandragora a causa della sua elevata tossicità non è più utilizzata né in campo medico né a scopo fitoterapico.

Comunque può essere utile ricordare talune credenze.

Una credenza popolare molto seguita sosteneva addirittura che se la radice della mandragora assumeva la forma di un essere umano, completo di braccia, gambe e testa, tirarla fuori dal terreno avrebbe comportato una condanna a morte certa per chi si fosse azzardato; se, al contrario, la radice con dette sembianze veniva nutrita e curata, il possessore era destinato a grande ricchezza e successo. Non a caso in alcuni testi di alchimia veniva raffigurata con le sembianze di un uomo o un bambino, proprio per l’aspetto antropomorfo che assume la sua radice in primavera.

Un’altra credenza narrava che bastava mettere una radice di mandragora nella stanza di un malato perché questi riposasse intensamente guarendo…

Le streghe poi avevano ideato un intrigato cerimoniale per estirpare la grossa radice, poiché nel momento in cui questa veniva estirpata, emanava grida sovrumane in grado di far impazzire o uccidere colui che l’aveva estirpata.

Il rituale consisteva nel proteggersi le orecchie con della cera, fare un cerchio magico attorno alla pianta e legare la stessa con una grossa fune ad un cane nero che correndo, smuoveva ed estirpava la pianta prima di morire. L’estirpazione doveva necessariamente avvenire nella notte tra il venerdì ed il sabato, mentre venivano recitate lunghe litanie.

Una volta raccolta, la radice veniva utilizzata come anestetizzante durante le operazioni chirurgiche dell’epoca o come stimolante dai poteri afrodisiaci ed allucinogeni, tanto che le streghe dopo aver bevuto pozioni contenente questa radice, sostenevano di poter volare a cavalcioni delle loro scope.

Tossicità della mandragora

La mandragora è una pianta tossica e velenosa, non commestibile; tutte le parti della pianta sono velenose, in quanto contengono alcaloidi tossici come: la scopolamina (anche nota come L-ioscina), atropina (miscela racemica composta da D-iosciamina ed L-iosciamina), mandragorina e L-iosciamina. Queste sostanze sono anche presenti in Atropa belladonna e Hyoscyamus niger. La loro assunzione in dosi massicce provoca tachicardia, pressione alta, nausea, allucinazioni, vomito, diarrea, convulsione anche la morte. A causa di queste controindicazioni non viene più utilizzata in fitoterapia ma ne vengono estratti i suoi principi attivi come la scopolamina, l’atropina e la iosciamina per le loro proprietà.

Gli alcaloidi tropanici presenti nella mandragora, agendo a livello dei recettori muscarinici (o colinergici, che dir si voglia), sono in grado di produrre effetti tossici a carico di diversi distretti e organi (sistema nervoso centrale, apparato gastrointestinale, sistema cardiovascolare, ecc.). Più precisamente, questi alcaloidi esercitano un’azione antimuscarinica, ossia sono in grado di bloccare i recettori dell’acetilcolina di tipo muscarinico, impedendo a questo neurotrasmettitore di svolgere le sue normali funzioni all’interno dell’organismo. È proprio a causa di questo blocco che si manifestano i sintomi tipici dell’avvelenamento da mandragora. I recettori muscarinici sono presenti in svariati organi e tessuti.

Tipi di recettori muscarinici

–      Recettori M1, presenti a livello di ghiandole, cervello e gangli simpatici;

–      Recettori M2, localizzati in particolar modo a livello della muscolatura liscia, del cuore e del cervello;

–      Recettori M3, presenti nella muscolatura liscia (come quella gastrointestinale), nel cervello e nelle ghiandole;

–      Recettori M4, localizzati nel cervello;

–      Recettori M5, presenti soprattutto a livello di occhi e cervello.

Attualmente, si conoscono cinque differenti tipi di recettori muscarinici, diversamente localizzati all’interno dell’organismo.

La tipologia dei sintomi e l’intensità con cui si mani-festano possono variare in funzione della quantità di sostanze tossiche ingerite.

La sintomatologia dell’av-velenamento da mandragora si caratterizza per la comparsa di: secchezza delle fauci; visione offuscata e midriasi; aumento della temperatura corporea; difficoltà di minzione; sonnolenza; costipazione; tachicardia; vertigini; mal di testa; delirio e allucinazioni; episodi maniacali; confusione mentale; difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi, può sopraggiungere il coma e perfino la morte.

Trattamento dell’intossicazione da Mandragora

In caso di sospetta ingestione di mandragora e/o nel caso si dovessero manifestare i suddetti sintomi dopo l’ingestione di vegetali apparentemente commestibili, è necessario contattare immediatamente i soccorsi sanitari. Se prontamente trattato, infatti, l’avvelenamento da mandragora può essere risolto senza gravi conseguenze. Tuttavia, la risoluzione completa di un simile evento dipende fortemente dalla quantità di sostanze tossiche ingerite e dalla sensibilità del singolo individuo nei confronti di queste stesse sostanze.

Fortunatamente, in caso di avvelenamento da alcaloidi tropanici è possibile ricorrere ad uno specifico antidoto: la fisostigmina. Questo principio attivo viene somministrato per via parenterale e – grazie al suo meccanismo d’azione – è in grado di incrementare i livelli di acetilcolina a livello delle terminazioni nervose colinergiche, favorendo così il ripristino delle condizioni normali dell’organismo.

Oltre alla somministrazione dell’antidoto, i pazienti con intossicazione da mandragora devono ricevere tutte le terapie di supporto necessarie, come, ad esempio, lo svuotamento del contenuto dello stomaco mediante lavanda gastrica, l’abbassamento della temperatura corporea (ma senza l’uso di antipiretici), la somministrazione di ossigeno e/o l’eventuale intubazione per contrastare le difficoltà respiratorie e così via.

Impieghi terapeutici degli alcaloidi tropanici contenuti nella Mandragora

Vista la sua tossicità, la mandragora non trova alcun impiego in campo medico, né tantomeno in ambito fitoterapico od erboristico. Tuttavia, gli alcaloidi in essa contenuti vengono sfruttati – agli opportuni dosaggi – in ambito farmaceutico per la produzione di medicinali adatti al trattamento di diversi disturbi.

Ad esempio, la scopolamina è disponibile in preparazioni farmaceutiche iniettabili e cerotti transdermici per il trattamento di nausea e vomito. In forma di composto di ammonio quaternario (scopolamina butil-bromuro), la si può invece trovare in specialità medicinali impiegate per il trattamento degli spasmi dolorosi del tratto gastrointestinale e del tratto genito-urinario (coliche biliari e urinarie).

L’atropina, invece, viene impiegata per il trattamento delle bradicardie sinusali e per la medicazione preanestetica al fine di ridurre la salivazione e le eccessive secrezioni del tratto respiratorio. L’atropina è altresì impiegata in ambito oculistico per indurre midriasi allo scopo di eseguire esami specialistici.

Nota: nei farmaci sopra menzionati, gli alcaloidi tropanici contenuti non vengono estratti dalla pianta, ma vengono solitamente prodotti per via sintetica.

La Mandragora fra miti, leggende e credenze

Nota fino da tempi antichissimi, la mandragora ha acceso la fantasia dell’uomo più di ogni altro vegetale; la fantasia popolare si è sbizzarrita creandole intorno mistero e superstizione. Certamente molto ha contribuito l’aspetto antropomorfico della radice della Mandragora. Pitagora la chiamava appunto “Anthrophomorphos” che i ciarlatani si ingegnavano ad esaltare mediante colpi precisi di coltello, così da modellarne gli organi esteriori della riproduzione sia maschili sia femminili. Si ebbero così la Mandragora maschio e femmina, col selettivo potere di far concepire a piacimento l’uno o l’altro sesso.

La mandragola veniva considerata una creatura a metà tra il regno vegetale e animale, come il meno noto agnello vegetale della Tartaria. Nel 1615, in alcuni trattati sulla licantropia, tra i quali quello di Njanaud, appariva l’informazione dell’uso di un magico unguento a base di mandragola che permetteva la trasformazione in animali.

Testimonianze sono state rinvenute in reperti archeologici egiziani a partire dal XIV secolo a.C. (durante la V Dinastia) e immagini della pianta sono state identificate in antichi bassorilievi a Boğazkale, villaggio della Turchia, centro dell’omonimo distretto della provincia di Çorum, ove sono stati trovati i resti di Ḫattuša, capitale dell’impero ittita, sviluppatosi nel II millennio a.C.

La pianta era già nota agli antichi Egizi a partire, come accennato, dal XIV secolo a.C.; basti ricordare la scena di raccolta di radici di mandragora rappresentata sul sarcofago di Tutankhamon e le scene nella tomba di Ramses II. In quest’ultimo caso, la mandragora è accompagnata dalla ninfea e dal papavero da oppio, anch’esse piante dotate di proprietà psicoattive. Sembra che queste tre piante fossero utilizzate in combinazione per preparare un unguento in grado di indurre stati ipnotici, di trance ed estatici. E’ stato riportato che i principi attivi contenuti nella pianta possono provocare la sensazione di volare e di viaggiare in posti differenti da quello in cui ci si trova, offrendo così una possibile interpretazione al volo delle streghe verso il sabba. Il solo odorarla – si credeva – poteva indurre al sonno.

Celso consigliava di porla sotto il cuscino per addormentarsi e anche Apuleio, Luciano e Plinio il Vecchio confermano questo fatto.

Plutarco riporta che le più belle mandragore crescono ai piedi delle viti e che il vino ottenuto da queste vigne ha grandi proprietà ipnotiche.

Anche Filostrato descrive la mandragora come soporifera.

Inoltre, Demostene e Platone paragonano i quieti cittadini ateniesi a degli “ubriachi di mandragore”, fatto confermato da Pindaro e Senofonte.

La pianta trovava applicazione anche nell’arte militare delle imboscate. Infatti, l’agrimensore romano Sesto Giulio Frontino (40-103 d. C.) racconta che Maharbal, inviato dai Cartaginesi a sedare un ammutinamento, dopo un primo approccio finse di ritirarsi, lasciando però sul campo alcune botti di vino nel quale erano state infuse delle radici di Mandragora; e non ebbe molto da attendere per ritornare a catturare i ribelli senza colpo ferire, dato lo stato di profondo sopore in cui erano caduti per avere bevuto quel vino.

Secondo un’antica leggenda mediorientale, forse antecedente al Cristianesimo, la mandragora dalla radice antropomorfa sarebbe nata nel Paradiso Terrestre, dove Dio ha creato il primo uomo. Sarebbe cresciuta ai piedi dell’Albero del Bene e del Male, con il quale a volte è identificata. In questo caso, la mandragora è associata a un luogo primordiale, dove ha luogo la creazione primigenia. Si tratta quindi di una pianta primordiale e pertanto mitica. nata nel Giardino dell’Eden.

In differenti culture europee, arabe e asiatiche, si riporta che l’uomo sia originato dalla mandragora, in base all’aspetto antropomorfo della radice: “I primi uomini sarebbero stati una famiglia di gigantesche mandragore sensitive, che il sole avrebbe animato e che, da sole, si sarebbero distaccate dalla terra”. … “L’uomo apparve originariamente sulla terra in forma di mostruose mandragore, animate da una vita istintiva, e che il soffio dell’Altissimo costrinse, trasmutò e sgrossò, e infine sradicò, per farne degli esseri dotati di pensiero e di movimento proprio”.

Una leggenda, raccolta in Siria da M.R. Puaux, narra: “Quando Dio creò il mondo, si riservò la creazione degli esseri viventi sulla terra, nelle acque e nell’aria; ma, nel suo contratto con Satana, aveva dimenticato il sottosuolo. Lo spirito del Male, geloso del Creatore, volle, anche lui, fabbricare degli uomini e delle donne viventi sotto terra. Il suo genio inventivo, ma incompleto, non portò che alla plasmazione informe delle mandragore. Dal momento che queste, strappate da terra, penetrano nel regno di Dio, cessano di vivere.”

Come si vede, un mito d’origine della mandragora vero e proprio, ben strutturato, non ci è pervenuto; solo qualche traccia isolata e continuamente rimaneggiata ha incontrato una certa fortuna nella credenza popolare e nella favolistica.

L’erba sarebbe stata identificata con l’enigmatica erba moly di Omero. Nel racconto, inserito nel decimo libro dell’Odissea, è il dio Hermes, il “messaggero degli dei”, a donare la magica erba a Ulisse, affinché egli potesse utilizzarla come agente protettivo contro gli effetti maligni del filtro della maga Circe, capace di trasformare gli uomini che ne bevevano in maiali (per questo la mandragora era chiamata “pianta di Circe“). Quindi, nel racconto omerico, l’erba moly svolge una funzione opposta a quella delle classiche erbe magiche: evita la trasformazione in animale, anziché indurla. Per Omero “la radice era nera, simile al latte il fiore, moly la chiamano i numi. Strapparla è difficile per le creature mortali, ma gli dei tutto possono“.

A partire dalla sua prima apparizione nelle opere di Omero, l’erba moly è stata celebrata a più riprese dagli autori greci e latini, e ha influenzato la fantasia di non pochi autori medievali. Alcuni autori tardo-latini ci hanno tramandato un mito d’origine del moly. Nella versione di Eustazio, il gigante Picoloo si era perdutamente innamorato di Circe ed era intenzionato a rapirla dall’isola in cui dimorava; ma il dio Helios (Sole), padre di Circe, venne in aiuto della figlia uccidendo il gigante: E dal sangue del gigante sparso sulla terra germogliò il moly, che prende nome dalla “fatica della battaglia”. Ma il suo fiore, dal biancore abbagliante come quello del latte, proviene dall’abbagliante Helios, che vinse il combattimento; la nera radice spunta dal nero sangue del gigante, ovvero, se ne può spiegare la natura col fatto che Circe diviene spettralmente smorta per lo spavento.

Al di là delle fantasiose ipotesi, l’identificazione botanica del moly rimane una questione aperta.

Il medico Discoride identificò la mandragora con la circea, o erba di Circe, di cui nell’Odissea, libro X si legge: “La radice è nera, ma il fiore è come latte. E’ difficile impresa per gli uomini strapparla da terra, ma gli dei sono onnipotenti”.

La mandragora è nota nella cultura ebraica; è citata nel Vecchio Testamento e nel Cantico dei Cantici con il nome di dudaim, “amore e paura”.

Nel primo episodio (Genesi XXX, 14-17), Rachele, disperata per non avere figli, supplica Lea di darle una delle mandragore trovate dal figlio Ruben; in cambio le concede il marito per una notte. Sicché, nell’episodio, Rachele ricorre alla mandragora per eccitare all’amore il frigido Giacobbe sposo tanto a lei quanto a sua sorella Lia, sfruttando le riconosciute proprietà afrodisiache e fecondanti della pianta: Al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò mandragore che portò alla madre Lia. Rachele disse a Lia: “Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio”. Ma Lia rispose: “E’ forse poco che tu mi abbia portato via il marito, perché voglia portar via anche le mandragore di mio figlio?” Riprese Rachele: “Ebbene, si corichi pure con te questa notte in cambio delle mandragore di tuo figlio”. Alla sera, quando Giacobbe tornò dalla campagna, Lia gli uscì incontro e gli disse: “Da me devi venire perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragore di mio figlio”. Così egli si coricò con lei quella notte. Il Signore esaudì Lia, la quale concepì e partorì a Giacobbe un quinto figlio. Lia disse: “Dio mi ha dato il mio salario, per avere io dato la mia schiava a mio marito”. Perciò lo chiamò Issacar.

Nel secondo episodio, Shulammite invita il suo amante ad andare nei campi dove crescono le mandragore.

Nell’antichità la pianta era sacra ad Ecate, dea delle tenebre, intimamente legata ad Artèmide-Diana, la luna (da qui l’idea di impiegarla nella cura dell’epilessia, la malattia dei “lunatici”). Non solo per il suo aspetto antropomorfo, ma anche perché notoriamente “ogni simile cerca il suo simile” (similia similibus); pertanto la radice di mandragora non poteva non possedere anche qualità tipicamente “umane”: come quella di soffrire terribilmente quando la si estirpava. E per punire chi cercava di eradicarla, essa si vendicava procurandogli – con i suoi “veleni”, la pazzia o la morte.

Di qui il ricorso a numerosi espedienti, magari un po’ fantasiosi, per cogliere la pianta senza incorrere nella sua maledizione.

Nell’ultimo libro delle sue Antichità Giudaiche, Flavio Giuseppe (37-100 d. C.)  menziona una pianta nota come baaras, “ardore”, probabilmente la mandragora, che “[…] verso sera emette una luce brillante, elude le persone che tentano di raccoglierla, a meno che non si pongano su essa certe secrezioni del corpo umano […]. Sradicarla è molto difficile – egli afferma – perché continua a infossarsi, e resiste finché non la si irrori di orina o sangue mestruale. Ma allo strappo finale può seguire la morte di chi lo operi, e appunto perciò, dopo avere lavorato di vanga all’intorno finché nella terra rimanga solo l’estremo pezzo di radice, alla parte scoperta si lega il collare di un cane, quindi il suo padrone si allontana e lo chiama. Cosi l’animale correndo estirpa la radice, ed è lui l’innocente vittima della Mandragora, che dopo tale cruento sacrificio perde ogni potere letale, mantenendo invece integro quello di scacciare dal corpo degli uomini i «maligni» che vi hanno posto sede causandone le infermità, appena la si avvicini al malato

Un nome significativo è quello attribuito nell’Arabia preislamica, cioè abu ‘lruh, “signore del respiro vitale” o “signore dello spirito”, a indicare la carica spirituale della mandragora e probabilmente la sua identificazione con una divinità. Con l’avvento dell’Islam, si trova Tufah al-jinn, “mele del demonio”, Baydal-jinn, “testicoli del demonio” e anche “candela del diavolo”. Questo valore negativo attribuito dagli Arabi alla mandragora si ritrova in una formula per la preparazione di un veleno a base di radici decomposte della pianta. In Persia, il nome è sag-kan, “scavata da un cane”.

In Asia, nella medicina popolare dell’India, la mandragora è nota come Lakshmana, “che possiede segni fortunati”, ed è usata come afrodisiaco e nell’assistenza al parto.

Per i Germani era nota come Drachenpuppe, “pupazzo-dragone”, e Galgenmännlein, “piccolo uomo delle forche”, mentre in Islanda come thjofarot, “radice dei ladri”. Altre denominazioni ricordavano l’effetto narcotico e le streghe.

Nel secolo XIII, un commentatore ebreo-tedesco del Talmud scrisse queste righe: “Una specie di corda esce da una radice nel suolo, e alla corda sta attaccato per l’ombelico, come zucca o melone, l’animale chiamato yadu’a; ma lo yadu’a è in tutto eguale agli uomini: faccia, corpo, mani e piedi. Strappa e distrugge ogni cosa, fin dove arriva la corda. Bisogna rompere la corda con una freccia, e allora l’animale muore”.

Proprietà afrodisiache e fecondanti

Tra le “virtù” maggiori attribuite alla mandragora, certamente una delle più sfruttate è la presunta capacità di combattere la sterilità avendo proprietà afrodisiache.

Non a caso ad Afrodite, la dea greca dell’Amore, era stato dato l’appellativo di “Mandragoritis“.

In Egitto, con la pianta si preparavano filtri d’amore per le coppie che desideravano avere molti figli.

I Beduini della regione del Negev in Israele la considerano sacra ed è vietato danneggiarla; le donne sterili mangiano i frutti immaturi dopo il periodo mestruale, recitando i versi del Corano.

In Grecia, almeno fino agli anni ’60, le donne sterili portavano parte della pianta al collo per favorire la fecondità e ponevano il frutto o la radice sul proprio corpo durante l’atto sessuale sempre per favorire la fecondità.

Le proprietà della mandragora hanno interessato la letteratura e la cinematografia nazionale ed internazionale.

Ne “La Mandragola”, commedia in cinque atti scritta nel 1518 da Niccolò Machiavelli per le nozze di Lorenzo dé Medici e Margherita de La Tour d’Auvergne, viene narrata una vicenda divertente e irriverente che all’epoca ebbe un grande successo. La storia si svolge a Firenze nel 1504. Il giovane e ricco Callimaco torna da Parigi a Firenze, attirato dalla fama della bellezza di Lucrezia, moglie fedele di un marito vecchio, borioso e stolto, Messer Nicia. Nicia crede che la moglie sia sterile e per rimediare a questo problema interpella un medico che lo convince a far bere a Lucrezia una pozione di mandragora; lei rimarrà incinta ma l’uomo che giacerà con lei morirà. Ovviamente Nicia non ha nessuna intenzione di perire d’amore e quindi decide di rapire uno sconosciuto per le vie di Firenze e metterlo nel letto di Lucrezia.

Con l’aiuto di un frate corrotto, Nicia convince la moglie a sacrificare la sua purezza in nome di una buona causa, e lasciarsi amare da questo sconosciuto: così il complotto viene messo in atto. In realtà nel letto di Lucrezia entrerà Callimaco che dopo una notte focosa rivelerà l’inganno architettato ai danni del marito e il suo amore per lei.

La burla ha un lieto fine e Lucrezia si innamora di Callimaco “Poiché la tua astuzia, la stupidità di mio marito, l’ingenuità di mia madre e la malizia del mio confessore mi hanno condotta a fare quello che mai avrei per me fatto, voglio credere che tutto questo derivi dalla volontà celeste, per cui io non ho il potere di rifiutare quello che il Cielo ha voluto”. Con la presunta benedizione divina e la felicità del marito cornuto Lucrezia e Callimaco diventano stabilmente amanti.

La commedia ha visto anche una versione cinematografica realizzata nel 1965 da Alberto Lattuada, con Totó e Rosanna Schiaffino.

Numerose le citazioni anche nella letteratura internazionale. Si ricordano quelle nelle opere di William Shakespeare:

  • “Dammi da bere della mandragora, perché io possa dormire durante il lungo tempo in cui il mio Antonio non ci sarà” – Antonio e Cleopatra, a. I, sc. V
  • “Abbiamo mangiato la radice malefica che incatena la mente?” – Macbeth, a. I, sc. III
  • “Né papavero né mandragora né tutti i sonniferi del mondo potranno mai renderti il dolce sonno che ieri godevi” – Otello, a. III, sc. III
  • “E quella grida che paiono di mandragora divelle dalla terra e che farebbero impazzire i vivi” – Romeo e Giulietta, a. IV, sc. III

Guillermo del Toro nel “Labirinto del Fauno” del 2006, ripropone la mandragora come valido aiutante nelle gravidanze difficili: la piccola Ofelia infatti ne dispone una sotto il letto della madre, che porta avanti una gravidanza difficile, mettendola in una ciotola con del latte e nutrendola ogni giorno col suo sangue. “Al posto delle radici, dalla terra venne fuori un minuscolo neonato coperto di fango e terribilmente brutto. Le foglie gli spuntavano direttamente dalla testa. Aveva la pelle verdastra tutta chiazze ed era chiaro che stava urlando con quanta forza aveva nei polmoni.”

La pianta compare anche nel nome di due personaggi dell’anime e manga “I Cavalieri dello zodiaco”.

In “Harry Potter e la camera dei segreti” la mandragora è protagonista della lezione di Erbologia nella serra numero 3 -; lì la professoressa Pomona Sprout la coltiva e la fa studiare ai suoi alunni (la radice viene inoltre usata per guarire le pietrificazioni). L’episodio è incentrato sulla leggenda più conosciuta riguardante la mandragora: l’estirpazione della pianta. Questa ha costituito sempre un grande problema, non solo per i timori che l’operazione comportava date le maledizioni implicite per chi malauguratamente si accingeva all’opera o solo ci provava. Secondo la leggenda, quando un condannato a morte innocente stava per morire egli emetteva il suo seme, o la sua urina, che, cadendo al suolo, dava origine alla mandragora che però portava con sé l’innocenza strappata ai condannati al momento della morte; ragion per cui si riteneva pericolosissimo raccoglierla: le sue urla avrebbero potuto condurre alla paralisi o alla follia (se raccolta da neonata), o addirittura alla morte (se raccolta da adulta). Cogliere la mandragora allora non era quindi da tutti. I soli veri infallibili esperti erano in pratica i maghi e le streghe in quanto non soltanto l’andavano a cogliere di notte nei cimiteri (specie di campagna), ai margini dei patiboli o ai piedi degli impiccati, ma conoscevano anche tanti altri segreti per non farla soffrire e per non subire i suoi influssi negativi: guai, per esempio, mettersi “controvento” e aspirare i suoi effluvi mortali, o non cantare nel frattempo strofette (magari a sfondo erotico).

La mandragora è infine presente nelle novelle di Boccaccio e di Sacchetti, è citata nel Faust di Goethe, e in autori del XIX secolo quali Hoffmann e Nadier;  è possibile trovarla in vari titoli della famosa serie videoludica Castlevania, tra cui: Castlevania: Legacy of Darkness, Castlevania: Circle of the Moon, Castlevania: Aria of Sorrow, Castlevania: Dawn of Sorrow, Castlevania: Portrait of Ruin, Castlevania: Order of Ecclesia e Castlevania: Lords of Shadow. Viene inoltre descritta in Haunting Ground per le sue proprietà rivitalizzanti. Nei videogiochi Pokémon, Oddish è ispirato a questa pianta. Nel romanzo di Luigi Santucci Il mandragolo il protagonista Demo (un essere deforme, ma dotato di straordinari poteri medianici) viene paragonato alla pianta magica.

Nel film prodotto da Iginio Straffi Winx Club Il segreto del regno perduto uno dei personaggi, ostili alle fate, si chiama Mandragola. La Bibbia stessa riporta la pianta come profumata e simbolo d’amore. Nella famosa serie anime Saint Seiya The Lost Canvas Tenma di Pegaso combatte contro uno Spectre che sfrutta l’urlo della mandragola attraverso la sua armatura. Inoltre è presente nella serie videoludica Don’t Starve prodotta da Klei Entertainment. Infine, è citata anche in Antonio e Cleopatra e nel film Shakespeare in Love.

Come sradicare la pianta

Sradicare la pianta senza incorrere in malefìci non è mai stato semplice; molti gli espedienti ed i rituali attuati.

Gli antichi romani credevano che dentro la radice ci fosse un demone nascosto, che, se sollecitato, avrebbe ucciso l’incauto raccoglitore; si suggeriva quindi di disegnare 3 cerchi intorno la radice con un ramo di salice, e dopo aver fatto urinare una fanciulla sul terreno, di farla raccogliere da una vergine, guardando ad ovest.

Se invece si voleva evitare che fossero mani umane a toccarla, Teofrasto di Lesbo (312-287 a. C.) – Historia Plantarum, IX, 8 – , e Plinio il vecchio (23-79 d.C.) suggerivano un metodo diverso: dopo aver coperte le orecchie per evitare la pazzia, e aver versato del sangue di mestruo o dell’urina di una fanciulla sul terreno, si legava al collo della radice una corda, legata dall’altro capo al collo di un cane nero, che correndo l’avrebbe dissotterrata; allora il cane, sentendo le urla della radice, sarebbe morto, e sarebbe stato possibile toccare la pianta.

La pianta andava sempre uccisa prima dei 7 anni di vita, altrimenti si rischiava che dopo averla raccolta essa prendesse sembianze umane; dopo l’estirpazione la pianta andava purificata in un bagno di vino rosso, e poi conservata e alimentata con sangue e sperma; per aumentare le proprie ricchezze le si doveva mettere accanto una moneta d’oro.

Una variante del rituale, usata durante il Medioevo, prevedeva di recarsi sul posto il venerdì al crepuscolo, con un cane nero affamato. Dopo essersi tappate le orecchie, si facevano tre segni di croce sulla pianta, si scavava attorno e si poneva attorno alla radice una corda, poi annodata al collo o coda del cane. Poco lontano si poneva del cibo per l’animale, il quale strattonando staccava la radice che emetteva un grido. In questo modo, il cane moriva al posto dell’uomo.

Secondo altri, quando la radice era pronta per essere estirpata, bisognava scavare intorno alla pianta con attrezzi assolutamente non in metallo, fare tre cerchi attorno sempre alla pianta con un ramo di salice, poi legare una corda alla pianta da una parte e al collare di un cane di colore nero affamato dall’altra; al cane si tirava un pezzo di pane o cibo lontano in modo che per prenderlo strappasse la radice dal terreno; così la maledizione dell’urlo della mandragora ricadeva sul cane; nel frattempo la persona che la stava cercando di prendere doveva suonare qualche strumento in modo da non sentire le urla della piccola mandragora e diventare così folle.

In Moldavia la mandragora veniva raccolta ad aprile e maggio; l’operatrice doveva essersi astenuta da pratiche sessuali ed essere vestita con un abito pulito e decoroso; s’inoltrava da sola nel bosco, senza esser veduta da nessuno e quando scopriva la pianta la sradicava ponendo al suo posto un po’ di pane o un miscuglio di mais, miele e zucchero.

Nella zona dei monti Apuseni[1] la mandragora viene raccolta solo il martedì, all’alba, da due donne, a digiuno: quando trovano la pianta devono seguire un particolare rituale che consiste nello spogliarsi, nel recitare formule magiche, nello svellere la pianta con una vanga e nel mettere al suo posto pane, sale e qualche moneta.

Il “prezzo della mandragora“, come la chiama Eliade[2], è per tutti i Rumeni la condizione necessaria alla sua raccolta. Inoltre a seconda della sua funzione c’è anche il modo di raccoglierla per fare del male…: infatti, a causa della sua potenzialità la pianta può essere raccolta a fine di bene e a fin di male: in questo caso le operatrici s’avviano alla ricerca della pianta sporche, mal vestite, e quando la trovano la insultano, la ingiuriano e la percuotono utilizzando una vanga ed un bastone, e alla fine recitano il seguente scongiuro: “Eu te mu, Pe ce te iau? Pe urit flu pe placut Nici pe vazut. Cine te-o-lua Sau te-o-bea, numai cu dosu te-o-vedea Cu fata ba”. Che tradotto significa “io ti prenderò, ma perché ti prenderò? Perché tu possa portare odio e non piacere, soltanto per farti vedere. Chi ti prenderà, chi ti berrà, soltanto di schiena ti vedrà, mai in viso”.

[1] Catena montuosa in Transilvania, Romania, che appartiene ai Carpazi Occidentali

[2] Mircea Eliade (Bucarest, 13 marzo 1907 – Chicago, 22 aprile 1986) è stato uno storico delle religioni, antropologo, scrittore, filosofo, orientalista, mitografo, saggista, esoterista e accademico rumeno. Uomo di grande cultura, assiduo viaggiatore, parlava e scriveva correntemente otto lingue: rumeno, francese, tedesco, italiano, inglese, ebraico, persiano e sanscrito).

Potere antalgico, sedativo, narcotico della mandragora

Tra le virtù della mandragora, non si può non citare il suo potere antalgico, sedativo, narcotico. Dioscoride, gran medico negli eserciti imperiali di Nerone, nella sua celebre De Materia Medica da una parte sconfessa le pretese virtù di … fecondativo ad azione preselettiva della mandragora, dall’altra ne riconosce la capacità che la sua scorza macerata nel vino aveva nel lenire il dolore nei pazienti che venivano sottoposti a incisioni o cauterizzazioni. In effetti

il vino alla mandragora veniva somministrato ai condannati al rogo o alle più diverse torture per alleviare la sofferenza. Sembrerebbe che l’effetto narcotico sia stato sfruttato in Palestina per indurre una specie di trance narcotica nei condannati alla crocifissione e probabilmente la spugna che fu data a Cristo sulla croce era imbevuta di vino alla mandragora.

L’uso del vino alla mandragora come anestetico in medicina è sopravvissuto in Europa fino all’inizio del XVIII secolo, sotto forma di una spugna bollita in una miscela di vino, corteccia di radice di mandragora, semi di una specie di lattuga con effetti soporiferi e foglie di gelso. Tali spugne erano molto utilizzate dai medici della Scuola Medica di Salerno.

Sempre come analgesico, a Roma lo stesso preparato (importato dall’Egitto) era anche in uso (come anche la coda essiccata di vipera) contro il mal di denti. Gli erbari medioevali attribuivano poteri prodigiosi a tutte le parti di questa pianta, non di rado tuttavia vicini alla realtà, quali ad esempio la proprietà di indurre anestesia. E verso la fine del XIII secolo Arnaldo da Villanova, tra i rappresentanti più eminenti della famosa Scuola Medica di Montpellier, nella sua Opera omnia improntata alle dottrine della Medicina araba (allora all’avanguardia) riporta una “ricetta anestetica” consistente nell’applicare sul naso e sulla fronte del paziente un panno imbibito di un miscuglio acquoso di oppio, mandragora e giusquìamo in parti eguali, che consentiva di far “cadere il paziente in un sonno così profondo da poterlo operare senza che sentisse dolore e potergli quindi fare qualsiasi cosa”.

Circa l’origine della mandragora dallo sperma o dall’urina di un impiccato condannato ingiustamente

Altra credenza diffusa nel Medioevo, soprattutto nei paesi germanici, ma anche in Francia e in Islanda, riguarda l’origine della mandragora dallo sperma o dall’urina caduta al suolo al momento della morte di un impiccato condannato ingiustamente. Il tema della nascita delle piante dallo sperma di un dio o di un essere umano dai poteri eccezionali lo si ritrova specialmente in Oriente. Ricordiamo al proposito la leggenda di Caiumarath. In essa, Adamo, escluso dal Paradiso Terrestre e separato da Eva, sognò di abbracciare quest’ultima. Il suo sperma cadde a terra e da lì crebbe una pianta che prese forma umana e divenne Caiumarath. Caiumarath è stato identificato anche con Adamo e inoltre rappresenterebbe Gayômart, il primo uomo della tradizione iranica. Quando Gayômart morì, il suo sperma cadde in terra e vi rimase per 40 anni, dopodiché da esso nacquero due piante che assunsero una forma umana di maschio e femmina.

La nascita dallo sperma potrebbe rimandare al tema mitico primordiale della ierogamia del dio del Cielo con la Madre Terra, in cui lo sperma assume natura divina, essendo il veicolo dello spirito creatore.

In generale, la morte violenta richiama il motivo mitico della creazione mediante il sacrificio. Attraverso il sacrificio, la nuova vita che ne scaturisce si manifesta in forma superiore e il sacrificato avrebbe ben potuto essere il protagonista di un mito originario.

Trattando delle virtù terapeutiche della mandragora, Ildegarda di Bingen, nella Physica, la definisce “un pezzo di terra che non ha mai peccato”. Secondo alcune interpretazioni di questa definizione, la guarigione avviene tramite una regressione simbolica e rituale alle origini, ai tempi di Adamo nel Paradiso Terreste. Chi ha bisogno di cure ritorna simbolicamente al tempo mitico, al momento della creazione dell’uomo e del mondo. In questo modo, si rinasce nuovamente e si è liberi dalla malattia.

Nel Rinascimento però molte delle tante virtù medicinali ascritte alla mandragora furono contestate, talvolta derise, anche se le farmacie erano stracolme dei preparati più diversi a base della pianta. Poiché comunque la gente continuava a credere che bastasse possedere un po’ di mandragora, anche senza utilizzarla, per assicurarsi la felicità, la salute e la ricchezza, la richiesta era molto alta. E laddove per le condizioni climatiche e del terreno di mandragora DOC non ne cresceva, abilissimi sofisticatori provvedevano a soddisfare le crescenti e lucrose richieste trasformando in “autentiche” piante che le assomigliavano solo vagamente.

La mandragora andava trattata come un vero e proprio essere vivente, avvolta in un panno rosso e posta in una scatola, custodita in un luogo sicuro fuori dalla vista dei curiosi e nutrita periodicamente. Alla morte del possessore, andava in eredità all’ultimogenito dei figli, che deponeva nella bara pane e una moneta d’oro. Si teneva in casa come amuleto per garantire una protezione magica, per divinare, per favorire la fortuna e la procreazione. Usanza comune era di intagliare la radice in forma di essere umano, dando origine alle cosiddette imaguncula alrunica, da Alraune, nome tedesco della mandragora. La stessa Giovanna D’Arco fu accusata di possedere, come talismano magico, una mandragora in forma umana.

In Francia, la mandragora era nota come main de gloire, “mano di gloria”, o mandragloire, forse dall’unione delle parole mandragora e Magloire, quest’ultimo nome di un elfo del folklore francese, personificato come una radice di mandragora lavorata.

In Britannia, una leggenda narra di uno spirito notturno che compare con le dita della mano fiammeggianti. D’altra parte, “mano di gloria” è anche il nome dato alla mano amputata di un uomo morto e usata come torcia magica per commettere furti di notte. Si tratta di un tema popolare del folklore europeo, comparendo in trattati, manuali di stregoneria, resoconti di processi alle streghe e credenze popolari. Per esempio, nel Libro dei segreti di Alberto Magno, l’autore spiega come preparare una mano di gloria. Lo scopo della mano di gloria è “[…] meravigliare coloro ai quali è mostrata e renderli immobili, come fossero morti”.

Questa mano, tagliata a un morto e seccata, era usata come portacandela per pratiche occulte. Si dice che la mano brilli di notte, proprio come la mandragora, come la pianta si trova sotto le forche e ha un effetto soporifico simile. Ad Antiochia, Costantinopoli e Damasco, sono state ritrovate radici di mandragora modellate in forma umana. Questo sembra dimostrare che non solo l’uso della pianta è antico, ma che lo è anche il desiderio di accrescerne il potere magico, modificandone la forma.

Ancora nell’età moderna, in Armenia, si usa bruciare le radici di mandragora per scacciare gli spiriti maligni dalle case e inalarne il fumo è considerato una cura per la pazzia. Una specie di mandragora è usata, poi, in riti magici nel Sikkim, in Himalaya.

Superfluo dire che le leggende legate alle proprietà magiche della mandragora sono ormai sfatate. La moderna Scienza ne ha riconosciuto i reali effetti sul corpo umano nel suo contenuto in principi chimici attivi come la scopolamina, l’atropina e la josciamina, le cui proprietà vengono oggi utilizzate dalla farmacologia ufficiale in dosi ben determinate e non arbitrarie come un tempo. Tuttavia, nei secoli, nella medicina popolare la mandragora ha continuato ad avere avuto gli impieghi più diversi e fantasiosi: oltre che contro l’epilessia e la depressione, ad esempio, anche contro l’insonnia (commista a rosso d’uovo e latte di donna) e contro l’incontinenza urinaria, nonché (in piccole dosi) come anestetico e antiveleno.

La tintura ottenuta dalla radice della pianta, infatti, veniva utilizzata come rimedio contro le coliche, le ulcere gastriche e l’asma, così come veniva impiegata per il trattamento della febbre da fieno e addirittura della pertosse.

Tuttavia, nonostante le attuali convalidate conoscenze scientifiche circa la reale natura chimica e gli effetti farmacologici dei suoi princìpi attivi, nella fantasia popolare la mandragora ha mantenuto pressoché immutato l’antico fascino. All’Orto Botanico di Berlino si è addirittura rinunciato a coltivarla: le Autorità comunali preferiscono mantenere vuoto lo spazio riservato alla sua coltivazione piuttosto che vederlo continuamente espoliato dai continui furti.

E – assicurano gli esperti – esiste tuttora un fiorentissimo commercio di “preparati” di mandragora, contenenti frammenti delle sue radici (ma talora sono di rapa), variamente commisti a grani di papavero o di giusquìamo, a polvere di mirra o di ferro calamitato, e (nelle confezioni più ambìte e costose) a sangue di pipistrello.

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