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Le sostanze dolcificanti – una sicurezza relativa

Le sostanze dolcificanti o edulcoranti sono “sostanze utilizzate per conferire sapore dolce ai cibi e alle bevande o per la loro edulcorazione estemporanea”; fanno parte del lungo elenco degli additivi alimentari per cui sono sottoposti a procedure di valutazione prima dell’autorizzazione all’uso commerciale. In Europa l’EFSA (European Food Safety Authority) e negli Stati Uniti la FDA (Food and Drug Administration) stabiliscono le dosi giornaliere accettabili ed esaminano gli eventuali problemi di sicurezza. Come qualsiasi altro ingrediente alimentare, la presenza di un dolcificante a basso contenuto calorico in un alimento o bevanda è indicata sull’etichetta del cibo (“con dolcificante”) e anche nell’elenco degli ingredienti (nome/numero “E”). Il riferimento “E” per ogni additivo si riferisce all’Europa e indica che l’additivo alimentare è sicuro e approvato in alimenti e bevande in Europa.

Nel processo di approvazione, l’EFSA stabilisce anche per ogni dolcificante ipocalorico un’assunzione giornaliera accettabile (DGA). La DGA è una indicazione di quantità che rappresenta la quantità di dolcificante a basso contenuto calorico che può essere consumata in modo sicuro su una base quotidiana durante la vita di una persona problemi di salute.

Gli edulcoranti, sono presenti in una vasta gamma di prodotti tra cui bevande analcoliche, dolcificate o soft drink, snack, caramelle, prodotti caseari come yogurt e gelati, dolci, gomme da masticare, condimenti, salse e mostarde e molti altri prodotti tra cui i masticabili multivitaminici, collutori e sciroppi per la tosse.

Le sostanze dolcificanti usate nell’industria alimentare sono alcune decine e possono essere divise in:

  • dolcificanti naturali: presenti soprattutto nella frutta e nella verdura. A livello industriale si utilizza soprattutto il mais: si estrae l’amido e per idrogenazione e inversione si ottengono le sostanze desiderate dal potere dolcificante. Il loro potere edulcorante è, in genere, solo leggermente più basso rispetto allo zucchero da tavola (saccarosio) e contengono poco più della metà delle sue calorie. I più comuni nella nostra alimentazione sono quelli che finiscono in “olo” (sorbitolo, mannitolo, xilitolo…). Questi dolcificanti danno consistenza ai cibi e hanno un effetto rinfrescante che spiega anche il loro diffuso impiego nelle gomme da masticare, nella confetteria e nelle caramelle. Tra questi edulcoranti, si differenzia lo xilitolo per il fatto di non provocare carie. Tutti, se consumati in grande quantità, possono causare flatulenza, mal di pancia e dissenteria.

Non è fissata una dose giornaliera raccomandata ma viene comunque dato un valore di riferimento pari a 20 grammi al giorno per gli adulti e 10 grammi per i bambini per non incorrere in effetti indesiderati.

  • dolcificanti artificiali: si tratta di sostanze di sintesi, cioè che nascono in laboratorio, dal potere dolcificante molto elevato (da 30 a 500 volte quello dello zucchero comune), dall’assenza di valore calorico (in pratica non hanno calorie, principale motivo per cui vengono usati) e da una dose giornaliera massima che varia a seconda dei dolcificanti e che si calcola in base al peso corporeo.

Dolcificanti intensivi sono: aspartame, acesulfame K, saccarina, taumatina, neosperidina DC, ciclammati e sucralosio (il più recente). Negli Stati Uniti l’uso dei ciclammati è proibito, dopo che sono emersi studi sugli animali che ne mettono in dubbio la completa innocuità. In Europa, il loro uso è stato autorizzato, ma sono state riviste al ribasso le dosi massime consentite.

Ad eccezione dell’aspartame, i dolcificanti intensivi possono avere un retrogusto sgradevole: ad esempio, la saccarina è amara. L’aspartame può dare raramente effetti indesiderati in persone particolarmente sensibili: mal di testa, nausea, vomito, dolori addominali. Inoltre, poiché è una fonte di fenilalanina non può essere assunto da chi è affetto da fenilchetonuria (avviso che è obbligatorio in etichetta). Questo dolcificante, inoltre, non deve essere usato per cibi da cuocere, perché il calore fa svanire l’effetto dolcificante.

La dose giornaliera massima consentita varia a seconda del dolcificante ed è calcolata in base al peso.

I dolcificanti vengono spesso utilizzati perché hanno poche o zero calorie, pertanto aiutano a mantenere il peso forma o sono coadiuvanti nelle diete dimagranti. In effetti, nella maggior parte dei casi, con le dovute eccezioni, questi prodotti non hanno alcun potere nutritivo, non apportano energia, e tuttavia possono produrre un certo impatto sul metabolismo e sulla produzione di insulina. Il loro consumo è sconsigliato da molte istituzioni scientifiche nei bambini sotto i tre anni, nelle donne in gravidanza e in allattamento.

Ogni dolcificante a basso contenuto calorico ha il proprio profilo di gusto, caratteristiche e benefici unici; vanno sempre rispettati i dosaggi consigliati. quanto sempre considerato.

Usare i dolcificanti – intesi come sostituti dello zucchero bianco – può essere una buona strategia soprattutto quando si abbia la necessità di dimagrire o di controllare i propri livelli glicemici. Naturalmente il beneficio in questo caso lo si ottiene preferendo – ma senza superare le dosi indicate – i dolcificanti sintetici e se si segue una dieta opportuna.

Tuttavia esistono sempre possibili rischi dall’uso degli edulcoranti perché, sebbene privi di calorie, possono avere effetti sul metabolismo e sulla produzione di insulina. Due recenti studi inducono infatti a riflettere.

Nel primo[1], che ha preso in considerazione il rapporto tra assunzione di dolcificanti in gravidanza (in particolare stevia e aspartame) e la tendenza all’obesità dei figli in modelli animali, ha dimostrato che nella prole degli animali che hanno consumato dolcificanti artificiali si è determinata una disbiosi intestinale che favorisce l’aumento di peso. Le madri non avevano risentito dell’assunzione di stevia e aspartame, ma i figli avevano mostrato una precoce tendenza all’obesità e all’accumulo di grasso nel fegato. Studiando la flora batterica intestinale dei figli, i ricercatori hanno poi visto che risultava profondamente diversa da quella degli animali di controllo, con una prevalenza di batteri noti per predisporre all’aumento di peso. Questa disbiosi (cioè alterazione del microbiota) è indicativa di una maggiore difficoltà digestiva soprattutto dei carboidrati (principalmente del lattosio), correlata all’aumento di peso.

Nel secondo studio[2], i ricercatori hanno invece dimostrato che esiste una comunicazione molto rapida, dell’ordine di millisecondi, tra il cervello e alcune cellule specializzate della prima parete dell’intestino, chiamate neuropodi, capaci di distinguere il tipo di sostanza dolce in arrivo anche solo dalle prime tracce e di reagire in modo differente. Infatti, se arriva un dolcificante sintetico (per esempio l’acesulfame, il sucralosio e la saccarina) le cellule secernono il neurotrasmettitore Atp, mentre se arriva uno zucchero naturale come il saccarosio, il glucosio, il lattosio, il fruttosio, il galattosio o un analogo, come la maltodestrina, rilasciano glutammato. I due tipi di sostanze attivano circuiti metabolici molto diversi e ciò spiegherebbe anche gli effetti contraddittori dei dolcificanti sul senso di sazietà. Inoltre potrebbe aiutare a progettare terapie antiobesità che partano proprio dall’interferenza con questo tipo di metabolismo.

Questi risultati confermano i risultati di altri studi che hanno  gli effetti metabolici dei dolcificanti sintetic, capaci in animali da laboratorio di provocare aumenti di peso e variazioni di composizione corporea.

E’ stato pure dimostrato che bevande “light” e dolcificanti artificiali influenzano l’omeostasi glicemica incrementando i livelli di incretine quando  assunti dopo carico glucidico. Questo dato, che si traduce in un’alterata risposta agli zuccheri, potrebbe avere conseguenze importanti sia per i diabetici che per i soggetti sani che seguono un regime ipocalorico dimagrante.

Allegato – Elenco e principali caratteristiche delle sostanze dolcificanti

  • Acesulfame K (ACE-K)

edulcorante artificiale chiamato anche acesulfame potassico (E950), DGA[3] 9 (< max 15), ha contenuto calorico nullo poiché non viene metabolizzato dall’organismo; viene escreto con le urine; è’ resistente al calore, il che lo rende particolarmente adatto per conserve e marmellate, prodotti di pasticceria, o a lunga conservazione, oltre che nelle bibite gassate. Ha un potere dolcificante da 130 a 200 volte maggiore di quello del saccarosio, uguale a quello dell’aspartame e pari a metà di quello della saccarina. Allo stesso modo della saccarina però ha un retrogusto amaro.

  • Advantame                                            

edulcorante artificiale, si presenta come una polvere bianca solubile in acqua, e può essere trasformata in pasticche per addolcire, per esempio, té e caffè, ma anche ogni forma di alimento che necessita di un dolcificante. Stabile alle alte temperature ha un elevato potere dolcificante (37.000 volte superiore rispetto a quello del saccarosio). Contiene tuttavia fenilalanina, un aminoacido considerato pericoloso per i malati di fenilchetonuria. La dose massima consigliata per tutti è di 5 mg/kg di peso, in base al principio di precauzione che prevede di stabilire una dose di cento volte inferiore rispetto a quella che ha destato qualche preoccupazione (in questo caso sui conigli in gravidanza). La dose stabilita, comunque, è ben al di sotto di quella raggiunta con un consumo medio di dolci.

  • Alitame                                             

è un dolcificante semisintetico costituito da una molecola di acido L-aspartico e da una di D-alanina; offre il vantaggio di una grande stabilità chimica. Ha un potere dolcificante pari a 2.000 volte quello del saccarosio e 10 volte quello dell’aspartame. A differenza di quest’ultimo, l’alitame può essere assunto da individui affetti da fenilchetonuria, non contenendo l’amminoacido fenilalanina.

  • Aspartame

è un dolcificante ed esaltatore di sapidità artificiale, forse il più noto e diffuso tra i dolcificanti artificiali (E951). È composto da due amminoacidi, l’acido aspartico e la fenilalanina, e l’estremità carbossilica della fenilalanina è esterificata con il metanolo. Studi in animali da laboratorio hanno evidenziato la comparsa di tumori a seguito dell’assunzione orale di questo dolcificante, ma nessuno studio ha dimostrato un rapporto causa-effetto tra questi fenomeni, né ha potuto definire il meccanismo d’azione della sua presunta tossicità. Pur avendo la stessa quantità di calorie del saccarosio il suo potere dolcificante è circa 200 volte maggiore, motivo per cui ne sono necessarie piccole quantità per dolcificare cibi e bevande.  Come il ciclammato e la saccarina, è utile a chi soffre di diabete o vuole ridurre l’apporto di calorie nella dieta. Controindicato nelle persone che soffrono di fenilchetonuria, intensifica il sapore di frutta come il limone e l’arancia. Lo si trova in moltissimi prodotti, anche nei meno sospettati. Spesso presente nelle bevande ipocaloriche oppure in polveri istantanee, come caffè, tè, frullati a base di latte o frutta. E’ sconsigliato in gravidanza, allattamento e nei bambini piccoli.

Una dose efficace è di circa 20 mg per un adulto. La dose giornaliera ammissibile è stata fissata in 40 mg/kg di peso corporeo, che per una persona adulta di 70 kg di peso equivarrebbe all’assunzione 4-5 litri di bibita gassata, 300-350 gomme da masticare o circa 140 compresse dolcificanti.

  • Brazzeina

Si tratta di una proteina prodotta dal Kluyveromyces lactis. È da 500 a 2000 volte più dolce dello zucchero rispetto al peso e scarsamente termolabile.

  • Ciclamato e suoi sali

I ciclamati (E 952) sono molecole poco dolci (30 volte più dello zucchero) ma sono interessanti come dolcificanti grazie all’assenza di retrogusto. Metabolizzati dal fegato ed escreti con le urine, si trovano in bevande analcoliche, in confetti e gomme da masticare.

  • Destrosio

E’ uno zucchero semplice, ed ha la stessa struttura del glucosio presente nell’organismo; viene ricavato dall’amido di mais.

  • Eritritolo

L’eritritolo viene anche chiamato E 968 ed è prodotto tramite fermentazione; è termicamente stabile, inodore, non lega quasi nessun liquido, quindi non forma grumoli e non fornisce un terreno fertile per i funghi, non favorisce la carie (per cui l’additivo è spesso utilizzato nelle gomme da masticare e nelle caramelle senza zucchero).

Nella sua forma naturale, è presente in piccole quantità nei meloni maturi, nelle pere o nell’uva, ma anche nel vino o nel formaggio e nei pistacchi.

Il potere dolcificante dell’eritritolo è di circa il 60-70% rispetto allo zucchero convenzionale. Tuttavia, l’alcool zuccherino fornisce a malapena energia (con circa 20 kCal/100g, venti volte meno del saccarosio) e non influisce sui livelli di insulina. Ciò significa che, quando è assorbito dal corpo, non viene rilasciata insulina nel sangue. L’eritritolo può quindi essere utilizzato nella dieta dei diabetici o dei gruppi a rischio.

L’eritritolo, sciolto in acqua, lascia sulla lingua un sapore rinfrescante. Questa proprietà è ideale per bevande estive a ridotto contenuto calorico. Si addice anche molto bene alla preparazione di prodotti da forno e dolci. In combinazione con alimenti ricchi di proteine come il quark o lo yogurt, si ottiene un effetto saziante che dura a lungo. Se si usa l’eritritolo per la dolcificazione e si vuole ottenere la solita dolcezza dello zucchero bianco, la quantità deve essere aumentata di circa un quarto. Tuttavia, l’uso dell’eritritolo può anche essere un’occasione per abituarsi gradualmente a un gusto meno dolce.

Come altri alcol zuccherini, l’eritritolo è classificato come innocuo per la salute. Il nostro corpo assorbe il 90% del sostituto dello zucchero attraverso l’intestino tenue e lo espelle inalterato attraverso i reni. Questo riduce notevolmente la flatulenza che è più comune con gli altri alcol zuccherini. Questo perché la flatulenza è principalmente causata dalla fermentazione batterica dei dolcificanti nell’intestino crasso. Le persone con intestino sensibile, intolleranza al fruttosio o all’istamina dovrebbero, per sicurezza, evitare i sostituti dello zucchero. Sebbene l’eritritolo sia un additivo alimentare classificato come sicuro, non esistono attualmente studi a lungo termine sui suoi effetti.

  • Fillodulcina

E’ presente nella pianta giapponese Hydrangela macrophylla. La sostanza è scarsamente solubile in acqua; non è utilizzata come dolcificante

  • Fruttosio

contenuto normalmente nella frutta, presenta basso potere cariogeno, fornisce 4 kcal/g. Sebbene il fruttosio per il suo metabolismo sia indipendente dall’insulina, quando si supera la quantità di 40 g/die anche questo zucchero viene trasformato in glucosio. Per questo motivo le persone diabetiche non devono oltrepassare questo limite.

  • Glicirrizina

E’ il principio dolcificante della liquirizia (Glycyrrhiza glabra). Attualmente non è prevista dalle norme vigenti. Il potere dolcificante varia a seconda dell’alimento in cui viene aggiunta. Il suo impiego sottoforma di estratto di liquirizia è sconsigliato sia a causa del forte gusto di liquirizia, sia per gli effetti collaterali anche gravi che tale estratto comporta su alcuni soggetti; il gusto dolce viene percepito più tardi ma rimane più a lungo in bocca. Può causare ipertensione ed edemi se consumata in grandi quantità.

  • Glicosidi Steviolici

E’ un lievito derivato dall’enzima che catalizza l’idrolisi di saccarosio in glucosio e fruttosio (E960). E’ anche chiamato beta-fruttofuranosidasie. E’ utilizzato nella produzione di pasticceria e per migliorare la durata di conservazione dei dolci, aumentare la dolcezza, migliorare il sapore e il colore, ed evitare la cristallizzazione. Questo enzima può essere utilizzato anche in alcuni particolari prodotti di succhi di frutta per diminuire i livelli di saccarosio. Non risulta tossico.

  • Isomalto

Ricavato dal puro zucchero di bietola (E953), non è cariogeno ed è adatto a chi ha problemi di diabete.

  • Lactitolo

Il lactitolo è un poliolo (o alcool zuccherino) che ha 0,4 volte il potere dolcificante di zucchero. Non si trova in natura, ma è ottenuto dal lattosio. Ha un sapore dolce senza sapore sgradevole e viene utilizzato in numerosi alimenti, incluso in gomma da masticare. Quando si utilizza una media di più di 15-20 grammi al giorno, il lattitolo può avere un effetto lassativo.

  • Luo han guo

Estratto del frutto di Siraitia grosvenorii, rampicante erbaceo perenne originario del Sud est asiatico.

  • Mabinlin I e II

Dolcificanti proteici presenti in un’erba medicinale cinese (Capparis masaikai Levl.)

  • Maltitolo

Noto come E965, è un polialcol derivato dal maltosio per idrogenazione, ha il 75% della dolcezza e circa metà calorie (2,1 per grammo) del saccarosio.  Lo sciroppo di maltitolo ha invece circa 3 cal/g, ed un maggior indice glicemico. Ha proprietà lassative, come tutti gli alcoli degli zuccheri, per il lento assorbimento. Crea effetti gastrici se si eccede nelle quantità raccomandate. Resta non adatto per chi soffre di diabete.

  • Mannitolo (E421)

Polialcol con potere calorico inferiore del 60% rispetto allo zucchero; acariogeno, utile per diabetici, può avere effetti lassativi. Dal punto di vista alimentare appartiene alla categoria degli stabilizzanti, addensanti, gelificanti ed emulsionanti ma maggiormente come dolcificante. E’ impiegato nel settore farmaceutico perché ha proprietà diuretiche (appartiene alla classe dei diuretici osmotici). Ha un potere calorico superiore alla metà di quello del saccarosio. Non è pericoloso per la salute.

  • Miele

Per l’abbondante presenza di fruttosio, il miele ha un potere dolcificante leggermente superiore allo zucchero raffinato; è comunque sconsigliato ai diabetici, che lo devono consumare con moderazione.

  • Miracolina

E’ una glicoproteina presente nelle bacche rosse di una pianta tropicale, la Synsepalum dulcificum, chiamata anche albero del miracolo. È poco stabile, perde il gusto dolce a pH inferiore a 2 o con il calore. Dovrebbe essere sicura visto che il frutto è consumato nelle zone di origine, e la quantità da utilizzare sarebbe minima, tuttavia non rientra nella lista degli additivi concessi.

  • Monellina

Presente nel Dioscoreophyllum cuminsii, un frutto dolce dell’Africa occidentale, la monellina viene ricavata con l’uso di enzimi pectolitici e proteolitici dalla bacca finemente macinata; può essere anche ottenuta per via sintetica, con l’ausilio dell’ingegneria genetica. La monellina perde il suo potere dolcificante in ambiente molto acido (sotto a pH 2) e sopra i 60 gradi di temperatura. Non è previsto il suo uso come additivo, dalle norme vigenti, anche se dal punto di vista sanitario non dovrebbe causare problemi visto che la bacca è comunemente consumata in Ghana e Nigeria.

  • Neoesperidina

Ottenuta dalla naringina, una delle componenti amare del pompelmo, è stata accettata dalla UE (codice E 959). Viene utilizzata in molti prodotti dietetici anche se ha un retrogusto di liquirizia e mentolo, che la rendono adatta solo per i chewing gum e alcune bevande.

  • Neotame (E961)

Sembra avere le caratteristiche per soppiantare gli edulcoranti finora utilizzati, in quanto ha un potere dolcificante molto alto (tra 7000 e 13000 volte il saccarosio) e una buona stabilità alle alte temperature.

  • Osladina polipodoside A

Ricavata dalla felce comune (Polypodium vulgare), è una molecola poco studiata dal punto di vista tossicologico e non ha un grande interesse commerciale perché è molto difficile da estrarre in quantità economicamente vantaggiosa.

  • Pentadina

Proteina isolata dal frutto di Pentadiplandra brazzeana, arbusto rampicante tropicale.

  • Perillartina

Da anni è consentita negli alimenti in Giappone, sembra sicura anche se manca ancora una tossicologia completa; è una molecola ricavata dall’olio della labiata Perilla arguta, dall’ombrellifera Sium latifolia, e dall’olio essenziale di mandarino.

  • Polioli (alcoli dello zucchero)

Dolcificanti meno calorici dello zucchero, che vengono usati per sostituire non solo l’effetto dolcificante dello zucchero, ma anche per proprietà funzionali come la sensazione che creano in bocca, il colore, la struttura e le proprietà di mantenimento dell’umidità.  Tra essi si annoverano sorbitolo, xilitolo, mannitolo, smaltitolo, isomaltolo. Spesso vengono utilizzati in combinazione con altri edulcoranti tra cui aspartame e acesulfame K. L’eritritolo è l’unico poliolo ipocalorico autorizzato in Europa.

  • Saccarina e suoi Sali

Ottenuta chimicamente a partire dal toluene, edulcorante sintetico, la saccarina (E 954) viene utilizzata come saccarina o sotto forma dei suoi sali di potassio, sodio e calcio.  La saccarina dolcifica 300-350 volte più dello zucchero ed è spesso utilizzata in associazione ad altri dolcificanti. Gli studi sulla tossicità della saccarina hanno dato risultati contrastanti. La DGA fissata nel 1984 era di 2,5 mg per kg di peso corporeo, che per un uomo di 70 kg significava poter sostituire con la saccarina una quantità di zucchero pari a poco più di 50 g, dunque non molto. Inizialmente si pensava che la saccarina potesse avere effetti cancerogeni (ca. vescica), oggi questi allarmi sono in parte rientrati anche perché tale dolcificante è in uso da almeno tre generazioni e non si sono riscontrati aumenti nei casi di tumore tra i soggetti che hanno fatto uso di saccarina abitualmente. Non è metabolizzata e viene espulsa immodificata dall’urina; non è cariogena (non causa carie); è vietata dall’OMS in gravidanza e nell’infanzia; è sconsigliato ai diabetici.

  • Saccarosio

È un dolcificante introdotto nel 2003 con il codice E 962, viene preparato riscaldando una soluzione a pH acido di aspartame e acesulfame K in rapporto 2:1, il sale che successivamente precipita si presenta come una polvere bianca, contenente dal 61 al 66% di aspartame e dal 14 al 17% di acesulfame. Viene utilizzato in moltissimi prodotti, dalle bevande agli integratori alimentari, nei chewing gum, nelle confetture, nella birra e nel sidro, ecc. Ha elevato indice glicemico ed è sconsigliato ai diabetici.

  • Sciroppo d’agave.

Anche detto nettare di agave, questo sostituto naturale dello zucchero è classificabile come alimento, al pari di miele, fruttosio o di sciroppo d’acero; è infatti uno zucchero contenente il 92% di fruttosio, che si estrae dalla pianta dell’agave, originaria del Messico. Proprio per queste ragioni, lo sciroppo d’agave può essere considerato in minima parte migliore del comune saccarosio, in quanto ha comunque un notevole impatto glicemico e calorico, e può contribuire a danneggiare lo smalto dei denti. Per questo va benissimo come alternativa allo zucchero bianco, ma se si hanno problemi di glicemia elevata e di eccesso di peso, è meglio limitarne il consumo e controllare bene le etichette dei prodotti in cui questo dolcificante naturale è presente per scoprirne la percentuale.

  • Sorbitolo (E420)

Polialcol chirale, si trova nelle alghe rosse e in molte bacche e frutti come mele, prugne, ciliegie, uva e sorbe, da cui poi prende il nome.  E’ molto utilizzato nell’industria alimentare come dolcificante, stabilizzante e agente lievitante in molti prodotti “senza-zucchero” come i chewing gum e le caramelle. La sua assunzione non ha solitamente effetti collaterali, ma siccome il sorbitolo non viene assorbito, può causare gas, gonfiore di pancia, crampi, e diarrea (se si superano giornalmente circa i 5 e i 20 gr). Il suo uso è comunque sconsigliato nei bambini inferiori ad 1 anno di vita.

  • Stevia

Esempio di dolcificante naturale, è in realtà il prodotto di un processo chimico a cui vengono sottoposte le foglie dell’albero della Stevia rebaudiana, una pianta erbaceo-arbustiva perenne, di piccole dimensioni, della famiglia delle Asteraceae (Compositae), nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. All’interno di queste foglie, infatti, sono presenti delle sostanze – gli steviosidi e rebaudiosidi – fino a 300 volte più dolci dello zucchero/saccarosio. Il prodotto in sé, però, quello che troviamo sotto forma di polvere bianca simile allo zucchero, in bustina o in compresse, è sì più dolce del saccarosio, ma di circa 30-50 volte. La stevia è del tutto priva di calorie, non ha effetti dannosi, il suo gusto è gradevole ma non “neutro”, pertanto va “testato” prima di usarlo per la preparazione di dolci o per dolcificare il caffè e il tè; i principi attivi non sono relativamente stabili nel tempo e alle alte temperature.

  • Stevioside

Dolcificante ricavato dalla Stevia Rebaudiana, recentemente accettato dalla UE (dicembre 2011) ma utilizzato da anni in altri paesi come additivo o alimento

  • Sucralosio

Noto anche come E 955, il sucralosio è un derivato del saccarosio 600 volte più dolce di questo al netto di zero calorie; ha una DGA di 3,5 mg per kg di peso corporeo, ed è utilizzata negli stessi alimenti in cui è previsto l’uso del sale di aspartame acesulfame. Sarebbe particolarmente sconsigliato per i soggetti obesi, in quanto potrebbe incrementare il rischio di diabete e di malattie cardiovascolari

  • Tagatosio

È un dolcificante estratto dal latte, quindi è “naturale” come origine, ma in realtà è uno zucchero “modificato”. Ha come caratteristica quella di essere un po’ meno dolce del saccarosio (circa il 10% in meno), ma le sue calorie sono nettamente inferiori (solo il 38% del totale calorico dello zucchero) e soprattutto non ha un impatto sulla glicemia. La dose massima da non superare è di 50 g al giorno, onde evitare l’effetto lassativo. Infatti il tagatosio è metabolizzato dal corpo come “fibra” e quindi stimola il transito intestinale.

  • Taumatina (E957)

Frutto dell’albero Thaumatoccus danielli (localmente chiamato katemfe), perde il potere dolcificante a pH inferiore a 2 e sopra i 75 gradi. Il frutto viene comunemente utilizzato in Africa e la DGA non è specificata, viene in generale ritenuto un additivo sicuro; è utilizzato prevalentemente nei prodotti dolciari, nei preparati dietetici e vitaminici.

  • Xilitolo (E967)

Detto anche zucchero del legno, è un alcol composto da cinque atomi di carbonio utilizzato come succedaneo dello zucchero tradizionale. Lo xilitolo viene estratto da fragole, betulla, lampone, prugna e anche dal grano. In Europa è usato come additivo alimentare, in particolare nei chewing gum. Ha un potere calorico inferiore del 40% rispetto allo zucchero; acariogeno, utile per diabetici, può avere effetti lassativi.

  • Zucchero (o mosto) d’uva

Derivato dalla pigiatura dell’uva, questo dolcificante è soprattutto usato dall’industria alimentare come sostituto più salutare del saccarosio in bibite e marmellate. Composto da fruttosio e glucosio, con altri zuccheri, questo dolcificante fornisce quasi 300 calorie per 100 g, è piacevole al gusto ed essendo un alimento, fornisce anche vitamine e minerali.

[1] Wang W, Nettleton JE, Gänzle MG,  Reimer RA. A Metagenomics Investigation of Intergenerational Effects of Non-nutritive Sweeteners on Gut Microbiome. Front. Nutr., 14 January 2022 | https://doi.org/10.3389/fnut.2021.795848

[2] Buchanan KL, Rupprechtn LE, Kaelberer MM, Sahasrabudhe A, Klein ME, Villalobos JA, Liu WW, Yang A, Gelman J, Park S, Anikeeva P, Bohórquez DV. The preference for sugar over sweetener depends on a gut sensor cell. Nature Neuroscience 2022: 25, 191–200

[3] DGA = Dose Giornaliera Accettabile  mg/Kg di peso corporeo al giorno

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