I salari crescono in molti Paesi, in Italia no

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I salari reali non crescono affatto allo stesso modo nel mondo e l’Italia rappresenta una vistosa eccezione negativa nel panorama delle economie avanzate.
Secondo gli ultimi rapporti dell’OCSE, mentre gran parte delle nazioni occidentali ha registrato un netto aumento del potere d’acquisto negli ultimi trent’anni, i lavoratori italiani hanno vissuto una vera e propria stagnazione salariale.
Nel 2024 e nel 2025, i salari nominali in Italia sono cresciuti di circa il 2,6%, un tasso pari a circa la metà della media dell’Unione Europea (che si attesta intorno al 5,2%). Paesi come la Spagna hanno superato l’Italia sia per tassi di crescita (4,4%) che per stipendi medi annui (circa 33.700 euro contro i 33.523 euro italiani).
Secondo i dati dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e dell’OCSE, tra il 1990 e il 2024 la media dei salari reali nell’OCSE è aumentata del 35%, mentre in Italia è diminuita dell’1,6%.
Il confronto della crescita salariale reale (1990–2025)
Il divario tra le diverse economie balza all’occhio analizzando la variazione percentuale dei salari medi reali (adeguati al costo della vita) in un arco temporale di lungo periodo:
| Paese/Area | Crescita Salariale Reale (1990 – Oggi) | Stato del potere d’acquisto |
| Stati Uniti | +50,5% | Forte e costante aumento delle retribuzioni |
| Regno Unito | +48,4% | Consistente crescita di lungo periodo |
| Germania | +33% / +35% | Crescita solida e legata all’efficienza industriale |
| Francia | +33% / +35% | Progresso allineato alla media dei partner europei |
| Spagna | +16% | Crescita moderata ma positiva |
| Media OCSE | +35% / +36% | Trend globale di netto miglioramento |
| Italia | -1,6% / -2,0% | Unico grande Paese europeo in calo |
In sintesi, tra il 1990 e il 2024, i salari reali in Italia (cioè corretti per l’inflazione e il potere d’acquisto) sono scesi dell’1,6% (o fino al 2,4%–6,6% a seconda delle metriche sui contratti part-time e discontinui), rimanendo di fatto bloccati da oltre 25-35 anni. Negli stessi ultimi decenni (1990–2024), la media dei salari reali nei paesi dell’OCSE è cresciuta del 35%. Il Lussemburgo e la Svizzera guidano le classifiche europee con stipendi medi lordi molto superiori (rispettivamente oltre 77.000–83.000 euro e oltre 100.000 euro in Svizzera). Altri esempi specifici di media dei salari reali:
- Stati Uniti: +50,5%
- Regno Unito: +48,4%
- Francia: +33,4% (con stipendi medi lordi intorno ai 45.964 euro)
- Germania: +32,9% (con stipendi medi lordi intorno ai 66.700 euro)
- Paesi dell’Est (es. Lituania): Crescite percentuali molto elevate (oltre il 270% dal 1995 al 2020 partendo da basi più basse).
Fortemente correlati a questi dati quelli relativi alla perdita di potere d’acquisto: tra il 2021 e il 2026, l’inflazione ha eroso ulteriormente le buste paga, riducendo il potere d’acquisto in Italia di oltre l’11%.
- Differenze con i grandi partner: Nel 2025, lo stipendio lordo annuo medio in Italia è di circa 36.594 euro, contro i 45.964 euro della Francia e i 66.700 euro della Germania.
Perché i salari crescono all’estero e in Italia no?
Gli economisti concordano sul fatto che la dinamica degli stipendi risponda principalmente a fattori strutturali interni:
- Produttività stagnante e scarsa innovazione. I salari reali tendono a salire in modo duraturo solo dove aumenta la produttività del lavoro (il valore generato per ogni ora lavorata). Negli ultimi vent’anni la produttività italiana è cresciuta appena del 2%, a fronte di incrementi a doppia cifra in Francia e Germania.
- Dimensioni ridotte delle imprese, che faticano a competere e ad alzare i margini. Il tessuto economico italiano è dominato da piccole e microimprese concentrate in settori tradizionali a basso valore aggiunto. Le aziende più piccole faticano a investire in tecnologie avanzate, innovazione e competenze, elementi che all’estero permettono di pagare stipendi più alti.
- Diffusione del part-time e dei contratti a termine o discontinui (passato dal 4,4% del 1990 a oltre il 30%).
- Il paradosso del valore prodotto: Gli approfondimenti pubblicati su Forbes Italia evidenziano che il problema italiano non è la quota di ricchezza redistribuita ai lavoratori rispetto a quanto si produce, ma proprio il fatto che il sistema Paese genera meno valore aggiunto rispetto ai competitor. Non si può distribuire ricchezza che non viene creata alla radice.



