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China | Cinchona succirubra, Cinchona calisaya

Cinchona è un genere di piante arboree delle Ande, famiglia delle Rubiaceae, comprendenti specie conosciute col nome di china, con proprietà attribuite agli alcaloidi presenti nella corteccia: alcaloidi chininici (dai quali sono stati estratti chinina ed acido chinico), olio essenziale e resine.

Si tratta generalmente di alberi piuttosto grandi (possono raggiungere un’altezza di circa 30 m) che crescono tra i 1.000 e i 3.500 metri sul livello del mare. La china è diffusa soprattutto nelle zone dell’Ecuador e della Colombia e in alcune zone dell’Asia (Giava) e dell’Africa. La parte dell’albero di china che viene maggiormente sfruttata è la corteccia, in particolar modo quella dei rami più piccoli; ha superficie esterna rossa o bruno-nerastra, con solchi longitudinali, mentre all’interno è di colore rosso-vivo.

Il nome del genere deriva da Ana de Osorio, contessa di Chinchón e moglie di Luis Jerónimo de Cabrera, viceré del Perù, che secondo la leggenda scoprì su sé stessa le virtù della corteccia di china, guarendo da febbri malariche e decidendo l’importazione in Europa (1639).

La corteccia contiene i principi attivi: tannini, alcaloidi chinolinici (presenti anche fino al 15%, titolo minimo obbligatorio è il 6%): chinina, chinidina, cinconina e cinconidina, sostanze amare (triterpeni). Queste sostanze sono antipiretiche ed antimalariche.

Alla pianta vengono attribuite proprietà antimalariche, antidolorifiche e antifebbrili, amaro-toniche, astringenti intestinale, antidispeptiche, Le sostanze amare e gli alcaloidi contenuti nella pianta possiedono la capacità di promuovere la secrezione di saliva e di succhi gastrici, ed è proprio grazie a questo loro meccanismo d’azione che la china viene considerata utile per contrastare la perdita di appetito e i disturbi digestivi.

All’interno della china, inoltre, sono presenti alcuni alcaloidi come la chinina (o chinino che dir si voglia) e la chinidina dotati di interessanti attività terapeutiche.

La chinina è un principio attivo dotato di attività antimalarica che rientra nella composizione di diversi farmaci. È il farmaco d’elezione per il trattamento di ceppi di Plasmodium falciparum clorochino-resistenti, poiché questi protozoi non sono ancora stati in grado di sviluppare una resistenza nei suoi confronti. La chinina esercita il suo ruolo antimalarico interferendo con alcuni processi metabolici fondamentali per il protozoo, conducendolo a morte certa.

La chinidina, invece, è una molecola dotata di attività antiaritmica e – nella forma di sale solfato – costituisce il principio attivo di farmaci impiegati per il trattamento di aritmie ventricolari e sopraventricolari e, in particolar modo, della tachicardia sopraventricolare. La chinidina esplica la sua azione diminuendo la conduzione ionica a livello del miocardio attraverso il blocco dei canali veloci del sodio (Na+). Tutto ciò si traduce in una riduzione della velocità massima di depolarizzazione cellulare, ma senza modificarne il potenziale a riposo. Inoltre, si accompagna un innalzamento della soglia di eccitabilità e una diminuzione della velocità di conduzione.

Sempre grazie alle sostanze amare e agli alcaloidi contenuti al suo interno, la china è considerata un valido rimedio per contrastare la perdita di appetito e i disturbi dispeptici. Infatti è utilizzata per preparare un amaro tonico e digestivo; molto apprezzato è il noto elisir di china, liquore preparato con la pregiata varietà calisaya ed aromatizzato con l’arancio amaro. Nella giusta dose viene anche usata per rendere le bevande (energy drink solitamente) di colore giallo fluorescente.

In erboristeria è utilizzata per contrastare gli effetti negativi della pressione bassa.

In cosmetica si impiegano gli estratti per frizioni contro i capelli grassi.

La china può interagire farmacologicamente con farmaci, quali:

  • anticoagulanti e/o antiaggreganti piastrinici (aumenta il rischio d’insorgenza di sanguinamenti);
  • digossina, flecainide e altri farmaci antiaritmici, poiché l’assunzione concomitante di china può aumentare la tossicità di questi stessi farmaci;
  • astemizolo, poiché l’utilizzo contemporaneo di china può aumentarne la concentrazione plasmatica e, di conseguenza, può aumentarne anche gli effetti collaterali a livello cardiaco.

Controindicazioni: in seguito a un uso eccessivo si può verificare un’intossicazione denominata cinconismo che si manifesta con cefalea, dolori addominali, ronzii, sordità, nausea, vomito, sudorazione, vertigini, orticaria, disturbi visivi, diplopia e atrofia del nervo ottico. La china non va somministrata in gravidanza, allattamento, nei sofferenti di gastriti e ulcere e nei pazienti che presentino disturbi della coagulazione sanguigna. Si ricordi l’attività della chinidina sul ritmo cardiaco.

Curiosità: La china sarebbe stata scoperta in Perù, nei dintorni di Laxa. In seguito ad un sisma, alcuni alberi sarebbero caduti nel lago a cui si abbeveravano le greggi in quota, e le popolazioni indigene notarono che gli animali malati – specie di febbre – guarivano. L’albero in questione è l’albero della China. Nel 1638, durante le invasioni spagnole, un soldato venne curato da un indigeno con l’acqua del lago di Laxa, alleviandone la febbre. La china in polvere viene anche chiamata polvere dei gesuiti o pulvis eminentissimis cardinalis perché fu introdotta in Europa dai padri gesuiti.

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