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Cardo Mariano | Silybum marianum (L.) Gaertn.

Il cardo mariano (Silybum marianum Gaertn.) è una pianta erbacea biennale della famiglia Asteracee, presente in tutto il bacino del Mediterraneo, che ha trovato impiego sin dai tempi antichi come epatoprotettore e nel trattamento di disturbi epatici e della cistifellea. Per le sue proprietà è usato anche come ingrediente nella preparazione di liquori d’erbe.

Il nome “marianum”, letteralmente di Maria, trae origini dalla leggenda secondo la quale le macchie bianche presenti alle nervature delle sue foglie derivino dalle gocce di latte della Vergine, perse con l’allattamento durante la fuga dalla persecuzione di Erode.

La droga è costituita dal frutto, un achenio pendulo e oblungo, da raccogliere in estate dopo piena maturazione e privato del pappo, l’appendice piumosa con funzione di dispersione del seme. Il frutto risulta inodore e dal sapore amaro.

Gli estratti della pianta sono stati molto studiati come citoprotettivi e anticancerogeni; ben noto il loro uso come antidoto per le intossicazioni dal fungo Amanita phalloides, le cui tossine inducono ingenti danni al tessuto epatico. Il fitocomplesso è stato usato con successo nel trattamento in pazienti affetti da epatite cronica sintomatica, con scomparsa completa dei sintomi clinici, quali astenia, inappetenza, grave meteorismo, dispepsia, subittero, e con normalizzazione delle transaminasi. Gli stessi risultati si possono ottenere nei pazienti sottoposti a pesanti cicli di chemioterapia con gravi alterazioni biumorali e cliniche riguardanti la funzione epatica. Il fitocomplesso di Cardo mariano (soprattutto il componente silibinina) sembra in grado di ridurre le transaminasi ed altri indici bioumorali nel decorso delle epatopatie e sembra proponibile inoltre anche nella sindrome epato-renale. Interagirebbe col citocromo P450, specie con l’isoforma CYP 3A4 interessata al metabolismo di molti farmaci di sintesi.

Il principale costituente della droga è una miscela di flavonolignani (65-80%), nota come silimarina, i cui componenti sono:

  • Silibinina (o silibina) A e B (50-60%);
  • Isosilibinina, (o isosilibina) A e B (5%);
  • Silicristina A e B (20%);
  • Silidianina (10%).

La silimarina ha anche proprietà antinfiammatorie, riducendo la sintesi di prostaglandine e leucotrieni attraverso la modulazione del fattore di trascrizione NF-κB; soprattutto, essa aiuta a mantenere integre e funzionali le membrane degli epatociti, le principali cellule epatiche, riducendo la perossidazione lipidica e mantenendo un rapporto ideale tra colesterolo, fosfolipidi e sfingomielina, agevolando quindi la fluidità di membrana. Questi costituenti polifenolici agiscono infatti come antiossidanti, neutralizzando le specie radicaliche prodotte da agenti epatotossici, come alcuni farmaci tra cui il paracetamolo, il cui principale effetto collaterale è proprio il danno ossidativo a livello epatico. Oltre a proteggere direttamente dall’ossidazione, la silimarina stimola la sintesi di antiossidanti e detossificanti endogeni, quali superossido dismutasi, catalasi e glutatione perossidasi, incrementando la resistenza del tessuto epatico allo stress, riducendo i marker di danno cellulare come le transaminasi. Inoltre, questi flavolignani favoriscono la sintesi di mRNA, stimolando l’azione della RNA polimerasi I, con effetti che possono portare alla rigenerazione del tessuto epatico.

La silimarina appare quindi un utile nel supporto della salute e della funzionalità di questo organo anche in caso di sofferenza importante dovuta a malattie come epatiti (anche acute, infettive e tossiche), intossicazioni epatiche, cirrosi e altre patologie a carico del fegato, anche croniche. Poiché è in grado di limitare gli effetti tossici sul fegato dovuti all’assunzione di steroidi anabolizzanti orali, viene impiegata anche in ambito sportivo come prodotto “disintossicante” per questo organo. Secondo alcuni studi, infine, la silimarina sarebbe in grado di incrementare la fisiologica produzione di latte nelle donne che allattano.

Infine, due studi clinici differenti hanno evidenziato effetti di riduzione sia dei livelli di glucosio che di trigliceridi in pazienti affetti da diabete (con e senza patologia epatica). Tra i parametri studiati si è osservata una riduzione dell’emoglobina glicata e un aumento della sensibilità all’insulina.

Altri flavonolignani presenti nel fitocomplesso, però, hanno dimostrato delle proprietà individuali che spiegherebbero parzialmente le capacità del fitocomplesso di indurre una certa rigenerazione delle cellule epatiche:

  • la silandrina interferirebbe con la sintesi dei trigliceridi ed è anche capace di modulare la funzione della cicloossigenasi II (inducibile nelle infiammazioni);
  • la silimonina è risultata essere un modulatore della pompa ATP-dipendente della multiresistenza ai farmaci (GP170/MDRG) e dell’enzima 17beta-idrossisteroide deidrogenasi.

È possibile, dunque, che l’azione generica sia quella di stimolare l’eliminazione cellulare delle tossine e ridurre la componente infiammatoria, presente nelle forme epatitiche grasse, alcoliche e da terapie ormonali con steroidi.

Ad ogni modo, ammesso che la struttura flavolignanica sembra essere la principale responsabile dell’attività biologica, secondo la Farmacopea europea (Ed. 10.5), il frutto deve possedere un contenuto minimo di silimarina del 1,5% in peso (espresso come silibinina).

Diversi studi hanno dimostrato che la silibina è in grado di inibire l’attività di diverse isoforme del citocromo P450, in particolare dei CYP3A4, 1A1, 2D6, 2E1 e 2C9, per cui l’assunzione di estratti di cardo mariano  potrebbe alterare  il metabolismo dei farmaci che utilizzano tali citocromi, come le statine. In particolare atorvastatina, simvastatina e lovastatina vengono metabolizzate dal CYP3A4, mentre fluvastatina e rosuvastatina vengono metabolizzate principalmente dall’isoenzima CYP2C9. Anche il warfarin viene estesamente metabolizzato dal CYP3A4 e dal CYP2C9. Il CYP2D6 è responsabile del metabolismo di antidepressivi, antipsicotici e beta-bloccanti, mentre tra i farmaci metabolizzati dal CYP2E1 vi sono il paracetamolo e l’isoniazide.

La droga contiene, infine, un’alta percentuale di acidi grassi (20-35%), che in alcuni preparati vengono rimossi attraverso una fase di estrazione dedicata (in esano), per evitare il loro accumulo nel prodotto finale. Infine, sono presenti acidi resinici amari, una sostanza amara (tiramina), tannini e flavonoidi.

Va tuttavia precisato che al momento non risultano claim autorizzati dall’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) specifici per i prodotti a base di silimarina.

In diversi modelli in vitro, il cardo mariano ha evidenziato la capacità di inibire l’UDP glucuronosiltrasferasi, la beta glucuronidasi e la glicoproteina-P, sistemi enzimatici coinvolti nel metabolismo e nel trasporto di numerosi farmaci. In particolare l’UDP glucuronosiltrasferasi si occupa del metabolismo di farmaci antitumorali come l’irinotecan, mentre la glicoproteina-P è coinvolta nell’assorbimento di numerosi farmaci come la digossina o le statine.

Sebbene l’inibizione di questi sistemi enzimatici da parte della silimarina avvenga a dosi superiori rispetto a quelle utilizzate in ambito terapeutico, l’assunzione di estratti di cardo mariano dovrebbe essere evitata nei pazienti trattati con i farmaci metabolizzati da questi sistemi enzimatici.

Oltre all’impiego erboristico, il cardo mariano ha un uso alimentare fin dall’epoca romana. Si consumano le radici, il colletto, le foglie private delle spine, i fusti e i fiori; è un ingrediente versatile e gustoso per insaporire svariate ricette. Il sapore ricorda molto quello del carciofo, mentre la radice, pulita e sbucciata, è un valido sostituto di rape e carote. Lo si usa  brasato, stufato o anche impanato, come se fosse una gustosa cotoletta vegana. I capolini possono insaporire un risotto, mentre le foglie possono arricchire un’insalata. Cotte, costituiscono una curiosa alternativa a spinaci e biete; le coste arrostite o preparate come parmigiana al forno con pomodoro fresco, mozzarella e basilico. Il cardo mariano è assai popolare in Piemonte, dove viene utilizzato per la bagna cauda.

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