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Catha Edulis

Il qāt (Catha edulis) è un arbusto della famiglia delle Celastraceae Chiamato anche Khat, qat o kat è una pianta originaria delle regioni orientali dell’Africa (originaria dell’Etiopia), ma assai diffusa nella penisola Arabica; la pianta cresce sopra i 1500 metri di altitudine, in luoghi assolati, suolo povero, sassoso o sabbioso, ma sempre assolutamente ben drenato. con temperature da 5 a 35 °C; sopporta condizioni di aridità; è coltivata soprattutto in Yemen e nell’Africa orientale, specialmente nella zona degli altopiani dell’Etiopia e del Kenya.

Si tratta di un arbusto o piccolo albero a fogliame sempreverde, di altezza da 1 a 3 metri così come è correntemente coltivato (ma può raggiungere i 10 m di altezza ed oltre). L’aspetto della pianta è simile, per consistenza e forma delle foglie, al corbezzolo; i rami terminali però sono lunghi, sottili e pendenti. I getti di nuova vegetazione (foglie e steli) hanno colore rosato o rossastro. La corteccia della pianta adulta è ruvida e grigiastra, anche notevolmente rugosa e fessurata nei tronchi di grande dimensione.

Le foglie sono lanceolate, opposte a margine dentellato, di colore verde lucido dorsalmente, verde pallido ventralmente, lunghezza circa 5–8 cm, coriacee, dapprima erette poi pendenti.

I fiori sono molto piccoli e di colore bianco crema, tendenti al verdastro, sono a cinque petali, raccolti a gruppi, allocati all’ascella delle foglie alle estremità dei rami. I frutti sono costituiti da capsule bruno-rossastre, trilobate, dimensione circa 10 mm, che in tardo autunno liberano i semi (3 per capsula) brevemente alati.

Il qāt è una sostanza di uso tipico dei Paesi arabi, le cui popolazioni sono aduse alla masticazione delle foglie (e sputo dei materiali masticati) per il loro effetto stimolante (induce accelerazione della frequenza cardiaca e della respirazione, ipertensione, ipertermia e midriasi) ed euforico (per alleviare la fatica e la fame) paragonabile a quello dell’amfetamina; ha anche un notevole effetto analgesico.  Masticare il khat è una pratica tradizionale in Yemen ed in alcuni paesi dell’Africa occidentale; tuttavia l’uso del khat viene sporadicamente segnalato in Europa come sostanza preferita tra gli immigranti di Somalia, Etiopia, Kenya e Yemen.

L’effetto euforizzante si manifesta da una a tre ore dopo la masticazione. Nel 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato il qat tra le droghe. Nella classifica di pericolosità delle varie droghe stilata dalla rivista medica Lancet, il qat occupa il ventesimo posto.

I principi attivi del khat sono costituiti da catamine, composti fenilalchilaminici analoghi alle anfetamine: la catina ed il catinone, entrambi stimolanti del sistema nervoso centrale, ma con una potenza inferiore rispetto all’amfetamina. Dei due il catinone, che può arrivare ai due terzi delle fenilalchilamine, è senz’altro quello che svolge la massima attività psicotropa, ed è quello che qualifica l’efficacia della droga. Il catinone è relativamente instabile nelle foglie secche (le foglie non possono essere conservate per più di 24 ore dopo il prelievo) e tende a trasformarsi ed essere meno attivo. Questo spiega l’interesse per gli utenti di avere foglie fresche la cui azione farmacologica è in effetti diversa.

Altre fenilalchilamine minori sono state isolate in varietà particolari, arabe o africane. Mentre la catina è escreta pressoché intatta per via renale, il catinone è trasformato in (+)-norpseudoefedrina (catina), ed in (-)-norefedrina in rapporto 4 a 1, tali derivati restano rilevabili nel sangue per almeno nove ore prima di essere anche loro espulsi per via renale. Solo il 2% del catinone viene espulso inalterato nell’urina.

Per lo scopo, le foglie vengono selezionate in funzione delle dimensioni; il prodotto migliore è ottenuto dalle foglie giovani ed integre (più morbide), seguono poi quelle più coriacee e di minore qualità. Le foglie sono raccolte ed immediatamente distribuite, dato che l’effetto maggiormente rilevante si ha col consumo entro le 48 ore dalla raccolta. Ad ogni modo il consumo a 3-4 giorni dalla raccolta è ancora soddisfacente, e questo fatto, unito ai moderni mezzi di distribuzione e conservazione, ne permette la diffusione dai Paesi di produzione. L’uso regolare della sostanza comporta rischi di assuefazione – anche dipendenza -, tolleranza incrociata con anfetamine e può causare malnutrizione. A lungo termine, sono riportati cambiamenti di umore, delirio, disturbi del sonno, disturbi dell’apparato digerente e disturbi sessuali o sindromi coronariche acute.

Il consumo del qat è evidenziato dalle deformazioni delle guance dei masticatori abituali, per effetto dell’attività masticatoria e della trattenuta del bolo. Nei consumatori abituali sono frequenti le abrasioni, peridontiti, ed ulcerazioni delle mucose interne della bocca, interessate dalla masticazione, dovute alla cronicizzazione degli stati infiammatori. Le foglie contengono infatti, oltre alla presenza benefica di piccole quantità di zuccheri, sali minerali e vitamina C, notevoli quantità di sostanza tanniche, irritanti, ed antinutrizionali.

La permanente sollecitazione irritante delle mucose boccali e del tessuto esofageo produce un aumento nella frequenza di carcinomi orali.

La diminuzione della assunzione di cibi, e la parallela assunzione di sostanze irritanti induce disturbi all’apparato gastrico, che possono produrre una maggiore incidenza a neoplasie. Il dimagrimento e le periodiche idratazioni e disidratazioni producono invecchiamento dei tessuti, che perdono elasticità, e in generale possono produrre debilitazione fisica.

In Italia, il khat e i relativi alcaloidi (catinone e catina) sono annotati nella Tabella I delle sostanze stupefacenti, di cui al D.P.R. n. 309/90.

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