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Caffè | Coffea arabica

La Coffea arabica o pianta del caffè è un arbusto o piccolo albero sempreverde, appartenente alla famiglia delle Rubiaceae; è alto intorno a 5-7 m, presenta foglie opposte di forma pressoché ellittica, di colore verde intenso lucido, lunghe fino a 15 cm e larghe 7; i fiori, in gruppi ascellari, sono larghi intorno a 20 mm, di colore bianco brillante e lievemente profumati.

I frutti, contenenti generalmente due semi, sono drupe ovoidi, lunghe circa 15 mm, di colore verde, virante – durante la maturazione che dura circa 9 mesi – prima al giallo, quindi al rosso ed infine al nero. Si riproduce generalmente per seme, da cui si ottengono piante in grado di fruttificare già al terzo, quarto anno di età.

E’ originaria degli altopiani del Sudan, Kenia ed Etiopia. Il suo habitat ideale è compreso tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno, cioè le regioni tropicali di Asia, Africa e America: queste regioni hanno infatti terreni ricchi di humus, azoto e potassio, e assicurano una temperatura tra i 17° e i 30°C e precipitazioni annue comprese tra i 1.200 e i 2.000 ml.

Sarà soltanto durante il 1700 che il caffè raggiungerà Brasile e Caraibi, dando origine alle grandi piantagioni odierne. Le prime coltivazioni in Brasile iniziarono nel 1727.

Il termine caffè deriva dalla parola araba “qahwa”, che in origine identificava una bevanda prodotta dal succo estratto da alcuni semi, che provocava effetti eccitanti e stimolanti. Dal termine “qahwa” si passò alla parola turca “qahvè”, parola riportata in italiano con “caffè”. Alcuni pensano invece che il termine caffè derivi dalla regione di Caffa, nell’Etiopia sud-occidentale, dove si coltiva la pianta del caffè.

Nel XV secolo la conoscenza del caffè si estese nel Medio Oriente fino ad Istanbul, dove il suo consumo avveniva nei luoghi d’incontro dell’epoca, locali simili a taverne in cui i turchi solevano sedersi e consumare questa bevanda.

Venezia, grazie ai suoi rapporto con l’Oriente, fu la prima ad introdurre il caffè in Italia: le prime botteghe del caffè comparvero nel 1645.

L’importanza di questa pianta nell’economia mondiale è ben nota; la specie arabica da sola copre il 70% della produzione mondiale di caffè, come pure sono ben noti gli effetti della bevanda che si trae dai suoi semi tostati e le controindicazioni ad un uso eccessivo.

Le varietà di caffè esistenti sono oltre 100 ma solo 25 producono frutti con un valore commerciale. Tra questi sono 4 i tipi di caffè utilizzati per preparare la bevanda:

  • la Coffea arabica L., varietà più conosciuta (rappresenta i ¾ della produzione mondiale) è semplicemente denominata Arabica, tra cui la più rinomata è la Moka (le altre varietà di caffè ottenibili dalla coffea arabica sono la Tipica, la Bourbon e la Maragogype). Il nome “moka” origina dalla città di Mokha, nello Yemen, zona di produzione di pregiate varietà di caffè arabica. Originaria della penisola arabica, tale varietà è coltivata oggi sia nei luoghi di origine sia in altri paesi del Centro e Sud America su terreni di montagna ricchi di minerali (più alta è la quota, migliori saranno le qualità organolettiche del chicco di caffè tostato);
  • la Coffea canephora Pierre ex Froehner, denominata Robusta, una varietà di caffè originaria dello Zaire molto diffusa perché la pianta, come dice il suo nome, resiste molto bene alle malattie e può essere coltivata anche in pianura. È originaria del Congo ma oggi è coltivata in diversi paesi;
  • la Liberica, coltivata soprattutto in Liberia e in Costa d’Avorio. I semi sono grandi e resistenti ai parassiti. La sua qualità è inferiore a quella dell’Arabica e della Robusta, anche se i chicchi sono molto profumati;
  • l’Excelsa, cresce ovunque ed è molto resistente, fornisce una resa elevata e ha un gusto simile a quello dell’Arabica.

Le varietà più diffuse in Italia sono l’Arabica e la Robusta, che presentano differenze sia qualitative (i caffè Arabica sono molto profumati, dolci, rotondi, leggermente acidi; i caffè Robusta sono invece spigolosi, astringenti, poco profumati e più amari), sia quantitative nella loro composizione chimica.

La produzione del caffè

Il frutto del caffè è una drupa o ciliegia che al momento della maturazione è di colore rosso (eccetto la varietà Bourbon, che diventa gialla). All’interno si trovano la polpa e due semi, posti uno di fronte all’altro, avvolti dal pergamino, una pellicola rigida e spessa che li protegge. Sotto il pergamino si trova un’altra pellicola molto sottile e perfettamente aderente al seme: la pellicola argentea. Ogni frutto contiene normalmente due semi; talvolta se ne trova uno solo, chiamato caffè perla o caracolito.

  • Raccolta

L’uniformità del clima che caratterizza i paesi tropicali, fa sì che le piante siano sempreverdi e fruttifichino a ciclo continuo; la loro fioritura (e la conseguente fruttificazione), non dipende dall’aumento di temperatura primaverile, come avviene nei nostri paesi, ma deriva dalle piogge: quanto più sono numerose, tanto più saranno numerose le fioriture: i frutti della pianta, quindi, non maturano tutti contemporaneamente, anzi è normale trovare sulla stessa pianta fiori, frutti acerbi e frutti maturi.

La raccolta dei frutti può essere manuale o meccanica, quest’ultima avviene con macchine che scuotono la pianta e prelevano le bacche cadute. La raccolta manuale avviene in due modi: picking oppure stripping.

Il metodo picking prevede che i lavoratori passino più volte per la piantagione, raccogliendo solo le bacche mature e sane; è il sistema migliore, anche se meno usato per i costi elevati.

Il metodo stripping consiste nell’attendere che la maggioranza dei frutti sia a giusta maturazione, poi si passa nella piantagione una sola volta raccogliendo tutti i frutti presenti, a prescindere dal grado di maturazione. I frutti sono raccolti raschiando i rami dall’interno verso l’esterno, facendoli cadere a terra su reti disposte in precedenza o in ceste. Prima della lavorazione si effettua una pulitura per separare dai frutti le foglie, i rami, eventuali sassi o altro. Con lo stripping si ottiene un prodotto non omogeneo per maturazione, non selezionato, con una qualità finale inferiore, ma raccolto rapidamente e quindi con un costo molto più basso.

  • Lavorazione

Dopo il raccolto, è importante estrarre in pochi giorni i chicchi dal frutto, altrimenti si deteriorano; per far ciò si può operare con il trattamento a secco o con il trattamento in umido.

Nel trattamento a secco i frutti sono fatti essiccare distendendoli al sole muovendoli più volte per evitare eventuali fermentazioni; l’operazione può essere eseguita anche in essiccatoi, con un risultato più rapido e sicuro, ma qualitativamente inferiore. Quando la polpa è secca si effettua la snocciolatura: si fanno passare le bacche in una macchina decorticatrice che spezza la buccia e il pergamino liberando i chicchi. Al termine, si fa la setacciatura, che prevede la separazione e contemporanea selezione per grandezza: con macchine setacciatrici si separano i chicchi da buccia e polpa, poi si dividono per grandezza facendo cadere e raccogliendo prima i chicchi più piccoli poi quelli di dimensioni maggiori. Il caffè così prodotto si chiama naturale o non lavato.

Nel trattamento in umido i frutti dopo la raccolta subiscono la spolpatura: passano attraverso macchine spolpatrici che, in un flusso continuo di acqua, rompono buccia e polpa liberando i semi. Questi, ancora ricoperti da mucillagine di polpa e pergamino, sono avviati alla fermentazione: vengono lasciati in vasche con acqua per 1-3 giorni, in modo che la mucillaggine fermenti e si decomponga. Di seguito i chicchi sono lavati dentro piccoli canali, poi sono essiccati al sole (o in essiccatoi). Terminato l’essiccamento, come per il caffè naturale, si effettua la snocciolatura: il caffè viene passato in apposite macchine decorticatrici, che spezzano il pergamino senza danneggiare i chicchi e inviato alla setacciatura, con macchine setacciatrici che li selezionano e dividono per dimensione. Il caffè così ottenuto si chiama lavato. Il caffè lavato è di solito raccolto con il metodo picking, affinché tutti i frutti siano maturi e con la polpa tenera, per liberare i semi dalla polpa, per lavorare semi della stessa dimensione e per non rovinarli con le macchine durante la spolpatura. Questo metodo necessita di molta acqua ed è più lungo e costoso, ma il prodotto ottenuto ha una qualità migliore, e le partite sono più omogenee e costanti.

  • Spedizione

Dopo questi passaggi il caffè verde è spedito in sacchi di juta (in genere da 60 kg) verso i paesi importatori.

Poiché il sistema di raccolta a stripping o meccanico sono molto diffusi, per avere un prodotto di qualità è opportuno effettuare una selezione del caffè, eliminando i chicchi non al giusto grado di maturazione, rovinati o fermentati. L’operazione avviene con selezionatrici ottiche, che agiscono inviando una luce su ogni singolo chicco e, in base al tipo di luce riflessa, la fotocellula fa o meno scattare un meccanismo di scarto; i chicchi non idonei sono espulsi con un getto di aria compressa.

Questa operazione è svolta, assai raramente da alcuni paesi produttori e, più spesso, dalle migliori aziende torrefattrici.

  • Miscelazione

Per ottenere una bevanda dal giusto corpo, con buon aroma e gusto, è necessario miscelare più tipi di caffè, di varie qualità e provenienze.

La miscelazione consente anche di fornire un prodotto che nel tempo mantiene le stesse caratteristiche; il cliente abituale può così bere un caffè che nei vari anni ha lo stesso corpo, sapore e profumo. La miscelazione è impiegata per molti prodotti (tè, cognac, whisky, champagne…) perché il ciclo produttivo naturale non dà mai prodotti con caratteristiche identiche negli anni; miscelando più materie prime si riesce a mantenere una qualità pressoché costante nelle varie annate. Considerato che il consumatore si abitua a un gusto e lo abbina a una determinata marca, questa operazione è importantissima e viene programmata, di volta in volta, da personale esperto.

La miscelazione del caffè può avvenire prima o dopo la torrefazione; se si miscela prima si ottiene un prodotto più omogeneo per gusto e profumi, miscelando dopo si regola meglio la tostatura delle varie partite in base alla dimensione e tipologia dei vari caffè.

Si può miscelare prima solo se si utilizza un’unica tipologia di caffè (arabica) e i chicchi hanno una grandezza uniforme; in caso contrario dopo la torrefazione si otterranno chicchi bruciati o crudi.

  • Torrefazione o tostatura

All’arrivo in azienda, dopo l’eventuale miscelazione, il caffè è pronto per essere torrefatto, a una temperatura di circa 200-230 °C, per 10-15 minuti. La tostatura provoca importanti modifiche al chicco, che cala di peso, aumenta di volume, diventa friabile, prende un colore bruno e sviluppa al proprio interno circa 800 componenti aromatici volatili responsabili del gusto e dell’aroma del caffè tostato, insieme ai pigmenti marroni, le melanoidine, sostanze prevalentemente non assorbite dall’intestino e la cui struttura e ruolo sono oggi di grande interesse per il loro potere antiossidante. È dunque la tostatura che dona al caffè il gusto, l’aroma e il colore che lo caratterizzano.

Il grado di tostatura varia da paese a paese. In Italia, dove si preferisce una bevanda dal gusto forte e marcato, la tostatura è effettuata con temperature e tempi più elevati (al sud più che al nord); nei paesi che gradiscono un caffè dal gusto più leggero (come in Nord Europa e America del Nord) il grado di torrefazione è inferiore.

Dopo la tostatura, il caffè è velocemente raffreddato con getti d’aria fredda (più raramente con acqua), per evitare surriscaldamenti e bruciature, dovuti anche ai fenomeni chimici che si verificano all’interno dei singoli chicchi. È importante evidenziare che un caffè forte non è indice di un caffè di qualità maggiore, ma solo di una maggiore tostatura.

  • Confezionamento

Il caffè verde si conserva a lungo senza problemi, ma dopo essere stato torrefatto le sue caratteristiche gustative e aromatiche durano pochi mesi; per questa ragione (e anche perché il grado di tostatura varia da paese a paese) la torrefazione avviene sempre nel paese consumatore. Se lasciato aperto, il caffè tostato perde gran parte delle sue qualità in soli quindici giorni; il suo confezionamento è perciò molto importante. Una volta torrefatto, il caffè – ancora caldo – viene confezionato immediatamente, per conservare più a lungo le sue qualità. I chicchi di caffè tostati, però, sprigionano gas derivanti dalla combustione, dei quali le tecniche di confezionamento devono tenere conto per evitare che i contenitori scoppino.

Per confezionare il caffè si utilizzano i quattro metodi sotto indicati.

  1. Confezionamento con chiusura non ermetica: il caffè viene chiuso in sacchetti praticando nella confezione 1-2 piccoli fori (in posizione poco visibile) che permettono ai gas sprigionati dai chicchi di uscire, ma anche all’aria di entrare. Il caffè così confezionato andrebbe utilizzato entro un mese dalla torrefazione. È una soluzione idonea per tutte le aziende che smerciano il prodotto in tempi rapidi.
  2. Confezionamento sottovuoto: il caffè viene confezionato previa eliminazione dell’aria; il contenitore è dotato di una valvola unidirezionale che fa uscire i gas, ma impedisce all’aria esterna di entrare. Questo sistema, molto usato per le confezioni di caffè in grani, consente al prodotto di mantenersi ottimamente per circa sei mesi.
  3. Confezionamento con pressurizzazione: il caffè è confezionato in contenitori metallici a tenuta stagna molto resistenti, creando il sottovuoto e immettendo gas inerti (azoto o anidride carbonica) con una bassa pressione. Una valvola di sicurezza unidirezionale elimina eventuali eccessi di pressione dovuta ai gas sprigionati dal caffè. Questo metodo, più costoso, consente una lunga conservazione (anche oltre 3 anni) e una migliore preservazione degli aromi volatili.
  4. Confezionamento sottovuoto spinto: il caffè viene confezionato eliminando l’aria all’interno del contenitore, ma in questo modo si aspira anche parte delle sostanze aromatiche volatili e l’anidride carbonica che si sprigionano dai chicchi dopo la tostatura (per evitare rotture). Questo metodo si utilizza in genere per il caffè macinato, che si mantiene bene per circa tre mesi, anche se il degasamento impoverisce la miscela di aromi.

Caffè decaffeinato

Il caffè decaffeinato contiene caffeina in quantità non superiore allo 0,1% sulla sostanza secca. La caffeina è eliminata dal chicco verde con acqua o con anidride carbonica oppure con solventi chimici (oggi poco usati). Al bar il decaffeinato si presenta già macinato in confezioni monodose oppure in grani, macinato al momento con un secondo macinino più piccolo; quest’ultima soluzione offre risultati qualitativi notevolmente superiori.

Il caffè contiene centinaia di sostanze e le sue caratteristiche chimiche variano a seconda della specie della pianta, del luogo di crescita e della lavorazione delle drupe, nonché della tostatura dei semi e del processo termico che trasforma il chicco verde in chicco tostato, pronto per essere macinato e usato per la preparazione della bevanda.

La caffeina, nonostante rappresenti solo dall’1.3 al 2.4% di materia grezza del caffè, è la sostanza più nota; ma nel caffè si ritrovano in quantità minori anche altre metilxantine, sostanze alcaloidi come la 1,3 di-metilxantina (nota come “teofillina” prevalentemente presente nel tè) e la 3,7 di-metilxantina (nota come “teobromina” prevalentemente presente nel cioccolato).

La caffeina, conosciuta con il nome chimico di 1,3,7-trimetilxantina, o secondo la nomenclatura ufficiale IUPAC 1,3,7-trimethylpurine-2,6-dione è un alcaloide naturale presente nelle piante di caffè, cacao, tè, cola, guaranà e mate e anche nelle noci di cola ma in concentrazioni più basse nonché nelle bevande da esse ottenute.

Gli effetti della caffeina si manifestano con azione stimolante sul Sistema Nervoso Centrale (per cui il caffè rientra tra i cibi nervini), sull’apparato cardiovascolare, sul rilascio delle catecolamine, sulla sintesi acida a livello gastrico e sul metabolismo in generale.

La caffeina può inibire il metabolismo della clozapina e ridurre la clearance del farmaco di oltre il 14% attraverso l’inibizione dell’isoforma CYP1A2 del citocromo P450 [Bertilsson L et al, 1994]. Nei pazienti in trattamento con clozapina in particolare quelli con psicosi refrattaria al trattamento, l’uso di prodotti a base di caffeina dovrebbe essere ridotto il più possibile [Dratcu L et al, 2007].

Alcuni chinoloni possono inibire con un meccanismo dose-dipendente la clearance epatica della caffeina. Enoxacina ed in minor misura ciprofloxacina, grepafloxacina, levofloxacina e norfloxacina riducono la clearance della caffeina mentre ofloxacina e lomefloxacina non sembrano esercitare tale effetto [Robson RA, 1992]. L’effetto tossico della caffeina si può manifestare con nausea, vomito, nervosismo, ansia, tachicardia e convulsioni. Gli anziani, gli individui con ridotta funzionalità epatica e coloro che consumano grosse quantità di prodotti contenenti caffeina dovrebbero essere particolarmente attenti a tale interazione durante il trattamento con chinoloni.

La caffeina riduce i livelli plasmatici di litio [Mester R et al, 1995]. In uno studio condotto su 11 pazienti stabilizzati con litio e forti bevitori di caffè, è stato osservato che i livelli plasmatici di litio aumentavano quando l’assunzione di caffè veniva ridotta e si abbassavano al momento in cui veniva ripreso l’uso di caffè. È stato inoltre osservato un aumento dell’incidenza di ADR indotte dal farmaco al momento in cui veniva ripreso il consumo di caffè.

La caffeina interagisce con gli inibitori delle MAO (inclusi farmaci quali furazolidone, isoniazide, linezolid, procarbazina che possono inibire l’attività di tali enzimi) [Nardil® (phenelzine)]. Per effetto di tale interazione possono verificarsi casi di aritmie cardiache o di grave ipertensione dovute all’aumento degli effetti simpaticomimetici indotti degli inibitori delle MAO.

Il succo di pompelmo è in grado di inibire il metabolismo indotto dagli enzimi del citocromo P450. L’uso elevato di tale integratore può aumentare gli effetti clinici e la durata dell’azione della caffeina [Maish WA et al, 1996; Fuhr U et al, 1993].

I pazienti in terapia con benzodiazepine o zolpidem per il trattamento dell’insonnia non dovrebbero assumere prodotti caffeinici prima di andare a dormire in quanto questi potrebbero antagonizzarne gli effetti sedativi [Bonnet MH, Arand DL, 1992].

Un consumo di caffeina superiore ai 400 mg/die è stato associato allo sviluppo di incontinenza urinaria. Poiché la caffeina può contrastare l’efficacia clinica dei farmaci utilizzati per il trattamento di tale patologia (per es. darifenacina, ossibutinina, trospio o tolterodina), i pazienti affetti da incontinenza urinaria dovrebbero evitare l’ingestione di prodotti contenenti la metilxantina inclusi integratori erboristici (maté, guaranà, ecc.), bibite (tè, caffè, cola) o cibi (cioccolata) [Holroyd-Ledu JM, Straus SE, 2004].

La contemporanea somministrazione di caffeina con teofillina, aminofillina o con altre xantine correlate può causare un’eccessiva stimolazione centrale che si manifesta con nervosismo, irritabilità, tremori o insonnia cui può associarsi un aumento degli effetti collaterali indotti dalla caffeina come nausea, aritmie o convulsioni [Cafcit® (caffeine citrate) package insert].

Il metabolismo delle xantine può essere incrementato dalla contemporanea somministrazione di barbiturici [Hansten PD, Horn JR, 2007]. Altri farmaci che possono indurre il metabolismo della caffeina includono carbamazepina [Hansten PD, Horn JR, 2007], fenitoina e fosfenitoina (che viene metabolizzata a fenitoina] [Cerebyx® (fosphenytoin sodium) package insert], rifampicina [Hansten PD, Horn JR, 2007] ed erba di S. Giovanni [Henderson L et al, 2002]. I pazienti in trattamento con tali farmaci dovrebbero ridurre al minimo l’assunzione di bevande caffeiniche al fine di evitare la comparsa di eventi avversi quali nausea, vomito, palpitazioni o tremori [Fluvoxamine maleate].

Le metilxantine bloccano in maniera competitiva gli effetti dell’adenosina e possono causare falsi positivi alla scintigrafia con dipiridamolo o tallio 201. Per tale ragione si raccomanda ai pazienti che devono effettuare tale indagine di evitare l’assunzione di prodotti contenenti caffeina, teofillina o teobromina nelle 24 ore precedenti all’esecuzione del test [Underwood DA, 2002].

La mexiletina è un inibitore del CYP1A2 e può ridurre il metabolismo della caffeina aumentandone i livelli plasmatici di oltre il 23% [Hansten PD, Horn JR, 2007]. È stato inoltre osservato che il farmaco può ridurre di circa il 50% l’escrezione della caffeina. I pazienti affetti da aritmie cardiache ed in trattamento con mexiletina dovrebbero pertanto diminuire l’assunzione di caffè e di bevande contenenti caffeina [Carrillo JA, Benitez J, 2000].

Il fumo di sigarette contiene idrocarburi che inducono gli enzimi microsomiali appartenenti al citocromo P450 (CYP1A1, CYP1A2 e CYP2E1) [Zevin S, Benowitz NL, 1999]. L’incremento della clearance della caffeina indotto dal fumo può contribuire all’aumento nel consumo di caffè. Come conseguenza di tale interazione possono manifestarsi effetti collaterali associati alla caffeina quali nausea, nervosismo, irritabilità, tremori o insonnia.

Dati in vivo indicano che l’echinacea può inibire il metabolismo della caffeina di circa il 27% [Gorski JC et al, 2004]. Nei pazienti trattati con echinacea si raccomanda di ridurre l’assunzione di caffè [Hansten PD, Horn JR, 2007].

I livelli serici di caffeina possono essere aumentati dalla contemporanea assunzione di contraccettivi orali che sono in grado di inibire l’ossidazione enzimatica delle metilxantine a livello epatico [Rietveld E et al, 1984].

Infine, in un recentissimo studio è stato osservato che in pazienti trattati con alte dosi di paracetamolo, l’assunzione di elevati quantitativi di caffeina può favorire la formazione di un metabolita epatotossico [Cameron MD et al, 2007]. Sulla base di tali dati, gli autori dello studio suggeriscono di evitare in tali pazienti un’eccessiva assunzione di caffeina.

Il caffè è una bevanda sorprendentemente ricca in antiossidanti infatti contiene centinaia di molecole biologicamente attive tra cui composti fenolici (acidi clorogenici, acido caffeico, ferulico e para-cumarico) e melanoidine che hanno una notevole attività antiossidante.

Sull’apparato cardiovascolare, la caffeina, oltre ad avere degli effetti diretti sulla contrazione del muscolo cardiaco è stata associata a una serie di fattori di rischio per la patologia cardiovascolare. Tra questi è stata soprattutto associata all’aumento della pressione arteriosa.

Sull’apparato gastrointestinale la caffeina aumenta la secrezione di acido cloridrico e pepsina nello stomaco. Pertanto il caffè non è indicato nei soggetti con gastrite e ulcera. Però la caffeina non causa reflusso gastro-esofageo, gastrite o ulcera nei soggetti sani.

La caffeina in acuto ha un effetto termogenetico nell’uomo, innalzando il dispendio energetico di circa 100kcal. Tale effetto, anche se in modo più lieve, permane anche durante l’abituale consumo di caffè. Se all’effetto termogenetico si aggiunge anche la proprietà della caffeina di stimolare e migliorare l’utilizzazione dell’energia per il lavoro fisico a partire dai substrati lipidici (i grassi del corpo), risulta chiaro come la caffeina, alle dosi assunte con un moderato consumo di caffè, possa contribuire al mantenimento del peso corporeo e a utilizzare al meglio le fonti energetiche dell’organismo.

Benefici e controindicazioni del caffè

Dopo il tè, il caffè è la bevanda più consumata al mondo. In passato bere caffè era considerata una cattiva abitudine paragonata all’eccedere nel bere alcol o a fumare. Tuttavia, a differenza di alcol e fumo che sono davvero nocivi per la salute, nel tempo si sono accumulate numerose evidenze scientifiche a dimostrazione che non solo il caffè non fa male (tranne in soggetti con alcune patologie) ma, se consumato in dosi moderate, può addirittura far bene costituendo una buona fonte di antiossidanti. Tale affermazione sembra essere valida anche per il caffè decaffeinato.

Ma quante tazzine di caffè si possono consumare? Tenendo presente che la quantità di caffeina da non superare è di circa 2-3 mg al giorno per kg di peso corporeo e tenendo presente che una tazzina di espresso o moka contiene dai 40 agli 80 mg di caffeina, il quantitativo di 3-5 tazzine al giorno è quello che permette al corpo di non far accumulare la caffeina ma di metabolizzarla nell’arco della giornata senza avere “effetti dose farmacologici”.

Molto significativo uno studio cinese[1] condotto su dati del Regno Unito, secondo cui un consumo moderato di caffè, tra una e quattro tazzine al giorno, porterebbe a una riduzione di morte precoce del 31%. Quindi, qualche tazzina di caffè ogni giorno, non solo fa bene all’umore, ma allungherebbe la vita. L’aggiunta o meno di zucchero avrebbe scarsa influenza.

Gli studiosi hanno rilevato inoltre una minore probabilità di morire di cancro o di malattie cardiache. Tutti questi benefici derivano dai composti chimici presenti nel caffè, in grado di determinare una serie di effetti positivi, tra cui la riduzione delle infiammazioni, la stimolazione del metabolismo e il miglioramento della sensibilità all’insulina.

Recentemente è stata presentata la candidatura per il caffè espresso a patrimonio immateriale dell’Umanità dell’Unesco.

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