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Aparine | Galium aparine

Galium aparine L. è una pianta appartenente alla famiglia delle Rubiaceae, inconfondibile al tatto a causa dei peli ruvidi (simili a del velcro) che la rivestono in tutte le parti. Per questo viene chiamata anche “attaccamani” o “attaccaveste“.

Il Galium aparine è una pianta erbacea annuale, ascendente o strisciante, appartenente alla famiglia delle Rubiaceae. I fusti sono molto ruvidi e muniti di piccoli uncini. Le foglie caratterizzate da pseudo verticilli di 4-12, in parte vere foglie e per il resto stipole modificate ad assomigliarvi, e fiori piccoli bianchi, muniti anch’essi di piccoli uncini. I fiori, di colore bianco, sono molto piccoli, ermafroditi e riuniti in cime ascellari.

Il frutto, grande come un chicco di riso, è anch’esso coperto di spine uncinate che, rimanendo attaccate al pelo degli animali favoriscono, la propagazione e diffusione della pianta. Nella città di Roma la specie è comunissima e ubiquitaria, dal centro alla periferia estrema; nel Parco di Villa Torlonia è molto comune. Cresce in vegetazioni ruderali, ai margini di siepi e di boschetti disturbati e nei coltivi, soprattutto in siti caldi e aridi ove forma spesso densi intrichi, su suoli ricchi in composti azotati, dal livello del mare alla fascia montana inferiore.

La pianta dovrebbe essere raccolta in primavera o all’inizio dell’estate, subito prima del periodo di fioritura: marzo-settembre.

Il nome generico deriva dal greco “gala” (latte), così come quello italiano “caglio”: diverse specie venivano usate per far cagliare il latte nella lavorazione del formaggio; il nome specifico, già in uso presso gli antichi Greci, deriva dal verbo “aparein” (agganciarsi) in riferimento ai dentelli ricurvi presenti su fusti, foglie e frutti, che si agganciano facilmente ai vestiti o al pelo degli animali.

Questa pianta ha una lunga storia nella medicina popolare; veniva utilizzata sia per uso esterno che per uso interno, per trattare ulcere, ferite e problemi della cute; su ferite e piaghe erano praticati impacchi cicatrizzanti con decotto di fiori e foglie. Il succo veniva usato per cagliare il latte e i fusti intrecciati venivano impiegati per filtrarlo, la radice si utilizzava per colorare la lana di rosso-arancio ed i semi torrefatti per preparare bevande, e le giovani foglie e sommità come verdura.

La pianta è commestibile ma solo i germogli primaverili lessati; è ancor oggi utilizzata in erboristeria per diverse proprietà, ad es. contro alcune malattie cutanee.

Principi attivi: glicosidi (galiosina), tannini, flavonoidi, vit. C.

Indicazioni: antispasmodica, lievemente diuretica, astringente, vulneraria, ipotensiva, antiflogistica e sudorifera.

Altre indicazioni: in caso di disturbi dell’apparato digerente, affezioni cutanee, e manifestazioni dolorose soprattutto di natura nervosa. Agisce in modo efficace sul sistema linfatico. Buon diuretico, e come tale, promuove un maggiore flusso di urina che aiuta a liberare i reni e la vescica da sostanze di rifiuto, per evitare l’insorgenza di infezioni del tratto urinario (come la cistite), ed alleviare i disturbi della prostata.

La pianta si utilizza sia fresca che essiccata.

I frutti si adoperano come succedaneo del caffè (non contengono caffeina); mentre la radice torrefatta sostituisce la cicoria e da essa si può estrarre un colorante rosso. Ha un sapore amaro, acre.

Dioscoride, medico greco del I secolo d.C., la considerava utile come rimedio alla stanchezza e scriveva che i pastori usavano i gambi per fare dei setacci per filtrare il latte. Il Mattioli (1559), medico senese, gli attribuiva proprietà diuretiche e proprietà calmanti del male alle orecchie. Suggeriva inoltre l’uso del succo dei frutti e delle foglie contro i morsi delle vipere e degli scorpioni.

 

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