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Eppur ritornano… ripresa dei casi di morbillo

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Negli Stati Uniti, a metà luglio si contano già più di 2.200 casi di morbillo, sfiorando già il bilancio di tutto il 2025. Lo denuncia il bollettino emesso dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for disease control and prevention, CDC) di Atlanta a metà luglio 2026.

La situazione europea

I dati europei pubblicati dallo European centre for disease control and prevention sono aggiornati solo fino a maggio, e per questi primi mesi del 2026 registrano già circa 1.300 casi. Ma se si considerano gli ultimi 12 mesi, da giugno dello scorso anno, si arriva quasi a 3.000. Con i suoi 767 casi la Romania si riconferma il paese europeo in cui la circolazione del virus è sempre più sostenuta, seguita, ahimè, dall’Italia, con 537. La primavera appena conclusa ha visto una grave epidemia anche in Bulgaria, dove in soli tre mesi si è raggiunto il più alto tasso di notifiche per milione di abitanti di tutta Europa.

Niente a che vedere, comunque, con l’epidemia del 2024, quando si denunciarono in Europa più di 32.000 casi, 27.000 dei quali in Romania, con 18 decessi. In Italia, quell’anno, i casi furono oltre un migliaio, come ricorda la Circolare ministeriale firmata pochi giorni fa da Maria Rosaria Campitiello, a capo del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie. Nel 2025 furono quasi la metà, ma i primi cinque mesi di quest’anno mostrano una ripresa (472 casi contro i 322 dello stesso periodo dell’anno scorso) che ha spinto le autorità sanitarie a richiamare l’attenzione su questa malattia infettiva ancora troppo sottovalutata.

La storia della (fallita) eradicazione

Per secoli il morbillo si è presentato a ondate che, data la contagiosità della malattia, ogni tre o quattro anni colpivano gran parte dei nati dopo l’epidemia precedente e i pochi che l’avevano scampata. La maggior parte dei bambini guariva senza esiti, alimentando la percezione che questa e altre “infezioni esantematiche dell’infanzia” fossero una sorta di inevitabile rito di passaggio, fondamentali per evitare l’evenienza più pericolosa: prendersele da grandi.

Se poi qualcuno sviluppava una grave polmonite che ne metteva a rischio la vita, non si trattava che di una fatalità in più, accanto alle tante cause di mortalità infantile a cui le famiglie erano dolorosamente abituate. Con lo stesso spirito, non avendo strumenti per difendersene, si accettava forse che qualcuno restasse cieco o sordo, e probabilmente nemmeno si collegava al morbillo di mesi o anni prima quella progressiva perdita di capacità motorie e cognitive, invariabilmente letale, che oggi chiamiamo panencefalite sclerosante subacuta.

Poi è arrivato il vaccino, che ha portato con sé un obiettivo fino ad allora impossibile: eradicare completamente dalla faccia della terra questa minaccia. Un’operazione già riuscita con il vaiolo e applicabile, purtroppo, solo a poche infezioni che, come queste, non hanno altri serbatoi in natura al di fuori degli esseri umani e per le quali disponiamo di un vaccino molto sicuro ed efficace, in grado di fermare non solo la malattia, ma anche la circolazione del virus.

Sono arrivati così i piani di eliminazione ed eradicazione a livello globale non solo del morbillo, ma anche della rosolia (e soprattutto delle malformazioni che, quando contratta in gravidanza, questa infezione può provocare nel feto), dal momento che lo stesso vaccino contiene entrambe queste componenti (oltre a quella contro la parotite che però non raggiunge lo stesso livello di efficacia).

Le battaglie vinte e quelle perse

Se vogliamo guardare al bicchiere mezzo pieno, non si può dire che lo sforzo sia stato fallimentare: tra il 2000 e il 2023 è stato calcolato che le campagne vaccinali abbiano evitato più di 60 milioni di morti di morbillo nel mondo.

Sulla via di questo ambizioso obiettivo si sono però frapposti degli ostacoli. Prima di tutto, dalla fine degli anni Novanta, la campagna di disinformazione che lega la somministrazione di questo vaccino a un aumentato rischio di autismo: nonostante decine di studi che dimostrano inequivocabilmente il contrario, molti continuano a trovare convincente questa falsa credenza, basata su uno studio farlocco e poi rivelatosi addirittura fraudolento. Più di recente, alle paure dei genitori si sono sommati gli effetti del COVID-19, che ha messo a dura prova i sistemi sanitari e i servizi di prevenzione, cosa che in molte parti del mondo ha comportato un calo significativo delle coperture vaccinali della prima infanzia.

In Italia, come nella maggior parte dei paesi ad alto reddito, le vaccinazioni arretrate saltate nei mesi più duri della pandemia sono state recuperate come anche le coperture dei bambini nati negli anni successivi, migliorando i tassi anche rispetto all’era prepandemica. Nel 2019, la media italiana di bambini che a 24 mesi avevano ricevuto la prima dose di vaccino contro morbillo, parotite e rosolia era del 94,4%; nel 2024 siamo in media a 94,77%, un dato che mette insieme regioni come Lombardia e Molise che sono oltre il 98% di copertura, altre dieci che sfiorano o superano il 95% e le altre che invece restano sotto il target. Particolarmente critico è il dato della Sicilia, con solo l’87,8% dei bambini di due anni vaccinati con la prima dose, che ha perso più di 4 punti percentuali dal 2019, sottraendo il record di fanalino di coda a quella che fino a poco tempo fa era considerata la roccaforte degli antivax italiani, cioè la provincia autonoma di Bolzano, passata invece dal 75,53% del 2019 al 90,22% del 2024.

Accanto alla Sicilia, la protezione con la prima dose di vaccino contro il morbillo è calata solo in altre regioni del Centro-Sud, con una lieve flessione anche in Liguria, colpita come la Sicilia da alcuni drammatici casi di cronaca attribuiti alla vaccinazione anti-COVID con il prodotto di Astrazeneca.  

Da dove origina questa latenza?

Ma perché si raggiunga l’obiettivo stabilito dall’Organizzazione della sanità per interrompere la circolazione del virus, ormai è stato accertato che occorre una seconda dose di vaccino, sufficiente a immunizzare la stragrande maggioranza di coloro che non rispondono alla prima. E qui le cose vanno peggio: nonostante l’obbligo imposto dalla legge Lorenzin n.119 del 2017 sull’obbligo vaccinale per i minori tra 0 e 16 anni, tra i piccoli nati proprio quell’anno, al momento di entrare a scuola, solo l’84,45% ha ricevuto la necessaria seconda dose di vaccino contro il morbillo. Nel 2019, era in media l’87,58%, per cui in questa coorte è evidente un calo. Occorre capirne il perché: ostilità provocata dalle politiche messe in atto durante la pandemia, effetti di una martellante campagna di stampa portata avanti da alcuni quotidiani e da alcune trasmissioni televisive o residui di difficoltà organizzative non ancora rientrate dopo la pandemia?

Prima di proporre soluzioni, credo che si debbano analizzare a fondo i dati per formulare ipotesi sulla causa di questa flessione, che espone molti bambini per i quali la prima dose non è bastata al rischio di ammalarsi. Anche in questo caso, la spia rossa si accende soprattutto in Sicilia, dove meno di 7 bambini su dieci sono entrati protetti alla scuola primaria, anche se le cose non vanno molto meglio altrove, dal momento che nessuna regione o provincia autonoma ha raggiunto il 95% di copertura previsto, da cui si era comunque lontani anche prima della pandemia.

Le conseguenze oggi

I casi di questi primi mesi del 2026 non si staccano infatti in maniera significativa dalla distribuzione per età già osservata in passato, nella grande epidemia del 2016-2017 che portò all’approvazione della legge sull’obbligo. L’età mediana è ancora di 30 anni, con 345 casi tra i 15 e i 39 anni e 124 casi tra i 40 e 64 anni. Ma la vera notizia, che non lo è solo perché non è nuova, ma che fa la differenza, è che quasi un adulto su cinque tra quelli di cui conosciamo la professione, era un operatore sanitario. Di questi 55, solo di 45 è noto lo stato vaccinale: 40 non erano vaccinati.

Ecco, in questi giorni si è tornato a discutere della legge sull’obbligo. La norma prevedeva che l’opportunità di mantenere questo provvedimento venisse rivalutata dal Ministero della Salute a partire da tre anni dall’entrata in vigore della legge e, successivamente, con cadenza triennale, in relazione ai dati epidemiologici, alle coperture vaccinali e alla segnalazione di reazioni avverse.

Questa revisione non è mai stata effettuata, forse proprio perché a sollecitarla sono in genere esponenti politici noti per le loro posizioni ostili ai vaccini. Paradossalmente, il loro intervento rende più difficile ripensare la misura dell’obbligo, sebbene, alla luce dei dati di cui disponiamo, non si sia evidentemente dimostrata la misura risolutiva che molti speravano. Pensare di toglierlo oggi, assecondando le spinte antivacciniste e populiste di parte della politica, creerebbe danni ancora maggiori. Ma stabilire che non può non essere vaccinato contro il morbillo chiunque lavori nelle strutture sanitarie come operatore sanitario o anche con altri ruoli, dichiarando prioritaria la salute dei pazienti più fragili, sarebbe a mio parere un gesto molto efficace dal punto di vista pratico e significativo dal punto di vista culturale.

https://www.cdc.gov/measles/data-research/index.html - Si dice in Villa - Morbillo, storia di una malattia che ritorna - Univadis - 22 luglio 2026.

Redazione amaperbene.it

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