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Verso una dieta amica del pianeta: la “Dieta Planeterranea”

Un gruppo di ricercatori italiani, coordinati da Annamaria Colao, ordinario di Endocrinologia presso l’Università Federico II e presidente della Società Italiana di Endocrinologia (SIE), e composta da Claudia Vetrani, Giovanna Muscogiuri, Luigi Barrea, Antonia Tricopolou e Prisco Piscitelli ha proposto (Nature Italy, 10 maggio 2022) un programma di ricerca globale per un modello basato su adattamenti locali della Dieta Mediterranea.

I Ricercatori hanno avanzato la proposta dopo aver considerato che le carenze nutrizionali sono una delle principali preoccupazioni per la salute globale. In molte aree del mondo è complicato soddisfare il fabbisogno di nutrienti affidandosi solo ad alimenti disponibili localmente.

La Dieta Mediterranea (DM), riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO dal 2010, è caratterizzata da un modello nutrizionale sano, composto principalmente da olio d’oliva (come fonte di grassi insaturi), noci, legumi, verdure, cereali integrali, frutta fresca o secca, una quantità moderata di pesce, così come latticini, carne e vino rosso.

La DM è l’unica ad aver dimostrato scientificamente effetti positivi nella prevenzione di numerose patologie; in effetti, essa presenta comprovati benefici per la salute (la DM riduce del 30% il rischio di eventi cardiovascolari gravi come infarti e ictus, diminuisce di oltre il 50% la probabilità di tumore all’endometrio nelle donne, abbassa del 30% il pericolo di ammalarsi di diabete). Rappresenta anche un modello sostenibile di produzione e consumo alimentare, grazie all’uso di prodotti locali che possono aiutare a preservare la biodiversità e le risorse naturali, assieme alle colture o tradizioni locali. Tuttavia, adattare il modello della Dieta Mediterranea ai Paesi non mediterranei non è semplice.

L’obiettivo, sotto l’egida della Cattedra UNESCO di Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile dell’Università di Napoli, si propone di valutare, attraverso uno specifico programma di ricerca, la possibilità di promuovere a livello mondiale un modello alimentare sano e sostenibile, basato sulle proprietà nutrizionali della DM, ma implementato a livello locale utilizzando i prodotti alimentari disponibili nelle diverse aree del mondo. Per questo nuovo modello alimentare, coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030 e con i principi dell’economia circolare, è stato coniato il termine “Planeterranea”, a indicarne la portata globale e la validità ovunque nel mondo. Sana e sostenibile perché basata sulle proprietà nutrizionali della Dieta Mediterranea, potrà essere declinata a livello locale utilizzando i cibi disponibili nelle diverse aree del mondo, creando tante nuove piramidi alimentari “locali” in ogni angolo della Terra sarà possibile, ma rispettando i canoni della dieta mediterranea e restare in salute.

Molte persone che vivono nelle aree urbane hanno una dieta povera per qualità e varietà, in cui la maggior parte dell’apporto energetico proviene da cibi ad alto indice glicemico (es. riso bianco e patate), cibi ultra-processati ricchi di zucchero e grassi (es. cibi pronti, bevande zuccherate, dolci, patatine, caramelle, ecc.) Queste abitudini alimentari, sempre più frequenti anche nei Paesi mediterranei, sono una delle cause principali dell’epidemia mondiale di obesità (anche infantile), delle malattie metaboliche e cardiovascolari.

D’altro canto, in ogni parte del mondo è possibile trovare specifici frutti, verdure, legumi, cereali integrali e fonti di grassi insaturi con contenuti nutrizionali e caratteristiche simili a quelli tipici della DM, che probabilmente hanno anche simili benefici per la salute delle popolazioni.

In America Latina, l’avocado, la papaya, le banane verdi, e le bacche d’Acai rappresentano buone fonti di acidi grassi monoinsaturi (MUFA), micronutrienti e polifenoli. Per alcuni cereali dell’Africa centrale, come tapioca/manioca e teff, si pensa che favoriscano la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), come avviene per i cereali integrali tipici della DM. Inoltre, la quinoa è ricca di proteine e fornisce aminoacidi essenziali, con un contenuto di grassi limitato. L’olio di canola canadese, così come le noci pecan, contengono acidi grassi monoinsaturi e fitosteroli, e hanno dimostrato di abbassare il colesterolo LDL. Anche prodotti subtropicali popolari come i fagioli pinto e l’okra, ricchi di fibre e proteine, sono associati a livelli ridotti di colesterolo LDL e a una minore incidenza della sindrome metabolica o di eventi cardiovascolari.

I semi di sesamo e la soia, tradizionalmente usati in Asia, contengono composti bioattivi e sostanze antiossidanti in grado di ridurre l’ipertensione, lo stress ossidativo, la resistenza all’insulina e i marcatori infiammatori. Le macroalghe marine (cioè alghe e wakame) e la spirulina sono ampiamente consumate nei Paesi orientali e rappresentano una fonte importante di polisaccaridi complessi, minerali, proteine e vitamine, con proprietà anticancro, antivirali, antiossidanti, antidiabetiche e antinfiammatorie. La noce di macadamia australiana, la prugna di Davidson, la bacca di pepe, il finger lime, e il bush tomato – ricchi di flavonoidi, vitamine e minerali – presentano attività antiossidante e antinfiammatoria e sono già utilizzati come alimenti funzionali e nutraceutici.

Su questa base, i Ricercatori ritengono che le verdure, la frutta, i cereali e i grassi insaturi disponibili in diverse parti del mondo possano essere combinati per mettere a punto paradigmi nutrizionali locali, basati su prove scientifiche. Si punta a definire diverse “piramidi nutrizionali“, basate sugli alimenti disponibili localmente, che presentino le stesse proprietà nutrizionali e gli stessi benefici per la salute (assieme a processi produttivi rispettosi dell’ambiente) osservati per la Dieta Mediterranea.

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