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Stramonio | Datura stramonium

Lo stramonio comune (Datura stramonium L.) è una pianta a fiore appartenente alla famiglia delle Solanacee (Angiosperme Dicotiledoni); è conosciuto anche come erba del diavolo, erba delle streghe, noce spinosa, erba degli incantesimi, noce puzza, perché nell’antichità lo stramonio era particolarmente utilizzato per le sue proprietà allucinogene, sedative e narcotiche, soprattutto durante i rituali sciamanici.

Come altre specie del genere Datura (Datura inoxia, Datura metel, etc.) è una pianta altamente velenosa a causa dell’elevata concentrazione di potenti alcaloidi, in particolare la scopolamina, presenti in tutti i distretti della pianta e soprattutto nei semi.

Lo stramonio comune è di origine centro-nordamericana, molto diffuso nelle zone temperato-calde del mondo, presente come avventizia in tutte le regioni d’Italia.

E’ una pianta erbacea annuale, alta fino a 10 dm, con radice fittonante. Fusto cilindrico prostrato o ascendente, robusto, ramificato dicotomicamente, talvolta cavo con sfumature violacee. Foglie: color verde intenso, alterne, con robusto picciuolo, laminaovale o tripennata a margine variamente inciso in lobi acuminati di dimensioni irregolari. Fiori: grandi, solitari, ermafroditi, lunghi fino a 10 cm, inseriti sulle biforcazioni del fusto; i fiori rimangono chiusi durante il giorno per poi aprirsi completamente la notte, emanando un intenso e penetrante odore che attira le farfalle notturne.

Corolla bianca (o più o meno purpurea) lungamente tubulosa, allargata all’apice, molto più lunga del calice tubulare e terminante all’apice con cinque lembi acuti. Frutti: capsule setticide simili ad una noce, ma coperta di numerosi aculei che si aprono in quattro valve, contenenti molti semi neri reniformi della dimensione di pochi millimetri.

Cresce in ambienti ruderali, su suoli da primitivi ad argillosi, ricchi in composti azotati, dal livello del mare ai 900-1300 m circa; viene annoverata tra le piante infestanti. Periodo di fioritura: luglio-ottobre[1].

Tutta la pianta, soprattutto i semi, è velenosa (alcaloidi) e veniva spesso usata dagli indiani d’America nelle cerimonie di iniziazione per le proprietà allucinogene; l’ingestione può rivelarsi mortale. Il nome generico deriva da quello della pianta in indostano (dhatúra), quello specifico deriva dal greco “strýkhnos” (amaro, acre) e “manikón” (maniaco) allude agli effetti tossici della pianta.

Costituenti chimici: alcaloidi (ioscina o scopolamina, iosciamina, atropina, complessivamente indicati come daturina), acido malico, acido atropico, tannino, gomma, materie grasse, sali di calcio e di potassio. Sono gli alcaloidi allucinogeni come la scopolamina e la atropina a rendere questa pianta così tossica.

Il suo utilizzo in campo medico è oramai quasi del tutto sradicato

La specie non è commestibile in quanto tossica. L’ingestione di parti di pianta semi e radici possono portare alla sindrome anticolinergica, con agitazione, confusione, midriasi; particolarmente pericolosi sono i decotti che possono condurre anche a morte.

L’atropina viene tuttora impiegata in clinica oculistica.

[1] E’ questa pianta – e non la mandragora – l’indiziata numero uno per i casi di avvelenamento avvenuti recentemente in provincia di Napoli perché confusa con spinaci.

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