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Rucola o Ruchetta | Eruca vesicaria

Il rabarbaro cinese è anche noto come rabarbaro indiano, rabarbaro indiano dell’est, rabarbaro russo o anche semplicemente come rabarbaro (da non confondere con Rheum officinalis, poiché si tratta di un’altra specie).

Il rabarbaro (genere Rheum) comprende 60 specie diffuse spontanee in Europa e Asia. Col nome di rabarbaro cinese si devono indicare solamente due specie del genere Rheum:

  1. Rheum officinale
  2. Rheum palmatum a typicum e la sua varietà tanguticum Maxim.

Il rabarbaro appartiene alla famiglia delle Poligoniaceae ed è una pianta erbacea perenne, rizomatosa, in genere molto grande che può superare i due metri di altezza. Presenta una rosetta basale con grandi foglie palmato-lobate che arrivano anche a 80 centimetri e hanno il margine intero o seghettato. Dalla base delle foglie escono dei lunghi gambi rossastri al cui apice pende un fiore bisessuato, a forma raggiata simile a una pannocchia e di colorazione variabile dal bianco al rosa, dal giallo al verde, a seconda della varietà di rabarbaro. La sua radice è molto grande con un rizoma carnoso e robusto il quale viene utilizzato appunto per l’estrazione della droga. Dal rizoma ogni anno alla ripresa vegetativa nascono le foglie della rosetta basale mentre la raccolta del rizoma avviene in autunno a partire dal secondo anno di vegetazione.

Tutte le specie del genere Rehum si sono adattate benissimo ai climi temperati euroasiatici, tanto da crescere spontaneamente anche senza bisogno di coltivazione. La pianta ama i campi aperti nei pressi dei boschi, dove trova la necessaria umidità, la luce diretta del sole, la sostanza organica indispensabile, e un pH adatto alla sua crescita.

Il rabarbaro cinese è originario delle province occidentali e nord-occidentali della Cina, ma è coltivato in molti Paesi del mondo. I maggiori produttori, tuttavia, sembrano essere proprio la Cina e la Russia.

Il Rabarbaro è ritenuto una bella pianta dall’aspetto imponente e maestoso che infatti è spesso coltivata a scopo ornamentale nei giardini. L’origine del nome deriva dall’unione di due parole greche: “ra” ovvero pianta e “barbaron”, utilizzata per indicare che era solita la coltivazione di tale erba tra le tribù “barbare”. Il nome Rheum è derivato da Rha, antico nome russo del Volga che ha analogia col greco reos = corrente da rew = fluire, scorrere, volto in latino in Rheum. Rha, nelle antiche lingue della Moscovia, significava radice, cioè radice per antonomasia, che ha dato nome al fiume sulle rive del quale nasceva una specie di Rabarbaro (il Rapontico), assai stimata.

Per la droga si usano i rizomi e le radici (Rhei rhizoma F.U.).

Componenti principali: antrachinoni (derivati idrossiantracenici, antroni e diantroni – emodina, fiscione, crisofanolo, aloeemodina, reina, sennosidi); acido ossalico; tannini, flavoni e catechine; resine; amidi e pectine; sali.

Tutte le piante del genere Rehum hanno proprietà officinali sebbene nel rabarbaro cinese queste si concentrano maggiormente.

La reina, principio attivo tipico della pianta, insieme ai tannini, alla fibra alimentare di buona qualità, ad altri glucosidi antrachiononici, all’acido crisofanico e al crisofanolo, insieme alle pectine, agli acidi folico e gallico, donano alla pianta le sue proprietà colagoghe, lassative e, in piccole dosi, toniche e stomachiche (per cui trova indicazioni, fin da epoca remota, contro la stipsi sotto forma di decotto, per risvegliare l’appetito e per le disfunzioni epatiche). La parietina, un pigmento tipico del rabarbaro, pare inoltre essere in grado di combattere le cellule leucemiche.

Si sottolinea il concetto che somministrato a piccole dosi, il rabarbaro agisce come amaro-digestivo (di qui il suo impiego  negli amari alcolici); a dosi più alte, invece, il rabarbaro agisce come lassativo. Per tale motivo l’uso del Rabarbaro deve essere moderato sia nel tempo sia nelle dosi a causa degli effetti collaterali. In generale, aumentando l’assunzione, si manifestano le proprietà lassative del Rabarbaro e interferenze con alcune funzioni fisiologiche relative all’apparato digerente, al sistema circolatorio, al sistema escretore. In particolare, l’uso del Rabarbaro è categoricamente sconsigliato alle donne durante la gravidanza e l’allattamento, ai bambini sotto i due anni d’età, ai malati cronici di affezioni gastro-intestinali (ulcere e coliti), di emorroidi o di calcoli renali.

Infine è sconsigliato l’uso alimentare delle foglie a causa dell’elevato contenuto in acido ossalico; la raccomandazione non si estende ai piccioli fogliari, che invece hanno un tenore bassissimo in acido ossalico.

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