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Cicuta | Conium Maculatum

La cicuta maggiore (Conium maculatum L., 1753) è una pianta erbacea a ciclo biennale della famiglia Apiaceae, che si può trovare fino a 1800 metri di altitudine.

La cicuta è passata alla storia quale bevanda che diede la morte nel 399 a.C., al filosofo Socrate che, riconosciuto reo di empietà dal giovane Meleto, fu condannato dai suoi concittadini a bere la cicuta. Della morte di Socrate, che non sapeva né leggere né scrivere, riferisce il suo discepolo Platone nel “Fedone”. Tuttavia, con tutta probabilità (dati i sintomi descritti nel Fedone di Platone), Socrate utilizzò una mistura di veleni (cicuta da Conium, oppio e datura, addolciti con miele e vino). La cicuta è stata ripetutamente usata nella storia come veleno o, in bassissime dosi data la sua tossicità, nella cura delle crisi epilettiche, come calmante, antidolorifico e antinevralgico naturale; oggi questa pianta velenosa non trova alcun impiego fitoterapico.

Il termine Conium viene dal greco κώνειον kṓneion cicuta (in Ippocrate), probabilmente derivato da κωνάω conáo, giro attorno, ruoto, con riferimento alle vertigini dovute all’ingestione della cicuta; maculatum da macula macchia per la presenza di macchie su foglie, petali, fusti.

La cicuta è una pianta erbacea   a ciclo biennale, che può raggiungere la considerevole altezza di 2 metri. Se strofinata, o spezzata, emana cattivo odore. Fiorisce da giugno a settembre e si può trovare fino a 1800 metri di altitudine. I fiori sono piccoli e bianchi, riuniti in ombrelle. Le foglie sono tripennate, di colore verde intenso, simili a quelle del prezzemolo. Il fusto è cavo, ramificato e solcato; nella parte inferiore del fusto sono presenti macchie di colore rosso vinoso. Il frutto è lungo fino a 3,5 mm circa, ha forma ovoidale e presenta 5 costole, ondulate e prominenti. I semi sono simili a quelli di varie ombrellifere dall’aroma d’anice, come noto molto apprezzato in cucina. Le radici, fusiformi e biancastre, si possono confondere con quelle della pastinaca, che viceversa sono commestibili.

Oltre alla cicuta maggiore o Conium maculatum altre specie velenose diffusa nei paesi del mediterraneo sono:

  • la cicuta minore o Aethusa cynapium, una varietà selvatica che da giugno ad ottobre cresce spontanea nei terreni incolti, lungo i sentieri collinari e e in tutte le zone ombrose boschive. La tossicità della cicuta minore è dovuta soprattutto alla cinapina. L’ingestione accidentale causa nausea, vomito, rallentamento della frequenza cardiaca, paralisi muscolare, insufficienza respiratoria ed arresto cardiaco;
  • la cicuta acquatica o Cicuta virosa, una specie più rara che cresce spontanea nelle zone umide come acquitrini e stagni. La tossicità è dovuta alla cicutossina, una tossina che provoca danni neuromuscolari, convulsioni, crisi epilettiche, ecc.

La cicuta è una pianta velenosa che cresce spontanea un po’ ovunque in zone collinari, lungo i sentieri umidi dei boschi, nei terreni incolti delle campagne e persino nell’orto dove spesso viene confusa con il prezzemolo o con i ciuffi erbacei delle carote. Tutta la pianta è notevolmente velenosa ma i semi contengono la maggiore concentrazione di sostanze velenose. Ciò è dovuto alla presenza di almeno cinque diversi alcaloidi: la coniina, la conidrina, la pseudoconidrina, la metilconicina e la coniceina, sostanze che agiscono a livello delle sinapsi neuromuscolari provocando problemi digestivi (vomito) seguiti da intensi mal di testa, parestesia (prurito diffuso, formicolio), paralisi degli arti superiori ed inferiori, diminuzione della forza muscolare. La coniina, una neurotossina, è l’alcaloide più attivo ed agisce a livello delle sinapsi neuromuscolari. Le foglie inoltre contengono acido caffeico, olio etereo, un colorante il carotinoide, potassio e magnesio.

La pianta è tossica sia per il bestiame sia per l’uomo. Nell’uomo l’ingestione della cicuta provoca problemi digestivi, cefalee ed in seguito parestesia, diminuzione della forza muscolare, e infine una paralisi ascendente.

La pianta è tossica per l’uomo e per gli animali ma non per gli erbivori, mucche, cavalli, pecore che pur pascolando liberi la riconoscono e si tengono quindi lontano da essa. La dose letale vaia in relazione alle dimensioni di un animale: 500 grammi circa di cicuta per una mucca, 2 chilogrammi per un cavallo e pochi grammi per pecore e montoni. I volatili, quaglie, allodole ed altri tipi di uccelli, pur essendo immuni accumulano le sostanze tossiche della cicuta nei loro tessuti e pertanto il veleno agisce anche indirettamente causando il coturnismo, cioè l’avvelenamento naturale in seguito ad ingestione di un animale che se ne era cibato in precedenza.

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