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Carlina Acaulis

La carlina bianca (nome scientifico Carlina acaulis L. 1753) è una pianta erbacea perenne con grandi infiorescenze bianche, che vive al livello del suolo, appartenente alla famiglia delle Asteraceae. Queste piante vengono utilizzate nei giardini rocciosi per decorare scarpate e zone simili. La Carlina è conosciuta da alcuni con il nome di rapagnolo o carciofo selvatico; viene molto sfruttata nelle composizioni floreali secche in quanto si mantiene inalterata nel tempo.

La Carlina è una pianta erbacea perenne che vive al livello del suolo e possiede grandi infiorescenze che possono arrivare ai 10 centimetri di diametro. Vive sui prati e gli alpeggi, in luoghi pietrosi e poveri. Caratteristica per la sua rosetta di foglie basali profondamente vicine, con al centro un grande unico capolino di 6 – 12 cm di diametro. La Carlina è una piantina aderente al terreno, non ha fusto, le foglie sono grandi, dure e spinose.

Il nome del genere (proposto nel XIV secolo dal botanico aretino Andrea Cesalpino) sembra derivare da Carlo Magno che, dice una leggenda, la usò durante una pestilenza per curare i suoi soldati nei pressi di Roma su suggerimento di un angelo. In altri testi si fa l’ipotesi che il nome derivi dalla parola carduncolos (diminutivo di cardo = “cardina” o “piccolo cardo”) per la somiglianza con le piante del genere “Cardo”. L’epiteto specifico acaule deriva dalla morfologia della pianta: priva di caule (= fusto).

In inglese questo fiore viene chiamato: Stemless Caroline oppure Carline Thistle; mentre i francesi a volte lo chiamano Hygrometre e a volte Baromètre.

Sostanze presenti: essenza, inulina, ossido di carlina (un antibiotico), potassio, calcio e magnesio. Una radice normalmente fornisce circa 1,5 % di essenze. Questa pianta veniva coltivata nei giardini dei monasteri per le numerose proprietà delle radici, molto amare e aromatiche: diuretiche, amaricanti, digestive, carminative, disinfettanti e cicatrizzanti per le malattie della pelle, purganti, sudorifere, febbrifughe, antireumatiche.

In cucina la parte più usata sono le radici, il cui centro, molto carnoso, è commestibile ed ha il sapore del cardo. Un’altra parte usata in cucina è il ricettacolo (involucro) del capolino (raccolto prima della fioritura); possono essere usati come succedanei del carciofo; si mangiano cotti oppure crudi in pinzimonio o in insalata. Il centro del fiore infatti, una volta liberato dalle spine e dalle foglie dure, che si presentano sulla parte esterna, ha consistenza simile a quella dei cuori di carciofo, di colore bianco, di aspetto granuloso e spesso ricoperto di lattice bianco. Il sapore ricorda quello del carciofo rispetto al quale ha però un gusto più delicato.

Il primo problema che si incontra quando ci si vuole nutrire di questo cardo è pulirlo. Armati di un coltellino affilato e di santa pazienza si tolgono via le rosette laterali lasciando solo il “cuore” che verrà quindi tagliato a fettine e posto in acqua acidulata con un mezzo limone per evitare eccessive ossidazioni che ne fanno virare il sapore e il colore.

In certe zone detti ricettacoli vengono chiamati “pane dei cacciatori”; se ne utilizzava la base dei capolini (ricettacolo), che è commestibile e amarognola, o per preparare una mostarda dolce-piccante mediante cottura in poca acqua zuccherata. Il sapore di questa parte della pianta è simile alle mandorle o nocciole. Se ne consiglia comunque un uso moderato in quanto agisce da energico emetico (può provocare il vomito). Vanno essiccate al sole e preparate in un certo modo sono simili alla mostarda oppure addirittura ai canditi se confezionate con sostanze dolci.

Proprietà curative della pianta: stomachica, cicatrizzante, diuretica, diaforetica e antibiotica. Viene considerata una pianta depurativa con buoni risultati sul fegato, cistifellea e apparato urinario.

Grazie alle proprietà digestive e amaricanti le radici vengono usate anche nella produzione di amari; mentre le foglie essiccate possono cagliare il latte.

Le popolazioni rurali utilizzano questa pianta per le previsioni del tempo, infatti le squame del capolino si aprono a stella con tempo secco e si chiudono con l’umido (comunque si chiudono sempre dopo il tramonto del sole per riaprirsi al mattino successivo). Questo probabilmente per proteggere il polline dalla pioggia. I capolini hanno forti caratteristiche igroscopiche.

In varie zone è considerata specie protetta.

Anticamente da queste piante si ricavava dell’acqua distillata a cui si attribuivano poteri afrodisiaci; mentre per alcune popolazioni (Sassoni) rappresentavano degli amuleti contro le malattie. Inoltre veniva coltivata dai monaci perché si pensava fosse un antidoto ai veleni. In ambiente erboristico questa pianta viene anche chiamata radice di giunco.

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