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Arpagofito | Harpagophytum procumbens

Artiglio del diavolo è il nome dialettale dell’Arpagofito (Harpagophytum procumbens D.C. e/o Harpagophytum zeyheri Decne), una pianta perenne rampicante appartenente alla famiglia delle Pedaliaceae. Originaria dell’Africa tropicale, è diffusa nell’Africa Sud-Occidentale ed in particolare in zone desertiche del Kalahari, nelle steppe della Namibia e nel Madagascar.

L’artiglio del diavolo deve il suo nome alle quattro appendici dure e nastriformi che caratterizzano i suoi frutti ovoidali. Queste escrescenze sono dotate di robusti uncini che, penetrando nel corpo o nelle zampe degli animali, procurano serie ferite, costringendoli a compiere una danza “indiavolata” (da cui il nome “artiglio del diavolo”) o a rimanere impigliati nelle radici e morire di fame. In realtà non sono le radici ad avere gli uncini, bensì i frutti, anche se ad essere usate sono le radici secondarie, organi di deposito del diametro di 6-20 cm e che possono raggiungere il peso di 600 grammi.

La parte usata a scopo medicamentoso deriva dalle escrescenze laterali della radice (dette radici secondarie) che contengono alte percentuali di princìpi attivi; le radici vengono raccolte, tagliate a fette e lasciate essiccare al sole; ai princìpi attivi in esse contenuti vengono attribuite proprietà antipiretiche, antinfiammatorie, antireumatiche ed antiartritiche (soprattutto dolori articolari), ipocolesterolemizzanti, analgesiche, spasmolitiche.

Spesso l’arpagofito viene associato all’arnica, pianta ricca di composti terpenoidici e flavonoidi.

Fra i principali costituenti chimici dell’arpagofito sono compresi:

  • glicosidi del tipo iridoide: arpagoside o arpagide, procumbide, arpagido e acido cinnamico libero, tra gli altri.
  • derivati feniletanolici, fra cui l’acteoside (verbascoside) e l’isoacteoside
  • fitosteroli: beta-sitosterolo e stigmasterolo.
  • steroli liberi ed esterificati.
  • flavonoidi, come il kenferol.
  • acidi triterpenici, come l’oleanolico.
  • stachiosio (zucchero composto da fruttosio, glucosio e galattosio).
  • acido caffeico
  • oli essenziali aromatici

Fra tutti questi, il principio attivo principale è costituito dall’arpagoside. Il gruppo di principi attivi chiamato iridoide (talvolta vengono chiamati anche glucoiridoidi) si distingue per produrre l’inibizione di alcune delle principali sostanze coinvolte nel processo infiammatorio, le prostaglandine; questo effetto si ottiene riducendo la permeabilità delle membrane cellulari e prevenendo l’azione dell’enzima sintetasi-prostaglandina.

All’artiglio del diavolo sono attribuite proprietà antinfiammatorie, analgesiche ed antireumatiche, sedative e diuretiche. Tradizionalmente è stato utilizzato per i suoi effetti analgesici ed antipiretici, mentre l’uso moderno prevede il trattamento di patologie artritiche, reumatiche e della lombalgia. In particolare, l’artiglio del diavolo si è dimostrato attivo soprattutto nelle situazioni che causano dolore ed infiammazione come tendiniti, osteoatrite, artrite reumatoide, mal di schiena e dolori cervicali, mal di testa. A questo vegetale vengono attribuite anche proprietà digestive (qualora venga utilizzato come infuso), ipocolesterolemizzanti ed ipouricemizzanti (è utile in caso di gotta). La spiegazione scientifica di questi effetti risiederebbe nei molti princìpi amari, capaci di stimolare la produzione dei succhi gastrici e della bile. Tale caratteristica rende i rimedi erboristici a base di artiglio del diavolo controindicati in caso di gastrite o ulcere gastriche e duodenali.

Responsabili dell’azioni di cui sopra sarebbero i monoterpeni iridoidi, benché si ritiene possa esservi il coinvolgimento anche di altri costituenti chimici nel conferire le suddette proprietà. Difatti, tali attività sembrano essere minori nei singoli componenti rispetto all’uso dell’estratto di artiglio del diavolo nel suo complesso.

All’arpagofito sono inoltre attribuite la capacità di stimolare la secrezione di succhi gastrici e la capacità di esercitare un effetto coleretico.

Non sorprende, quindi, che la Commessione E Tedesca abbia autorizzato l’uso della pianta in caso di disturbi digestivi, perdita di appetito e reumatismi.

Le proprietà analgesiche ed antinfiammatorie dell’artiglio del diavolo sono state confermate da numerosi studi condotti in vitro, su roditori e su esseri umani. Molti di questi hanno paragonato l’efficacia di comuni prodotti antinfiammatori a quella degli estratti naturali di Arpagofito. In molti casi i risultati sono stati incoraggianti e, anche quando è stato messo a confronto con il placebo, l’artiglio del diavolo ha sempre confermato le proprie virtù terapeutiche.

Gli estratti di arpagofito sono contenuti all’interno di diversi prodotti per uso orale (integratori alimentari usati principalmente per favorire il benessere articolare) e per uso cutaneo (creme o pomate utilizzate per lenire sintomi dolorosi dovuti ad affezioni articolari e affezioni di natura reumatica).

L’arpagofito può essere utilizzato in associazione con altre sostanze per migliorare reciprocamente le loro proprietà, come ad esempio nel caso di prodotti contenenti acido ialuronico o collagene, entrambi riconosciuti come stimolanti con proprietà rigenerative dei tessuti cellulari, in particolare quello cartilagineo e connettivo. Per assumere arpagofito con altre sostanze, è necessario conoscere gli effetti collaterali e le controindicazioni dell’arpagofito. In particolare, la sinergia si traduce in: l’arpagofito riduce il dolore associato con l’infiammazione mentre l’acido ialuronico si comporta nella matrice extracellulare come uno stimolo per aumentare il tasso di divisione cellulare di fibroblasti, che sono le cellule che occupano la maggior parte del tessuto connettivo, sospesi in una matrice di collagene che loro stessi producono. Da tutto ciò emergono straordinari benefici non solo nell’elasticità e la compattezza dei tessuti molli, ma anche nella capsula sinoviale delle articolazioni.

 

Per il fatto esercitare una tripla azione anti-infiammatoria, analgesica ed antireumatica, una preparazione formulata a base della pianta di arpagofito è generalmente un buon rimedio con proprietà medicinali per il trattamento di dolori del tipo muscoloari-reumatici, tendiniti, lombosciatici e gli effetti causati dalla degenerazione o infiammazione delle articolazioni, cioè artrosi e artrite-osteoartrite. In questi casi, la cosa rilevante è che è ben tollerato dall’organismo e ha sempre proprietà medicinali che in maggior o minor misura contribuiscono a combattere gli effetti di queste alterazioni organiche. L’arpagofito è una delle piante più utilizzate come antinfiammatorio naturale nella nostra società.

 

Quando si acquistano integratori a base di artiglio del diavolo è quindi buona regola informarsi preventivamente sul loro contenuto percentuale in arpagoside; è consigliabile infatti ricorrere a forme farmaceutiche definite e standardizzate in principi attivi (glicosidi iridoidi min 1.8% di cui almeno l’80% come arpagoside), le uniche che consentono di sapere quante molecole attive si stanno somministrando al paziente. Preparazioni erboristiche tradizionali come infusi, succhi e decotti, non permettono di stabilire con esattezza la quantità di principi attivi somministrata al paziente, il che aumenta il rischio di insuccesso terapeutico.

Nella maggior parte degli studi clinici sono stati utilizzati estratti acquosi (Doloteffin ®) corrispondenti a 600-1200 mg al giorno di estratto secco. Una simile dose contiene circa 50-100 mg di arpagoside. Il Doloteffin non è disponibile in Italia, dove sono commercializzati soprattutto opercoli contenenti circa 250 mg di estratto secco, con un contenuto di arpagoside che varia dall’1 all’8% (solitamente è pari al 2%); il che significa che occorrerebbero dalle 4 alle 25 capsule al giorno per raggiungere il dosaggio su citato, ben più delle tre compresse che vengono normalmente consigliate. Se assunto a dosi sufficientemente elevate (almeno 40-50 mg di arpagoside al giorno), l’artiglio del diavolo è un valido supporto per le problematiche più semplici e, con la sua azione, è in grado di sostituirsi ai comuni antinfiammatori da banco. Per le patologie più gravi il suo utilizzo costante permette di ridurre il dosaggio dei farmaci antinfiammatori di sintesi.

Nella moderna fitoterapia l’Artiglio del diavolo viene utilizzato sotto forma di estratti secchi titolati, in infusi, polveri e tintura madre. Le relative dosi di assunzione normalmente consigliate sono pari a: 1,5-4,5 grammi di Arpagofito in 300 ml di acqua bollente (infuso), 100-250 mg di Arpagofito estratto secco per capsula, e 30 gocce di tintura madre di Artiglio del diavolo tre volte al giorno.

L’impiego dell’Artiglio del diavolo nelle tisane trova spazio per le sue proprietà antinfiammatorie, amare, analgesiche, antispasmodiche, ipocolesterolemizzanti e antireumatiche. In caso di indigestione o perdita di appetito si può utilizzare l’infuso, preparato mettendo due cucchiaini di radice macinata in 500 ml di acqua bollente, facendo riposare il tutto per qualche ora e filtrandolo prima dell’utilizzo.

Tuttavia bisogna tener presente che le preparazioni erboristiche tradizionali non permettono di stabilire con esattezza la quantità di principi attivi somministrata al paziente, il che aumenta il rischio di insuccesso terapeutico. In una tisana, infatti, le quantità di principi attivi estratti possono essere eccessive o più comunemente insufficienti, oltre al rischio di estrarre anche componenti indesiderate.

La tossicità dell’Artiglio del diavolo è considerata molto bassa, tuttavia sono stati segnalati casi di disturbi gastrointestinali come: diarrea, ulcera peptica, sanguinamenti gastrointestinali, iperacidità e dolori addominali. Si segnalano possibili interazioni farmaceutiche con anticoagulanti ed antiaritmici.

L’impiego dell’Artiglio del diavolo è controindicato in soggetti allergici ai principi attivi, in gravidanza, in allattamento e in presenza di ulcera gastrica e duodenale.

L’arpagofito non dovrebbe essere utilizzato in soggetti già sottoposti a terapie con farmaci anticoagulanti come il warfarin, tranquillanti come il diazepam, farmaci contro le aritmie come la digossina o i beta-bloccanti e ad altri farmaci come loperamide o l’omeprazolo perché può interferire con la loro azione riducendo la loro efficacia, oltre a causare irritazione nella mucosa gastrica. La somministrazione di arpagofito può inoltre indurre un incremento della secrezione cloridro-peptica dello stomaco, aumentando la gastrolesività associata all’uso di FANS e riducendo l’efficacia di farmaci anti-H2. Infine, una possibile sommazione degli effetti può aversi associando gli estratti di tale pianta a farmaci ipotensivi e ad ipoglicemizzanti orali.

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