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Analisi circa il mercato del lavoro in Italia

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Il mercato del lavoro in Italia mostra numeri record di occupazione, ma rimane ancora inferiore alla media dell’Unione Europea per partecipazione e tassi generali.

Dati e Indicatori Principali (2026)

  • Occupati: Superati i 24,4 milioni di lavoratori.
  • Tasso di occupazione: Intorno al 63% nella fascia 15-64 anni (ma inferiore al 76% della media europea).
  • Tasso di disoccupazione: Attorno al 5,6% – 6,2% a seconda dei mesi recenti, con una disoccupazione giovanile intorno al 18% – 19%.
  • Inattività: Resta elevata (circa il 32% – 33%), penalizzata soprattutto dalla bassa partecipazione femminile e dal divario strutturale tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno.
  • Retribuzioni e qualifiche: Una quota significativa di giovani laureati svolge mansioni inferiori al proprio titolo di studio, e permangono difficoltà di reperimento di personale specializzato.

Molti contratti però sono ancora precari e soprattutto gli stipendi sono fermi e insufficienti a coprire un costo della vita in continuo aumento.

L’analisi dei dati economici e sociali in Italia conferma pienamente questa situazione, che vede la convivenza paradossale di un record storico di occupati con una forte diffusione del lavoro povero, della precarietà e della perdita del potere d’acquisto.

La questione è al centro delle recenti mobilitazioni e dei dati analizzati in report della stampa nazionale come Il Post:

📊 I tre nodi della crisi salariale in Italia

  1. La trappola dei salari fermi: L’Italia è l’unico Paese dell’area OCSE in cui i salari medi reali sono rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi trent’anni. Nonostante i recenti rinnovi contrattuali (come il CCNL 2025-2027 per la parte economica), gli incrementi sono giudicati dai sindacati insufficienti a recuperare l’inflazione pregressa.
  2. Precarietà e contratti a termine: Secondo i dati diffusi dai sindacati su base Eurostat, circa il 14,1% dei lavoratori con contratto a tempo determinato è a rischio povertà (il doppio rispetto ai lavoratori stabili). La forte diffusione del part-time involontario e di contratti a brevissima scadenza contribuisce a mantenere i redditi annui sotto la soglia di sussistenza.
  3. L’esplosione del costo della vita: A fronte di stipendi stagnanti, le spese fisse sono aumentate drasticamente. Tra il 2020 e il 2026, gli affitti in Italia sono cresciuti in media del 33%, surclassando l’aumento generale dei prezzi che si è attestato intorno al 20%. Il fenomeno colpisce in particolar modo i lavoratori fuori sede e le famiglie nelle aree metropolitane.

Considerazioni su alcuni risultati dalle ultime dichiarazioni de

I redditi  

  • Nelle grandi città i redditi sono un po’ più alti: a Milano la media è di 41.865 euro annui, a Roma di 32.501, a Firenze di 31.941, a Bologna di 33.307. Napoli è leggermente sotto la media nazionale, con 25.360 euro annui.
  • A Milano il reddito medio da lavoro dipendente è di 38.766 euro, a Roma di 29.490 euro, a Firenze di 27.250, a Bologna di 28.936, a Napoli 22.164 euro annui, circa il 9 per cento in meno della media nazionale.

I redditi reali (valutano cosa si può effettivamente fare e comprare con quanto si percepisce in base al livello dei prezzi)

  • Rispetto al 2021 l’Italia è il paese europeo con più potere d’acquisto da recuperare: secondo i dati OCSE gli stipendi reali sono ancora inferiori ai livelli del 2021 del 6,1 per cento.
  • Dal 2021 al primo trimestre di quest’anno gli stipendi nominali, cioè quelli che si vedono in busta paga, sono saliti del 12,3 per cento gli stipendi, ma gli stessi non compensano l’inflazione, per cui di fatto i lavoratori sono ancora più poveri di allora: dal 2021 il costo della vita è aumentato del 24 per cento, il doppio di quanto abbiano fatto gli stipendi.

Negli ultimi anni le cose si sono aggravate per via dell’inflazione, ma gli stipendi stagnanti sono un problema storico dell’economia italiana. Dal grafico sotto si vede come sono andati gli stipendi reali dal 1990 a oggi: tra le grandi economie l’Italia è l’unica in cui sono più bassi di allora. Secondo dati Eurostat in Italia il 10,2 per cento dei lavoratori è a rischio povertà.

Gli stipendi troppo bassi per il costo della vita, comunque, sono solo uno dei problemi del mercato del lavoro.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024 in Italia c’erano 3,3 milioni di lavoratori impiegati in modo irregolare, di cui 2,4 impiegati come dipendenti. Nel 2024 il lavoro irregolare era circa il 13 per cento della forza lavoro complessiva. Quasi due terzi di questi lavoratori erano concentrati nel commercio, nella ristorazione e nei servizi alla persona (come personale per la pulizia o badanti).

Per fare queste stime l’Istat associa alle posizioni di lavoro irregolare un numero coerente di lavoratori a tempo pieno, ma ci sono lavoratori irregolari anche part-time: è quindi del tutto plausibile che i numeri siano più alti. Rispetto all’anno prima il lavoro irregolare è aumentato del 4,6 per cento, tre volte rispetto all’aumento del lavoro regolare.

Il precariato non riguarda solo chi lavora in nero. Ci sono quelli che l’Istat chiama lavoratori vulnerabili, cioè con un contratto a termine, con un part-time involontario o con entrambi. I lavoratori a part-time involontario sono coloro che cercavano un impiego a tempo pieno ma non lo hanno trovato, e quindi si sono accontentati.

I lavoratori vulnerabili sono il 17 per cento di tutti gli occupati, in marcato calo rispetto al 22 per cento del 2019. Il dato è maggiore per le donne: è in questa situazione quasi una lavoratrice su quattro. E quasi raddoppia nella fascia d’età tra i 15 e i 34 anni, dove i lavoratori vulnerabili superano il 30 per cento.

Più di due terzi dei lavoratori fino a 34 anni entrano nel mondo del lavoro con un contratto a termine. Solo il 26,6 per cento entra con un contratto a tempo indeterminato. Il resto sono perlopiù tirocini, che però non sempre si trasformano in un contratto di lavoro.

Secondo uno studio di INAPP, tra il 2019 e il 2022 aveva un contratto entro 1 mese dalla fine del tirocinio il 44 per cento dei tirocinanti, entro 3 mesi il 51 per cento ed entro 6 mesi il 56 per cento. Il 9 per cento, invece, entro 6 mesi aveva iniziato un altro tirocinio. Fra chi era stato assunto entro 3 mesi dalla stessa azienda del tirocinio, solo il 15 per cento aveva ottenuto un contratto a tempo indeterminato.

Tutti questi dati in fila non significano che le cose non vadano comunque meglio di qualche anno fa. Dal 2021 c’è stato un aumento consistente e costante del numero delle persone che lavorano e una riduzione altrettanto marcata di quelle disoccupate, cioè che non lavorano ma stanno cercando un impiego. Sono diminuite anche quelle inattive, cioè che non hanno un lavoro e non lo cercano.

Oggi avere un impiego non è più una garanzia automatica contro l’indigenza: il tasso di working poor (lavoratori a rischio povertà) in Italia si attesta al 10,2%, una percentuale significativamente superiore alla media dell’Unione Europea, ferma all’8,3%.

Fonte: https://www.ilpost.it/2026/10/23/precariato-stipendi-italia-manifestazioni/

Redazione amaperbene.it

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