Dal Mondo Vegetale

Giuggiolo seme agro | Ziziphus jujuba

Il giuggiolo (Ziziphus jujuba Mill.) è un albero da frutto appartenente alla famiglia delle Rhamnaceae e al genere Ziziphus, noto anche come zizzolo o anche dattero cinese, natsume o tsao (cinese semplificato: 枣; cinese tradizionale: 棗; pinyin: zǎo). Il frutto viene detto comunemente giuggiola o zizzola.

Il giuggiolo, Zizyphus jujuba varietà spinosa (sinonimi Zizyphus sativa e Zizyphus vulgaris), è una pianta a foglie caduche, originaria dell’Asia centro-meridionale. Durante il regno dell’imperatore Augusto venne importato dalla Siria nel bacino del Mediterraneo, dove col tempo si è naturalizzato e oggi cresce sia spontaneo che coltivato. Sembra che per i Romani simboleggiasse il silenzio; Erodoto narra di un vino prodotto da Egizi e Fenici derivante dalla fermentazione delle giuggiole.

Il nome Zizyphus deriva dal greco zizyphon, ma taluni lo fanno derivare dall’arabo “Zizifous” con cui è conosciuto il Giuggiolo di Barberia, in Sicilia. Si tratta di un arbusto a crescita lenta, con rami irregolari dal portamento tortuoso, ricco di vegetazione, alto solitamente 3-5 metri, ma che allevato ad alberetto può raggiungere anche i 7-10 metri; le foglie sono arrotondate, di un verde chiaro e brillante.

Le radici vanno molto in profondità, fatto che rende il giuggiolo resistente a calura e siccità anche in terreni detritici. La struttura dell’albero è molto articolata e i rami sono ramificati e contorti con una corteccia molto corrugata che si sfalda, come quella del fusto; i rami sono ricoperti di spine. Il giuggiolo produce un gran numero di fiori di piccole dimensioni dal colore bianco verdastro; la fioritura avviene in giugno-agosto; la maturazione dei frutti tra settembre e ottobre. I frutti sono delle drupe che hanno un unico seme all’interno; hanno le dimensioni più o meno di un’oliva, con buccia di colore dal rosso porpora al bruno e polpa giallastra. La zizifina, un composto che si trova nelle foglie del giuggiolo, sopprime nell’uomo la percezione del sapore dolce. Se colto quando non ancora maturo (ossia quando presenta un colore verde uniforme), il frutto del giuggiolo, la giuggiola, ha un sapore simile a quello di una mela.

Con il procedere della maturazione, tuttavia, il frutto si scurisce, la superficie si fa rugosa e il sapore diviene via via più dolce, un po’ allappante, fino ad assomigliare a quello di un dattero. Le giuggiole si consumano sia fresche, appena colte dall’albero, sia quando sono leggermente raggrinzite. C’è un solo nocciolo all’interno del frutto, simile a quello di un’oliva, che nella cucina persiana è noto come annab.

È una pianta mellifera molto visitata dalle api e se ne può ottenere un miele, ma in Italia la produzione è occasionale per la presenza solo sporadica della pianta.

Il giuggiolo era usato in passato, in alcune regioni italiane, per creare siepi difensive nei confini degli appezzamenti. In ragione delle spine e del fitto intreccio dei rami la siepe di giuggiolo costituiva una barriera pressoché impenetrabile. Sovente viene utilizzato come pianta ornamentale.

Nel Veneto, sui Colli Euganei, principalmente a Galzignano Terme esiste una coltivazione più intensiva che si è affermata negli ultimi anni grazie alla produzione del “Brodo di Giuggiole” un infuso di giuggiole e frutti autunnali, come uva Moscato, le cotogne Cydonia oblonga, scorze di limone, uva e melagrane; un liquore inebriante, che la famiglia dei Gonzaga nel Rinascimento pare offrisse ai suoi ospiti; forse da questo è derivato il detto “andare in brodo di giuggiole”, per indicare uno stato di euforia. La ricetta moderna deriva molto probabilmente da quella in voga presso i Gonzaga. Oltre che per la produzione di questo liquore, le giuggiole vengono utilizzate per la preparazione di marmellate e confetture e aromatizzare grappe, oppure vengono conservate sotto spirito (principalmente grappa) per essere consumate entro l’anno.

Lo Zizyphus spinosa è conosciuto in Cina col nome di Suan Zao Ren, ed è ritenuto la pianta calmante più conosciuta ed utilizzata dalla medicina popolare cinese, che la considera uno dei principali tonici cerebrali tradizionali, poiché le vengono attribuite proprietà toniche, distensive, miorilassanti, e riequilibranti della mente. I frutti del giuggiolo hanno un blando effetto lassativo.

La droga, cioè la parte di pianta contenente i principi attivi, è costituita dai semi essiccati, che contengono principalmente flavonoidi, saponine, acidi organici, beta carotene e un’alta percentuale di vitamina C.

L’estratto dei semi viene utilizzato soprattutto per il trattamento di ansia, insonnia, frequenti risvegli notturni, incubi, irritabilità, agitazione, iperattività, palpitazioni. Studi scientifici effettuati negli anni 80-90 hanno confermato le proprietà miorilassanti, ansiolitiche, ipnoinducenti del Giuggiolo, sia utilizzato da solo, sia in associazione con altre piante. Sono state messe in evidenza anche proprietà antiossidanti, anti-aritmiche e protettive cardiovascolari; un’assunzione prolungata riduce il colesterolo LDL e i trigliceridi, migliorando la funzione cardiocircolatoria.

Utile l’associazione con altre piante rilassanti e adattogene quali Passiflora, Melissa, Rodiola.

Curiosità

Narra Omero (Odissea, libro IX) che Ulisse e i suoi uomini, portati fuori rotta da una tempesta, approdarono all’isola dei Lotofagi (secondo alcuni l’odierna Djerba), nel nord dell’Africa. Alcuni dei suoi uomini, una volta sbarcati per esplorare l’isola, si lasciarono tentare dal frutto del loto, un frutto magico che fece loro dimenticare mogli, famiglie e la nostalgia di casa. È probabile che il loto di cui parla Omero sia proprio lo Zizyphus lotus, un giuggiolo selvatico, e che l’incantesimo dei Lotofagi non fosse provocato da narcotici ma soltanto dalla bevanda alcolica che si può preparare coi frutti del giuggiolo.

Una specie affine al giuggiolo, lo Zizyphus spina-christi, è ritenuto dalla leggenda una delle due piante che servirono a preparare la corona di spine di Gesù. L’altra sarebbe il Paliurus spina-christi chiamata comunemente “marruca”.

Pare che per gli antichi Romani il giuggiolo fosse il simbolo del silenzio, e come tale adornasse i templi della dea Prudenza.

In Romagna e in altre regioni, in molte case coloniche era coltivato adiacente alla casa, nella zona più riparata ed esposta al sole. Si riteneva che fosse una pianta portafortuna. Era presente anche in quasi tutti gli orti delle campagne del Veneto.

Ad Arquà Petrarca, comune veneto dove i giuggioli sono ancora piantati nei giardini di molte abitazioni, i frutti sono utilizzati per preparare ottime confetture, sciroppi e il proverbiale brodo di giuggiole, un antico liquore.

Redazione amaperbene.it

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