E’ vantaggioso tenere abitudini alimentari sane nel prolungare l’aspettativa di vita, indipendentemente dai geni della longevità.
Pillole di conoscenza

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Su Science Advances sono stati pubblicati i risultati di una ricerca che ha seguito 103.649 persone partecipanti alla UK Biobank per circa undici anni. Gli autori non hanno imposto una dieta, ma hanno valutato quanto l’alimentazione reale dei partecipanti somigliasse a cinque modelli considerati salutari (varianti della mediterranea, un indice di qualità generale della dieta, una versione “plant-based” fatta bene, la DASH per la pressione e un modello pensato per ridurre il rischio di diabete). Poi hanno osservato chi moriva di più e chi di meno, e hanno tradotto quei dati in una stima di aspettativa di vita.
Il risultato, detto in modo molto concreto, è questo: chi stava nel gruppo con i punteggi più alti (quindi più vicino a quei modelli) aveva un rischio di morte più basso e, a 45 anni, una stima di vita più lunga di circa 1,5–2,3 anni nelle donne e 1,9–3 anni negli uomini rispetto a chi stava nel gruppo con i punteggi più bassi. Non è la promessa “se fai la dieta X vivi due anni in più”, perché parliamo di medie di popolazione, ma è un modo efficace per capire l’ordine di grandezza. La parte più interessante arriva quando entrano in scena i geni. I ricercatori hanno calcolato anche un punteggio genetico di predisposizione alla longevità, costruito su alcune varianti note. Chi aveva un profilo genetico più favorevole, in media, andava un po’ meglio. Ma la cosa importante è un’altra: l’associazione tra dieta sana e maggiore aspettativa di vita rimaneva anche tenendo conto della genetica. In pratica, mangiare bene sembra “funzionare” sia per chi parte avvantaggiato sia per chi parte svantaggiato. E in un dettaglio, uno dei modelli (quello più orientato a tenere a bada la glicemia e il rischio di diabete) pareva persino un po’ più utile proprio in chi aveva una predisposizione genetica meno favorevole.
Togliendo le sigle, il messaggio è molto poco esotico. Questi modelli hanno in comune più alimenti vegetali “veri” (verdure, frutta, legumi, cereali integrali), più grassi buoni, e meno zuccheri e ultra-processati. Non a caso, quando gli autori hanno guardato quali componenti sembravano pesare di più, due indizi spiccavano: le fibre erano associate a un rischio più basso, mentre le bevande zuccherate erano associate a un rischio più alto. È quasi un riassunto della nutrizione moderna: la longevità ama ciò che nutre anche il microbiota e soffre lo zucchero liquido.
La longevità inizia dal piatto: come ciò che mangiamo può influenzare il microbioma
Vale la solita prudenza: è uno studio osservazionale, quindi non può dimostrare causa-effetto con la stessa forza di un trial, e chi mangia meglio spesso fa anche altre cose meglio. Inoltre le abitudini alimentari sono misurate con richiami delle 24 ore, che non sono perfetti. Però i numeri sono grandi e la direzione è coerente: la dieta conta davvero, e non è un premio riservato a chi ha “i geni giusti”.
In conclusione, lo studio sottolinea i vantaggi di abitudini alimentari sane nel prolungare l’aspettativa di vita, indipendentemente dai geni della longevità.
Lv Y, Song J, Ding D, Luo M, He FJ, Yuan C, MacGregor GA, Liu L, Chen L. Healthy dietary patterns, longevity genes, and life expectancy: A prospective cohort study. Sci Adv. 2026 Feb 13;12(7):eads7559. doi: 10.1126/sciadv.ads7559. Epub 2026 Feb 13. PMID: 41686892; PMCID: PMC12904179.



