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Non esiste un livello di smog che si possa considerare “sicuro”

L’emergenza smog in Italia è divenuto un problema cronico tanto da non fare quasi più notizia. Ogni giorno si citano città italiane che hanno sforato ripetutamente i limiti giornalieri di PM10, una delle frazioni in cui è suddiviso il particolato atmosferico, l’insieme di sostanze solide e liquide sospese nell’aria che respiriamo, il principale inquinante nelle aree urbane.

Purtroppo l’esposizione all’inquinamento atmosferico è legata a una serie sorprendente di patologie come attacchi di cuore, ictus, demenze, malattie renali e diabete, oltre ad avere effetti dannosi in gravidanza.  Inoltre la ricerca dimostra che non esiste una soglia sicura.

Nel complesso, sembra che il particolato sia la frazione più pericolosa. In linea generale più una particella è piccola, più è dannosa: preoccupazioni ancora maggiori desta il particolato ancora più piccolo, quello di dimensioni nanometriche espulso dai gas di combustione. Il particolato fine (PM2.5) è associato ad effetti cardiopolmonari, in quanto contribuisce alle patologie respiratorie e può scatenare attacchi d’asma: infatti, le particelle più sottili penetrano oltre i polmoni all’interno della circolazione sanguigna, dove causano infiammazione e contribuiscono alle malattie cardiache. L’esposizione all’inquinamento atmosferico in generale e in al particolato nello specifico sono state associate a basso peso alla nascita, ad effetti sulla salute mentale, al diabete e ad altre malattie.

Secondo il Ministero della Salute, ogni anno 30 mila decessi in Italia sono riconducibili al particolato fine (PM2.5). Si calcola che l’inquinamento atmosferico accorci mediamente la vita di ciascun italiano di 10 mesi. Con il solo rispetto dei limiti di legge si potrebbero salvare almeno 11 mila vite all’anno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che  circa 7 milioni di morti premature nel mondo, principalmente per malattie non trasmissibili, sono attribuibili agli effetti congiunti dell’inquinamento atmosferico ambientale e domestico; in 9 casi su 10 sono avvenute nei Paesi a medio e basso reddito.

Il 58% di questi decessi è riconducibile a ischemie ed ictus, il 18% a malattia polmonare ostruttiva cronica o a infezioni acute delle basse vie respiratorie, il 6% a cancro ai polmoni. Una valutazione della IARC già nel 2013 ha concluso che l’inquinamento atmosferico è un agente carcinogeno per l’uomo: il particolato è strettamente associato a un’aumentata incidenza di tumore, specialmente ai polmoni; e ci sono anche associazioni tra inquinamento dell’aria e aumento dei tumori del tratto urinario.

Cuore e polmoni sono pertanto i primi bersagli del particolato fine; questo può danneggiare il sistema cardiovascolare in molti modi, causando infiammazione, promuovendo la coagulazione del sangue, restringendo le arterie, mettendo il cuore in condizioni di stress.

E’ importante sapere che non esiste un livello di smog considerato “sicuro”  e che il fumo di sigaretta aggrava una situazione polmonare già compromessa dall’inquinamento atmosferico. Dati ottenuti da diversi studi suggeriscono che il particolato fine nelle case di fumatori è circa 10 volte maggiore che nelle case dei non fumatori, e nel corso della vita, un non fumatore che abita con un fumatore incamera una quantità di PM2.5 analoga a quella di un non fumatore residente a Pechino.

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