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Ginseng | Panax Ginseng C. A. Meyer

Il ginseng (Panax ginseng) è una pianta appartenente alla famiglia delle Araliaceae, conosciuta per le sue proprietà adattogene e antistress; è anche utilizzata per la cura del diabete mellito, grazie alle sue qualità ipoglicemizzanti.

Invero il Panax L. è un genere di 11 specie di piante perenni a crescita lenta con le radici carnose.

Il termine Panax è derivato dal greco παν ἀκέια, pan (tutto) akèia (cura, rimedio), termine dal quale viene anche la parola latina e italiana panacea, panaceae, cioè rimedio a tutti i mali.

Il termine ginseng viene dal cinese 人蔘/人参, (pinyin: rénshēn), ossia pianta dell’uomo, perché la forma della sua radice ricorda una forma umana. In effetti, la medicina tradizionale cinese considera la pianta un elisir di giovinezza, che possiede tutte le virtù terapeutiche, preventive, curative ed energetiche immaginabili; e pare che questo accada da millenni, perché il ginseng compare nei più antichi trattati di medicina, all’inizio dell’era cristiana.

Occorre però tener presente che con il termine di ginseng in realtà si indicano 11 diverse specie botaniche con attività tonico-adattogena tra cui: il ginseng coreano (Panax ginseng C.A. Meyer), il ginseng nordamericano (Panax quinquefolius L.), il ginseng giapponese (Panax japonicus C.A. Meyer), il ginseng himalaiano (Panax pseudoginseng Wallich), il ginseng cinese (Panax notoginseng Burk) e il ginseng siberiano (Eleuterococcus senticosus Maxim). L’estratto di Ginseng coreano è quello di qualità superiore perché può arrivare a contenere fino a 38 tipi diversi di ginsenosidi, mentre tutti gli altri ne contano meno; per esempio il Ginseng americano arriva al massimo a 19. B.

Tra tutte, la specie più utilizzata e studiata è il Panax ginseng.

Si tratta di una pianta perenne, eretta e alta 30-80 cm.; fusto glabro con verticilli terminali di 3-5; le foglie sono palmate, sottili, finemente dentate, gradualmente acuminate, lunghe 7-20 cm e larghe 2-5 cm.; il rizoma si presenta fusiforme e carnoso, spesso palmato all’apice dando una forma umana; l’infiorescenza è semplice o ramificata, con 1-3 ombrelle da 15-30 fiori ciascuna; i fiori androgini hanno corolle verde-giallo; il frutto è una drupa delle dimensioni di un pisello, globosa o reniforme, viola, lucida e liscia, con due semi.

Originario dell’emisfero settentrionale in Asia orientale (principalmente Corea, Cina del Nord e Siberia orientale) ed in Nord America, si sviluppa tipicamente nei climi più freddi. La specie vietnamita del Panax è quello più comunemente utilizzato.

Sia il ginseng di provenienza asiatica (Panax ginseng) che quello di provenienza americana (Panax quinquefolius) vengono utilizzati per svariate patologie, in particolare per mantenere lo stato di salute, per stimolare il sistema immunitario e come integratori energetici [Jellin JM et al, 2002]. Il ginseng era considerato un rimedio quasi universale, soprattutto contro l’invecchiamento, i disturbi gastrointestinali e come preparato afrodisiaco e rivitalizzante.

Le virtù del ginseng sono attribuibili a diversi componenti presenti nelle sue radici. La droga viene estratta dalle radici centrali di ginseng, ottenute da piante di almeno 5-7 anni. I principali componenti chimici sono saponosidi, detti ginsenosidi, dei quali i più importanti sono Rb1, Rb2, Rc, Rd, Rf, Rg1 e Rg2; olio essenziale ricco in sesquiterpeni; polisaccaridi (amidi, pectine); fitosteroli; vitamine del gruppo B; colina; oligoelementi.

Il contenuto totale di ginsenosidi di una radice principale di 6 anni varia tra lo 0.7 e il 3%. Le radici laterali possono avere un contenuto di saponine pari al doppio o al triplo rispetto alla radice principale.

La composizione dei vari tipi è differente dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

La pianta si distingue per le proprietà toniche e adattagene: migliora la vigilanza e lo stato di benessere psicofisico, contrasta la fatica fisica e mentale, favorisce la capacità dell’organismo di adattarsi allo stress rafforzando il sistema immunitario, endocrino e nervoso e migliorando le capacità fisiche e mentali; numerosi ginsenosidi sono in grado di esercitare un’azione epatoprotettiva ed antiossidante attraverso l’incremento dell’attività della glutatione perossidasi e attraverso una debole azione di radical scavenger. Come tutti gli adattogeni vegetali, migliora la risposta del cervello e del surrene, incrementando quindi la resistenza dell’organismo di fronte ai più diversi agenti lesivi di carattere chimico, fisico, meccanico, farmacologico e biologico.

Diversi studi hanno dimostrato che il ginseng influenza l’asse ipotalamo-ipofisi aumentando il rilascio di ACTH, un ormone che induce la liberazione surrenale di cortisolo o “ormone dello stress”. Il cortisolo, promuove la sintesi del glicogeno e quella delle proteine a livello muscolare e stimola la funzionalità del sistema immunitario, permettendo all’organismo di resistere meglio al freddo, al caldo, alle intossicazioni chimiche, alla fatica, ecc. Inoltre, l’associazione di estratti di ginseng e ginkgo biloba determina un aumento del livello di serotonina nelle strutture cerebrali ed un aumento dei livelli di ACTH, rendendo questa associazione indicata per controllare le turbe delle funzioni cognitive correlate all’età.

La sua proprietà stimolante agisce su tutti i sistemi grazie alla sua abilità di aumentare temporaneamente la funzione e l’attività in modo rapido con un conseguente miglioramento dei riflessi, accelerazione alla risposta nervosa, riduzione dell’affaticamento mentale e potenziamento la resistenza fisica, e della memoria, rendendolo indicato per chi studia o ha un’intensa attività sportiva.

Numerosi studi evidenziano inoltre le sue proprietà ipoglicemizzanti, utili per ridurre la concentrazione ematica di glucosio, in caso di diabete mellito. I ginsenosidi sembrano favorire la sintesi pancreatica di insulina ed aumentare la produzione di trasportatori del glucosio nel fegato; i ginsenosidi R0, Rg1 ed Rg2 pare siano in grado di contrastare il rilascio di trombossano, esercitando quindi un’azione antiaggregante piastrinica; i panaxani (polisaccaridi) sembrano invece diminuire la sintesi di glucosio a livello epatico ed aumentare il suo utilizzo nei vari tessuti corporei.

Al ginseng vengono poi attribuite altre proprietà, quali la capacità di ridurre la colesterolemia (promuovendo l’attività della lipoprotein lipasi) e la glicemia (tramite il rilascio di insulina).

Altri studi, invece, sono stati svolti per indagare le potenziali proprietà antitumorali del ginseng. Sembra, infatti, che alcuni ginsenosidi possano essere utili nell’indurre l’apoptosi in alcune tipologie di cellule maligne.

Il ginseng è anche in grado di stimolare l’ossido nitrico sintetasi a livello del tessuto cardiaco, inducendo, quindi, un aumento della sintesi di ossido nitrico (NO). Inoltre, il rilascio di NO dalle cellule endoteliali dei corpi cavernosi del pene favorisce il rilasciamento e la dilatazione dai vasi sanguigni, in particolare, a livello dei corpi cavernosi; ciò rende il ginseng un valido alleato contro la disfunzione erettile ed un possibile afrodisiaco.

Tra le varie specie, la medicina Cinese associa le maggiori proprietà afrodisiache al ginseng rosso, la cui colorazione è dovuta, semplicemente, al trattamento della radice con vapore (120-130°C per circa 2-3 ore) e alla successiva essicazione.

Dopo l’assunzione di ginseng è stata riportata l’insorgenza di effetti collaterali quali epistassi, vomito, mal di testa, insonnia e agitazione. In seguito all’assunzione di dosi eccessive di ginseng, invece, potrebbe manifestarsi la sindrome da abuso di ginseng, i cui sintomi principali consistono in: disturbi digestivi, insonnia, ipertensione, tachicardia, mal di testa, tremori, difficoltà di concentrazione e irritabilità. Tale sindrome può manifestarsi con maggior probabilità in caso di assunzione concomitante di sostanze neurostimolanti (come efedra, sinefrina e caffeina).

L’assunzione del ginseng è controindicata in pazienti con ipersensibilità accertata verso uno o più componenti, con gravi malattie psichiatriche o con patologie cardiovascolari. L’assunzione di ginseng può ridurre leggermente i livelli di glucosio nel sangue, pertanto i pazienti diabetici dovrebbero consultare il medico prima di assumere la radice.  Inoltre, l’utilizzo del ginseng è controindicato anche nelle donne in gravidanza e nelle madri che allattano al seno.

Sono state segnalate interazioni con farmaci anticoagulanti orali (come il warfarin), antiaggreganti piastrinici e FANS, poiché l’assunzione concomitante di ginseng può aumentare il rischio di sviluppare emorragie; con la fenelzina (principio presente in alcuni psicofarmaci), poiché l’associazione con ginseng può causare cefalea, tremori e mania; con caffeina ed efedrina, perché il ginseng può aumentare il rischio d’insorgenza di ipertensione, soprattutto se l’assunzione avviene ad alte dosi e per periodi prolungati: di conseguenza si sconsiglia l’assunzione del Ginseng in questi casi.

Infine, il ginseng potrebbe interferire anche con IMAO (inibitori delle monoamino ossidasi), simpaticomimetici, cortisonici, etoposide, digossina e fexofenadina.

Nelle persone affette da diabete di tipo 2, il ginseng può causare una riduzione della glicemia e dei livelli plasmatici di emoglobina A1c [Sotaniemi E et al, 1995; Vuksan V et al, 2000; Vuksan V et al, 2000]. L’assunzione contemporanea di insulina o ipoglicemizzanti orali e ginseng, senza un monitoraggio dei livelli ematici di glucosio, può portare all’insorgenza di ipoglicemia. Svariati studi clinici hanno evidenziato l’assenza di attività da parte del ginseng nei confronti dei principali isoenzimi del citocromo P450 [Gurley BJ et al, 2005; Gurley BJ et al, 2002]. Tuttavia, in un recente caso clinico è stata riportata una probabile interazione farmacocinetica a livello del CYP3A4 tra imatinib e ginseng. Nello specifico, la reazione si è verificata in un paziente in terapia da 7 anni con imatinib, che ha manifestato un’epatite lobulare acuta, dopo tre mesi dall’inizio di un trattamento con ginseng [Bilgi N et al, 2010].

Di recente è stato osservato anche che, nei pazienti anziani, gli estratti della pianta sono in grado di determinare una lieve inibizione del CYP2D6 [Yang GF, Huang X, 2006].

In un altro caso clinico, l’assunzione di ginseng, in un soggetto con protesi valvolare cardiaca, ha comportato una riduzione dell’effetto terapeutico del warfarin [Janetzky K, Morreale AP, 1997]. Tuttavia, poiché il paziente in questione era in terapia con diversi altri farmaci, la relazione di causalità è rimasta piuttosto dubbia. In letteratura viene infine riportato un caso clinico riferito ad un paziente che ha manifestato insonnia, cefalea, tremori e mania in seguito alla somministrazione concomitante di ginseng e fenelzina [Shader RI, Greenblatt DJ, 1988]. In questo caso, la relazione di causalità è stata confermata dalla ricomparsa dei sintomi in seguito alla risomministrazione del rimedio erboristico [Jones BD, Runikis AM, 1987].

Di recente, è stato evidenziato, sia in vitro che in vivo, che un componente del ginseng asiatico, noto come 20(S)-Ginsenoside Rh2, esercita un’importante azione inibente a carico della glicoproteina-P (P-gp), con una potenza paragonabile a quella del verapamil. L’effetto è stato osservato in particolare sul trasporto di digossina, fexofenadina ed etoposide (tre substrati tipici della P-gp) [Zhang J et al, 2010]. Sebbene, tale evidenza non abbia ancora trovato risvolti in ambito clinico, i pazienti in trattamento con tali farmaci dovrebbero essere al corrente di questa potenziale interazione farmacologica.

Il ginseng può produrre effetti simili a quelli degli estrogeni per i suoi componenti attivi che hanno una struttura chimica simile a quella del testosterone, degli estrogeni e dei glucocorticoidi. Non dovrebbe essere usato in donne che assumono terapia ormonale sostitutiva. Aumentati livelli di digossina sono stati associati al ginseng siberiano, che interferisce con il dosaggio della digossina. La sindrome da abuso di ginseng causa ipertensione, alterazioni del comportamento e diarrea. Un contaminante nefrotossico, il germanio, può danneggiare le cellule del tratto ascendente dell’ansa di Henle, riducendo la risposta ai diuretici dell’ansa.

Bibliografia

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