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Disturbi del Comportamento Alimentare

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Il 15 marzo è la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, indetta per sensibilizzare e informare sul tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), che esordiscono sempre più precocemente e coinvolgono oltre 55 milioni di persone nel mondo, di cui 3 milioni e 800mila in Italia: l’8-10% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi.

Nel 2000 erano 300mila. Il 40% dei malati di disturbi alimentari ha tra i 12 e i 17 anni, ma di questo 40% il 25% ha meno di 14 anni, il 6% ha meno di 12 anni. Il 90% di chi soffre di disturbi alimentari è di sesso femminile, ma cresce, velocemente, il numero dei maschi, anche di età adolescenziale: tra i 12 e i 17 anni oggi i ragazzi sono il 20%, erano l’1% nel 2013. Nel 2022 ci sono stati 3.151 morti per diagnosi correlate ai disturbi alimentari, di età media intorno ai 25 anni.

Una tragedia contemporanea di cui si parla troppo poco.

Secondo i dati della Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare solo nel 2023 si sono registrati 1.680.456 nuovi casi di disturbi alimentari. Una vera e propria emergenza sanitaria.

Perché fiocchetto lilla

Il nome di questa giornata, il fiocchetto lilla, è diventato un simbolo internazionale utilizzato per aumentare la consapevolezza, promuovere l’educazione e sostenere coloro che ne sono affetti. La scelta del lilla non è casuale. Questo colore unisce il calmo blu al vibrante rosso e quindi rappresenta la dualità dei DCA, che celano sofferenza interiore dietro apparente tranquillità; è anche un richiamo alla complessità di queste condizioni, che invita ad avere un approccio empatico e informato verso questi temi.

Indossare il fiocchetto lilla è un piccolo gesto ricco di significato: è solidarietà verso chi lotta.

Una corretta educazione alimentare, un approccio non restrittivo al cibo, un sostegno alla salute generale, il coinvolgimento di professionisti del settore (nutrizionista, psicologi, gastroenterologi, psichiatri, internisti ed endocrinologi, a seconda della bisogna) possono contribuire in modo significativo alla prevenzione di questi disturbi sempre più frequenti. Per rieducare a sane abitudini alimentari un paziente è necessaria la presenza di un’equipe multidisciplinare che sia in grado di effettuare prima di tutto una corretta valutazione diagnostica.

I disturbi alimentari

Con il termine disturbi alimentari, o meglio disturbi del comportamento alimentare (DCA), si indicano una serie di problematiche caratterizzate da una relazione patologica con il cibo. Più precisamente chi ne soffre, oltre ad avere rapporti non sereni con l’alimentazione, si preoccupa in maniera eccessiva per la propria forma fisica e, non a caso, la percezione dell’immagine corporea in questi individui risulta spesso alterata.

Se un tempo si credeva che i disturbi alimentari colpissero prevalentemente il sesso femminile, oggi ci si è dovuti ricredere. Sono sempre più numerosi, infatti, gli uomini che si ritrovano ad affrontarli.

L’anoressia nervosa

Uno dei disturbi alimentari più diffusi è l’anoressia nervosa, ovvero una malattia la cui caratteristica principale è un significativo dimagrimento causato da una riduzione drastica dell’apporto calorico. Chi ne soffre ha il terrore di ingrassare e pertanto mette in atto una serie di strategie per evitare tale evenienza: vomito autoindotto, assunzione di lassativi, esercizio fisico estremo.

Secondo i dati, ad esserne maggiormente colpite sono le donne (circa il 90%). La problematica di solito esordisce nel periodo adolescenziale, tra i 15 e i 18 anni, ma sono sempre più frequenti i casi diagnosticati durante la preadolescenza (8-10 anni) e la menopausa.

L’anoressia è quindi un disturbo caratterizzato da un peso corporeo significativamente basso, dall’ansia legata all’aumento di peso, da una percezione distorta della propria immagine corporea e da un controllo eccessivo degli alimenti consumati e della forma del proprio corpo. Inoltre, la costante paura del giudizio basato sull’aspetto esteriore è un elemento sempre presente, per questo un uso sempre più anticipato dei social può essere considerata una probabile causa che concorre all’instaurarsi precoce di questa problematica.

Le bambine vengono a contatto con un mondo basato sull’estetica che non sono in grado di osservare in maniera critica perché troppo piccole. Già in terza elementare, infatti, il 50% delle bambine denuncia un’insoddisfazione per il proprio corpo. Inoltre, il menarca, ovvero il primo ciclo mestruale, avviene prima rispetto a una decina di anni fa. Le bambine si ritrovano a fare i conti con un evento che le porta ad entrare dentro un corpo di donna, ma da un punto di vista emotivo e psicologico sono ancora bambine. Questo fenomeno, cogliendole impreparate, può contribuire all’instaurarsi di problematiche legate all’alimentazione

Esistono due forme di anoressia nervosa:

  • Anoressia restrittiva: la dieta rigida o il digiuno sono associati ad un’attività fisica estenuante ed eccessiva;
  • Anoressia con bulimia: il ridotto apporto calorico può talvolta essere sostituito da episodi di abbuffate e da conseguenti comportamenti di eliminazione (vomito autoindotto, assunzione di lassativi).

Non esiste un’unica causa, infatti questa condizione è l’esito di una serie di fattori genetici, ambientali, psicologici e relazionali. Il soggetto anoressico può aver vissuto un’esperienza traumatica o, per via di una scarsa autostima, può aver smarrito il controllo durante una dieta iniziata per perdere qualche chilo di troppo. Da un punto di vista ambientale talvolta si rivelano determinanti le influenze professionali (lavorare nel mondo della moda o della danza) e quelle famigliari (crescere in una famiglia in cui la comunicazione interpersonale è scarsa o addirittura assente).

Oltre al rapido calo ponderale, una delle prime manifestazioni dell’anoressia nervosa è l’amenorrea. Complica la situazione la dismorfofobia, ossia una percezione errata del proprio peso corporeo. Ci si vede eccessivamente grassi e si fa di tutto per dimagrire. A lungo andare questi atteggiamenti mettono a dura prova la salute.

Sono sintomi fisici del disturbo:

  • l’abbassamento della pressione arteriosa e della temperatura corporea;
  • l’anemia;
  • le alterazioni endocrine;
  • le carenze vitaminiche e minerali;
  • l’ipoglicemia;
  • l’alcalosi metabolica.

Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo (ARFID)

L’Arfid o disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo è un altro disturbo alimentare, meno conosciuto e piuttosto recente, che interessa bambini ancora più piccoli. I bambini che soffrono di Arfid, tendenzialmente più piccoli, tra i sette e i dieci anni, non mangiano, o sono spesso etichettati come mangiatori “schizzinosi” o “selettivi” perché non sembrano essere interessati al cibo o perché limitano il loro introito di cibo a solo cinque – sei alimenti. In molti casi, fortunatamente, l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e si si risolve spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. In un sottogruppo di bambini, però, l’alimentazione selettiva può compromettere in modo significativo la crescita e lo sviluppo e, in alcuni casi, soddisfare i criteri diagnostici del disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo (ARFID).

Altri bambini hanno bisogno di essere ricoverati perché sostanzialmente smettendo di mangiare, o comunque non mangiando a sufficienza, riportano un arresto della crescita e alterazioni sul piano organico come ad esempio la comparsa dello scorbuto, causato dalla mancanza di assunzione di vitamina C.

I motivi per cui smettono di mangiare possono essere i più diversi. Possono aver sperimentato un trauma, osservato o vissuto in prima persona, legato ad esempio a un cibo andato di traverso che li ha fatti spaventare e, per la paura che il fenomeno si ripresenti, bloccano l’alimentazione. Anche la paura del vomito a seguito di episodi infettivi può averli impressionati a tal punto da portarli a smettere di mangiare. Da considerare che si tratta di bambini piccoli e quindi il fenomeno della suggestione è abbastanza comune, ma perché si instauri questa condizione devono essere predisposti: bambini ansiosi, con un’emotività fragile oppure iporessici. Si tratta di bambini che da sempre manifestano uno scarso interesse per il cibo, solitamente sono bambini molto selettivi per cui mangiano solo alcuni cibi, magari di un unico colore, e non sopportano le contaminazioni tra pietanze diverse, denotando una struttura cognitiva rigida.

L’ARFID è un disturbo introdotto nel 2013 dalla quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), che ha unito in un’unica categoria diagnostica i disturbi della nutrizione dell’infanzia con i disturbi dell’alimentazione. L’Arfid ha raggiunto la sua massima espressione durante la pandemia COVID.

La diagnosi di ARFID si pone quando si verifica un persistente fallimento nel soddisfare le necessità nutrizionali e/o energetiche che determina una (o più) delle seguenti conseguenze:

  1. perdita di peso significativa (o fallimento di raggiungere l’aumento di peso atteso o inadeguata crescita nei bambini);
  2. deficit nutrizionale significativo;
  3. funzionamento dipendente dalla nutrizione enterale o dai supplementi orali;
  4. marcata interferenza con il funzionamento psicosociale.

Nell’ARFID sono stati proposti tre sottotipi:

  1. evitamento del cibo per un’apparente mancanza d’interesse per il mangiare o il cibo (una condizione chiamata anche disturbo emotivo di evitamento del cibo);
  2. evitamento sensoriale del cibo, in cui l’evitamento del cibo è legato alle sue proprietà sensoriali quali l’aspetto, l’odore, la consistenza, il gusto o la temperatura;
  3. evitamento del cibo dovuto alle preoccupazioni per le conseguenze avversive del mangiare, come il soffocarsi, il vomitare o lo stare male. In questi pazienti sono anche comuni sintomi come il dolore addominale, la nausea e la malattia da reflusso gastroesofageo.

È da sottolineare che, sebbene questa suddivisione sia clinicamente utile quando si effettua la formulazione del caso, i sottotipi dell’ARFID non hanno ancora ricevuto una validazione.

Per porre diagnosi di ARFID, il disturbo non deve essere spiegato dalla mancata disponibilità di cibo o da una pratica culturalmente sancita, non deve manifestarsi esclusivamente durante il decorso dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa e non deve esserci l’evidenza che l’evitamento del cibo sia la conseguenza della paura d’ingrassare e dell’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo.  Infine, il disturbo non deve essere attribuibile a una malattia medica concomitante o essere spiegato da un altro disturbo mentale. Quando il disturbo dell’alimentazione si verifica nel contesto di un’altra condizione o disturbo, la gravità del disturbo dell’alimentazione deve eccedere quella abitualmente associata con la condizione o il disturbo ed è sufficientemente grave da giustificare un’attenzione clinica aggiuntiva.

La prevalenza dell’ARFID è stata valutata solo in studi retrospettivi e i risultati preliminari indicano che i pazienti con questo disturbo tendono ad essere più giovani rispetto a quelli con anoressia nervosa e bulimia nervosa e che, rispetto a questi disturbi, il disturbo sembra colpire un maggior numero di maschi. Inoltre, il disturbo presenta una frequente comorbilità per i disturbi d’ansia e, in alcuni casi, per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività e i disturbi dello spettro autistico.

Il tipo di approccio terapeutico per i bambini che soffrono di Arfid dipende dalla gravità della situazione. Quando bambini molto piccoli smettono di mangiare necessitano di un intervento immediato; spesso si è costretti ad utilizzare un’alimentazione sostitutiva attraverso il sondino-naso gastrico per ripristinare una situazione sicura da un punto di vista medico. Successivamente, nel contesto del ricovero, si lavora per far riprendere ai bambini un’alimentazione spontanea, anche attraverso un intervento psicologico familiare. I genitori, infatti, aiutati da un nutrizionista esperto, rivestono un ruolo fondamentale nel percorso di educazione ai cibi e alla sensibilizzazione ai gusti.

La bulimia

Anche la bulimia è uno dei disturbi alimentari più frequenti. A caratterizzarla sono le numerose abbuffate di cibo, a cui seguono comportamenti destinati ad annullare quanto più possibile l’apporto calorico di quanto ingerito e i relativi sensi di colpa, come il vomito autoindotto, l’attività fisica estenuante, l’assunzione di lassativi, il digiuno prolungato. Quella del bulimico è una vera e propria ossessione per il cibo. È stato calcolato che un paziente è in grado di ingerire in una sola ora da 5mila a 20mila calorie.

La bulimia, che colpisce in particolar modo il sesso femminile di età compresa fra i 16 e i 40 anni, è causata da una serie di fattori psicologici, biologici ed ambientali. Da un punto di vista psicologico si è notato che la problematica è frequente in persone che hanno un determinato carattere. Si tratta di soggetti ansiosi o depressi, con una bassa autostima e con una notevole difficoltà a gestire le tensioni.

Talvolta sussiste una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo o di disturbo post-traumatico da stress. Alcuni studi hanno evidenziato una componente genetica della malattia. Numerosi, infine, i fattori ambientali tra cui: l’esaltazione della magrezza da parte dei media, eventi particolarmente stressanti; violenze fisiche e/o abusi sessuali.

Fra le principali manifestazioni comportamentali rientrano le abbuffate compulsive alle quali seguono i cosiddetti “metodi di spurgo“. Non devono, però, essere trascurati i sintomi fisici che la bulimia comporta:

  • anomalie del ciclo mestruale;
  • danni dentali;
  • alito cattivo;
  • frequenti infiammazioni della gola;
  • costipazione;
  • squilibri elettrolitici;
  • problematiche cardiache;
  • disturbi alimentari: il binge eating

Il binge eating, definito anche disturbo da alimentazione incontrollata, è caratterizzato da ricorrenti episodi di abbuffate associate a particolari segni distintivi. Il paziente mangia in maniera vorace e rapidamente, anche in assenza dello stimolo della fame, grandi quantità di cibo fino a star male. Questo comportamento, che avviene in media almeno due giorni la settimana per un periodo di sei mesi, si traduce in sensi di colpa, depressione e vergogna. A differenza della bulimia, però, il binge eating non è seguito da metodi di compenso (vomito, esercizio fisico, abuso di lassativi). La problematica colpisce prevalentemente il sesso maschile (40% dei casi) e le diagnosi sono in crescita.

Secondo numerosi studi il disturbo da alimentazione incontrollata è l’esito di una serie di fattori genetici, neuroendocrini, evolutivi, affettivi e sociali. In momenti di stress intenso e talvolta in maniera quasi inconsapevole, un soggetto cerca consolazione in determinati cibi. Quelli particolarmente dolci o salati provocano l’attivazione della dopamina, un neurotrasmettitore che induce un senso di appagamento ma che, al tempo stesso, rinforza la dipendenza verso gli alimenti incriminati.

Chi soffre di binge eating spesso è un individuo con una bassa autostima. Insoddisfatto della propria immagine corporea; egli ricorre frequentemente a diete dimagranti. Le abbuffate potrebbero rappresentare una fuga, un blocco nei confronti di uno stato emotivo considerato intollerabile o una difficoltà nella gestione degli impulsi. Non di rado la problematica innesca altri comportamenti legati all’impulsività: autolesionismo, alcolismo, tossicodipendenza, cleptomania.

Il trattamento dei disturbi alimentari

Dai disturbi alimentari si può guarire. Sia in caso di anoressia nervosa, di bulimia che di binge eating, il primo passo da compiere è quello di riappropriarsi di un atteggiamento sano nei confronti del cibo. Per far ciò è fondamentale intraprendere un percorso psicoterapeutico che può essere di tipo impersonale o di tipo cognitivo-comportamentale. Alle volte la terapia psicologica prevede il coinvolgimento dell’intero nucleo famigliare.

Utile, altresì, il supporto farmacologico. Le molecole maggiormente prescritte sono le SSRI, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina che, rispetto agli antidepressivi triciclici, hanno meno effetti collaterali. Il dosaggio deve essere aumentato in maniera graduale e talvolta necessita di adeguamenti.

Purtroppo mancano i centri per il trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Per fortuna esiste online la prima piattaforma per orientarsi fra i centri specializzati per la cura dei disturbi alimentari:
Piattaforma Disturbi Alimentari

Al 31 dicembre 2021 la mappatura conta 91 strutture su tutto il territorio nazionale: 48 centri al Nord (di cui 16 in Emilia Romagna), 14 al Centro Italia e 29 tra Sud e Isole. Sono 963 i professionisti che lavorano nei centri, tutti formati e aggiornati: soprattutto psicologi (24%), psichiatri o neuropsichiatri infantili (17%), infermieri (14%) e dietisti (11%). Sono inoltre presenti gli educatori professionali (8%), i medici di area internistica e pediatri (5%), i medici specialisti in nutrizione clinica e scienza dell’alimentazione (5%), i tecnici della riabilitazione psichiatrica (3%), gli assistenti sociali (2%) ed infine i fisioterapisti (1%) e gli operatori della riabilitazione motoria (1%). Il censimento in continua evoluzione consente anche di conoscere informazioni relative all’utenza assistita. Risultano in carico al 65% dei Centri censiti oltre 8.000 utenti. Poco meno di 3.000 sono in carico da più di 5 anni e soltanto nell’ultimo anno di riferimento (2020) hanno effettuato una prima visita circa 4.700 pazienti. L’utenza in carico è prevalentemente di genere femminile 90% rispetto al 10% di maschi. Il 59% degli utenti hanno tra i 13 e 25 anni di età, il 6% hanno meno di 12 anni. Rispetto alle più frequenti diagnosi l’anoressia nervosa è rappresentata nel 42,3% dei casi, la bulimia nervosa nel 18,2% e il disturbo di binge eating nel 14,6%.

Redazione amaperbene.it

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