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Celidonia | Chelidonium majus

Chelidonium majus (L., 1753), comunemente nota come celidonia, nota anche come  Erba porraia, Erba da porri, Erba nocca, Siricagna, Erba mornera, Rundinaria, Zeligogna, è una pianta erbacea, spontanea in Italia, appartenente alla famiglia delle Papaveraceae. È l’unica specie del genere Chelidonium di tale famiglia.

Il nome deriverebbe dal greco Kelidon, che significa rondine, in quanto la pianta fiorisce con l’arrivo di questi uccelli. Nel rinascimento si credeva inoltre che le rondini avessero l’abitudine di strofinare i rametti di questa pianta sugli occhi dei nuovi nati per favorirne l’apertura. Cresce in stazioni spesso ombreggiate, su suoli umiferi, freschi ed un po’ eutrofizzati, ma anche su vecchi muri e macerie, ai margini di strade e nelle discariche, dal livello del mare alla fascia montana inferiore.

Era ritenuta la fata delle erbe e considerata un portafortuna. Sulla celidonia circolano molte leggende, e gli Antichi le attribuivano numerose virtù: posta sul capo di un ammalato, la celidonia farebbe piangere l’uomo che sta per morire e cantare l’uomo che è in via di guarigione. Gli alchimisti si servivano della celidonia nella ricerca della pietra filosofale e le dettero il nome di coeli donum, “dono del cielo”, in quanto era ritenuta una pianta magica, dotata di poteri soprannaturali. Paracelso la considerava, secondo il concetto della “medicina delle segnature”, sia un’erba “insanguinata”, cioè un’erba atta a curare i disturbi circolatori, che un’erba “gialla”, per curare l’itterizia e altri malanni del fegato. E Alberto Magno pretendeva che “se qualcuno la porta addosso insieme al cuore di una talpa, egli sarà superiore ai suoi nemici e vincerà tutte le sue cause”.

Dai rametti spezzati esce un lattice di colore giallo-arancio, responsabile delle proprietà caustiche della pianta, cui sono attribuite proprietà calmanti, antispastiche a livello della muscolatura liscia di vie biliari, tratto gastro-intestinale, bronchi e vasi che risulta utile in caso di spasmi muscolari, nelle forme asmatiche e in alcuni disturbi gastro-enterici. E’ importante però tener presente che la celidonia è una pianta tendenzialmente tossica i cui principi attivi sono essenzialmente degli alcaloidi (1%) molto potenti, come berberina, coptisina, chelidonina, cheleritrina, sanguinarina, allocriptopina. Pertanto, l’uso per via interna è fortemente sconsigliato, se non sotto stretto controllo medico, in quanto si possono manifestare effetti tossici molto severi, come lesioni epatiche e renali, paralisi dei muscoli respiratori e irritazione delle mucose interne; i principi attivi sono affini a quelli dell’oppio.

Il caratteristico latice arancione, se ingerito, causa bruciori alla bocca e alla faringe, vomito, paralisi e anche coma, ma sembra efficace nel trattamento delle verruche e dei calli e dei porri, da cui il nome di “erba da porri”.

La pianta viene tradizionalmente utilizzata nella medicina popolare per uso esterno, contro le verruche (si applica il lattice fresco nella zona interessata, lasciando asciugare), come componente di miscele per pediluvi e lavaggi delle mani.

Come altre Papaveraceae ha azione purgativa e sedativa e una azione spasmolitica sulla muscolatura liscia. In dosi moderate veniva assunta in infuso o decotto, per esempio nelle campagne del lodigiano e cremasco, mescolata al tarassaco per una bevanda depurativa del fegato, ma la tossicità di alcuni principi contenuti ne sconsiglia l’utilizzo interno a meno di supervisione esperta.

N.B. si raccomanda l’uso solo esterno in quanto se assunta internamente è tossica a causa del contenuto in alcaloidi. Si consiglia di applicare un po’ di prodotto su una piccola zona del polso e di lasciarlo in contatto con la pelle per circa 48h in modo da verificare eventuali reazioni indesiderate da parte della pelle. Applicare solo su cute integra ed evitare il contatto con gli occhi.

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