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Fuga dei talenti dall’Italia

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La “fuga dei cervelli” dall’Italia è un fenomeno strutturale che coinvolge oltre 1,3 milioni di persone nel decennio tra il 2011 e il 2021, con un impatto economico stimato tra 5 e 15 miliardi di euro l’anno.

Secondo i dati ufficiali Istat, basati sulle iscrizioni all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), i cittadini di nazionalità italiana che hanno spostato la residenza all’estero (gli espatri) sono stati, al netto dei rientri (i rimpatri), 56mila l’anno tra il 2013 e il 2023. Il 57% di questi aveva tra i 18 e i 34 anni e il 26% era laureato, quota in aumento negli ultimi anni.

Dopo un calo nel 2021-2022, i deflussi hanno ripreso a crescere, e il dato provvisorio del 2024 segna un record di oltre 100mila espatri netti. Questo boom, tuttavia, è stato probabilmente influenzato dalle penalità introdotte per chi non si iscrive all’AIRE. Questo balzo conferma che i dati precedenti sottostimavano i veri espatri.

Secondo le nostre stime, gli espatri netti effettivi nel 2013-2023 sarebbero stati almeno 80mila l’anno, 24mila in più dei dati ufficiali.

I dati Istat

Per “italiani emigrati” o “espatriati” in un certo anno si intendono i cittadini di nazionalità italiana che spostano la residenza dall’Italia all’estero. Secondo i dati Istat, basati sulle iscrizioni all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), nel 2023 circa 114mila italiani hanno lasciato il Paese e circa 61mila sono rimpatriati (cancellando l’iscrizione all’AIRE), con un saldo negativo di 53mila unità (Fig.1).

Ad andarsene sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni: 55mila partenze (il 48% del totale) contro 17mila ritorni (il 32% del totale), per una perdita netta di 38mila unità (il 73% del totale).

Dal 2013 al 2023, in media, ogni anno l’Italia ha perso 56mila italiani in termini netti, di cui più della metà (32mila, il 57% del totale) tra i 18 e i 34 anni. Prima della crisi economica del 2011-12, il dato era molto inferiore (19mila l’anno nel 2008-2012), suggerendo che la crisi sia stata determinante nell’incentivare i deflussi. Non a caso, gli espatri netti sono diminuiti nel 2021-22, il biennio in cui l’Italia è cresciuta più del resto dell’Eurozona, per poi riprendere.

I deflussi sono stati rilevanti anche per i laureati: dal 2013 al 2023 l’Italia ne ha persi in termini netti circa 15mila l’anno (il 26% degli espatriati netti totali), di cui 12mila con meno di 40 anni (Fig. 2). La percentuale di laureati sui deflussi è cresciuta molto negli ultimi anni: dal 23% del 2013-2021 al 46% del biennio 2022-2023. Considerando soltanto gli espatriati netti tra i 25 e i 39 anni, nel 2022-2023 il 51% era laureato, a fronte del 32% del 2013-2021.

Il dato (ancora provvisorio) del 2024 segna un record assoluto, con 156mila espatri complessivi e 52mila rimpatri, per un saldo netto di oltre 100mila, di cui il 70% tra i 18 e i 39 anni. Tuttavia, potrebbe esserci un effetto statistico: dal 1° gennaio 2024 si sono inasprite le sanzioni per la mancata iscrizione all’AIRE, che ora vanno da 200 a 1000 euro per ciascun anno di mancata iscrizione..  Questo potrebbe aver spinto diversi italiani, di fatto residenti all’estero ma non iscritti all’AIRE, a mettersi in regola, suggerendo che i dati degli anni precedenti siano sottostimati.

La sottostima

I dati Istat, basati su iscrizioni e cancellazioni all’AIRE, probabilmente sottostimavano gli espatri effettivi, dato che molti “espatriati di fatto” non si iscrivevano all’AIRE per inerzia o perché, a fronte di vantaggi come il voto all’estero e l’accesso ai servizi consolari, l’iscrizione comporta la perdita dell’assistenza sanitaria italiana.

Tuttavia, è probabile che la nuova residenza venga segnalata nel Paese d’arrivo, perché può essere necessaria per firmare contratti di affitto, lavoro o utenze di gas e luce. Infatti, il rapporto tra numero di immigrati italiani segnalato dai Paesi di destinazione e quello degli espatriati verso gli stessi Paesi registrato dall’Italia è ampiamente superiore a uno in ciascuna delle nove nazioni europee dove l’Istat segnala più espatri (Tav.2). Tra il 2008 e il 2023, ad esempio, nei Paesi Bassi gli immigrati italiani risultano in media quasi tre volte gli espatriati verso i Paesi Bassi registrati dall’Istat.

Pesando la media di ciascun Paese con il numero di emigrati corrispondente, otteniamo una media complessiva di 1,8: a 100 espatri registrati dall’Istat corrisponderebbero quindi 180 espatri “effettivi”. Tuttavia, tra gli immigrati italiani segnalati da altri Paesi è compreso anche chi non arriva dall’Italia (per esempio un cittadino italiano che dalla Germania si sposta in Spagna). Ipotizzando, cautamente, che il 20% non arrivi dall’Italia, la media scende a 1,45: per ogni 100 espatriati registrati ce ne sarebbero in realtà 145. Dato che i Paesi del campione costituiscono il 65% degli espatri totali nel periodo 2008-2023, possiamo applicare la stima agli espatri complessivi, che nel 2023 sarebbero stati 166mila.

Per stimare il saldo netto effettivo è necessario considerare che gli espatriati non iscritti all’AIRE non risultano neanche nel dato dei rimpatri, perché formalmente la loro residenza rimane in Italia. Dato che nel periodo 2008-2023 i rimpatri sono stati la metà degli espatri, ipotizziamo che, del 45% aggiuntivo di espatriati, la metà rientri in Italia. Gli espatri netti da noi stimati nel 2023 sarebbero così 79mila, 26mila in più rispetto al dato Istat. Complessivamente, il saldo netto sarebbe stato di 80mila l’anno nel 2013-2023, invece dei 56mila ufficiali (Tav.2). Il picco osservato nel 2024 sembra indicare un aggiustamento straordinario dovuto alla regolarizzazione di emigrati non ancora iscritti. Se così fosse, il deflusso netto del 2025, ora più veritiero, potrebbe diminuire rispetto al record dell’anno precedente.

Secondo il Rapporto Cnel 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, nel solo 2024 si sono registrate  78mila partenze; mettendo in relazione le variabili socio demografiche con il valore economico del capitale umano della fascia under 35, il valore del capitale umano espatriato dal 2011 al 2024 ammonta a circa 159 miliardi di euro. Una stima in cui rientrano gli ostacoli alle pari opportunità, così come le disuguaglianze sociali nel nostro Paese. Innanzitutto, di genere: la quota femminile delle persone espatriate nel 2024 è il 48,1%, in aumento rispetto al 46,6% medio dell’intero periodo.

Le destinazioni dei giovani emigranti sono soprattutto altre nazioni europee, apprezzate per le migliori condizioni di lavoro e opportunità di carriera.

Prima destinazione dei giovani italiani è il Regno Unito, con una quota pari al 26,5%. La seconda è la Germania e a seguire Svizzera, Francia e Spagna.

Pochissime le persone che vengono dall’estero in Italia: soltanto l’1,9%; come destinazione, il nostro Paese è preceduto da Danimarca e Svezia, che sono però molto più piccole per popolazione ed economia. L’Italia si posiziona come ultima tra le mete europee per i giovani qualificati, creando un saldo migratorio netto fortemente negativo.

Alti anche i dati della migrazione interna: nel periodo 2011-24 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, al netto di quelli che sono arrivati, 484mila giovani italiani. 240mila sono andati nel Nord-Ovest dal resto d’Italia, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello della Campania, pari a 158mila, poi Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila. L’afflusso più alto è stato in Lombardia, con 192mila, seguito dall’Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).

Il giovane capitale umano trasferito nel 2011-24 dal Mezzogiorno al Nord corrisponde a un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi relativo al trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei diplomati e 14 a quello dei non diplomati. La Lombardia è la regione che ha ricevuto più capitale umano giovane dai movimenti interni, pari a 76 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna con 41 miliardi, dal Lazio con 17 e dal Piemonte con 15. La Campania è la regione che ha perso più capitale umano giovane dai movimenti interni: 59 miliardi. Poi viene la Sicilia con 44 miliardi, la Puglia con 40 e la Calabria con 24.

Circa le motivazioni i principali fattori di spinta (“push factors”) includono bassi salari, alta precarietà lavorativa, mancanza di meritocrazia e scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Rapporto Cnel 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”

Redazione amaperbene.it

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