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L’Italia fatica a liberarsi dallo spettro della fuga di cervelli. Come evidenzia il Rapporto Cnel “Giovani expat. Come farli tornare“, pubblicato a settembre 2026, il numero di giovani che lasciano il Paese in cerca di opportunità lavorative migliori resta ancora elevato.
La ricerca ha coinvolto 1.803 giovani expat italiani, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, con l’obbiettivo di individuare le cause del fenomeno e, soprattutto, le condizioni per il ritorno in patria.
I primi risultati restituiscono un fenomeno che non riguarda soltanto il mercato del lavoro: investe il destino delle competenze che il nostro sistema formativo contribuisce a costruire.
I dati principali dell’indagine
- L’esodo: Tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630 mila giovani italiani, con un saldo migratorio netto negativo di 441 mila unità. Nel solo 2024 il saldo negativo ha superato i 61 mila giovani.
- Il campione analizzato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) mostra un elevato livello di qualificazione:
- il 93% possiede una laurea, con il 45% in possesso di una laurea magistrale, il 22% di un master, il 14% di una laurea triennale e il 12% di un dottorato.
- l’87% vive in Europa e il 58% ha lasciato l’Italia subito dopo gli studi, senza aver mai lavorato nel Paese.
Tra il 2012 e il 2023, l’emigrazione dei laureati italiani è passata dal 25,7% al 44,2%.
- Le cause della fuga:
- retribuzioni troppo basse (83% dei rispondenti)
- scarse opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo (88%) e merito (79%)
- ricerca di un contesto che consideri il futuro, come incentivi fiscali e di inserimento (75%), miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro (72%), politiche per la casa (63%) e servizi pubblici efficienti (62%).
- Valore del capitale umano fuoriuscito: 159,5 miliardi di euro nel periodo 2011-2024, pari a circa 16 miliardi l’anno secondo i trend più recenti, afferma Renato Brunetta, Presidente del CNEL.
- A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 lo svantaggio salariale dell’Italia è peggiorato verso tutti i principali partner europei: da un vantaggio dell’1% a un ritardo del 7% rispetto alla Spagna, da un divario del 14% al 36% verso la Germania, fino a salire dal 39% al 71% nei confronti della Svizzera.
- Destinazioni principali: I Paesi più scelti sono Svizzera, Regno Unito, Germania, Francia e Spagna. Il 58% ha iniziato la propria carriera direttamente fuori dai confini nazionali.
- La disponibilità a rientrare: L’83% degli expat italiani si è detto pronto a tornare in Italia, ma a determinate condizioni:
- l’aumento consistente delle retribuzioni e
- la garanzia di opportunità di carriera adeguate
- una maggiore trasparenza e meritocrazia nelle selezioni, valutazioni e progressioni di carriera.
Quasi un giovane su tre (circa il 33%) prevede di non rientrare in Italia nemmeno nel medio periodo (entro i prossimi cinque anni). Alla domanda su quale singolo intervento avrebbe la precedenza assoluta, oltre la metà dei rispondenti (53%) sceglie le retribuzioni, quasi uno su cinque (19%) le opportunità di lavoro, il 6% la meritocrazia in senso stretto. Al Nord la priorità retributiva raccoglie il 55%, nel Mezzogiorno scende al 48% e lascia spazio proprio alle richieste di merito e di stabilità dell’impiego.
Un dato, prima di altri, interpella direttamente scuola e università: il 58% dei giovani coinvolti nell’indagine dichiara di avere lasciato l’Italia subito dopo la conclusione degli studi, senza avervi mai lavorato. Il passaggio dalla formazione al lavoro diventa così il punto nel quale una parte consistente delle competenze più qualificate sceglie un altro Paese.
Per la scuola il problema non può essere quello di convincere i giovani a restare, bensì quello di interrogarsi su perché tanti giovani qualificati scelgano di costruire altrove il proprio futuro, e quindi come i giovani vengono preparati a scegliere, quali strumenti vengono loro offerti per leggere il mondo del lavoro e quale idea di riconoscimento delle competenze, delle responsabilità e del merito contribuiamo a costruire.
I dati del CNEL restituiscono l’immagine di un’emigrazione giovanile che ha cambiato profondamente forma. Non si parte più prevalentemente per necessità di sussistenza: tra i giovani altamente qualificati coinvolti nell’indagine pesa soprattutto la ricerca di opportunità professionali ed economiche più adeguate alle competenze acquisite e alle proprie aspettative.
Il profilo che emerge dal Rapporto presenta alcune caratteristiche particolarmente significative:
- Altissima formazione. Il 93% dei giovani che hanno risposto all’indagine possiede almeno una laurea o un titolo superiore.
- Partenza immediata. Il 58% degli intervistati ha lasciato l’Italia subito dopo la conclusione degli studi, senza avervi mai lavorato. Il 70% si concentra nella fascia di età tra i 23 e i 30 anni: proprio quella nella quale formazione e competenze dovrebbero cominciare a tradursi in un percorso professionale.
- Un saldo in perdita. Il rapporto tra competenze che escono e competenze che entrano appare fortemente squilibrato: per ogni giovane qualificato straniero che sceglie l’Italia per lavorare, il Rapporto segnala 14,5 giovani qualificati italiani che si dirigono all’estero.
Le destinazioni aiutano a leggere il fenomeno. L’Europa raccoglie complessivamente l’87% delle partenze considerate dal Rapporto: il 60% verso Paesi dell’Unione europea e il 27% verso Paesi europei extra-UE, tra cui Svizzera e Regno Unito. Il Nord America segue con l’8,5%.
Non conta soltanto quanto si guadagna, ma anche come si lavora, quali possibilità di crescita vengono offerte e quanto competenze e responsabilità trovano riconoscimento. Accanto alle differenze retributive assumono così rilievo la cultura organizzativa, le modalità di avanzamento professionale, la trasparenza dei percorsi e la qualità complessiva dell’ambiente di lavoro.
Perché si sceglie di andare e, soprattutto, di restare all’estero? Il Rapporto mette a confronto le condizioni offerte dal mercato del lavoro italiano con quelle dei principali Paesi di destinazione e fa emergere un divario che non riguarda soltanto le retribuzioni, ma le opportunità professionali e il riconoscimento delle competenze.
Sul piano salariale, il confronto è particolarmente netto. A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 lo svantaggio dell’Italia è aumentato rispetto ai principali partner europei: nei confronti della Germania il divario è passato dal 14% al 36%, mentre rispetto alla Svizzera è cresciuto dal 39% al 71%.
| Paese di destinazione | Svantaggio salariale | Cosa trovano i ragazzi all’estero |
| Germania | -36% | Solidità delle opportunità professionali, condizioni favorevoli all’autonomia, welfare. |
| Svizzera | -71% | Elevato potere d’acquisto, opportunità di carriera, prossimità geografica. |
| Regno Unito e Nord America | Non quantificato nel confronto CNEL) | Opportunità professionali, investimenti in tecnologia e ricerca, possibilità di crescita. |
Ma la retribuzione non spiega da sola la scelta di partire. Nel Rapporto le basse retribuzioni risultano estremamente rilevanti per circa quattro intervistati su cinque; seguono una cultura del lavoro giudicata arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze. Quando si guarda alle condizioni che potrebbero favorire il rientro, l’83% considera estremamente rilevante un consistente aumento delle retribuzioni; l’88% attribuisce rilievo alla possibilità di trovare un lavoro adeguato al proprio profilo e il 79% al riconoscimento del merito.
È quindi la qualità complessiva del lavoro a fare la differenza. Nelle esperienze maturate all’estero i giovani dichiarano di apprezzare organizzazioni meno gerarchiche, maggiore autonomia, lavoro per obiettivi, prospettive di crescita e attenzione all’equilibrio tra vita e lavoro. In Italia pesano, invece, la percezione di percorsi professionali meno dinamici, la scarsa valorizzazione delle competenze e modalità organizzative ancora fortemente legate alla presenza e all’anzianità.
Pertanto, le cause che spingono tanti giovani qualificati a cercare altrove il proprio futuro chiamano in causa scelte economiche, politiche del lavoro e sistemi di welfare. Il Rapporto mostra quanto, nelle scelte dei giovani, pesino il riconoscimento delle competenze, le possibilità di crescita e la qualità dell’ambiente di lavoro. Per molti la scelta di vivere all’estero non coincide con una rinuncia definitiva alla possibilità di tornare ma la disponibilità al rientro è strettamente legata al cambiamento delle condizioni che hanno favorito la partenza.
Per questo il CNEL richiama i limiti di una strategia fondata prevalentemente su incentivi fiscali temporanei. Le agevolazioni possono favorire il rientro, ma non intervengono sulle cause strutturali che rendono il Paese meno attrattivo e possono determinare differenze di trattamento tra chi è rimasto in Italia e chi vi ritorna. Le indicazioni del Rapporto si concentrano quindi su tre principali direttrici di intervento.
- Contrattazione e retribuzioni. Il CNEL richiama la necessità di rafforzare la dinamica salariale delle professioni a elevata qualificazione, attraverso la contrattazione collettiva, collegandola alla crescita della produttività e all’innovazione tecnologica. Il tema di fondo è la capacità dell’Italia di competere sull’innovazione e sulla qualità del lavoro, anziché sul contenimento del suo costo.
- Management trasparente e valorizzazione delle competenze: Le retribuzioni, da sole, non bastano. Il Rapporto richiama l’esigenza di rendere più trasparenti i processi di selezione e di avanzamento professionale e di offrire ruoli coerenti con le competenze possedute. L’88% degli intervistati considera estremamente rilevante, ai fini di un possibile rientro, la disponibilità di opportunità lavorative adeguate al proprio profilo. Autonomia, responsabilità, prospettive di crescita e riconoscimento del merito diventano quindi elementi importanti dell’attrattività delle organizzazioni.
- Un welfare capace di sostenere i progetti di vita: La decisione di rientrare non riguarda soltanto il lavoro. Casa, servizi per l’infanzia, sanità, trasporti e qualità dei servizi pubblici incidono sulla possibilità di costruire in Italia un progetto personale e familiare sostenibile. Il rafforzamento del welfare diventa così parte di una politica di attrazione e permanenza dei giovani qualificati, soprattutto nel confronto con Paesi europei nei quali questi servizi risultano maggiormente accessibili.
Tornare deve essere possibile. Un Paese che investe nella formazione dei giovani ha bisogno di creare le condizioni perché quell’investimento possa diventare sviluppo, innovazione e benessere collettivo. Rendere nuovamente attrattiva l’Italia per le professionalità qualificate significa, allora, non semplicemente riportare a casa chi è partito, ma fare in modo che partire, restare o tornare possano essere scelte e non conseguenze della mancanza di alternative.
RAPPORTO CNEL SUI GIOVANI EXPAT: L’83% TORNEREBBE IN ITALIA CON SALARI PIÙ ALTI E IL 79% CHIEDE PIÙ MERITO https://www.cnel.it/comunicazione-e-stampa/notizie/news/detail/2026/09/07/rapporto-cnel-sui-giovani-expat–l’83–tornerebbe-in-italia-con-salari-pi%C3%B9-alti-e-il-79–chiede-pi%C3%B9-merito



