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E’ noto che la qualità della dieta rappresenta uno dei determinanti fondamentali della salute umana e influenza in modo significativo la salute a lungo termine.
La dieta mediterranea, ricca di cibi antinfiammatori come frutta, verdura, olio d’oliva e pesce, è riconosciuta a livello mondiale per i suoi benefici sulla salute, tanto che la cucina italiana è stata eletta Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO a fine 2025. Tuttavia, la crescente occidentalizzazione delle abitudini alimentari, l’aumento dell’inflazione e la povertà economica rischiano di allontanare i pazienti da uno stile alimentare salutare.
L’infiammazione cronica di basso grado è riconosciuta come uno dei principali fattori nello sviluppo di patologie cardiovascolari, depressione e dolore cronico.
Il team guidato da Giuseppe Grosso, del dipartimento di Scienze Biomediche e Biotecnologiche dell’Università di Catania, ha attivato uno studio trasversale, primo in Italia ad applicare il Dietary Inflammatory Score (DIS), volto ad indagare il legame tra infiammazione derivante dalle abitudini alimentari e qualità della vita. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Frontiers in Nutrition.
I ricercatori hanno utilizzato per le indagini un campione 1.936 adulti italiani della città metropolitana di Catania. I partecipanti, tutti maggiorenni, hanno fornito informazioni sulle loro abitudini alimentari tramite un questionario di frequenza alimentare validato e suddiviso in 110 domande, riferite ai sei mesi precedenti l’intervista.
Il potenziale infiammatorio della dieta di ciascun partecipante è stato calcolato utilizzando il DIS, un indice che mette in relazione diciotto gruppi alimentari – dalle verdure a foglia agli zuccheri, dalla frutta alla carne rossa e processata – con il loro effetto sull’infiammazione sistemica: punteggi positivi del DIS indicavano una dieta pro-infiammatoria, mentre valori negativi indicavano un’alimentazione antinfiammatoria. La valutazione della qualità della vita è stata condotta utilizzando la Manchester Short Appraisal (MANSA), una scala di dodici domande soggettive su diversi aspetti del vivere quotidiano, tra cui la soddisfazione generale, la salute mentale e fisica, le relazioni sociali, la sicurezza e altri ancora.
Dall’analisi è emerso che i partecipanti con maggiore consumo di frutta, verdura, cereali integrali, legumi, latticini, pesce e frutta secca presentavano un potenziale infiammatorio della dieta inferiore rispetto ai coetanei con abitudini alimentari meno sane. Punteggi più alti del DIS sono stati significativamente associati a una minore probabilità di riportare un’alta qualità della vita, valori emersi soprattutto nei soggetti più giovani, tra i fumatori e tra coloro che svolgevano meno attività fisica, comportamenti già noti come promotori di infiammazione.
In particolare, le persone appartenenti al terzile più alto di DIS presentavano un rischio superiore del 77% di essere insoddisfatte della propria qualità di vita generale. “L’associazione tra dieta e qualità della vita non era mediata da condizioni metaboliche (come obesità, ipertensione, diabete di tipo 2 e dislipidemia), poiché non vi erano differenze significative nella distribuzione di tali variabili tra individui in diversi terzili. Queste osservazioni possono essere interpretate alla luce dei meccanismi fisiopatologici che collegano l’infiammazione cronica di basso grado a esiti negativi per la salute psicofisica” hanno spiegato gli autori. L’analisi dei nutrienti ha confermato come un elevato intake calorico quotidiano, una dieta ricca di grassi saturi ma povera di omega-3, fibre, vitamine e minerali favorissero l’infiammazione, portando a un impatto negativo sulla qualità della vita.
Il ruolo della dieta nella medicina generale
“Le limitazioni funzionali derivanti da stati infiammatori cronici possono ostacolare lo svolgimento delle attività quotidiane, compromettere l’indipendenza e aumentare la dipendenza dalle reti di sostegno sociale, oltre ad avere un impatto negativo sulla sfera sociale e relazionale, limitando la partecipazione attiva alle attività comunitarie e lavorative, riducendo le opportunità di interazione interpersonale e diminuendo la percezione di connessione sociale” scrivono gli autori.
La valutazione delle abitudini alimentari non dovrebbe essere un dettaglio secondario: il medico rappresenta il riferimento principale per indirizzare i pazienti verso scelte alimentari più corrette. La relazione tra dieta, infiammazione sistemica e benessere psicosociale rende il counseling nutrizionale uno strumento clinico per migliorare non solo i parametri di malattia, ma la qualità della vita globale dei pazienti. “L’infiammazione cronica può generare un circolo vizioso in cui la riduzione delle funzioni fisiche porta a una minore partecipazione sociale, che a sua volta può esacerbare lo stress psicologico e la percezione di vulnerabilità, evidenziando l’interazione bidirezionale tra i determinanti fisiologici e psicosociali del benessere” conclude il team di ricerca.
Giampieri F, Godos J, Caruso G, Olvera-Moreira MA, Furnari F, Di Mauro A, Domínguez Azpíroz I, Zambrano-Villacres R, Frias-Toral E, Galvano F, Grosso G. Inflammatory potential of the diet and self-rated quality of life in Italian adults. Front Nutr. 2026 Feb 4;13:1744444. doi: 10.3389/fnut.2026.1744444. PMID: 41717030; PMCID: PMC12913117.



