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	<title>insaporitore Archivi - amaperbene.it</title>
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	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
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		<title>La colatura di alici di Cetara</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/la-colatura-di-alici-di-cetara/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2024 09:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pesce, crostacei e molluschi]]></category>
		<category><![CDATA[acidi grassi Omega 3]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La colatura di alici di Cetara è un prodotto agroalimentare tradizionale campano, prodotto nel piccolo borgo marinaro di Cetara, in Costiera amalfitana. La fonte scritta più sicura del modo di preparare la colatura di alici si trova nel Disciplinare della Regione Campania intitolato &#8220;Disciplinare di Produzione della colatura di alici di Cetara DOP&#8220;[1]. Quella di &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La colatura di alici di Cetara è un prodotto agroalimentare tradizionale campano, prodotto nel piccolo borgo marinaro di Cetara, in Costiera amalfitana. La fonte scritta più sicura del modo di preparare la colatura di alici si trova nel Disciplinare della Regione Campania intitolato &#8220;<strong>Disciplinare di Produzione della colatura di alici di Cetara DOP</strong>&#8220;<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Quella di Cetara gode anche del riconoscimento di Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT).</p>
<p><strong>Descrizione e procedure</strong></p>
<p>La colatura di alici è una <strong>salsa liquida</strong> trasparente dal colore ambrato che viene prodotta seguendo un antico e tradizionale procedimento di maturazione delle alici in una soluzione satura di acqua e sale.</p>
<p>La materia prima di partenza è costituita dalle alici o acciughe (<em>Engraulis Encrasicholus</em> L.) pescate con la tecnica del &#8220;cianciolo&#8221; (con utilizzo della lampara) esclusivamente nel Golfo di Salerno, nei pressi della costiera amalfitana, nel periodo che va dal 25 marzo, che corrisponde alla festa dell&#8217;Annunciazione, fino al 22 luglio, giorno di santa Maria Maddalena.</p>
<p>Le alici appena pescate vengono private a mano della testa (&#8220;scapezzate&#8221;) e delle interiora (eviscerazione), fatte riposare per circa 12 ore in un contenitore con una miscela di acqua e sale, chiamata <strong>increscatura</strong>, e poi trasferite in un altro contenitore e cosparse di sale marino abbondante per 24 ore. Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il <strong>terzigno </strong>(un terzo di una botte), e sistemate con la classica tecnica ‘&#8217;testa-coda&#8221; a strati alterni di sale ed alici. Completati gli strati, il contenitore viene coperto con un disco in legno (detto <strong>tompagno</strong>), sul quale si collocano dei pesi (pietre marine). Durante le prime 48 ore si deve esercitare una pressione maggiore, poi si può alleggerire il peso.</p>
<p>Per effetto della pressatura e della maturazione delle alici, un liquido comincia ad affiorare in superficie; mentre nel normale processo di conservazione delle alici viene prelevato ed eliminato, nella produzione della colatura ne costituisce l’elemento base. Raccolto progressivamente, viene conservato in grandi bottiglie di vetro e sottoposto ad un procedimento naturale di concentrazione con esposizione alla fonte di luce diretta del sole estivo per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l&#8217;acqua e aumenti la concentrazione cosicché, in genere fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l&#8217;ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, si raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno con un attrezzo appuntito detto &#8220;<strong>vriale</strong>&#8220;, e trasferito in altro recipiente e filtrato con l&#8217;uso di teli di lino, chiamati <strong>cappucci</strong>.</p>
<p>Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico (quasi bruno-mogano), dal sapore deciso e corposo, una eccezionale riserva di sapidità che conserva intatto l’aroma della materia prima, le alici salate, capace quindi di insaporire con poche gocce molti semplici piatti della cucina locale, dalle verdure ai classici spaghetti.</p>
<p>A Cetara la colatura rappresenta il tradizionale condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure: tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.</p>
<p><strong>Aspetto e sapore</strong></p>
<p>All’aspetto la colatura di alici di Cetara DOP deve essere <strong>limpida e brillante</strong>; il <strong>colore ambrato, tendente al bruno-mogano</strong>. Si caratterizza per un <strong>odore persistente, intenso</strong> che <strong>richiama il profumo delle alici sotto sale</strong>, delle alici fresche, del salmastro. Ha un sapore “umami”, forte e con <strong>sapidità elevata</strong> dovuta all’utilizzo di alici e sale come materie prime.</p>
<p><strong>Proprietà</strong></p>
<p>La colatura di alici è particolarmente apprezzata per il suo gusto intenso e deciso, che la rende la scelta perfetta per condire pasta, insalate, carni e pesce. Ma oltre al suo inconfondibile sapore, la colatura di alici ha dalla sua anche numerose proprietà benefiche per la salute.</p>
<p>Innanzitutto, è una buona <strong>fonte di proteine e di acidi grassi Omega-3</strong>, sostanze importanti per il nostro benessere. L’Omega-3, in particolare, è noto per le sue <strong>proprietà antinfiammatorie</strong> e per la sua capacità di <strong>ridurre il rischio di malattie cardiovascolari</strong>.</p>
<p>Inoltre, la colatura di alici è <strong>ricca di calcio, ferro e vitamine del gruppo B</strong>, tutte sostanze fondamentali per l’organismo. Il calcio, ad esempio, è importante per la salute delle ossa e dei denti, mentre il ferro è necessario per la produzione di globuli rossi e per il trasporto dell’ossigeno nel sangue. Le vitamine del gruppo B, infine, svolgono un ruolo fondamentale nel metabolismo energetico e nel mantenimento del sistema nervoso.</p>
<p>La colatura di alici pare quindi un condimento salutare, se utilizzato nella giusta maniera. È importante ricordare, infatti, che è comunque un <strong>alimento ricco di sale</strong>, dunque è consigliabile <strong>non esagerare nell’utilizzo</strong> ed è opportuno moderarne il consumo in caso di ipertensione o problemi di ritenzione idrica.</p>
<p>La colatura di alici non ha un apporto energetico considerevole, variando da un&#8217;etichetta all&#8217;altra da 100 kcal/100 g a 200 kcal/100 g di parte edibile. Le differenze in termini energetici sono anche del 100%.</p>
<p><strong>Uso culinario</strong></p>
<p>La colatura d&#8217;alici è un condimento sorprendentemente versatile, e può essere utilizzato in molti modi diversi; viene soprattutto utilizzata come condimento di spaghetti o linguine, ma anche per insaporire piatti a base di pesce o verdure, come ad esempio la cipolla per la pizza di scarola; inoltre con verdure saltate in padella con olio, aglio e peperoncino, quali bietole, spinaci, ecc. Da alcuni è apprezzata anche come condimento per pomodori, olive, persino per panini farciti e uova cotte in vari modi.</p>
<p><strong>Commercializzazione</strong></p>
<p>La commercializzazione della Colatura di Alici di Cetara DOP deve avvenire, in appositi contenitori di vetro chiaro trasparente di capacità variabile da un minimo 50 ml ad un massimo di 1.000 ml.</p>
<p><strong>Controindicazioni</strong></p>
<p>La colatura di alici, per l&#8217;elevata concentrazione di sodio, è da evitare assolutamente nella terapia nutrizionale preventiva e terapeutica verso l&#8217;ipertensione arteriosa primaria sodio sensibile.</p>
<p>Avendo un effetto particolarmente osmotico e disidratante, la colatura di alici può inoltre irritare la mucosa peggiorando condizioni come la gastrite e l&#8217;ulcera peptica. La colatura è logicamente da evitare in caso di allergia alle alici. Inoltre, per la verosimile presenza di istamina, è consigliabile non inserirla nel menu della dieta contro la relativa intolleranza alimentare. La colatura di alici non ha invece controindicazioni per la celiachia e per l&#8217;intolleranza al lattosio. Anche se, a differenza delle alici stesse, la colatura non dovrebbe contenere alte percentuali di purine, in caso di iperuricemia è comunque buona norma evitarne o limitarne il consumo. Chi soffre di gotta dovrebbe assolutamente evitare il consumo di alici a causa dell&#8217;elevato contenuto di purine.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>Le origini di questo prodotto gastronomico sono antichissime, probabilmente orientali e con alcune affinità con la salsa che gli antichi greci chiamavano “<strong>Garon</strong>” ottenuta dal pesce “<strong>Garos</strong>” (le alici).</p>
<p>I romani hanno dato un nuovo nome a questo liquido gustoso, ovvero “<strong>Garum</strong>”. Sulle tavole imbandite di ogni bontà non mancava mai il Garum che veniva utilizzato per condire succulenti piatti a base di carne, pollo, agnello e persino sulla verdura.</p>
<p>La produzione del Garum avveniva soprattutto in Numidia, una zona che corrisponde all’attuale Algeria. Il liquido veniva conservato in anfore su cui si indicava l’anno di produzione e la qualità; il migliore era sicuramente il “<strong>Garum excellens</strong>” che si otteneva dalle alici e dalle ventresche di tonno; poi c’era il “<strong>Garum Flos Floris</strong>” prodotto con sgombro, alici e tonno, il “<strong>Garum Flos Murae</strong>” che come suggerisce il nome derivava dalle murene e infine una qualità particolare ottenuta dalle ostriche, meno utilizzata.</p>
<p>Il Garum è stato introdotto nel II a.C. presso l’antica Roma, mentre ci sono notizie circa l’uso della colatura di alici di Cetara a partire dalla metà del XIII secolo.</p>
<p>Si narra che furono i monaci che predicavano nella canonica di San Pietro a Tuczolo, un colle vicino ad Amalfi, ad iniziare la lavorazione della colatura di alici di Cetara. Tra le loro attività c’era anche la pesca del pesce azzurro, che avveniva nei mesi estivi a bordo di una flotta modesta che d’inverno si trasformava in mezzo di trasporto per il frumento. Dopo la pesca le alici venivano private della testa e delle interiora e disposte a strati con il sale grosso in grosse botti di legno. Sulla copertura veniva messo un masso pesante che faceva da pressa. Il liquido in eccesso che si depositava e colava sul fondo, era così profumato che i monaci decisero di raccoglierlo e portarlo in cucina. Il monaco che si occupava della preparazione dei pasti decise di condire delle verdure lesse, aggiungendo qualche spezia, gli aromi e l’olio. Il successo fu immediato e i monaci mandarono in dono un po’ del liquido ambrato presso gli abitanti dei paesi vicini e agli altri conventi.</p>
<p>Tutti iniziano ad ingegnarsi per produrlo in casa, sino a quando a qualcuno non venne la geniale idea di usare lo stesso cappuccio che si usava per separare il vino dal mosto per filtrare la salsa e renderla più limpida. Ed è così che sarebbe nata la pregiata colatura di alici di Cetara.</p>
<p><strong>Il garum</strong></p>
<p>Il garum, descritto da molti scrittori latini tra cui Plinio, Orazio, Marziale, ed altri, era una salsa, a base di pesce, che non poteva mancare nei grandi banchetti dei popoli romani che la utilizzavano come accompagnamento delle pietanze con cacciagione, ma non solo.</p>
<p>Alla base della salsa vi erano le interiora di pesce (necessarie per favorire il processo di proteolisi che serviva a digerire il pesce in salamoia e a trasformarlo in una salsa densa), per lo più povero, come sgombri e acciughe, sebbene talvolta si faceva utilizzo del pesce intero o delle parti rimanenti dei pesci di dimensioni maggiori (scarti). Queste venivano disposte in strati, alternando strati di pesce e strati di sale ed erbe aromatiche, in botti che venivano lasciate all’aria aperta, senza coperchio, al sole, per un mese o più (emanando un odore non proprio invitante).  Alla fine di questo tempo, il pesce veniva spremuto, il liquido veniva setacciato e filtrato in più fasi con l’obiettivo di generare diverse <strong>varianti della salsa <em>garum</em> </strong><strong>più o meno densa</strong>, creando così una varietà più privilegiata chiamata <strong><em>flo floris</em></strong> derivante da una prima filtrazione, il <strong><em>liquamen</em> </strong>che per molti corrisponde alla più comune varietà di garum e infine l’<strong><em>allec</em></strong>, ottenuta dalla restante polpa.</p>
<p>Le origini del garum sono antichissime, probabilmente intorno al III millennio a.C.. Secondo quanto affermato da Isidoro di Siviglia nelle sue <em>Etymologiae</em> (XX, 3, 19 sgg.), il termine <em>garum</em> ha un’etimologia che deriva dalla cultura greca (o forse, più probabilmente, da quella mesopotamica), e più precisamente dal termine “γάρος”, il quale indica la tipologia di pesce con cui veniva inizialmente preparata la salsa secondo la tradizionale ricetta.</p>
<p>Tra le varie ricette che ci sono state tramandate, quella di Marziale è forse la più precisa e completa. “<em>Usate pesci grassi come sardine e sgombri, cui vanno aggiunti, in porzione di un terzo, interiora di pesci vari. Bisogna avere a disposizione una vasca ben impeciata, della capacità di una trentina di litri. Sul fondo della vasca fate un altro strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano e origano. Su questo fondo disponete le interiora e i pesci piccoli interi, mentre quelli più grossi vanno tagliati a pezzetti. Sopra stendete uno strato di sale alto due dita. Ripetete gli strati fino all’orlo del recipiente. Lasciate riposare per sette giorni. Mescolate di sovente ancora per qualche giorno. Alla fine otterrete un liquido piuttosto denso, che è appunto il <strong>garum</strong>. Esso si conserverà a lungo</em>”.</p>
<p>Il garum ha un s<strong>apore intenso e salato</strong>, con note di umami, dovuto alla f<strong>ermentazione dei pesci e delle erbe</strong>. <strong>Il suo gusto è robusto, simile a quello delle alici salate</strong>.</p>
<p>Come si può immaginare l’odore di una salsa a base di interiora e scarti di pesce non era affatto gradevole, e la prassi di lasciare aperte le botti utilizzate come contenitore per salamoia non faceva altro che contribuire alla diffusione di un odore forte e pungente. [<em>ndr</em>. Un caso simile lo si ha oggi con il tofu puzzolente, la cui preparazione emana fortissimi odori, motivo per cui è solito essere gustato nelle tradizionali bancarelle da strada piuttosto che prepararlo in casa].</p>
<p>Il garum è da considerare a tutti gli effetti un prodotto fermentato, come il tempeh o il miso, ottenuto attraverso l’utilizzo della salamoia. La preparazione di piatti attraverso la fermentazione di pesce putrefatto ancor oggi non è affatto rara; esempi ne sono lo <em>surströmming</em>, derivante dalla fermentazione delle aringhe, e lo <em>hákarl</em> ottenuto facendo fermentare lo squalo.</p>
<p><strong>Proprietà del garum</strong></p>
<p>Oltre che come pietanza da presentare come contorno, la salsa di garum era un’assoluta protagonista della cucina romana anche grazie alle diverse proprietà che possedeva. Molti ritenevano infatti che il garum, grazie al suo alto valore proteico, riuscisse efficacemente a <strong>stimolare l’appetito</strong>. Anche Plinio il Vecchio, in una delle sue celebri opere, la “Naturalis historia” celebra i grandi poteri medicinali del garum e la sua efficacia contro la dissenteria e come rimedio ai morsi del cane. In molti lo ritenevano un ottimo <strong>digestivo e disinfettante. </strong>   Nel “De Re Coquinaria”, una raccolta di 10 libri e 450 ricette, dell’autore Marco Gavio Apicio (in latino: Marcus Gavius Apicius. I-II secolo a.C.), o semplicemente Apicio, forse il più grande “chef” in epoca romana, sono presenti numerose ricette che prevedono l’utilizzo del garum come <strong>insaporitore di carni, pesci e verdure</strong>.</p>
<p>Sempre dalle opere di Plinio il Vecchio si evince come più era pregiata la qualità del garum e maggiori erano i suoi benefici per l’organismo.</p>
<p>La ricetta originaria venne poi in qualche modo recuperata nel Medioevo da parte dei gruppi monastici presenti in Costiera, i quali ad agosto erano soliti conservare sotto sale le alici in botti di legno con le doghe scollate e poste in mezzo a due travi, dette <em>mbuosti</em>; sotto l&#8217;azione del sale, le alici perdevano liquidi che fuoriuscivano tra le fessure delle botti. Il procedimento si diffuse successivamente tra la popolazione della costa, che la perfezionò con l&#8217;utilizzo di cappucci di lana per filtrare la salamoia.</p>
<p>Le fonti scritte risalgono al 1807 ad opera di P. Niccola &#8220;Columella&#8221; Onorati, un francescano lucano, che scrisse una memoria dal titolo &#8220;Memorie su l&#8217;Economia Campestre e Domestica che possono servire di supplemento all&#8217;opera delle cose rustiche, Parte I, II.&#8221;, dove il capitolo quinto è intitolato &#8220;Della pescagione e del modo di salare le alici ecc. che si pratica da&#8217; Cetaresi, popoli del Regno di Napoli: ove si espongono altre notizie che possono formare la Statistica del Paese medesimo&#8221;. Nella memoria il francescano descrive nei particolari come facevano la colatura di alici di Cetara al suo tempo, uno scritto dal quale vengono tratti insegnamenti ancor oggi.</p>
<p>Alla fine del mese di settembre 1807, P. Niccola Columella Onorati sostò a Cetara, allora casale della Città di Cava nel golfo di Salerno, con circa 2800 abitanti, per studiare la salagione delle alici e la pesca in generale, praticata anche nelle località vicine. Apprese che gli strumenti, usati da circa mille pescatori cetaresi erano le sciabiche grosse e piccole, le rezzolle, le menaidi e i palanghisi (tipo di reti), le tartanelle e i tartanoni grosse e piccole. Riportò i nomi volgari e la terminologia linneana dei pesci che si pescavano nel golfo di Salerno.</p>
<p>Descrisse la salagione delle alici usata dai cetaresi sia per quelle pescate nei mesi freddi, dette <strong>vernotiche </strong>e sia per le <strong>majatiche</strong>, pescate nel periodo marzo-agosto. Per tale tecnica che si praticò anche per le sardine, erano usati dei barilotti, detti volgarmente <strong>cognette</strong>, ove le alici, private della testa e «del fiele e quanto altro vien fuora», ben sciacquate con l&#8217;acqua di mare, si disponevano a strati con abbondante sale marino. «Per rotoli 90 in 94 di alici fresche entro un barile di rotoli 64 con tutta la stipa; vi bisognano rotoli 20, e oncie 33, di sale». Riempiti i barili, si poggiavano sui loro coperchi pesi per alcune decine di ore e si aveva cura di levare il liquido scaturito detto <strong>zucco o colatura</strong>. Dopo il primo giorno, la colatura si poteva usare quale condimento, unendo a piacere origano, fette di limone e olio.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Disciplinare di Produzione della colatura di alici di Cetara DOP. (PDF). Associazione per la valorizzazione della colatura di alici di Cetara. Regione Campania &#8211; assessorato agricoltura. 21 giugno 2018.</p>
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		<title>Semi di finocchio</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/semi-di-finocchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2023 15:13:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spezie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I semi di finocchio sono piccoli semini molto aromatici, ricavati dal Foeniculum vulgare Mill. ed ampiamente utilizzati in cucina come condimento ed insaporitore nonché per preparare tisane ed infusi; pur essendo indicati come seme, dal punto di vista botanico sono in realtà i frutti della pianta. Il Foeniculum vulgare appartiene alla famiglia delle ombrellifere, la stessa di &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I semi di finocchio sono piccoli semini molto aromatici, ricavati dal <em>Foeniculum vulgare</em> Mill. ed ampiamente utilizzati in cucina come condimento ed insaporitore nonché per preparare tisane ed infusi; pur essendo indicati come seme, dal punto di vista botanico sono in realtà i frutti della pianta.</p>
<p>Il <a href="/finocchio-selvatico-foeniculum-vulgare-miller/"><strong><em>Foeniculum vulgare</em> </strong></a>appartiene alla famiglia delle ombrellifere, la stessa di cui fanno parte anche aneto, prezzemolo, cumino, coriandolo e carote. Si tratta di una pianta erbacea mediterranea caratterizzata da un fusto ramificato che può raggiungere un’altezza di circa 2 metri. Le foglie sono di colore verde vivido e ricordano quelle del fieno (da qui il nome Foeniculum) mentre le infiorescenze sono costituite da ombrelle con 10-20 raggi ricoperte da piccolissimi fiori gialli. I frutti sono acheni di colore verde che diventano grigiastri a maturazione. Della pianta si utilizzano sia le radici che i fiori, i frutti e le foglie; in particolare dai frutti si ricava un benefico olio essenziale ricco di limonene, anetolo e pinene che presenta le stesse proprietà dei semi.</p>
<p>Le varietà del finocchio sono due:</p>
<ul>
<li>il <strong>finocchio selvatico</strong> è una pianta che nasce spontaneamente nelle zone marittime e di bassa collina, specie dove c’è una buona esposizione al sole; può crescere fino a 2 m di altezza, possiede dei rami erbosi molto fitti a forma di ombrello le cui cime fioriscono in estate e sviluppano dei piccoli frutti definiti impropriamente semi;</li>
<li>il <strong>finocchio coltivato</strong> è una pianta annuale o biennale con radice a fittone; raggiunge i 60-80cm di altezza e se ne consuma il grumolo bianco, cioé la parte che si sviluppa nel terreno e che si mangia sia crudo che cotto (la distinzione &#8220;popolare&#8221; tra maschio è femmina si riferisce esclusivamente alla forma che assume la pianta ma è totalmente infondata).</li>
</ul>
<p><strong>Nutrienti e Principi attivi</strong></p>
<p>I semi di finocchio (più correttamente definiti &#8220;<strong>acheni</strong>&#8221; (per achenio si intende un frutto secco con un pericarpo più o meno indurito e che contiene un unico seme che è distinto dal pericarpo stesso) presentano una composizione chimica ricca di oli essenziali; i principi attivi più importanti sono:</p>
<ul>
<li><strong>trans-anetolo</strong> &#8211; (etere insaturo aromatico) &#8211; dolce</li>
<li><strong>fencone</strong> e <strong>feniculina </strong>&#8211; amaro</li>
<li><strong>chetone anisico</strong> &#8211; (p-metossifenalacetone)</li>
<li><strong>dipinene</strong> &#8211; (terpene biciclico)</li>
<li><strong>canfene</strong> &#8211; (monoterpene biciclico) odore pungente</li>
<li><strong>fellandrene</strong> &#8211; (idrocarburo terpenico ciclico insaturo)</li>
<li><strong>dipentene</strong> &#8211; (idrocarburo terpenico) odore gradevole di limone</li>
<li><strong>acido metilcavicolo</strong> &#8211; (etere metilico di un derivato allilico del benzene)</li>
<li><strong>estragolo</strong> &#8211; (methyl chavicol) &#8211; odore gradevole di anice &#8211; a dosi elevate, potenzialmente cancerogeno</li>
<li><strong>limonene</strong> &#8211; (idrocarburo monoterpene ciclico) odore di limone</li>
<li><strong>flavonoidi </strong>&#8211;</li>
</ul>
<p><strong>N.B.: I principi attivi del finocchio, se assunti a dosi concentrate ed elevate, possono indurre effetti allucinogeni.</strong></p>
<p><strong>Proprietà<br />
</strong>I semi di finocchio sono considerati una<strong> spezia </strong>da utilizzare in cucina per arricchire di sapore molti piatti e come ingredienti nella preparazione casalinga di pane, crackers e grissini. I semi di finocchio vengono<strong> utilizzati con altri aromi per insaporire il vin brulè e i liquori. I semi di finocchio hanno un sapore simile all&#8217;anice, possono essere consumati così come si presentano o previa tostatura. Possono essere consumati sia interi che pestati, con l&#8217;aiuto di un mortaio, per preparare salse. </strong>Il loro sapore è piuttosto dolce e ricorda quello dell&#8217;anice, ma meno dolce.</p>
<p>Dai semi si estrae anche un <strong>olio essenziale</strong> di finocchio conosciuto per le <strong>virtù carminative, diuretiche, galattagoghe, cioè stimolanti del latte, antidolorifiche, digestive e disinfiammanti.</strong></p>
<p>In effetti, nella medicina popolare i semi di finocchio erano consigliati alle puerpere per facilitare la montata lattea, ma non ci sono riscontri scientifici a provarlo. Anzi in generale si sconsiglia un uso eccessivo delle tisane e degli infusi ai semi di finocchio perché l’olio essenziale contenuto, se eccessivamente concentrato, può dare effetti allucinogeni.</p>
<p>A scopo curativo vengono utilizzati soprattutto per la preparazione di tisane adatte a ridurre i gonfiori e <strong>i sintomi correlati alle difficoltà digestive</strong> nonché stimolare la diuresi.</p>
<p>L&#8217;infusione a caldo dei semi di finocchio (un grammo di acheni per 100 ml di acqua a 60-70°C per 6-8 minuti circa) consente (se consumata prima del pasto) di assumere principi attivi utili al miglioramento di: <strong>pesantezza epigastrica, sonnolenza, aerofagia, singhiozzo, vomito gravidico, fermentazione-tensione intestinale e crampi addominali</strong>. Sarebbero anche in grado di ridurre lo stress ossidativo dell&#8217;apparato cardio-circolatorio e di proteggere l&#8217;organismo dai danni neurologici. I flavonoidi contribuiscono inoltre a prevenire l&#8217;invecchiamento precoce, contrastando i radicali liberi.</p>
<p>L&#8217;aroma rinfrescante dei semi di finocchio li rende un complemento perfetto nella preparazione di piatti a base di pesce, verdure e carni bianche.</p>
<p>Masticare semi di finocchio può rinfrescare l’alito, non diversamente da quello che succede con l’anice o la liquirizia, ragion per cui possono rappresentare un semplicissimo rimedio naturale per l’alitosi.</p>
<p><strong>Effetti collaterali</strong></p>
<p>I semi di finocchio consumati in dosi moderate non presentano effetti collaterali. Il consumo eccessivo (diretto o indiretto) di semi di finocchio, e di conseguenza di estragolo, potrebbe aumentare il rischio cancerogeno sia per l&#8217;adulto che per il feto ed il lattante.</p>
<p><strong>Curiosità<br />
</strong>Il sapore aromatico dei semi veniva utilizzato per coprire gusti poco gradevoli. Si narra che gli osti erano soliti servire ai propri clienti del pane con finocchio per mitigare il gusto scadente e poco gradevole del loro vino. Questa usanza portò alla nascita dell’espressione “farsi infinocchiare”, ovvero farsi imbrogliare.</p>
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		<title>Miso</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/miso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 May 2023 11:24:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dieta Vegetariana]]></category>
		<category><![CDATA[alga kombu]]></category>
		<category><![CDATA[dieta vegana]]></category>
		<category><![CDATA[dieta vegetariana]]></category>
		<category><![CDATA[Hatcho miso]]></category>
		<category><![CDATA[insaporitore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il miso (Jiang in cinese, Jang in coreano, Tauco o Taotjo in indonesiano) è un condimento tradizionale giapponese, di colore scuro e di consistenza gelatinosa, ottenuto dalla fermentazione dei fagioli di soia gialla a cui spesso vengono aggiunti altri ingredienti (grano saraceno, orzo, riso, miglio, segale, semi di canapa, quinoa, ecc.). Il miso è uno &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>miso</strong> (<em>Jiang</em> in cinese, <em>Jang</em> in coreano, <em>Tauco</em> o <em>Taotjo</em> in indonesiano) è un condimento tradizionale giapponese, di colore scuro e di consistenza gelatinosa, ottenuto dalla fermentazione dei fagioli di soia gialla a cui spesso vengono aggiunti altri ingredienti (grano saraceno, orzo, riso, miglio, segale, semi di canapa, quinoa, ecc.). Il miso è uno dei più importanti <strong>insaporitori </strong>in molte cucine asiatiche. La sua origine è cinese, anche se in Occidente è conosciuto maggiormente per la cucina giapponese.</p>
<p>Le <strong>origini del miso</strong> vengono fatte risalire al VI secolo d. C., quando arrivò in Giappone assieme al buddismo. In realtà vi sono già tracce del miso nella Cina del III secolo d.C., dove era conosciuto come <strong><em>Hishio</em></strong> o <strong><em>Jiang</em></strong>.</p>
<p>In realtà anche in Giappone sin dai tempi della preistoria esisteva un alimento simile al miso, il <strong><em>Jōmon miso</em></strong>, fatto con pesce e grano. Fu tuttavia solo grazie ai monaci buddisti che si arrivò alla ricetta del miso come lo si conosce oggi: questi infatti scoprirono che era possibile macinare la soia per ottenerne una pasta da usare come condimento. Con il tempo sono poi state sviluppate le diverse varianti di miso, che includono anche altri cereali nella ricetta o variano nella composizione nutrizionale per soddisfare le diverse necessità alimentari.</p>
<p><strong>Preparazione</strong></p>
<p>Per la produzione del miso si usa il <strong>koji</strong>. Il koji è un cereale (solitamente riso, più raramente un legume) che ha subito una fermentazione in fase solida ad opera di un micelio chiamato <em>Aspergillus oryzae</em> (koji-kin in giapponese). In alcuni casi al posto di <em>A. oryzae</em> si usa <em>A. sojae</em>. Il cereale o legume così fermentato risulta ricco di enzimi e aromaticamente arricchito.</p>
<p>La soia, o anche un altro legume, viene messa in ammollo e poi cotta al vapore, macinata e unita a koji, sale marino e acqua per ottenere un impasto abbastanza asciutto. L’impasto così ottenuto viene messo a fermentare in contenitori (tini di cedro), solitamente cilindrici, coperto con molto peso, in grado di mantenerlo compresso, e lasciato a maturare.</p>
<p>Nel periodo di fermentazione/maturazione che segue, gli enzimi del koji scompongono gli amidi in zuccheri semplici, fornendo nutrimento ai microbi presenti e idrolizzano le proteine in amminoacidi. Questa fase di fermentazione/maturazione del miso può durare da poche settimane a vari anni, a seconda del tipo di miso.</p>
<p>Nel caso di un miso privo di cereale (come il <em>Hatcho miso</em>), il koji viene prodotto direttamente con il legume, in modo analogo.</p>
<p>Alcuni miso di produzione industriale subiscono una maturazione accelerata ottenuta dal controllo artificiale delle temperature con perdita di qualità e complessità di aroma.</p>
<p>Tradizionalmente il miso non veniva pastorizzato, mantenendo vivi i microbi benefici in esso contenuti, ma attualmente si è diffusa la pratica di pastorizzare il miso per garantire una maggiore stabilità del prodotto, soprattutto a vantaggio della grande distribuzione, con perdita di buona parte dei suoi benefici, sia organolettici, che salutistici.</p>
<p><strong>Gusto</strong></p>
<p>Il miso è rinomato per essere ricco di <strong>umami</strong>, il cosiddetto quinto gusto, detto anche “sapido” in italiano. Tuttavia risulta anche dolce e salato, dolce per via dell’azione dell’enzima amilasi e salato per il sale aggiunto. Il grado di salatura varia molto da produttore a produttore e per ogni tipo di miso.</p>
<p>I <strong>profumi</strong> variano molto a seconda del tipo di miso in base al metodo di produzione, gli ingredienti e la stagionatura. In Occidente a partire dal XX secolo si è iniziato a produrre miso diversi da quelli tradizionali, avvalendosi di legumi e cereali locali anche diversi da soia, non solo riso e orzo, ma sperimentando anche con ingredienti diversi e inconsueti con successo. Oggi pertanto è difficile classificare in modo semplice il sapore del miso, in quanto può assumere <strong>caratteristiche molto diverse</strong>.</p>
<p>In generale <strong>i miso più giovani sono più chiari e dolci</strong>, mantengono maggiormente un aroma che ricorda gli ingredienti usati, mentre con il procedere della maturazione si perdono gli aromi degli ingredienti primari e si sviluppano altri aromi, il sapore diventa più intenso e il colore più scuro. Naturalmente anche gli ingredienti usati, oltre che tempi e modi di cottura, influenzano il colore e il sapore.</p>
<p><strong>Tipi</strong></p>
<p>Esistono varie tipologie di miso, che si differenziano in base agli ingredienti, stagionatura, contenuto salino, microbi coinvolti, contenitori di fermentazione e cultura di riferimento; conseguentemente, esse possono variare per sapore, consistenza e aspetto.</p>
<p>In generale, il colore del miso è un indicatore del suo sapore: <strong>più è scuro, più siamo di fronte a un prodotto fermentato a lungo</strong>, <strong>salato e dal sapore forte</strong>; più è chiaro, più il miso risulta dolce e dal sapore delicato. Ci sono però delle eccezioni a questa regola, ma è comunque utile ricordarla nel caso ci si trovasse di fronte a una selezione di miso tra cui scegliere.</p>
<ul>
<li><strong>Hatcho miso</strong>, noto anche come <strong>miso rosso</strong>, contiene solamente soia fermentata e sale; è il più scuro, quello dal sapore più forte e il più pregiato, tanto da essere noto anche come “<strong>miso dell’imperatore</strong>”, in riferimento al suo consumo da parte della famiglia imperiale giapponese nel corso dei secoli.</li>
<li><strong>Mugi miso</strong>, o “<strong>miso all’orzo</strong>”, che è il <strong>miso “per eccellenza”</strong> e contiene soia, orzo e sale; è quello che viene usato <strong>per preparare la tradizionale zuppa di miso tipica</strong> della cucina giapponese ed è anche il più diffuso in occidente.</li>
<li><strong>Kome miso</strong>, o “<strong>miso al riso</strong>”, che contiene soia, riso bianco e sale; ha un sapore delicato e un colore ambrato.</li>
<li><strong>Akadashi</strong>: è il risultato dell’unione di Hatcho miso e Shiro miso; si usa soprattutto per le zuppe.</li>
<li><strong>Gokoku</strong>: realizzato con miglio, riso, soia e grano.</li>
<li><strong>Shiro miso</strong>, noto anche come <strong>miso bianco</strong> per via del suo delicato colore ambrato, contiene riso, soia e sale, ma in percentuali diverse rispetto al Kome miso. Lo Shiro miso, infatti, contiene più riso rispetto al Kome e ha un sapore ancora più delicato, tanto da essere utilizzato anche per la preparazione dei dolci.</li>
<li><strong>Natto miso</strong>, che contiene miso, malto d’orzo, zenzero, shoyu e alga kombu. È diverso dalle altre tipologie di miso per il suo <strong>odore caratteristico</strong>, <strong>che ricorda quello di alcuni formaggi piccanti</strong>, e per il fatto che i fagioli di soia sono presenti in pezzi.</li>
</ul>
<p>Altre varietà: Mame miso o “<strong>miso di soia</strong>&#8220;, <strong>miso di ceci e orzo</strong>, <strong>miso di nocciole</strong>, <strong>miso di caffè verde</strong>, <strong>miso di ceci e miglio</strong>, <strong>miso di lenticchie</strong>, <strong>miso di barbabietola</strong>, <strong>miso di zucca dolce</strong>, ecc. con diverse tecniche e diversi gradi di maturazione.</p>
<p><strong>Uso</strong></p>
<p>Gli utilizzi del miso in cucina sono innumerevoli. Questo prodotto fermentato è infatti alla base di numerosissime ricette, e viene impiegato <strong>per condire ed insaporire</strong> i piatti, dalle zuppe alle marinate, ai brodi, ma anche salse, patè  e biscotti.</p>
<p>Il miso compare in molte ricette della tradizione giapponese e asiatica in generale.</p>
<p>In Giappone, il miso è la base per uno dei piatti più tradizionali, la <strong>zuppa di miso</strong>, arricchita con tofu e alghe e consumata quotidianamente da milioni di Giapponesi. Ma non solo: rappresenta un <strong>ingrediente chiave per molte altre zuppe e brodi</strong>, come il <strong>ramen</strong>, e la <strong>zuppa di udon</strong>, nabe, e imoni che prendono il prefisso miso- davanti al nome, ad esempio “miso-udon”.</p>
<p><strong>Il miso dona ai piatti un gusto deciso e salato</strong>, tanto da renderlo un valido sostituto per insaporire i piatti al posto del sale o del dado, da usare sulle verdure cotte, legumi, e nelle creme e salse salate; è ottimo aggiunto alla tahina o all’hummus per creare patè con cui condire crostini o piatti di pasta.</p>
<p>Sebbene il miso sia alla base di molte zuppe e brodi, bisogna specificare che il modo migliore per consumarlo preservando le sue proprietà benefiche è quello di scioglierlo in poca acqua e aggiungerlo a fine cottura, evitando di farlo bollire. I batteri infatti sono molto sensibili alla cottura e al calore.</p>
<p>L’ideale è abbinare il miso a cibi prebiotici, come cereali integrali e diverse verdure, che offrono fonte di nutrimento ai batteri “buoni” nell’intestino.</p>
<p>Oggi il miso viene usato molto anche in occidente come <strong>insaporitore</strong> sia da chef creativi che nella cucina di tutti i giorni.</p>
<p><strong>Valori nutrizionali</strong></p>
<p>I <strong>valori nutrizionali</strong> variano molto a seconda del tipo di miso. Indicativamente, 100 grammi di miso di soia contengono: calorie: 199 kcal; acqua: 43,0 g; carboidrati: 26,5 g; fibre: 5,4 g; proteine: 11,7 g; grassi totali: 6,0 g; zuccheri solubili: 6,2 g; vitamina A: 4,0 mcg; beta carotene: 52,0 mcg; vitamina B2: 0,23 mg; vitamina B3: 0,90 mg; vitamina B5: 0,33 mg; vitamina B12: 0,08 mg; vitamina K: 29,3 mcg; colina: 72,20 mg; calcio: 57,00 mg; ferro: 2,50 mg; magnesio: 48,00 mg; manganese: 0,85 mg; fosforo: 159,00 mg; potassio: 210,00 mg; sodio: 3728,00 mg; zinco: 2,59 mg.</p>
<p>L’elevato contenuto di proteine vegetali fa del miso una <strong>valida alternativa ai cibi di origine animale</strong>, peraltro priva di colesterolo. Il profilo amminoacidico, inoltre, <strong>annovera tutti gli otto amminoacidi essenziali</strong>. Notevole è anche l’apporto di sali minerali alcalinizzanti, come il calcio e il magnesio, che aiutano a contrastare l’acidità del sangue.</p>
<p>Il miso, inoltre, è particolarmente <strong>ricco di vitamine del gruppo B</strong> (circa 2 mg di vitamine del gruppo B per 100 gr), di microorganismi e di fermenti vivi simili a quelli dello yogurt, che sostengono il benessere della flora batterica intestinale. Questo aspetto stimola la digestione e protegge l’intestino, potenziando la capacità di difesa dell’organismo dai disturbi dell’apparato digerente.</p>
<p>Il miso può contenere da 6 a 18% di sale e va dunque usato per insaporire, ma grazie al suo alto contenuto di umami, permette di adoperare un quantitativo ridotto di sodio, rispetto all’uso del solo sale da cucina.</p>
<p>Il miso è un alimento dalle <strong>numerose proprietà benefiche</strong> per l’organismo: oltre all’importante contenuto di proteine vegetali, che lo rendono un <strong>alimento pilastro delle diete vegane e vegetariane</strong>, contiene enzimi simili a quelli dello yogurt, ed è un alleato della flora batterica intestinale.</p>
<p>Il miso infatti <strong>aiuta a contrastare i problemi intestinali</strong> trattandosi di un alimento ricco di probiotici, batteri “amici” dell’organismo che aiutano a riequilibrare la flora intestinale e ad assorbire meglio i nutrienti come vitamine e minerali. Inoltre, il miso <strong>migliora la digestione e contrasta gonfiore e pesantezza</strong> grazie all’azione degli enzimi, ed è ricco di vitamine del gruppo B, benefiche per la protezione del tessuto nervoso e per un corretto metabolismo, vitamina A, e minerali come calcio, magnesio e ferro.</p>
<p><strong>Controindicazioni</strong></p>
<p>Il miso non ha controindicazioni particolari; tuttavia ha un elevato contenuto di sodio (circa 3.200 milligrammi di sodio per 100 grammi), e pertanto è sconsigliato per chi soffre di ipertensione e pressione alta.</p>
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