<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>tannini Archivi - amaperbene.it</title>
	<atom:link href="https://www.amaperbene.it/tag/tannini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.amaperbene.it/tag/tannini/</link>
	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
	<lastBuildDate>Mon, 09 Sep 2024 08:06:12 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/04/cropped-icona-amaperbene-web-32x32.png</url>
	<title>tannini Archivi - amaperbene.it</title>
	<link>https://www.amaperbene.it/tag/tannini/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">233936611</site>	<item>
		<title>Leccio &#8211; Quercus ilex</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/leccio-quercus-ilex/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 11:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Piante ed erbe]]></category>
		<category><![CDATA[caratteristiche ecologiche]]></category>
		<category><![CDATA[caratteristiche estetiche]]></category>
		<category><![CDATA[elce]]></category>
		<category><![CDATA[ghiande]]></category>
		<category><![CDATA[Ilici di Carrinu]]></category>
		<category><![CDATA[leccio]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=30193</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il leccio (Quercus ilex L., 1753), detto anche elce, è un albero sempreverde appartenente alla famiglia Fagaceae, diffuso nei paesi del bacino del Mediterraneo. In Italia è spontaneo nelle zone a clima più mite, dove è anche molto frequente nei giardini e nei viali cittadini. Il Leccio è una pianta dalle caratteristiche estetiche molto apprezzate &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/leccio-quercus-ilex/">Leccio &#8211; Quercus ilex</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>leccio</strong> (Quercus ilex L., 1753), detto anche <strong>elce,</strong> è un albero sempreverde appartenente alla famiglia <em>Fagaceae</em>, diffuso nei paesi del bacino del Mediterraneo. In Italia è spontaneo nelle zone a clima più mite, dove è anche molto frequente nei giardini e nei viali cittadini.</p>
<p>Il Leccio è una pianta dalle <strong>caratteristiche estetiche</strong> molto apprezzate in giardinaggio e architettura del paesaggio. La sua origine risale all&#8217;Europa meridionale, dove cresce in ambienti naturali prevalentemente aridi e poveri di nutrienti, meglio se calcarei; è una specie molto longeva, capace di superare i 1.000 anni di vita, grazie alla sua struttura robusta e resistente alle condizioni ambientali avverse; la sua storia millenaria lo rende un simbolo di identità culturale e naturale del Vecchio Continente. Tra i maggiori e più antichi alberi si annovera il cosiddetto <strong>Ilici di Carrinu</strong> (leccio di Carlino) nel territorio di Zafferana Etnea alto 25 metri, con una fronda che raggiunge i 30 metri di diametro, la cui età è stimata intorno ai 700 anni.</p>
<p>Il Leccio ha un aspetto bello, imponente e maestoso ed è particolarmente apprezzato per la sua forma a cespuglio, che lo rende adatto per la creazione di siepi alte e dense. Si presenta come un arbusto o grande albero sempreverde e latifoglie, con fusto raramente dritto, singolo o diviso alla base, di altezza fino a 20–24 m.; può assumere aspetto di cespuglio qualora cresca in ambienti rupestri. La corteccia è liscia e grigia da giovane; col tempo diventa dura e scura quasi nerastra, finemente screpolata in piccole placche persistenti di forma quasi quadrata. I giovani rami dell&#8217;anno sono pubescenti e grigi, ma dopo poco tempo diventano glabri e grigio-verdastri. Le gemme sono piccole, tomentose, arrotondate con poche perule.</p>
<p>Le sue foglie giovani e superiori sono di forma larga, da 1 a 3 cm, con i margini dentati e pungenti, mentre quelle vecchie e inferiori sono più lunghe, da 2 a 9 cm, con il margine intero. Il colore delle foglie è verde pallido, ma da adulte assumono una tonalità più scura nella parte superiore e bianca in quella inferiore, creando un effetto suggestivo di colore.</p>
<p>In primavera, il Leccio produce fiori di colore giallo tenue, che appaiono a maggio, mentre i frutti sono ghiande di colore verde chiaro racchiuse in cupole squamose.</p>
<p>I frutti sono delle ghiande, dette lecce, portate singole o in gruppi di 2-5, su un peduncolo lungo circa 10–15 mm (eccezionalmente anche 40 mm). Le dimensioni variano da 1,5 a 3 cm di lunghezza, per 1-1,5 cm di diametro. Sono di colore castano scuro a maturazione, con striature più evidenti.</p>
<p>Il Leccio è una pianta molto apprezzata anche per le sue <strong>caratteristiche ecologiche</strong>, poiché svolge un ruolo importante nella conservazione del suolo e nella protezione delle acque sotterranee. Inoltre, è considerato un simbolo di forza e longevità, tanto da essere stato utilizzato anche come emblema in molte culture antiche. Gli antichi greci lo tenevano in grande considerazione, sfruttando le foglie per raccontare il futuro e creare corone per onorare le persone. Le <strong>ghiande </strong>inoltre erano indossate come gioielli in quanto rappresentavano un segno di fertilità. Le ghiande prodotte dal <em>Quercus Ilex</em> sono anche un&#8217;importante fonte di cibo per i suini ruspanti allevati per produrre il famoso prosciutto iberico.</p>
<p>Il <strong>legno</strong> è duro, compatto e pesante, difficile da lavorare e da stagionare. È utilizzato soprattutto come combustibile e per la produzione di carbone vegetale. Il legno del leccio è tra i più tannici che si conoscano. Per questo motivo i romani lo usavano ampiamente per creare strumenti, carrelli e botti di vino. I tannini sono sostanze chimiche amare disinfettanti, di colore scuro. Quando nel legno fresco appena tagliato di leccio si conficca un chiodo in ferro, dopo qualche ora è possibile notare una piccola chiazza blu che circonda il chiodo. Quest&#8217;anello è un viraggio del legno dovuto alla reazione dei tannini con il ferro ed è un fenomeno tipico di questa ed altre piante tanniche.</p>
<p>Il legno del <em>Quercus ilex</em> è ancora oggi molto apprezzato in campo artigianale per la sua resistenza e la sua bellezza. Viene utilizzato per creare mobili, rivestimenti, pavimentazioni e oggetti d&#8217;arte. Inoltre, le foglie di leccio vengono spesso utilizzate in erboristeria per le loro proprietà curative, come ad esempio l&#8217;azione antinfiammatoria e antiossidante.</p>
<p>Esistono due sottospecie:</p>
<ul>
<li><strong><em>Quercus ilex subsp. Ilex</em></strong>, nativa nell&#8217;area che va dall&#8217;est della penisola iberica alla Costa Azzurra fino alla Grecia. Foglie assai vicine; ghiande lunghe 2 cm, dal sapore dolciastro.</li>
<li><strong><em>Quercus ilex subsp. rotundifolia</em></strong> (syn. Q. rotundifolia, Q. ballota), nativa nell&#8217;area che va dal sud della penisola iberica al nordovest dell&#8217;Africa. Foglie rade; ghiande lunghe 2.5 cm, dal sapore amarognolo.</li>
</ul>
<p>Il leccio cresce lungo tutto il bacino del Mediterraneo, mancando solo in Egitto (in Libia è stato probabilmente introdotto dall&#8217;uomo). La specie è comunque maggiormente diffusa nel settore occidentale, soprattutto in Algeria e Marocco, in tutta la Penisola Iberica (dove costituisce uno dei componenti principali della dehesa), nella Francia mediterranea e in Italia, dove forma boschi puri anche di notevoli dimensioni.</p>
<p>Nel settore orientale, a partire dai Balcani, invece, si trova in boschi misti ad altre essenze forestali, spesso ben distanti tra loro, e solo in stazioni con un&#8217;adeguata umidità. Si trova, sempre consociato, anche lungo le coste turche del Mar Nero. In Italia è diffuso soprattutto nelle isole e lungo le coste liguri, tirreniche e ioniche. Sul versante adriatico i popolamenti sono più sporadici e disgiunti (tranne che in Puglia, Abruzzo e Marche). Piccole popolamenti sono presenti anche sulle Prealpi lungo le coste dei laghi, sui Colli Euganei, in Friuli Venezia Giulia, in Romagna fino al Bolognese-Imolese e nel Bosco della Mesola nel ferrarese.</p>
<p>Il leccio è uno dei rappresentanti più tipici e importanti dei querceti sempreverdi mediterranei, ed è il rappresentante caratteristico del <strong><em>Quercetum ilicis</em></strong>, la vegetazione cioè della fascia mediterranea temperata. Per quanto riguarda il terreno questa specie non ha particolari esigenze. Preferisce però terreni non troppo umidi, con un buon drenaggio. Ha una crescita maggiore in terreni vulcanici e nelle zone costiere, mentre in terreni rocciosi calcarei ha una crescita minore. In zone più umide dell&#8217;entroterra ha una crescita stentata ed è sopraffatto spesso da specie più adatte.</p>
<p><strong>Influenza nella toponomastica</strong></p>
<p>La città di Lecce, secondo un&#8217;etimologia popolare prenderebbe il suo nome proprio dal leccio: nel suo stemma compare un albero assieme ad una lupa (che ricorda il nome latino della città: <em>Lupiae</em>). In realtà Lecce è l&#8217;esito locale di <em>Lupiae</em>, attraverso passaggi fonetici quali Luppia (nella Tavola Peutingeriana), Lypiae, Lyciae, Liccia, Liccem (in latino medievale), Licce.</p>
<p>Al contrario, è proprio l&#8217;elce che dà il nome ai paesi di Elcito ed Elice in Abruzzo. Il Monte Ilice, un antico cratere laterale dell&#8217;Etna in provincia di Catania, ossequiato da Storia di una capinera, deve il nome ad un fitto bosco di lecci (&#8220;ilici&#8221; in siciliano) presente ancora all&#8217;interno della conca del cratere. Il paese di Leccio, frazione di Reggello in provincia di Firenze, prende il nome dal cospicuo bosco di <em>Quercus ilex</em> che vi si trova.</p>
<p>A Santu Lussurgiu in Sardegna, più particolarmente nella zona del Montiferru, si trova la sorgente di Eliches Buttiosos (pronuncia &#8220;èlighes uttiósos&#8221; = lecci gocciolanti). A circa 1000 metri di altitudine sgorga una sorgente perenne dalle radici di due antichi lecci.</p>
<p><strong>Mito e simbologia</strong></p>
<p>Il leccio fu nelle civiltà greche e italiche antiche un albero dotato di rilevante valore sacro. Valore che fu positivo nel periodo arcaico di entrambe le civiltà, per poi assumerne lentamente uno sempre più negativo nello scorrere della storia di Roma fino a contornarsi di un&#8217;aura quasi funesta (così come in Grecia fu successivamente consacrato alla dea Ecate). Il suo significato simbolico è stato rivalutato solo nel medioevo.</p>
<p>Il greco Pausania descrive un bosco sacro a Era dove lecci e olivi crescevano dalle stesse radici. Ovidio narra invece che nell&#8217;Età dell&#8217;oro le anime immortali sotto forma di api si posavano sugli amenti del leccio da cui scendeva il miele. Secondo un mito dell&#8217;antica Roma nel lecceto alla base dell&#8217;Aventino viveva Egeria, la ninfa ispiratrice di re Numa Pompilio.</p>
<p>Plinio il Vecchio riporta che con i rami di leccio si facessero le prime corone civiche, sostituito poi da altre querce, come il rovere. Sempre secondo Plinio sul Vaticano si levava il leccio più antico della città, già oggetto di venerazione religiosa da tempi più antichi tanto che su quest&#8217;albero era un&#8217;iscrizione su bronzo in caratteri etruschi. Scrive inoltre Plinio che: &#8220;Anche i Tiburtini hanno un&#8217;origine molto anteriore a quella di Roma: nel loro territorio esistono tre lecci ancora più antichi di Tiburno, fondatore della città, che secondo la tradizione fu consacrato vicino ad essi.&#8221; Sembra infatti che il leccio fosse albero oracolare per i <em>fulgorales</em> a causa della sua predisposizione ad essere colpito dai fulmini; con il tempo però assume una accezione non positiva come albero accomunato a oracoli negativi. Seneca lo considerava un albero triste, tutto scuro com&#8217;è. Anche nel cristianesimo esistono dei simbolismi per questa pianta. Nelle isole ioniche una leggenda (raccolta dal poeta Aristotelis Valaoritis nel XIX Secolo) vuole che il leccio fu l&#8217;unico albero che acconsentì a prestare il proprio legno per la costruzione della croce; per questo i boscaioli delle isole di Acarnania e di Santa Maura temevano di contaminare l&#8217;ascia toccando &#8220;l&#8217;albero maledetto&#8221;. Tuttavia nei Detti del beato Egidio – il terzo compagno di San Francesco – il buon nome del leccio viene difeso quando si riferisce che il Cristo lo predilige perché fu l&#8217;unico albero a capire che il suo sacrificio era necessario, così come quello del Salvatore stesso, per contribuire alla Redenzione. E proprio sotto il leccio il Signore appariva spesso a Egidio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/leccio-quercus-ilex/">Leccio &#8211; Quercus ilex</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">30193</post-id>	</item>
		<item>
		<title>I polifenoli: definizione e classificazione</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-polifenoli-definizione-e-classificazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2024 15:09:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
		<category><![CDATA[acidi fenolici]]></category>
		<category><![CDATA[antiossidanti]]></category>
		<category><![CDATA[antociani]]></category>
		<category><![CDATA[calconi]]></category>
		<category><![CDATA[catechine]]></category>
		<category><![CDATA[fenolo]]></category>
		<category><![CDATA[flavanoli]]></category>
		<category><![CDATA[flavanoni]]></category>
		<category><![CDATA[flavanonoli]]></category>
		<category><![CDATA[flavoni]]></category>
		<category><![CDATA[flavonoidi]]></category>
		<category><![CDATA[flavonoli]]></category>
		<category><![CDATA[isoflavoni]]></category>
		<category><![CDATA[lignani]]></category>
		<category><![CDATA[non flavonoidi]]></category>
		<category><![CDATA[polifenoli]]></category>
		<category><![CDATA[stilbeni]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=29251</guid>

					<description><![CDATA[<p>I polifenoli sono uno dei più importanti e sicuramente il più numeroso tra i gruppi di sostanze fitochimiche presenti nel regno vegetale. Attualmente sono note oltre 8000 strutture fenoliche, di cui più di 4000 appartenenti alla classe dei flavonoidi, e diverse centinaia sono presenti nei vegetali commestibili. Si ritiene però che il contenuto totale dei polifenoli nei vegetali &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/i-polifenoli-definizione-e-classificazione/">I polifenoli: definizione e classificazione</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>polifenoli</strong> sono uno dei più importanti e sicuramente il più numeroso tra i gruppi di sostanze fitochimiche presenti nel regno vegetale.</p>
<p>Attualmente sono note oltre 8000 strutture fenoliche, di cui più di 4000 appartenenti alla classe dei <strong>flavonoidi</strong>, e diverse centinaia sono presenti nei vegetali commestibili. Si ritiene però che il contenuto totale dei polifenoli nei vegetali sia sottostimato in quanto molti dei composti fenolici presenti nella frutta, verdura e derivati non sono stati ancora identificati, sfuggendo alle tecniche di analisi utilizzate, e la composizione in polifenoli per la maggior parte dei frutti e alcune varietà di cereali non è ancora nota.</p>
<p>Queste molecole sono presenti in molti <strong>vegetali commestibili</strong> sia per gli uomini che per gli animali e si ritiene che sia alla loro presenza, insieme a quella di altre molecole come i carotenodi, la vitamina C o la vitamina E, che si debbano gli effetti salutari di frutta e verdura.</p>
<p>Nella dieta umana sono gli <strong>antiossidanti naturali più abbondanti</strong>, e le principali fonti sono frutta, verdura, cereali integrali, ma anche altri tipi di alimenti e bevande da essi derivati come il <a href="http://www.tuscany-diet.net/2015/08/09/polifenoli-uva-vino-composizione/">vino rosso</a>, ricco di resveratrolo, l’olio extravergine di oliva, ricco di idrossitirosolo, il cioccolato e il tè, in particolare il tè verde, ricco di epigallocatechina gallato (EGCG).</p>
<figure id="attachment_29255" aria-describedby="caption-attachment-29255" style="width: 53px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/fenolo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-29255 size-full" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/fenolo.jpg" alt="Fenolo" width="53" height="82" /></a><figcaption id="caption-attachment-29255" class="wp-caption-text">Fenolo</figcaption></figure>
<p><strong>Struttura chimica dei polifenoli</strong></p>
<p>Con il termine di polifenoli si indica una <strong>grande varietà di molecole </strong>che possono essere suddivise in molte sottoclassi, suddivisioni che possono essere fatte sulla base della loro origine, funzione biologica svolta o struttura chimica.</p>
<p>Chimicamente sono composti con caratteristiche strutturali fenoliche, che si possono associare a carboidrati differenti.</p>
<p>Nelle piante la maggior parte si trova legata a zuccheri, e quindi in forma di glicosidi, e ad acidi organici; in entrambe i casi i sostituenti si possono posizionare in posizioni differenti sugli scheletri polifenolici.</p>
<p>Tra i polifenoli si trovano molecole semplici, come gli acidi fenolici, o strutture complesse come i tannini condensati, molecole altamente polimerizzate.</p>
<p><strong>Classificazione dei polifenoli</strong></p>
<p>Possono essere suddivisi in diverse sottoclassi in base al numero di anelli fenolici presenti nella loro struttura, agli elementi strutturali che legano questi anelli tra di loro, e ai sostituenti legati agli anelli.</p>
<p>In genere, vengono individuati <strong>due grandi gruppi</strong>:</p>
<ol>
<li>i <strong>flavonoidi</strong></li>
<li>i <strong>non flavonoidi</strong>.</li>
</ol>
<p><strong>I f</strong><strong>lavonoidi</strong></p>
<p>I flavonoidi sono i polifenoli più studiati e più abbondanti nella dieta dell’uomo, rappresentandone circa i 2/3 di tutti i quelli assunti. Sono molecole idrosolubili e si accumulano all’interno dei vacuoli cellulari.</p>
<p>Costituiscono una categoria di sostanze polifunzionali ad elevata bioattività, e comprendono oltre 5000 molecole, combinate (glicosidi) o meno (agliconi) con zuccheri. Come gli altri fitochimici, i flavonoidi sono il prodotto del metabolismo secondario delle piante. I flavonoidi sono ampiamente diffusi nelle piante e loro componenti, come nelle bucce dei frutti, nelle foglie, nella corteccia, nel legno, nelle radici, ove si trovano generalmente in forma di glicosidi e in alcuni casi acilglicosidi, mentre meno frequentemente, ed in concentrazioni minori, in forme acilate, metilate e solfate. Essi donano alle varie parti della pianta, frutti e fiori, con l&#8217;apporto di altre sostanze (come ad esempio i carotenoidi), le varie gradazioni e sfumature cromatiche: dall&#8217;arancione al giallo, dal rosso all&#8217;azzurro, dal verde al viola, dal bianco al rosa, etc.</p>
<p>Il loro nome deriva da <em>flavus</em> (biondo) e si riferisce al ruolo che giocano come pigmenti vegetali. La colorazione che donano ai tessuti dipende dal pH: i pigmenti blu si formano per chelazione con certi ioni metallici (ad esempio, Fe<sup>3+</sup> o Al<sup>3+</sup>).</p>
<p>Un gruppo specifico di flavonoidi, le antocianine, è responsabile del colore rosso, blu e violetto di fiori e frutta ed è, quindi, importante come mediatore dell&#8217;impollinazione. Altrettanto importante notare come altri flavonoidi, flavoni e flavonoli, pur non essendo colorati per l&#8217;occhio umano, assorbano molto fortemente nello spettro UV e possano, quindi, essere visti dagli insetti. Molto spesso si ritrovano al centro dei fiori e servono come guida per l&#8217;atterraggio.</p>
<p>I flavonoidi si ritrovano anche nelle sostanze liquide ottenute dalla lavorazione di certi frutti come ad esempio in bevande quali vino, succhi di frutta o tè. Tale diffusione nelle piante, nelle loro varie parti e nei cibi e liquidi da esse derivati, rende facile l&#8217;integrazione di flavonoidi nell&#8217;alimentazione; si stima infatti che l’assunzione media giornaliera della popolazione occidentale con la dieta sia di circa 1 g, di cui circa 100 mg sono catechine (i flavonoidi più abbondanti). Tuttavia questo dato è influenzato sia dal metodo utilizzato per la loro determinazione sia dalla disponibilità di banche dati attendibili.</p>
<p><strong><em>Struttura chimica dei flavonoidi</em></strong></p>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/struttura-flavonoidi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-29256" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/struttura-flavonoidi.jpg" alt="" width="174" height="118" /></a>La loro struttura di base è costituita da uno scheletro di <strong>difenilpropano</strong>, ossia due anelli benzenici (indicati come A e B, vedi figura) collegati da una catena di tre atomi di carbonio che forma un anello piranico (anello eterociclico contenente ossigeno) chiuso con l’anello benzenico A, che è detto anello C. La loro struttura è pertanto definita anche come C6-C3-C6.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi l’anello B si lega all’anello C in posizione 2, ma può legarsi anche in posizione 3 o 4; questo, insieme con le caratteristiche strutturali dell’anello B e gli schemi di glicosilazione ed idrossilazione dei tre anelli, fa si che i flavonoidi siano il gruppo di fitochimici, quindi non solo di polifenoli, più ampio e diversificato presente in natura.</p>
<p>Le attività biologiche di questi composti, ad esempio sono dei potenti antiossidanti, dipendono sia dalle caratteristiche strutturali che dallo schema di glicosilazione.</p>
<p><strong>Classificazione dei flavonoidi</strong></p>
<p>I flavonoidi costituiscono una delle classi di composti più caratteristiche nelle piante superiori e possono essere suddivisi in diversi sottogruppi sulla base del carbonio dell’anello C su cui va a legarsi l’anello B, e del grado di insaturazione ed ossidazione dell’anello C.</p>
<p>I flavonoidi in cui l’anello B si lega in posizione 3 dell’anello C sono detti <strong>isoflavoni</strong>; quelli in cui l’anello B si lega in posizione 4 <strong>neoflavonoidi</strong>, mentre quelli in cui l’anello B si lega in posizione 2 a loro volta sono suddivisi in sei sottogruppi sulla base delle caratteristiche strutturali dell’anello C: <strong>flavoni</strong>, <strong>flavonoli</strong>, <strong>flavanoni</strong>, <strong>flavanonoli</strong>, <strong>flavanoli o catechine</strong> ed <strong>antociani</strong>. Infine, i flavonoidi con l’anello C aperto sono detti <strong>calconi</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>Flavoni</strong><br />
Hanno un doppio legame tra la posizione 2 e 3 ed un chetone in posizione 4 dell’anello C. La maggior parte dei flavoni della verdura e frutta presenta un gruppo idrossilico in posizione 5 dell’anello A, mentre l’idrossilazione in altre posizioni, per la maggior parte in posizione 7 dell’anello A o 3’ e 4’ dell’anello B, possono variare a seconda della classificazione tassonomica della particolare verdura o frutta. La glicosilazione si verifica per la maggior parte sulle posizioni 5 e 7, la metilazione e l’acilazione sui gruppi idrossilici dell’anello B. Alcuni flavoni, come la nobiletina e la tangerina, sono polimetossilati.</li>
</ul>
<p><strong>Prezzemolo e sedano</strong> rappresentano le uniche fonti importanti commestibili di flavoni. La buccia della frutta contiene grandi quantità di <strong>flavoni polimetoxilati</strong>: per esempio nella <strong>buccia di mandarino</strong> il loro contenuto è fino a 6,5 g/L di olio essenziale di mandarino.</p>
<ul>
<li><strong>Flavonoli</strong><br />
I flavonoli sono composti di origine vegetale appartenenti alla classe dei flavonoidi, aventi come base il 3-idrossiflavone. Sono distribuiti molto ampiamente nel regno vegetale, generalmente in angiosperme lignificate.</li>
</ul>
<p>Tra i flavonoli più diffusi vi sono la <strong>quercetina</strong> (aglicone del glicoside rutina) e il <strong>quercitolo</strong> che sono presenti in <em>Ruta graveolens</em>, <em>Fagopyrum esculentum</em>, <em>Sambucus nigra</em> e moltissime altre piante; il <strong>canferolo</strong> che si trova in <em>Sambucus nigra</em>, <em>Cassia senna</em>, <em>Equisetum arvense</em>, <em>Lamium album</em>, <em>Polygonum bistorta</em>, ecc.</p>
<p>Al pari dei flavoni, anche i flavonoli sono molto vari per quello che riguarda l’idrossilazione e la metilazione, e, considerando i vari schemi di glicosilazione, <strong>sono forse il sottogruppo più comune ed ampio di flavonoidi nella frutta e verdura</strong>.</p>
<p><strong>Le principali fonti di flavonoli sono le cipolle (fino a 1,2 g/kg peso), cavoli ricci, porri, broccoli e mirtilli</strong>. <strong>Té e vino rosso</strong> possono contenere anche fino a 45 mg e 30 flavonoli mg/L, rispettivamente. È importante notare che la biosintesi dei flavonoli è stimolata dalla luce, <strong>accumulandosi nel tessuto esterno del frutto</strong>; differenze di concentrazione possono esistere tra i frutti dello stesso albero e anche da diverse parti di un unico pezzo di frutta, proprio a seconda dell&#8217;esposizione alla luce solare. Sono stati identificati più di 170 differenti quercitina-glicoside, anche se il D-glucosio è il residuo zuccherino più frequente. Altri flavonoli il <strong>kempferolo</strong>, la <strong>miricetina</strong> e l’<strong>isoramnetina</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>Flavanoli o flavan-3-oli o catechine</strong></li>
</ul>
<p>I flavanoli sono detti anche flavan-3-oli poiché il gruppo ossidrilico è quasi sempre legato in posizione 3 dell’anello C; altro nome comune è <strong>catechine</strong>. A differenza di molti flavonoidi non presentano un doppio legame tra le posizioni 2 e 3; altro carattere distintivo, ad es. rispetto ai flavanonoli, con cui condividono un ossidrile in posizione 3, è l’assenza di un carbonile, un gruppo chetonico, in posizione 4. Questa particolare struttura chimica permette ai flavanoli di avere due centri chirali nella molecola, sulle posizioni 2 e 3, con quattro possibili diastereoisomeri. La catechina è l’isomero con configurazione trans, mentre l’epicatechina è quello con configurazione cis. Ciascuna di queste due configurazioni ha due stereoisomeri. La (+)-catechina e (-)-epicatechina sono i due isomeri spesso presenti nelle piante commestibili. Un’altra importante caratteristica dei flavanoli, in particolare della catechina e dell’epicatechina, è quella di <strong>formare polimeri</strong>, detti <strong>proantocianidine o tannini condensati</strong>.  Il nome “proantocianidine” deriva dal fatto che un clivaggio acido catalizzato produce antocianidine. Le proantocianidine in genere contengono da 2 a 60 monomeri di flavanolo (catechina o epicatechina). Sia i flavanoli monometrici che quelli oligomerici (da 2 a 7 monomeri) sono <strong>potenti antiossidanti</strong>.</p>
<p>I flavanoli principalmente rappresentati nella frutta sono <strong>catechina</strong> ed <strong>epicatechina</strong>, mentre <strong>gallocatechina</strong>, <strong>epigallocatechina</strong> e <strong>gallato</strong> si trovano soprattutto nel té. Le <strong>catechine si trovano in molti frutti come le albicocche</strong> (250 mg/kg di peso fresco) e le <strong>ciliegie</strong> (250 mg/kg peso fresco). <strong>Té verde</strong> (fino a 800 mg/L), e <strong>cioccolato</strong> (fino a 600 mg/L), sono di gran lunga le fonti più ricche di catechine, che sono anche presenti nel vino rosso (fino a 300 mg/L). Il cacao ricco di flavanoli migliora il livello di ossido nitrico nel sangue, che rilassa e dilata le arterie e i vasi sanguigni, e migliora il flusso sanguigno; un consumo maggiore di cioccolato è stato associato a un rischio significativamente più basso di malattie cardiache, ictus e morte.  Infine, i flavanoli del cacao, con la loro azione antiossidante, possono proteggere e sostenere la funzione cerebrale.</p>
<p>Le <strong>proantocianidine</strong>, note anche come <strong>tannini condensati</strong>, sono dimeri, oligomeri e polimeri di catechine; sono responsabili del <strong>sapore amaro</strong> e della <strong>sensazione di astringenza</strong> caratteristiche degli alimenti che ne sono ricchi; sono particolarmente abbondanti nei frutti di bosco, nell’uva, nelle mele, nel cioccolato e in alcune bevande (vino, sidro, tè, birra ecc). E’ molto difficile stimare il loro contenuto nei cibi perché hanno una vasta gamma di strutture e pesi molecolari: per esempio in mele da sidro, il grado di polimerizzazione varia da 4 a 11.</p>
<ul>
<li><strong>Flavanoni</strong><br />
I flavanoni, anche detti diidroflavoni, hanno l’anello C saturo; quindi, a differenza dei flavoni, mancano del doppio legame tra le posizione 2 e 3 e questa è l’unica differenza strutturale tra i due sottogruppi di flavonoidi. I flavanoni possono essere multi-idrossilati, e diversi gruppi idrossilici possono essere metilati e/o glicosilati. Alcuni hanno modelli unici di sostituzione, ad esempio, flavanoni prenilati, furanoflavanoni, piranoflavanoni o flavanoni benzilati, dando un gran numero di derivati sostituiti. Negli ultimi 15 anni il numero dei flavanoni scoperti è notevolmente aumentato. I flavanoni sono presenti ad alte concentrazioni solo negli agrumi, ma si trovano anche nei pomodori e in alcune piante aromatiche come la menta. I principali agliconi sono <strong>naringenina</strong> nel pompelmo, <strong>esperetina</strong> nelle arance e <strong>eriodictiolo</strong> nei limoni. Il succo d&#8217;arancia contiene 470-761 mg/L di esperidina e 20-86 mg/L di narirutina. Le parti solide degli agrumi, in particolare la porzione spugnosa bianca (albedo) e le membrane di separazione dei segmenti, ne hanno un contenuto molto elevato, questo è la ragione per cui il frutto intero può contenere fino a 5 volte tanto quanto un bicchiere di succo d&#8217;arancia.</li>
<li><strong>Flavanonoli</strong><br />
I flavanonoli, anche detti diidroflavonoli, sono i 3-idrossi derivati dei flavanoni; sono un sottogruppo altamente diversificato e multisostituito.</li>
<li><strong>Neoflavonoidi</strong><br />
Nei neoflavonodi il gruppo B è legato in posizione 4 dell’anello C.</li>
<li><strong>Antocianidine</strong><br />
Chimicamente, le <strong>antocianidine</strong> sono cationi di flavilio e per la maggior parte si trovano come sali di cloruro. Le antocianine o antociani esistono principalmente come glicosidi dei loro agliconi, chiamati antociani, con il residuo di zucchero attaccato in posizione 3 dell’anello C o in posizione 5 7 dell’anello A. La glicosilazione in posizione al 3&#8242;-, 4&#8242;-, 5&#8242;- dell’anello B, sebbene molto rara, è stata anche osservata. Le frazioni di zucchero possono anche essere acilate da una serie di acidi aromatici o alifatici; gli agenti acilanti più comuni sono acidi cinnamici, i glicosidi delle antocianidine; lo zucchero si lega per la maggior parte dei casi in posizione 3 dell’anello C, zucchero che spesso si coniuga con acidi fenolici come l’acido ferulico.</li>
</ul>
<p><strong>Le <em>antocianine</em> sono </strong><strong>l’unico gruppo di flavonoidi che conferisce colore ai vegetali</strong> (tutti gli altri flavonoidi sono privi di colore); come pigmenti idrosolubili sono responsabili per la maggior parte dei colori rosso, blu e viola di frutta, verdura e fiori. Il colore degli antociani dipende dal pH e dall’acilazione o metilazione dei gruppi idrossilici sugli anelli A e B. In base al numero e alla posizione dei gruppi idrossilici e metossilici sono state descritte varie antocianidine, e di queste, 6 si trovano comunemente nella frutta e verdura: <strong>pelargonidina, cianidina, delfinidina, petunidina, peonidina, malvidina</strong>.</p>
<p>Gli antociani sono ampiamente distribuiti nella dieta: <strong>si trovano nel vino rosso, alcune varietà di cereali e certe verdure (cavoli, fagioli, cipolle, ravanelli), ma sono più abbondanti nella frutta</strong>. Il loro contenuto negli alimenti è generalmente proporzionale all&#8217;intensità del colore e raggiunge valori fino a 2-4 g/kg peso per il ribes nero e le more, contenuto che aumenta con la maturazione del frutto. Il vino contiene fino a 350 mg/L di antociani, che vengono trasformati in varie strutture complesse durante l’invecchiamento del vino.</p>
<ul>
<li><strong>Isoflavoni    </strong></li>
</ul>
<p>Gli <em>isoflavoni</em> presentano somiglianze strutturali con gli estrogeni, ossia gruppi idrossilici in posizione C4 e C7, come la molecola di estradiolo. Possono legarsi ai recettori degli estrogeni e quindi sono classificati come <strong>fitoestrogeni</strong>. Gli isoflavoni sono contenuti quasi esclusivamente nelle piante leguminose. La soia e i suoi prodotti trasformati rappresentano la principale fonte di isoflavoni, e contengono le tre principali molecole (genisteina, daidzeina e la gliciteina) presenti come agliconi o, più spesso, come in forme coniugate con il glucosio. I germogli di soia contengono tra 140 e 1530 mg di isoflavoni/kg peso mentre il latte di soia può contenere tra il 12 e 130 mg/L. Gli isoflavoni sono sensibili al calore e sono spesso idrolizzati in glicosidi durante la lavorazione industriale e la conservazione.</p>
<p>Il consumo di isoflavoni derivati da prodotti a base di soia e legumi sembrerebbe correlato a una riduzione del 19% del rischio di tumore dell’endometrio 7.</p>
<ul>
<li><strong>Calconi</strong><br />
I calconi ed i diidrocalconi vengono considerati flavonoidi con struttura aperta; sono classificati tra i flavonoidi in quanto hanno vie di sintesi simili.</li>
</ul>
<p><strong>I non flavonoidi</strong></p>
<ul>
<li><strong>Acidi fenolici</strong></li>
</ul>
<p>Gli acidi fenolici comprendono due classi: quelli <strong>derivanti dall’acido benzoico (idrossibenzoici)</strong>, come l&#8217;acido gallico e l&#8217;acido ellagico, e quelli <strong>derivanti dall’acido cinnamico</strong> (<strong>idrocinnamici</strong>), come l&#8217;acido caffeico e l&#8217;acido ferulico.</p>
<p>Nelle piante, l’acido 4-idrossibenzoico si forma attraverso la degradazione della catena laterale dell’acido cinnamico il quale è invece formato dalla deamminazione della fenilalanina. Altri acidi cinnamici sono ottenuti da ulteriori reazioni di ossidrilazione e metilazione che, in sequenza, costruiscono la disposizione dei sostituenti tipica della via dello shikimato, cioè l’ossigenazione in posizione “orto”. Possono esistere sia in forma cis sia in forma trans, interconvertibili per effetto della luce UV.</p>
<p>I più comuni sono gli <strong>acidi: <em>p</em>-cumarico, caffeico, ferulico e sinapico</strong>. Raramente si trovano in forma libera, in quanto sono per lo più derivati glicosilati o esteri degli acidi chinico, shikimico o tartarico. <strong>Gli acidi caffeico e chinico si combinano a formare l’acido clorogenico</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>I lignani</strong></li>
</ul>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/lignani.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-29258" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/lignani.jpg" alt="" width="147" height="90" /></a>I lignani sono prodotti dalla dimerizzazione ossidativa di due unità di fenilpropano; sono prevalentemente presenti in natura in forma libera, mentre i loro derivati glicosidici sono solo una forma minore. Sono ampiamente distribuiti nel regno vegetale: sono contenuti nei tessuti legnosi di 55 famiglie di piante, nei cereali, ed in alcuni vegetali (broccoli, cavoli, fragole, carote, bacche e frutti di bosco). Tramite i lignani le piante si difendono dall’aggressione dei microrganismi; questa azione sembra mantenersi anche nel corpo umano svolgendo attività antibatteriche, antifungine, antitumorali in particolare contro il cancro alla prostata, al colon e quello della pelle, cardioprotettivi immunostimolanti.</p>
<p>I semi di lino ne rappresentano la principale fonte alimentare, fino a 3, 7 g/kg di peso secco di secoisolariciresinolo. La microflora intestinale metabolizza i lignani in enterodioli e enterolattoni.</p>
<ul>
<li><strong>Gli stilbeni</strong></li>
</ul>
<p>Basse quantità di stilbeni sono presenti nella dieta umana; il principale rappresentante è il <strong>resveratrolo,</strong> un composto presente in natura nelle due forme isomeriche cis e soprattutto nella forma trans, la quale mostra una maggiore attività biologica.   Gli stilbeni e loro derivati svolgono un ruolo di primaria importanza in relazione agli effetti benefici del vino sulla salute. Questi composti si ottengono tramite fotosintesi delle piante, e nell’uva si trovano nella buccia.</p>
<p>Il resveratrolo è una fitoalessina prodotta come risposta ad infezioni fungine da parte della pianta. È particolarmente presente nella <em>Vitis vinifera</em> ed in particolare nelle varietà a bacca rossa. Si trova soprattutto nella buccia e la consistenza del vino è tanto elevata quanto maggiore è il tempo di contatto delle bucce dell’uva durante il processo di fermentazione. Al resveratrolo vengono attribuite proprietà antitumorali, chemioterapeutiche, cardioprotettive e antiossidanti.</p>
<ul>
<li><strong>Tannini idrolizzabili</strong></li>
</ul>
<p>Dal punto di vista molecolare e strutturale i tannini si distinguono in: <strong>tannini idrolizzabili </strong>(presenti in alcune piante medicinali), derivati dall&#8217;acido gallico (C6-C1), di utilizzo in cosmesi, e <strong>tannini condensati </strong>(presenti nel vino rosso, tè), derivati dai flavonoidi, forti agenti di difesa passiva delle piante. I tannini idrolizzabili sono dei polimeri ad alto peso molecolare, e vengono detti idrolizzabili perché possono essere depolimerizzati da un enzima, chiamato tannasi. Quelli idrolizzabili sono strutturalmente diversi rispetto ai tannini condensati, anche se entrambi sono polimeri ad alto peso molecolare. Si distinguono i <strong>gallotannini</strong>, esteri dell&#8217;acido gallico e del glucosio, la cui idrolisi libera acido gallico, e gli <strong>ellagitannini</strong>, esteri dell&#8217;acido esaidrossidifenico e glucosio, la cui idrolisi libera acido ellagico.</p>
<ul>
<li><strong>Altri polifenoli</strong>: includono una varietà di composti come i <strong>curcuminoidi </strong>(dal curry), e altri.</li>
</ul>
<p>Questa è solo una classificazione generale e ci possono essere ulteriori sottoclassi e varianti di polifenoli. È anche importante notare che i polifenoli possono variare nella loro distribuzione tra diverse piante e possono offrire benefici per la salute in rapporto alle loro proprietà.</p>
<p>Viene riportata qui di seguito, per completezza, un altro tipo di classificazione che riporta anche i principali componenti di ogni singola classe.</p>
<p><strong>Classificazione dei polifenoli</strong></p>
<p><strong>Acidi fenolici </strong>–  sono una classe di composti chimici che contengono un gruppo fenolo (un anello aromatico con un gruppo idrossile). Questi acidi fenolici sono diffusi in natura e si trovano in vari alimenti. Alcuni esempi di acidi fenolici includono:</p>
<ul>
<li><strong>acido ellagico</strong>: presente in frutti come lamponi, fragole, mele, uva, noci e in alcuni tè.</li>
<li><strong>acido gallico</strong>: trovato in tè, uva, fragole, noci, e in alcune piante medicinali.</li>
<li><strong>acido caffeico</strong>: comune nel caffè, ma si trova anche in mele, pere, carote e molti altri alimenti.</li>
<li><strong>acido clorogenico</strong>: principalmente presente nel caffè, ma si trova anche in frutta come mele, pere, e in alcune verdure.</li>
<li><strong>acido rosmarinico</strong>: trovato in erbe aromatiche come rosmarino, timo e menta.</li>
<li><strong>acido <em>p</em>-cumarico</strong>: si trova in varie piante, inclusi cereali, legumi e frutta.</li>
<li><strong>acido sinapico</strong>: comune in semi di senape, noci e altre piante.</li>
<li><strong>acido protocatecuico</strong>: presente in alcune piante, tra cui il cioccolato e il vino rosso.</li>
<li><strong>acido vanillico</strong>: si trova in vaniglia, ma è presente anche in alcune spezie e frutta.</li>
<li><strong>acido <em>p</em>-idrossibenzoico</strong>: presente in molte piante, tra cui bacche, frutta e alcune verdure.</li>
</ul>
<p><strong>Flavonoidi </strong>– Rappresentano il gruppo di polifenoli più studiato e includono le seguenti sottocategorie:</p>
<ul>
<li><strong>flavonoli, </strong>comprendono</li>
<li><strong>quercetina</strong>: trovata in cipolle, mele, tè, broccoli e molti altri alimenti.</li>
<li><strong>miricetina</strong>: presente in mele, cipolle, pomodori e altre verdure.</li>
<li><strong>kaempferolo</strong>: trovato in spinaci, broccoli, tè verde e altre piante.</li>
<li><strong>isoramnetina</strong>: comune in cipolle, aglio e alcune varietà di frutta.</li>
<li><strong>rutina</strong> (quercetina-3-o-rutinoside): presente in ciliegie, mele, tè e agrumi.</li>
<li><strong>trolox</strong> (analogo sintetico della vitamina e): utilizzato come antiossidante, spesso menzionato in studi scientifici.</li>
<li><strong>fisetina</strong>: trovata in fragole, mele, cipolle e cetrioli.</li>
<li><strong>galangina</strong>: trovata in propoli, erbe e radici.</li>
<li><strong>quercitrina</strong>: presente in mele, cipolle e ciliegie.</li>
<li><strong>miricitrina</strong>: trovata in varie piante, inclusi lamponi e more.</li>
<li><strong>flavoni, </strong>comprendono</li>
<li><strong>luteolina</strong>: trovata in prezzemolo, sedano, pepe verde e altre verdure.</li>
<li><strong>apigenina</strong>: presente in prezzemolo, sedano, camomilla e alcune verdure.</li>
<li><strong>tangeretina</strong>: un flavone polimetossilato, presente soprattutto nelle bucce delle arance e dei mandarini.</li>
<li><strong>nobiletina</strong>: un altro flavone polimetossilato, presente soprattutto nelle bucce delle arance e dei mandarini.</li>
<li><strong>crisina</strong>: trovato nel miele e nella propoli.</li>
<li><strong>baicaleina</strong>: presente principalmente nella radice di <em>Scutellaria baicalensis</em> (una pianta tradizionale cinese).</li>
<li><strong>diosmetina</strong>: trovata in agrumi, prezzemolo e timo.</li>
<li><strong>ispidulina</strong>: trovata in alcune piante medicinali.</li>
<li><strong>naringenina</strong>: trovata in pomodori, agrumi e cacao.</li>
<li><strong>flavanoni, </strong>comprendono</li>
<li><strong>naringenina</strong>: trovata in agrumi, come arance e pompelmi.</li>
<li><strong>esperetina</strong>: presente principalmente nelle bucce di agrumi, come arance e limoni.</li>
<li><strong>eriodittiolo</strong>: si trova in agrumi e alcune erbe.</li>
<li><strong>isosacuranetina</strong>: trovata in agrumi e in alcune piante medicinali.</li>
<li><strong>nobiletina</strong>: un flavanone polimetossilato, presente soprattutto nelle bucce delle arance e dei mandarini.</li>
<li><strong>pinocembrina</strong>: trovata nel miele e in alcune piante, come la propoli.</li>
<li><strong>licurizina</strong>: trovata nella liquerizia e in alcune radici.</li>
<li><strong>fisetina</strong>: presente in alcune piante, comprese le fragole.</li>
<li><strong>sacuranetina</strong>: trovata in ciliegie e prugne.</li>
<li><strong>prunetina</strong>: si trova nelle ciliegie e in altre drupe.</li>
<li><strong>antocianine</strong>, comprendono</li>
<li><strong>cianidine</strong>: trovate in ribes, ciliegie, fragole, more e uva nera.</li>
<li><strong>delfinidine</strong>: presente in uva nera, ribes, more, fragole e melanzane.</li>
<li><strong>pelargonidine</strong>: trovata in fragole, ciliegie, lamponi e arance rosse.</li>
<li><strong>malvidina</strong>: comune in uva nera, mirtilli, ribes, more e melanzane.</li>
<li><strong>petunidine</strong>: trovata in melanzane, mirtilli e fiori di petunia.</li>
<li><strong>peonidina</strong>: presente in mele rosse, fragole, ciliegie e mais rosso.</li>
<li><strong>fianidina</strong>: trovata in mele, pere, uva bianca e pesche bianche.</li>
<li><strong>cianidina</strong>: comune in ciliegie, more, lamponi e uva nera.</li>
<li><strong>malvidin-3-glucoside</strong>: una delle forme in cui si trova la malvidina nelle piante.</li>
<li><strong>pelargonidin-3-glucoside</strong>: una delle forme in cui si trova la pelargonidina nelle piante.</li>
<li><strong>isoflavoni</strong>, comprendono</li>
<li><strong>genisteina</strong>: trovata principalmente nella soia, nei fagioli e in altre leguminose.</li>
<li><strong>daidzeina</strong>: presente anch&#8217;essa principalmente nella soia, nei fagioli e in altri legumi.</li>
<li><strong>gliciteina</strong>: altra isoflavona presente nella soia e in misura minore in alcuni altri alimenti.</li>
<li><strong>formononetina</strong>: si trova principalmente nella soia e nei fagioli.</li>
<li><strong>biochanina</strong> A: presente nella soia e in alcune piante leguminose.</li>
<li><strong>puerarina</strong>: trovata nella radice di kudzu, una pianta utilizzata in alcune tradizioni medicinali.</li>
<li><strong>glicitina</strong>: un altro isoflavone trovato nella soia e in alcune piante leguminose.</li>
<li><strong>prunetina</strong>: presente in misura minore nella soia e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>irisina</strong>: trovata in alcune varietà di legumi e nei germogli di soia.</li>
<li><strong>flavanoli</strong> (<strong>catechine e proantocianidine</strong>).</li>
<li><strong>Catechine</strong>:
<ul>
<li><strong>Epicatechina</strong>: presente nel tè verde, cioccolato fondente e alcune bacche.</li>
<li><strong>Epicatechina gallato</strong> (ECG): trovato nel tè verde e nel cioccolato fondente.</li>
<li><strong>Epigallocatechina </strong>(EGC): presente nel tè verde, cioccolato fondente e alcune bacche.</li>
<li><strong>Epigallocatechina gallato</strong> (EGCG): abbondante nel tè verde e presente anche nel cioccolato fondente.</li>
</ul>
</li>
<li><strong>Procianidine</strong>: presenti in diverse piante, tra cui uva, mele, cioccolato fondente e noci.</li>
<li><strong>Teoflavine</strong>: trovata nel tè nero.</li>
<li><strong>Teorubigine</strong>: anch&#8217;essa presente nel tè nero.</li>
<li><strong>Leucocianidine</strong>: trovate nell&#8217;uva e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>Afzelina</strong>: presente in varie piante, tra cui il tè verde e il cacao.</li>
<li><strong>Gallocatechine</strong>: presenti nel tè verde e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>Teobromina</strong>: trovata nel cacao e, di conseguenza, nel cioccolato.</li>
<li><strong>Cianidolo</strong>: presente in uva, mele, ciliegie e alcune piante.</li>
<li><strong>Teofilina</strong>: si trova nel tè, soprattutto nel tè nero.</li>
</ul>
<p>Attualmente sono state identificate oltre 4.000 varietà di flavonoidi, molti dei quali sono responsabili delle intense colorazioni di fiori, frutti e foglie. Quercetina, miricetina, e catechine sono alcuni tra i più comuni flavonoidi.</p>
<ul>
<li><strong>Stilbeni </strong>– La maggior parte degli stilbeni nelle piante agiscono come composti antifungini, prodotti in risposta a infezioni o lesioni. Il più studiato è il resveratrolo.</li>
<li><strong>Resveratrolo</strong>: trovato nell&#8217;uva, nei mirtilli, nelle arachidi e in alcune radici come quella di <em>Polygonum cuspidatum</em> (giapponese <em>Knotweed</em>).</li>
<li><strong>Piceatannolo</strong>: trovato nell&#8217;uva, in particolare nella buccia delle uve rosse.</li>
<li><strong>Pterostilbene</strong>: presente nel mirtillo, nella melanzana e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>Pinosilvina</strong>: trovata nella corteccia di alcune specie di pini.</li>
<li><strong>Arachidilresveratrolo</strong>: si trova in alcune piante, tra cui la liquirizia.</li>
<li><strong>Pallidolo</strong>: trovato in diverse piante, inclusi alcuni tipi di orchidee.</li>
<li><strong>Isorapontigenina</strong>: presente in alcune piante come la Fallopia japonica.</li>
<li><strong>Astringina</strong>: trovato nei semi di senape.</li>
<li><strong>Scirpusina A</strong>: trovato in alcune specie di piante.</li>
<li><strong>OpeafenoIo</strong>: trovato in diverse piante, inclusi alcuni tipi di fungo.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Lignani </strong>–  contenuti nei tessuti legnosi delle piante, nei cereali, soprattutto nella segale, ed in alcuni vegetali (carote, broccoli, cavoli, fragole e frutti di bosco), sono dei composti fenolici formati dall&#8217;unione di molecole di fenilpropano.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Secoisolariciresinolo</strong>: Trovato nel lino, nei semi di sesamo, nella crusca di grano e in alcune verdure.</li>
<li><strong>Matairesinolo</strong>: Presente nel lino, nei semi di sesamo e in alcune verdure.</li>
<li><strong>Lariciresinolo</strong>: Trovato in semi di lino, semi di sesamo, avena e alcune verdure.</li>
<li><strong>Pinoresinolo</strong>: Si trova in lino, semi di sesamo, crusca di grano, avena e alcune verdure.</li>
<li><strong>Sesamolo</strong>: Presente nei semi di sesamo.</li>
<li><strong>Enterodiolo</strong>: Prodotto dalla conversione microbiotica del secoisolariciresinol, trovato in semi di lino, semi di sesamo e verdure.</li>
<li><strong>Enterolattone</strong>: Anche questo è prodotto dalla conversione microbiotica del secoisolariciresinolo, trovato in semi di lino, semi di sesamo e verdure.</li>
<li><strong>Isolariciresinolo</strong>: Trovato in alcune piante, tra cui semi di lino e semi di sesamo.</li>
<li><strong>Podophillotossina</strong>: Trovato nel <em>Podophyllum</em>, una pianta utilizzata in alcune tradizioni medicinali.</li>
<li><strong>Coniferina</strong>: Presente in legno di conifere e alcune piante.</li>
</ul>
<p>La distribuzione di questi composti nei tessuti e nelle cellule vegetali non è uniforme e varia in base al loro <strong>livello di solubilità</strong>: i fenoli insolubili si trovano nelle pareti, mentre i fenoli solubili sono presenti prevalentemente in organelli di accumulo detti “vacuoli”.<br />
Nelle piante, <strong>il contenuto di polifenoli è influenzato da una serie di fattori</strong> tra cui il grado di maturazione al momento della raccolta, i fattori ambientali, la lavorazione e lo stoccaggio.</p>
<p>I fattori ambientali, come ad esempio il clima (esposizione al sole, precipitazioni), svolgono un ruolo chiave nel determinare il contenuto di polifenoli. In particolare, l&#8217;esposizione alla luce ha un effetto notevole sulla maggior parte dei flavonoidi.</p>
<p>Il grado di maturazione colpisce in modo diverso le concentrazioni e le proporzioni dei vari polifenoli: generalmente le concentrazioni degli acidi fenolici diminuiscono durante la maturazione, mentre le concentrazioni degli antociani aumentano.</p>
<p>La conservazione, inoltre, può anche influenzare il contenuto di polifenoli che sono facilmente ossidati, portando alla formazione di sostanze che alterano in particolare il colore e le caratteristiche organolettiche della frutta. La conservazione al freddo, al contrario, non ha influenza sul contenuto di polifenoli. I polifenoli negli alimenti sono legati anche ai metodi di preparazione culinaria, la semplice sbucciatura di frutta e verdura può ridurre in modo significativo il loro contenuto, in quanto, queste sostanze, sono spesso presenti in concentrazioni elevate nelle parti esterne. La cottura, inoltre, ha un effetto notevole: cipolle e pomodori, per esempio, perdono circa il 75% del loro iniziale contenuto di quercetina dopo ebollizione per 15 min, il 65% dopo cottura in un forno a microonde e il 30% dopo la frittura.</p>
<figure id="attachment_29259" aria-describedby="caption-attachment-29259" style="width: 206px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/quercentina.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-29259 size-full" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/quercentina.jpg" alt="Quercentina" width="206" height="140" /></a><figcaption id="caption-attachment-29259" class="wp-caption-text">Quercentina</figcaption></figure>
<p><strong>Variabilità del contenuto in polifenoli dei prodotti vegetali</strong></p>
<p>Anche se diverse classi di molecole fenoliche, come la quercetina (un flavonolo), si trovano nella maggior parte dei cibi vegetali (tè, vino, cereali, legumi, frutta, succhi di frutta, ecc.) altre classi si trovano solo in un particolare tipo di cibo (ad es. i flavanoni negli agrumi, gli isoflavoni nella soia, la florizina nelle mele, ecc.).</p>
<p>Tuttavia in natura è comune che diversi tipi di polifenoli si trovino nello <strong>stesso prodotto</strong>; e tale è il caso delle <strong>mele </strong>che <strong>contengono </strong><strong>flavanoli</strong><strong>, acido clorogenico, </strong><strong>acidi idrossicinnamici</strong><strong>, glicosidi della floretina, glicosidi della </strong><strong>quercetina</strong><strong> e </strong><strong>antociani</strong>.</p>
<p>La composizione in polifenoli può essere influenzata anche da altri parametri come il grado di maturazione al momento del raccolto, fattori ambientali, la lavorazione, sia casalinga che industriale, la conservazione e la varietà vegetale.</p>
<p>Come accennato, <strong>frutta, té e vino rosso costituiscono le principali fonti di polifenoli</strong>. Dai dati attualmente disponibili sembra che i frutti con il <strong>contenuto più alto in polifenoli siano le fragole, i litchi e l’uva, mentre le verdura con concentrazione maggiore sono i carciofi, il prezzemolo e i cavoletti di Bruxelles</strong>. Meloni ed avocado hanno le concentrazioni più basse.</p>
<p>Inoltre numerosi fattori, quali la maturazione, il tempo del raccolto/a, i fattori ambientali e lo stoccaggio, possono influenzare il contenuto di polifenoli delle piante. I fattori ambientali, come ad esempio il clima (esposizione al sole, precipitazioni), svolgono un ruolo chiave nel determinare il contenuto di polifenoli. In particolare, l&#8217;esposizione alla luce ha un effetto notevole sulla maggior parte dei flavonoidi. Il grado di maturazione colpisce in modo diverso le concentrazioni e le proporzioni dei vari polifenoli: generalmente le concentrazioni degli acidi fenolici diminuiscono durante la maturazione, mentre le concentrazioni degli antociani aumentano. La conservazione, inoltre, può anche influenzare il contenuto di polifenoli che sono facilmente ossidati, portando alla formazione di sostanze che alterano in particolare il colore e le caratteristiche organolettiche della frutta. La conservazione al freddo, al contrario, non ha influenza sul contenuto di polifenoli. I polifenoli negli alimenti sono legati anche ai metodi di preparazione culinaria, la semplice sbucciatura di frutta e verdura può ridurre in modo significativo il loro contenuto, in quanto, queste sostanze, sono spesso presenti in concentrazioni elevate nelle parti esterne. La cottura, inoltre, ha un effetto notevole: cipolle e pomodori, per esempio, perdono circa il 75% del loro iniziale contenuto di quercetina dopo ebollizione per 15 min, il 65% dopo cottura in un forno a microonde e il 30% dopo la frittura.</p>
<p><strong>Biodisponibilità dei polifenoli</strong></p>
<p>Il concetto di biodisponibilità può essere definito in vari modi. La definizione comunemente accettata di biodisponibilità è la parte del nutriente che viene digerita, assorbita e metabolizzata attraverso percorsi fisiologici. Di conseguenza, non è solo importante sapere una sostanza nutritiva quanto è presente in un alimento o in un integratore dietetico, ma ancor più importante è conoscere quanto questa è biodisponibile. Il metabolismo dei polifenoli è più o meno conosciuto. Generalmente, gli agliconi possono essere assorbiti dal piccolo intestino, tuttavia la maggior parte dei polifenoli sono presenti negli alimenti in forma di esteri, glucosidi, o polimeri che non possono, invece, essere assorbiti in forma nativa. Prima dell&#8217;assorbimento, questi composti devono essere idrolizzati dagli enzimi intestinali o dalla microflora del colon. Nel corso di assorbimento, i polifenoli subiscono una sostanziale modifica; vengono, infatti, trasformati, nelle cellule intestinali prima, e successivamente nel fegato, mediante metilazione, solfatazione e/o glucuronizzazione. Di conseguenza, le forme che sono in grado di raggiungere il sangue e i tessuti sono diversi da quelli presenti negli alimenti ed è molto difficile identificare tutti i metaboliti per valutare la loro biologica attività.</p>
<p>In definitiva, è piuttosto complesso valutare e quantificare la biodisponibilità dei flavonoidi; tuttavia, forme metabolizzate di flavonoidi presenti nel sangue differiscono significativamente dai composti nativi. La concentrazione plasmatica dei metaboliti totali può avere un intervallo di 0-4 µmol a litro con una dose assunta di 50 mg dell’aglicone, corrispondente alla forma non zuccherata del flavonoide dopo parziale metabolizzazione, e la parte escreta per via urinaria varia dallo 0.3% al 48% della dose ingerita in base al polifenolo. L’acido gallico e gli isoflavoni sono i polifenoli meglio assorbiti, seguiti dalle catechine, dai flavanoni e la quercetina glicoside, ma con differenti cinetiche. I polifenoli assorbiti di meno, invece, sono le proantocianidine, le catechine del te galloilate e le antocianine.</p>
<p>Nella Figura di seguito sono riportate le strutture chimiche di base dei principali flavonoidi.</p>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-29260 size-medium" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi-300x187.jpg 300w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi.jpg 695w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/i-polifenoli-definizione-e-classificazione/">I polifenoli: definizione e classificazione</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">29251</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Caprifoglio &#8211; Lonicera caprifolium</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/caprifoglio-lonicera-caprifolium/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 13:47:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Piante ed erbe]]></category>
		<category><![CDATA[abbracciabosco]]></category>
		<category><![CDATA[acido salicilico]]></category>
		<category><![CDATA[caprifoglio comune]]></category>
		<category><![CDATA[glucosidi]]></category>
		<category><![CDATA[legabosco]]></category>
		<category><![CDATA[madreselva]]></category>
		<category><![CDATA[manicciola]]></category>
		<category><![CDATA[manine]]></category>
		<category><![CDATA[orticoltura ornamentale]]></category>
		<category><![CDATA[succiamiele]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<category><![CDATA[uva di San Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[vincibosco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=28944</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il caprifoglio comune o madreselva (Lonicera caprifolium L., 1753) è una pianta rampicante volubile, legnosa e decidua, di medie dimensioni dai profumati fiori colorati di bianco e rosso appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae. In questo genere rientrano delle piante comunemente note come caprifogli. Vi appartengono, tra gli altri il caprifoglio alpino (Lonicera alpigena), il caprifoglio &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/caprifoglio-lonicera-caprifolium/">Caprifoglio &#8211; Lonicera caprifolium</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>caprifoglio comune</strong> o <strong>madreselva</strong> (<em>Lonicera caprifolium</em> L., 1753) è una pianta rampicante volubile, legnosa e decidua, di medie dimensioni dai profumati fiori colorati di bianco e rosso appartenente alla famiglia delle <em>Caprifoliaceae</em>. In questo genere rientrano delle piante comunemente note come caprifogli. Vi appartengono, tra gli altri il caprifoglio alpino (<em>Lonicera alpigena</em>), il caprifoglio comune <em>(Lonicera caprifolium</em>), il caprifoglio mediterraneo (<em>Lonicera implexa</em>) e il caprifoglio peloso (<em>Lonicera xylosteum</em>).</p>
<p>La <strong><em>Lonicera caprifolium</em></strong> è una specie rampicante, originaria dell’Italia, chiamata anche “<strong>madreselva</strong>”, oppure <strong>abbracciabosco, vincibosco, succiamiele, legabosco, uva di San Giovanni, manicciola, manine</strong>.</p>
<p>La pianta è di tipo lianosa (a forma o struttura di liana); è una specie a foglia caduca, che rappresenta il comune caprifoglio, con portamento rampicante, buona robustezza e vigorosità (cresce fino a 7 m. di altezza). Possiede foglie appaiate, di forma ovata od obovata, non persistenti, presentano la caratteristica di essere picciolate o perfogliate (la guaina della foglia avvolge il ramo in assenza di picciolo) a seconda che si trovino, rispettivamente, in basso a all’apice della pianta. I fiori, intensamente profumati per la presenza di essenze a base benzoica, di colore giallo crema con sfumature rosa, lunghi 3-5 cm., compaiono da maggio in poi, riuniti in mazzetti di circa 6 esemplari, al centro delle foglie apicali. Il frutto è una bacca non commestibile in quanto tossica di circa 8 millimetri carnosa e ovale di colore, a seconda della varietà, dal rosso vivo all&#8217;arancione contenente alcuni semi discoidi. Fioritura: da maggio a luglio.</p>
<p>Si tratta di un rampicante vigoroso, con fusti volubili che si abbarbicano a qualsiasi sostegno trovino, oppure si sviluppano strisciati. Questa pianta ha inoltre grande vigoria ed una lunga fioritura profumata, che dura per tutta l’estate.</p>
<p>È, inoltre, una pianta di facile coltivazione purché sia coltivata in un terreno fresco, dotato di sostanza organica, scegliendo una posizione all’ombra o mezzombra; l’unica attenzione è quella di fare in modo che la base, o piede, della pianta venga mantenuto leggermente ombreggiato, per proteggere l’apparato radicale. In Italia è una pianta comune solo nella penisola (sono escluse le isole). Il Caprifoglio è un’eccellente pianta mellifera. Ne esistono numerose varietà.</p>
<p>È nell&#8217;<strong>orticoltura ornamentale </strong>che si concentra il maggior interesse per queste piante. <strong>Esistono diverse varietà coltivate a questo scopo</strong>. Generalmente queste varietà sono a foglie persistenti e fiori a colori diversi e sono usate per rivestire muri o formare pergolati.</p>
<p><strong>Etimologia</strong></p>
<p>Il termine del genere (Lonicera) fu coniato da Linneo nel 1753 adattando al latino il cognome &#8220;Lonitzer&#8221;, volendo ricordare il botanico Adam Lonitzer (1528-1586) &#8211; in italiano questo cognome si pronuncia Adamo Lonicer &#8211; medico condotto a Francoforte autore di un trattato sulle erbe medicinali.</p>
<p>L&#8217;epiteto specifico (caprifolium) deriva dal latino ed è composto da due termini: “capra” e “folium” (capra e foglia); probabilmente questa dizione deriva dal fatto che le capre usano brucare le foglie di questa pianta.</p>
<p>“Caprifoglio” è il nome comune di alcune specie del genere &#8220;Lonicera&#8221;, ma è anche la versione volgare italiana del nome del genere, per cui spesso si vengono a creare equivoci che comunque si possono dissipare facilmente affiancando sempre anche la nomenclatura binomiale scientifica.</p>
<p>Il nome comune di “<strong>abbracciabosco</strong>” deriva dal suo portamento rampicante che spesso avvolge, danneggiando la pianta ospite. I greci ad esempio chiamavano queste piante &#8220;<em>peryclimenon</em>&#8221; (che tradotto liberamente significa “accerchiamento”).</p>
<p>In inglese il fiore si chiama: &#8220;Italian honeyusuckle&#8221;, ma anche &#8220;Italian woodbine&#8221;.</p>
<p><strong>Proprietà del caprifoglio</strong></p>
<p>Questa pianta è conosciuta fin dall&#8217;antichità per le sue <strong>proprietà medicinali</strong>. Le vengono attribuite <strong>proprietà antisettiche, antireumatiche, espettoranti, antinfiammatorie</strong>; per uso esterno le sue proprietà sono efficaci nelle stomatiti e nelle dermatosi; un decotto delle sue foglie sembra che stimoli la funzione urinaria.</p>
<p><strong>Sostanze presenti</strong>: tra le altre sostanze contiene <strong>acido salicilico, glucosidi, tannini e oli essenziali</strong>.</p>
<p><strong>Parti usate</strong>: le foglie e i fiori; ma è <strong>sconsigliato l&#8217;uso delle bacche in quanto contengono sostanze tossiche</strong>.</p>
<p>L’uso di questa pianta prevalente è però quello del giardinaggio.</p>
<p><strong>Cucina<br />
</strong><strong>Dalle foglie si usa preparare un infuso tipo te.</strong></p>
<p><strong>Curiosità</strong></p>
<p>È da ricordare anche che anticamente i fiori di questa pianta avevano proprietà propiziatorie per un buon matrimonio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/caprifoglio-lonicera-caprifolium/">Caprifoglio &#8211; Lonicera caprifolium</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28944</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Faggio &#8211; Fagus sylvatica</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/faggio-fagus-sylvatica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Dec 2023 19:28:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Piante ed erbe]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[creosoto]]></category>
		<category><![CDATA[faggio]]></category>
		<category><![CDATA[faggio comune]]></category>
		<category><![CDATA[faggio occidentale]]></category>
		<category><![CDATA[faggio selvatico]]></category>
		<category><![CDATA[faggiole]]></category>
		<category><![CDATA[ferro]]></category>
		<category><![CDATA[flavonoidi]]></category>
		<category><![CDATA[fosfati]]></category>
		<category><![CDATA[mucillagini]]></category>
		<category><![CDATA[potassio]]></category>
		<category><![CDATA[surrogato del caffè]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=28864</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il faggio (Fagus sylvatica L., 1753), detto anche faggio comune, faggio selvatico o faggio occidentale, è un albero appartenente alla famiglia Fagacee. Etimologia il termine “Fagus” deriva dal greco “fagós” ovvero “tipo di quercia”, mentre “sylvatica” deriva dal latino “sylva, selva” ovvero “pianta che cresce nei boschi”. Descrizione La specie è caducifoglia e latifoglia, con &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/faggio-fagus-sylvatica/">Faggio &#8211; Fagus sylvatica</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>faggio</strong> (<em>Fagus sylvatica</em> L., 1753), detto anche <strong>faggio comune</strong>, <strong>faggio selvatico</strong> o <strong>faggio occidentale</strong>, è un albero appartenente alla famiglia Fagacee.</p>
<p><strong>Etimologia</strong></p>
<p>il termine “Fagus” deriva dal greco “fagós” ovvero “tipo di quercia”, mentre “sylvatica” deriva dal latino “sylva, selva” ovvero “pianta che cresce nei boschi”.</p>
<p><strong>Descrizione</strong></p>
<p>La specie è caducifoglia e latifoglia, con crescita molto lenta e molto longeva, arrivando a essere plurisecolare. È un albero di grandi dimensioni i 30–40 m di altezza, con fusto eretto, leggermente rastremato con corteccia sottile e liscia di colore grigio-cenerino con striature orizzontali e caratterizzata macchie biancastre per presenza di licheni. Ha un legno molto duro e compatto. Per la sua corteccia liscia e ben levigata il faggio è stato associato alla scrittura. I libri con pagine di pergamena erano protetti da tavolette di faggio e il legno ricavato da questo albero fu utilizzato per la realizzazione di scrittoi, soprattutto in età medievale. Presenta fogliame denso e foglie ovali e brevemente picciolate (1–2 cm), con margine ondulato e lucide su entrambe le facce ma più chiare sulla pagina inferiore; sono disposte sul ramo in modo alterno. In autunno assumono una caratteristica colorazione arancio o rosso-bruna. Ha una chioma massiccia, molto ramificata e con fitto fogliame, facilmente riconoscibile a distanza perché molto arrotondata e larga, con rami della porzione apicale eretti verticali. Essendo una pianta monoica produce sia fiori femminili che maschili sulla stessa pianta ma in posizioni diverse; i fiori maschili sono penduli e riuniti in amenti tondi; i fiori femminili si trovano accoppiati in un involucro chiamato “cupola” e presentano un ovario triloculare. Fiorisce in genere nel mese di maggio. I frutti sono acheni commestibili, chiamati “faggiole”, trigoni e rossicci contenuti in ricci deiscenti; le faggiole tostate e macinate sono un surrogato del caffè. La germinazione avviene in aprile, dopo un periodo di riposo di almeno 6 mesi.</p>
<p><strong>Distribuzione e habitat</strong></p>
<p>In Italia è presente unicamente la specie <em>Fagus sylvatica</em> L. diffusa sia sulle Alpi che sugli Appennini, sui Nebrodi, sulle Madonie e sull&#8217;Etna, dove formano boschi solo si faggi chiamati “<strong>faggete</strong>” ma anche misti (di solito con <em>Abies alba</em> Mill. o <em>Picea abies</em> Karst.). Cresce oltre i 500 metri di altitudine ma localmente, quando le condizioni ambientali lo permettono, lo si può trovare anche più in basso. È invece assente allo stato naturale in Sardegna, regione in cui è stato introdotto per scopi silvicolturali e in cui la vegetazione climatica dell&#8217;orizzonte montano (1.200–1.800 m) è rappresentata da consorzi di agrifoglio e taxus.</p>
<p><strong>Il faggio è tra le specie forestali più presenti nei boschi italiani</strong>. <strong>Tra le faggete più celebri</strong> c&#8217;è quella di Monte Cimino nel comune di Soriano nel Cimino, e quella del &#8220;Gran bosco da Reme&#8221; del Cansiglio, uno dei primi esempi di gestione del bosco, utilizzato per fare remi dalla Serenissima Repubblica di Venezia almeno dal 1548.</p>
<p><strong>In Italia sono presenti diverse antiche faggete considerate dal 2012 patrimonio dell&#8217;umanità dall&#8217;UNESCO</strong>. Le faggete sono distribuite tra l&#8217;Emilia-Romagna e la Basilicata: la foresta di Cozzo Ferriero nel Parco Nazionale del Pollino, la foresta umbra nel Parco Nazionale del Gargano, la foresta vetusta di Monte Cimino in Provincia di Viterbo, la foresta di Monte Raschio all’interno del Parco Naturale Regionale di Bracciano &#8211; Martignano, le faggete di Valle Cervara, Selva Moricento, Coppo del Morto, Coppo del Principe e Val Fondillo nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e la Riserva Naturale Sasso Fratino nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.</p>
<p>Dal 1994 la FSC (<strong>Forest Stewardship Council</strong>) si occupa di una gestione sostenibile delle foreste che offrono materie prime al sistema produttivo. Nel 2001 è nato l’FSC italiano che monitora e certifica l&#8217;utilizzo delle foreste del territorio nazionale <strong>garantendo la sostenibilità della filiera legno-carta</strong> per proteggere e mantenere le condizioni ottimali degli specifici habitat.</p>
<p><strong>Usi del Faggio</strong></p>
<ul>
<li><strong>In cucina: </strong>una volta private del loro pericarpo velenoso, <strong>le faggiole si consumano arrostite come le castagne</strong>; possono anche venir <strong>tostate</strong> come nocciole o mandorle e, se macinate, diventano un discreto <strong>surrogato del caffè</strong>. <strong>Dai semi di questi frutti si estrae un olio dolciastro, che può essere usato come condimento</strong>.</li>
<li><strong>In erboristeria</strong> la droga del Faggio è costituita dalla corteccia, dotata di <strong>proprietà astringenti e febbrifughe</strong> che ricordano un pò quelle della China. La Fitoterapia ha scoperto invece le <strong>proprietà diuretiche dei germogli</strong> di <em>Fagus Sylvatica</em>, indicandone l’uso nella ritenzione idrica e in alcune forme di obesità. Il <em>Fagus </em>stimola le difese organiche, abbassa il colesterolo e attiva le cellule di Kupffer del fegato.</li>
<li><strong>In cosmetica</strong>: si utilizzano le gemme; grazie alle sue <strong>proprietà drenanti</strong> il Faggio viene utilizzato anche per la formulazione di <strong>creme anticellulite</strong>, <strong>per tonificare e rassodare le gambe</strong>. Ottimo aiuto anche per contrastare i radicali liberi e il precoce invecchiamento della pelle.</li>
</ul>
<p><strong>Principali componenti</strong></p>
<ul>
<li>Sono rappresentati da: <strong>flavonoidi e fenoli</strong> (<strong>creosoto</strong>), <strong>tannini, mucillagini, sali minerali</strong> (<strong>potassio, ferro, calcio, fosfati</strong>)</li>
</ul>
<p><strong>Possibili benefici per la salute</strong></p>
<p>Le principali proprietà curative e terapeutiche del Faggio sono: drenante, anti-renella (favorisce la diuresi e il fisiologico funzionamento dei reni.</p>
<p>Si utilizza sotto forma di <strong>soluzione idrogliceroalcolica</strong> (gemmoderivato), oppure come <strong>rimedio naturale</strong></p>
<p><strong>Controindicazioni</strong></p>
<p>Non sono riportati effetti collaterali alle dosi indicate, fatta eccezione di una sensibilità individuale alla pianta o ai suoi componenti. Evitare l’assunzione in gravidanza e allattamento.</p>
<p><strong>Curiosità </strong></p>
<p>Il Faggio è stato ritenuto, fin dall’antichità, un albero caro agli Dei e quindi indistruttibile, capace di resistere anche alla violenza incendiaria del fulmine. Forse per questa capacità di resistenza che gli è stata attribuita, il faggio trovò spesso utilizzo negli incantesimi, per aumentare la pazienza e risolvere conflitti e malumori tra i membri di una stessa famiglia. Ancora oggi, per tradizione popolare, si indossano braccialetti o ciondoli intagliati in legno di faggio, per aumentare le probabilità di riuscita di un desiderio, oppure quando si vogliono stimolare la fantasia e la creatività artistica.</p>
<p>In passato si dormiva sopra sacchi riempiti con foglie di faggio: l&#8217;odore del fogliame aveva un effetto calmante e coadiuvante di un buon sonno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/faggio-fagus-sylvatica/">Faggio &#8211; Fagus sylvatica</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28864</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Dioscorea o igname selvatico</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/dioscorea-o-igname-selvatico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 08:39:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tuberi]]></category>
		<category><![CDATA[dioscorea]]></category>
		<category><![CDATA[diosgenina]]></category>
		<category><![CDATA[fitosteroidi]]></category>
		<category><![CDATA[igname selvatico]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=28812</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dioscorea Plum. ex L.,1753 è un genere di piante della famiglia delle Dioscoracee, che comprende oltre 600 specie, coltivate in tutte le regioni tropicali del globo a scopo alimentare, per via dei tuberi ricchi di amido. Alcune specie del genere sono note come ignami (nome maschile, sing. igname). Il termine designa anche il tubero stesso &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/dioscorea-o-igname-selvatico/">Dioscorea o igname selvatico</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Dioscorea </em></strong>Plum. ex L.,1753 è un genere di piante della famiglia delle <em>Dioscoracee</em>, che comprende oltre 600 specie, coltivate in tutte le regioni tropicali del globo a scopo alimentare, per via dei tuberi ricchi di amido. Alcune specie del genere sono note come <strong>ignami</strong> (nome maschile, sing. igname). <strong>Il termine designa anche il tubero stesso consumato come alimento</strong>.</p>
<p>La <strong>dioscorea</strong>, anche detta <strong>igname selvatico</strong> (wild yam), è una pianta erbacea perenne diffusa in America Centrale e Canada e possiede diverse proprietà benefiche grazie alla presenza di <strong>fitosteroidi, diosgenina e tannini</strong>. Esiste in oltre 500 varietà, di cui si utilizzano generalmente radici e rizomi per prepararne integratori e tintura madre a partire dall’estratto secco. Tra le sue <strong>proprietà, spiccano quelle antidolorifiche e lenitive, depurative, antiossidanti e dimagranti.</strong></p>
<p><strong>Etimologia</strong></p>
<p>La parola igname deriva dal portoghese <em>inhame</em> o dallo spagnolo <em>ñame</em>, entrambe derivate a loro volta dalla parola <em>wolof nyam</em>, che significa &#8220;campione&#8221; o &#8220;assaggiare&#8221;. In altre lingue africane può anche assumere il significato di &#8220;mangiare&#8221;.</p>
<p><strong>Descrizione</strong></p>
<p>Sono piante erbacee perenni, alte fino a 5 metri, con radici o rizomi tuberiformi. Possiedono fusti volubili (si attorcigliano). Le foglie cuoriformi (base cordata) sono lungamente picciolate con profonde nervature. I fiori sono poco appariscenti, color giallo/verdastro, unisessuali sulla stessa pianta. Il frutto è una capsula. La droga utilizzata è il bulbo o rizoma di almeno 4/5 anni contenente <strong>saponine</strong> come la <strong>diosgenina</strong>, utilizzata per la preparazione di corticosteroidi, ormoni sessuali e contraccettivi orali.</p>
<p><strong>Distribuzione e habitat</strong></p>
<p>Le specie del genere Dioscorea sono diffuse nelle regioni intertropicali, desertiche, rocciose e secche, in Messico, Texas, Africa centrale e Cina centrale.</p>
<p><strong>Tassonomia</strong></p>
<p>Il genere comprende oltre 600 specie tra cui:</p>
<ul>
<li><em>Dioscorea alata</em> &#8211; igname viola o ube</li>
<li><em>Dioscorea bulbifera</em> &#8211; igname blubifera</li>
<li><em>Dioscorea cayenensis</em> &#8211; igname gialla della Guinea</li>
<li><em>Dioscorea communis</em> (L.) Caddick &amp; Wilkin &#8211; tàmaro</li>
<li><em>Dioscorea convolvulacea</em> &amp; Cham. &#8211; igname rampicante</li>
<li><em>Dioscorea dumetorum</em> (Kunth) Pax &#8211; igname selvatica</li>
<li><strong><em>Dioscorea esculenta</em></strong> (Lour.) Burkill &#8211; piccola igname</li>
<li><em>Dioscorea hispida</em> &#8211; igname spinata</li>
<li><em>Dioscorea japonica</em> &#8211; igname del Giappone</li>
<li><em>Dioscorea nummularia</em> &#8211; igname aplatie</li>
<li><em>Dioscorea oppositifolia</em> &#8211; igname khmer</li>
<li><em>Dioscorea pentaphylla</em> &#8211; igname rossa</li>
<li><em>Dioscorea polystachya</em> &#8211; igname cinese, diffuso anche in altri paesi dell&#8217;Estremo Oriente</li>
<li><em>Dioscorea rotundata</em> &#8211; igname bianca della Guinea, la specie più coltivata</li>
<li><em>Dioscorea trifida</em> f. &#8211; igname rivestita</li>
<li><em>Dioscorea villosa</em> &#8211;</li>
</ul>
<p><strong>Proprietà</strong></p>
<p>Le piante del genere Dioscorea contengono <strong>diosgenina</strong>, una molecola strutturalmente molto simile a quella del progesterone. Questa sorta di ormone naturale è utile per accompagnare alcune fasi delicate della vita femminile, come quella di chi ha superato l’età fertile, in alternativa alle consuete cure ormonali. La dioscorea, in questo senso, oltre ad avere effetti positivi sulla produzione ormonale, rallenta il naturale processo di invecchiamento e favorisce l’attivazione del metabolismo.</p>
<p>Grazie alla Dioscorea trafugata da Veracruz (Messico), Russell Marker riuscì a sintetizzare ormoni stereoidei in Pennsylvania e diventò così, malgrado alcune difficoltà, il progenitore dell&#8217;odierna pillola anticoncezionale.</p>
<p>La pianta è considerata un buon supporto contro l’aumento di peso (soprattutto dovuto all’accumulo di grasso nella zona addominale) tipico della menopausa, osteoporosi, vampate di calore, gonfiore, palpitazioni, disturbi del sonno.</p>
<p>Il sovrappeso dovuto a squilibri ormonali trova inoltre nella dioscorea una barriera naturale. Le capsule vengono talvolta consigliate proprio per controllare gli aumenti di peso, il colesterolo, i liquidi in eccesso. Effetti benefici si ottengono anche in caso di disturbi legati al colon irritabile.</p>
<p>Ma la dioscorea è una buona alleata anche delle donne in età fertile: l’assunzione di estratti della pianta aiuta a combattere i sintomi della sindrome premestruale e la ritenzione idrica. La dioscorea sembra avere anche qualità <strong>antiossidanti, antidolorifiche e antinfiammatorie</strong>: oltre agli integratori da assumere in capsule, le radici della pianta possono essere adoperate a livello locale in forma di pomate da applicare sulla pelle, contro problemi cutanei (dermatiti, rossori, eczemi) e dolori reumatici. Applicate sull’addome, le creme a base di dioscorea alleviano un po’ i dolori mestruali.</p>
<p><strong>Controindicazioni ed effetti collaterali</strong></p>
<p>La dioscorea non presenta particolari effetti collaterali ma, trattandosi di una pianta che contiene fitoestrogeni, la sua assunzione non è indicata nei casi in cui si segua già una terapia ormonale tradizionale (contraccettivi inclusi). Le controindicazioni riguardano dunque principalmente l’interazione con altri farmaci.</p>
<p>È indispensabile ad ogni modo rivolgersi al medico prima di assumere gli integratori. La dioscorea va inoltre evitata in caso di gravidanza e allattamento e naturalmente è sconsigliata a chi presenta allergie a una o più sostanze contenute nella pianta. Gli effetti collaterali più comuni, seppur rari, sono diarrea e disturbi gastrici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/dioscorea-o-igname-selvatico/">Dioscorea o igname selvatico</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28812</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Guava &#8211; Psidium gujava L.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/guava-psidium-gujava-l/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2023 14:28:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frutti Esotici]]></category>
		<category><![CDATA[curry di guava]]></category>
		<category><![CDATA[guaiava]]></category>
		<category><![CDATA[guava]]></category>
		<category><![CDATA[guava rolls]]></category>
		<category><![CDATA[guayaba]]></category>
		<category><![CDATA[olio di guava]]></category>
		<category><![CDATA[prugna di sabbia]]></category>
		<category><![CDATA[saponine]]></category>
		<category><![CDATA[succo di guava]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<category><![CDATA[triterpeni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=28804</guid>

					<description><![CDATA[<p>La guava è il frutto dell’albero Psidium gujava L., specie appartenente alla famiglia delle Myrtacee di cui esistono diverse varietà. Originaria del Messico e dell’America Centrale, ma oggi questa pianta è diffusa in tutte le aree calde a clima tropicale. E’ conosciuta anche con i nomi di guaiava o, dallo spagnolo, guayaba. La Psidium guajava &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/guava-psidium-gujava-l/">Guava &#8211; Psidium gujava L.</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>guava</strong> è il frutto dell’albero <em>Psidium gujava</em> L., specie appartenente alla famiglia delle Myrtacee di cui esistono diverse varietà. Originaria del Messico e dell’America Centrale, ma oggi questa pianta è diffusa in tutte le aree calde a clima tropicale. E’ conosciuta anche con i nomi di <strong>guaiava</strong> o, dallo spagnolo, <strong>guayaba</strong>.</p>
<p>La <strong>Psidium guajava</strong> è una sempreverde di modeste dimensioni che offre frutti variabili nel colore a seconda delle varietà: la buccia si colora delle tonalità del giallo e del verde, mentre la polpa, che il più delle volte è bianca, può essere anche rosata o violacea. La polpa è burrosa e può ricordare la pera o il melone, mentre il sapore è aromatico, dolce ed esotico: può ricordare una pesca con toni di vaniglia e mentolo. Il frutto era già conosciuto dagli Aztechi che lo chiamavano <em>Xalxocotl</em>, cioè <strong>prugna di sabbia</strong>.</p>
<p><strong>Come si mangia la guava?</strong></p>
<p>Per gustare al meglio la guava è fondamentale coglierla quando è matura al punto giusto ovvero quando risulta morbida (ma non troppo) al tatto. Il sapore è leggermente acidulo con tendenza al dolce nella varietà rossa a maturazione ottimale.</p>
<p>Sono commestibili sia i semi che la buccia, molto sottile e custode di gran parte del patrimonio di vitamina C. I semi sono particolarmente duri ed è meglio evitare di masticarli per non rischiare di danneggiare i denti.</p>
<p>Il profumo della guava, se il frutto è giunto al giusto grado di maturazione, è dolce, agrumato e leggermente muschiato: non a caso è l&#8217;ingrediente principe di numerosi prodotti per a pelle e per il corpo.</p>
<p>Solitamente, benché la buccia sia la parte più nutriente e benefica del frutto, la guava si mangia sbucciata, ripulita dei semi e tagliata a fettine.</p>
<p>In oriente questo frutto viene servito assieme alla salsa di soia come una specie di pinzimonio.</p>
<p>In America Latina l&#8217;abitudine è invece quella di tagliare il frutto in due e di mangiarne la polpa con un cucchiaino, proprio come si fa con i kiwi (anche se la consistenza è molto più burrosa).</p>
<p>Curiosa ma gustosa la tradizione culinaria sudafricana: la polpa di guava viene pressata, stesa, essiccata e poi arrotolata fino a formare delle girelle chiamate <strong><em>guava rolls.</em></strong></p>
<p>La forma e il processo di essiccazione, al 100% naturale, esaltano il sapore del frutto che diventa come una gustosa caramella dolce-acidula.</p>
<p>In Italia questo frutto è celebre soprattutto per il <strong>succo di guava</strong>: super energizzante e ricchissimo di vitamine.</p>
<p>La buccia è edibile, ma molti preferiscono tagliare in due il frutto per mangiarne la polpa col cucchiaino. I semi sono particolarmente duri ed è meglio evitare di masticarli per non rischiare di danneggiare i denti.</p>
<p><strong>Proprietà nutrizionali della guava</strong></p>
<p><strong>La parte commestibile della guava fornisce 20 calorie ogni 100 gr</strong> di prodotto, corrispondenti per: 64% a carboidrati, 22% a lipidi, 14% a proteine, 87,2 g di acqua.</p>
<p>Gli zuccheri solubili sono 3,5 gr, mentre l’apporto di fibra è pari a 5,4 gr ogni 100 gr di frutto.</p>
<p>Fra i micronutrienti ci sono: 423 mg di vitamina C, 82 µg di vitamina A (retinolo equivalente), 1 mg di vitamina B3 o pp (niacina), 0,04 mg di vitamina B2 (riboflavina), 0,03 mg di vitamina B1 (tiamina), 150 mg di potassio, 10 mg di calcio, 0,2 mg di ferro, 4 mg di sodio. A seconda del colore del frutto, la pigmentazione è data da carotenoidi, antociani, retinoidi. Ha buoni livelli di fibra, caroidrati, omega-3.</p>
<p>L’odore tipico di questo frutto è dovuto alla presenza di <strong>composti carbonilici</strong>; quando non è maturo è ricco anche di <strong>tannini</strong>. Il principale composto presente nella buccia è l’acido ascorbico.</p>
<p>Nelle foglie di guava si trovano invece: <strong>alcaloidi, antocianine, carotenoidi, oli essenziali, acidi grassi, flavonoidi (soprattutto quercetina), lectine, fenoli, saponine, tannini, triterpeni</strong>.</p>
<p>Anche la <strong>corteccia</strong> dell’albero contiene <strong>tannini</strong>, cui si aggiungono cristalli di <strong>ossalato di calcio</strong>. Infine, <strong>i semi sono ricchi di glicina, amido, flavonoidi e composti fenolici, mentre l’olio essenziale è fonte di alfa-pinene, cariofillene, cineolo, D-limonene, eugenolo e miricina</strong>.</p>
<p><strong>Possibili benefici della guava</strong></p>
<p>È usata da sempre come pianta medicinale: <strong>contro il vomito, la diarrea, gastroenteriti, mal di denti, infezioni.</strong> Studi del 2013 hanno dimostrato un&#8217;ottima azione specifica contro il diabete mellito, mentre nel 2012 è stata dimostrata la sua capacità di agire contro le cellule tumorali. Inoltre ha proprietà antivirali ed è in grado di lenire l&#8217;ulcera e le malattie della pelle.</p>
<p>Tuttavia va precisato che non sono disponibili studi clinici in grado di confermare l’efficacia dell’assunzione di guava a scopo medicamentoso.</p>
<p>Per quanto riguarda il suo uso come rimedio della medicina popolare, il frutto viene utilizzato come tonico e lassativo e per trattare sanguinamenti gengivali. In Giappone è largamente bevuto per prevenire il diabete, mentre in Cina se ne fa un tè depurativo e disintossicante, a base di foglie e frutti; in Brasile l&#8217;infuso si chiama &#8220;Chá-de-goiabeira).</p>
<p><strong>Usi in cucina</strong></p>
<p>Acerbi ma non troppo, i frutti si possono anche gustare <strong>crudi nelle insalate</strong> (una per tutte: guava tagliata a dadini più germogli di fagiolo indiano, mais, cipolla rossa e cumino nero), marinati o cotti negli stufati (a Mumbai, ad esempio, va forte l&#8217;<em>Amrud ki Sabzi</em>, alias un <strong>curry di guava </strong>detto anche <em>Bhaji</em>).</p>
<p>Le foglie di guava possono essere utilizzate per realizzare decotti, infussi e tè; moltissimi i possibili utilizzi.</p>
<p><strong>Possibili controindicazioni della guava</strong></p>
<p>L’unica controindicazione alla sua assunzione sembra essere l’ipersensibilità.</p>
<p>Da un punto di vista puramente teorico la guava potrebbe potenziare l’effetto di medicinali utilizzati nel trattamento del diabete o della diarrea. Mancano però le prove cliniche di tale interazione.</p>
<p><strong>Olio </strong><strong>di guava</strong><strong>  </strong></p>
<p>Dai semi di guava si ricava anche un olio largamente usato tanto nella cosmetologia (antirughe) quanto per usi culinari (è delicato al palato con un aroma che richiama il frutto).</p>
<p><strong>Curiosità</strong></p>
<p>La guava è il frutto nazionale invernale del Pakistan, contrapposto al mango che invece ne è la contropartita estiva.<br />
Alle Hawaii il legno di guava viene largamente usato per affumicare le carni. È popolare anche nei barbecue, in particolare nei campionati statunitensi di BBQ. A proposito: a Cuba e in Messico per le grigliate si usano anche le foglie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/guava-psidium-gujava-l/">Guava &#8211; Psidium gujava L.</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28804</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Tassonomia dal Mondo Vegetale</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/tassonomia-dal-mondo-vegetale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 18:08:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[acque aromatiche]]></category>
		<category><![CDATA[alcaloidi]]></category>
		<category><![CDATA[cataplasmi]]></category>
		<category><![CDATA[composti fenolici]]></category>
		<category><![CDATA[creme]]></category>
		<category><![CDATA[decotti]]></category>
		<category><![CDATA[Droga]]></category>
		<category><![CDATA[estratti idroalcolici]]></category>
		<category><![CDATA[fitocomplesso]]></category>
		<category><![CDATA[fitosteroli]]></category>
		<category><![CDATA[fitoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[glucosidi]]></category>
		<category><![CDATA[infusi]]></category>
		<category><![CDATA[mucillagini]]></category>
		<category><![CDATA[oleoliti]]></category>
		<category><![CDATA[oli essenziali]]></category>
		<category><![CDATA[oli essenziali e resine]]></category>
		<category><![CDATA[Pianta medicinale]]></category>
		<category><![CDATA[piante aromatiche]]></category>
		<category><![CDATA[piante officinali]]></category>
		<category><![CDATA[pomate]]></category>
		<category><![CDATA[sciroppi e melliti]]></category>
		<category><![CDATA[sostanze amare]]></category>
		<category><![CDATA[succhi vegetali]]></category>
		<category><![CDATA[suffumigi]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<category><![CDATA[tisane]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=28742</guid>

					<description><![CDATA[<p>Avere cognizione del significato esatto di ogni termine è fondamentale per muoversi agevolmente nel Mondo Vegetale e nel portale. Le piante possono essere utili per vincere tanti piccoli disturbi. Occorre attenzione però, perché ogni erba ha le sue indicazioni e talvolta alcune controindicazioni. Pertanto, è sempre consigliabile lasciar da parte il “fai da te” e &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/tassonomia-dal-mondo-vegetale/">Tassonomia dal Mondo Vegetale</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<table width="605">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2" width="605">Avere cognizione del significato esatto di ogni termine è fondamentale per muoversi agevolmente nel Mondo Vegetale e nel portale.</p>
<p>Le piante possono essere utili per vincere tanti piccoli disturbi. Occorre attenzione però, perché ogni erba ha le sue indicazioni e talvolta alcune controindicazioni. Pertanto, è sempre consigliabile lasciar da parte il “fai da te” e l’improvvisazione, se si vogliono davvero sfruttare le loro virtù salutari.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Acque aromatiche</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Le <strong>acque aromatiche</strong> o <strong>idrolati</strong> sono prodotti tramite la distillazione delle erbe in corrente di vapore allo stesso modo di alcuni oli essenziali. Il vapore che attraversa le piante porta con sé le parti aromatiche e condensandosi nella serpentina di raffreddamento si ottiene un’acqua distillata impregnata di una piccola percentuale di oli essenziali (0,5 – 2,5 %) e altri principi attivi che rimangono dispersi in essa. Tale preparazione si ottiene come “scarto” della distillazione di alcuni oli essenziali, come lavanda, menta, eucalipto, conifere, ma può essere anche il prodotto di prima scelta per quelle piante che contengono essenze in piccolissime quantità per ottenere un estratto più nobile dell’infuso o decotto e che si conserva come tale essendo stato distillato (rosa, fiordaliso, melissa).</p>
<p>Le acque aromatiche si conservano in vasi di vetro scuro ben chiusi e grazie al pH basso e al contenuto in oli essenziali che agiscono come conservanti durano anche più di due anni. Tale preparazione è particolarmente adatta a essere impiegata tal quale come tonico per il viso oppure viene aggiunta in numerose preparazioni erboristiche e cosmetiche come prezioso ingrediente.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Alcaloidi</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Sostanze organiche azotate in prevalenza di origine vegetale, costituite da carbonio, ossigeno, azoto e idrogeno (a eccezione di pochi che mancano di ossigeno: nicotina, coniina ecc.), dotate di carattere basico analogamente agli alcali, da cui il nome. Sono contenuti in numerose piante, particolarmente nelle Dicotiledoni (apocinacee, papaveracee, papiglionacee, solanacee ecc.), spesso localizzati nei semi, nelle foglie, nei rizomi e nella corteccia.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Cataplasmi</strong></p>
<p>&nbsp;</td>
<td width="464">Il cataplasma è un impiastro medicamentoso estemporaneo impiegato per uso esterno, preparato mescolando a caldo droghe fresche o polverizzate con acqua, infusi o decotti, ma anche oli o succhi vegetali fino ad ottenere la consistenza desiderata.</p>
<p>Si applica generalmente caldo a scopo emolliente, revulsivo, lenitivo, ecc.  sulla pelle o su una parte dolente, avvolta e protetta da un panno sottile o una garza per mantenere a lungo il calore e l’umidità necessari affinché il cataplasma eserciti la sua azione benefica.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Composti fenolici</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Principale classe di metaboliti secondari molto eterogenea comprendente sostanze ad azione antiossidante, a cui si legano altre attività, come quella antinfiammatoria, antisettica e antimicrobica (arbutina nell’uva ursina, salicina, catechine del tè verde, apigenina nella camomilla, iperforina, cannabinoidi). Capostipite di questa classe, da cui prende anche il nome, è il fenolo, di formula C<sub>6</sub>H<sub>5</sub>OH, in cui un atomo di idrogeno del benzene è sostituito da un gruppo -OH.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Creme</strong></p>
<p>&nbsp;</td>
<td width="464">Le creme hanno la funzione di idratare e nutrire la nostra pelle, di proteggerla da agenti esterni e di correggere eventuali problemi e inestetismi cutanei. Una crema è data dall’emulsione di una fase oleosa e una fase acquosa unite in modo stabile grazie all’aggiunta di un emulsionante, come la lecitina di soia. La fase oleosa è rappresentata da lipidi, come oli vegetali, oleoliti, cere, burri e oli essenziali, che danno consistenza e conferiscono al prodotto la capacità di nutrire la pelle in modo profondo e duraturo, mentre la fase acquosa è data da semplice acqua, infusi, decotti, idrolati, estratti idroalcolici, succhi, gel, che apportano idratazione e morbidezza. Alcuni di questi componenti, oltre a costituire gli ingredienti base, apportano principi attivi che possiedono svariate proprietà e svolgono anche funzioni secondarie, ad esempio oli essenziali ed estratti idroalcolici permettono la conservabilità del prodotto nel tempo, gli oli essenziali conferiscono profumo, piacere e carattere ai preparati. Il tempo di conservazione di una crema completamente naturale dipende dalla riuscita dell’emulsione e dai sistemi di conservazione utilizzati, ma di norma se si seguono le buone norme d’igiene, si aggira intorno ai 3-6 mesi a temperatura ambiente in vasi ben chiusi al riparo da fonti di luce e di calore.</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Decotti</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">“I decotti sono preparazioni liquide ottenute, estemporaneamente, facendo bollire in acqua le droghe opportunamente polverizzate, dalle quali si vogliono estrarre i principi attivi (assenza di principi attivi volatili). Generalmente si impiegano 5 parti di droga per la preparazione di 100 parti di decotto.” (FU XI)</p>
<p>La tecnica della decozione si impiega per droghe costituite da tessuti compatti, poco permeabili e che con difficoltà cedono i principi attivi che contengono, come cortecce, radici, semi.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Droga</strong></td>
<td width="464">pianta intera, frammentata o tagliata, parti di piante (corteccia, radice, bulbo, foglie, semi, ecc.), alghe, funghi, licheni in uno stato non trattato, generalmente in forma essiccata, ma talvolta fresche, che contengono principi attivi (comprese sostanze aromatiche o sostanze che si ricavano come per es., l’oppio del papavero) che possono essere utilizzate a fini terapeutici.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Estratti idroalcolici</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Gli estratti idroalcolici sono ottenuti da macerazioni di piante in alcol etilico (buongusto) e acqua in proporzioni variabili. Le piante appena raccolte vengono messe a macerare nel solvente a gradazione opportuna con un rapporto di 1:10, cioè per 100 g di pianta (peso secco) occorre 1 kg di solvente costituito da alcol e acqua, considerando anche quella contenuta nel vegetale. La macerazione avviene al buio e dura almeno 21 giorni, durante i quali l’estratto deve essere regolarmente agitato per migliorare il processo estrattivo. Una volta terminata la macerazione, il liquido ottenuto viene torchiato e filtrato con un filtro di carta; va conservato in recipienti di vetro scuro al riparo da fonti di luce e di calore per mantenere inalterate le sue proprietà per 5 anni. Gli estratti idroalcolici sono materie prime impiegate comunemente nella formulazione di svariati preparati erboristici, ma trovano largo consumo anche in cosmetica per apportare al prodotto i principi attivi vegetali idrosolubili e, allo stesso tempo, svolgono la funzione di conservanti.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Fitocomplesso</strong></td>
<td width="464">l’insieme di tutte le sostanze (“<strong>principi attivi</strong>”) che caratterizzano una determinata droga vegetale; nella sua globalità è il responsabile delle proprietà salutari di una pianta medicinale.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Fitosteroli</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464"><strong>Composti ad azione ormonale</strong>, sia nelle piante, sia negli animali che ne assumono in quantità. Sono impiegati, infatti, per la sintesi di ormoni steroidei, come cortisone, androgeni ed estrogeni, ma se assunti non purificati sembrano vantare anche proprietà adattogene (ginsenosidi in ginseng ed eleuterococco, fitosteroli presenti nella soia, nel trifoglio rosso, nella salvia).</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Fitoterapia</strong></td>
<td width="464">Branca della farmacoterapia che si occupa di prevenire e <strong>trattare diversi disturbi e malattie mediante l&#8217;uso di piante medicinali e preparazioni da esse ottenute.</strong></p>
<p>Il termine deriva dal greco φυτον (pianta) e θεραπευω (curo), quindi &#8220;curare con le piante&#8221;.</p>
<p>La fitoterapia non utilizza il principio attivo singolo &#8211; come avviene nella terapia farmacologica &#8220;classica&#8221; o &#8220;di sintesi&#8221; &#8211; ma piante e prodotti da esse ottenuti che contengono più sostanze (fitocomplesso). Per fare ciò, la fitoterapia si serve di specifici trattamenti e tecnologie estrattive idonee e realizza prodotti in forme farmaceutiche ben definite, purificate e standardizzate nei costituenti chimici responsabili dell&#8217;attività farmacologica attribuita alla stessa pianta o a sue preparazioni.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Glucosidi</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Sostanze organiche complesse molto diffuse nel regno vegetale, derivanti dalla combinazione di uno zucchero con una molecola non zuccherina (aglicone o genina). Generalmente devono la loro azione terapeutica all’aglicone, che si libera per idrolisi insieme a uno o più zuccheri. La parte glucidica influenza la solubilità, l’assorbimento e la biodisponibilità del principio attivo e modula la farmacocinetica della molecola.</p>
<p>A scopo terapeutico si utilizzano vari agliconi, appartenenti a diversi gruppi glucosidici. I <strong>glucosidi cardioattivi</strong> esercitano un’azione specifica e altamente efficace sul muscolo cardiaco, aumentando la forza della contrazione sistolica; sono contenuti in numerose piante, quali <em>Digitalis purpurea</em>, <em>Digitalis lanata</em>, <em>Convallaria majalis</em>.</p>
<p>Il più conosciuto dei <strong>glucosidi fenolici</strong> è l’<strong>arbutina</strong>, il principio attivo dell’<em>Arctostaphylos uva-ursi </em>(uva ursina) che possiede attività antisettiche sulle vie urinarie.</p>
<p>I <strong>glucosidi salicilici</strong> sono presenti nella corteccia dei salici e in particolare di <em>Salix alba</em> e <em>Salix purpurea</em>; il più noto di questi glucosidi è la <strong>salicina</strong>, dotata di azione antipiretica e antireumatica.</p>
<p>I <strong>glucosidi saponinici</strong> o <strong>saponine</strong> simili ai saponi, perché abbassano la tensione superficiale di soluzioni acquose ed hanno proprietà schiumogene; hanno azione mucolitica, espettorante, antitussiva, ma anche emolitica ed irritante per il tratto gastrointestinale (<strong>acido glicirretico</strong> nella liquirizia, <strong>escina</strong> nell’ippocastano); per il loro potere schiumogeno vengono usati come emulsionanti nell’industria cosmetica. Svolgono attività antiflogistica e cicatrizzante oltre che espettorante e bechica.</p>
<p>Altro tipo di classificazione dei glicosidi naturali, con indicate le relative fonti a titolo di esempio, è la seguente:</p>
<ul>
<li>Antocianici (mirtillo, uva);</li>
<li>Antrachinonici (cascara, aloe, frangola, rabarbaro, senna);</li>
<li>Cardioattivi o cardiocinetici, tra cui i digitalici: digitale, strofanto, scilla, mughetto, elleboro, tevezia;</li>
<li>Catechinici (amamelide, ratania, kino, noce);</li>
<li>Cianogenetici (lauroceraso, mandorla amara);</li>
<li>Cumarinici (fava tonka, anice stellato, ippocastano);</li>
<li>Fenolici (salice, vaniglia, uva ursina, agrumi);</li>
<li>Flavonoidici (agrumi, ruta, sophora, cardo mariano);</li>
<li>Glucoalcaloidi;</li>
<li>Glucosinati (senape, cipolla, aglio);</li>
<li>Immunostimolanti (ginseng, echinacea, eleuterococco).</li>
<li>Saponinici (liquirizia, dioscorea);</li>
<li>Tanninici;</li>
<li>Terminologia del mondo vegetale</li>
</ul>
</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Infusi</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">“Gli infusi sono preparazioni liquide ottenute, estemporaneamente, versando sulle droghe, ridotte ad un grado conveniente di suddivisione, dalle quali si vogliono estrarre i principi attivi, acqua alla temperatura di ebollizione e lasciando poi a contatto con l’acqua stessa per un tempo più o meno lungo. Dopo raffreddamento si filtra senza comprimere e si porta il filtrato alla massa prescritta con acqua con cui si lava il residuo ed il filtro. In qualche caso può essere necessaria l’aggiunta di piccole quantità di sostanze acide o alcaline al fine di facilitare l’estrazione di alcuni componenti attivi. Generalmente si impiegano da 1 a 10 parti di droga per la preparazione di 100 parti d’infuso.” (Farmacopea Ufficiale XI)</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Mucillagini</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Grandi molecole costituite da un <strong>insieme di unità zuccherine</strong> che hanno la proprietà di incorporare acqua e rigonfiarsi dando luogo a soluzioni colloidali che vantano proprietà idratanti, emollienti, lenitive, emulsionanti, lassative per osmosi, antitussive e dimagranti perché danno una sensazione di sazietà (altea, malva, psillio, lino, pectine della frutta, glucomannani estratti dal fagiolo).</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Oleoliti</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Gli oleoliti, detti anche <strong>tinture oleose, oli medicinali, oli medicati o estratti oleosi</strong>, sono soluzioni di piante officinali ottenute tramite macerazione, generalmente al sole, o digestione, ovvero macerazione a caldo (massimo 50-60 °C), per l’azione solvente di un opportuno olio o grasso vegetale su droga fresca o secca.</p>
<p>Per l’estrazione si consiglia un olio di ottima qualità che non si alteri facilmente per assicurare una buona conservabilità dell’oleolito. Di solito si usano le piante appena raccolte, ma se si impiegano droghe ricche in acqua, come per esempio i fiori di calendula, è meglio farle leggermente appassire all’ombra e porre molta attenzione al possibile sviluppo di acqua durante la preparazione. Il rapporto tra pianta fresca e olio è generalmente di 1:3, cioè per 100 g di pianta si mettono 300 g di olio, ma in linea di massima si mettono le piante, opportunamente sminuzzate e costipate, in contenitori di vetro riempiti non più di ¾ e si coprono con l’olio scelto. In genere la macerazione avviene al sole per almeno 40 giorni di sole effettivo, in cui l’oleolito va curato di giorno in giorno.</p>
<p>Per fare la digestione, invece, si porta l’olio con l’opportuna quantità di droga vegetale alla temperatura desiderata che non deve mai superare i 60°C per evitare di deteriorare le piante e l’olio veicolante e che va mantenuta per 3-4 ore. Una volta terminata la macerazione o la digestione, l’oleolito va torchiato e filtrato con un setaccio o una garza. Si lascia depositare per 1-2 giorni così che si chiarifichi dalle impurità residue ed eventuale acqua vegetale che va allontanata opportunamente per non compromettere la conservazione del prodotto, che avviene in bottiglie di vetro scuro ben chiuse al riparo da luce, calore ed umidità. Gli oleoliti, se ben conservati, si mantengono inalterati per 18-24 mesi.</p>
<p>Essi sono <strong>preparazioni utilizzate a scopo alimentare o curativo</strong>, in genere per uso esterno, ma soprattutto costituiscono delle materie prime per numerose <strong>preparazioni cosmetiche</strong>.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Oli essenziali</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Gli oli essenziali sono delle complesse miscele di numerose sostanze di varia natura chimica. Si ottengono mediante distillazione in corrente di vapore, per mezzo di procedimenti meccanici idonei o per estrazione con solventi. La scelta del metodo estrattivo più idoneo è dovuta a caratteristiche dei tessuti vegetali che contengono l’essenza e dalla sua stessa natura chimico-fisica.</p>
<p>La tecnica maggiormente utilizzata è la distillazione in corrente di vapore, che permette la separazione dell’olio essenziale dai tessuti vegetali che lo contengono sfruttando la loro volatilità, ossia la capacità di essere facilmente trascinabili dal vapor acqueo, da cui possono essere separati per semplice decantazione per il fatto che fra loro sono immiscibili. Per gli <strong>oli essenziali agrumati</strong> si procede meccanicamente tramite pressione e spremitura a freddo della porzione più esterna della buccia del frutto (epicarpo). Per fiori e petali si utilizza un procedimento di assorbimento a freddo, detto “Enfleurage”, che consiste nell’appoggiare i tessuti vegetali, immediatamente dopo la raccolta, su uno strato di una opportuna miscela di grassi, i quali assorbiranno l’essenza, che verrà poi purificata.</p>
<p>Gli oli essenziali si conservano per svariati anni senza particolari attenzioni in contenitori di vetro scuro perché sensibili alla luce e ben chiusi per evitare l’evaporazione e il contatto con l’aria. Solamente gli oli essenziali di agrumi si ossidano e possono essere conservato al massimo per due anni. Mentre esistono oli essenziali, in particolare quelli ottenuti da resine, legni e cortecce, che con l’invecchiamento migliorano (ylang-ylang, cedro del libano, mirra, incenso).</p>
<p><strong>Gli oli essenziali, per definizione, costituiscono “l’essenza” della pianta da cui provengono</strong>, per cui sono molto concentrati; inoltre, per la loro natura chimica, hanno un’elevata capacità di penetrare nell’organismo umano attraverso la pelle o le mucose e di svolgere una potente azione mirata su specifici organi e apparati, come quello respiratorio, digerente, cutaneo e nervoso. Per questi motivi è necessario <strong>usare gli oli essenziali con molta prudenza</strong> ed è consigliabile sempre la diluizione in un opportuno veicolante, alimentare o cosmetico: possono avere effetti nocivi se non si rispettano adeguate precauzioni per il loro utilizzo.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Oli essenziali e resine</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Miscele complesse di sostanze organiche lipofile e molto volatili. Nelle piante si trovano per lo più nei tessuti superficiali di foglie, cortecce, fiori e frutti e la loro funzione principale è quella di difendere la pianta dai parassiti. Tale azione si esplica anche nel nostro organismo, dove a bassissime dosi svolgono principalmente attività antibatterica e spasmolitica su differenti livelli (lavanda, menta, pino, eucalipto, timo, tea tree, agrumi…).</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Pianta medicinale</strong></td>
<td width="464">piante che contengono un insieme di principi attivi, detto anche <strong>fitocomplesso</strong>, che ha proprietà benefiche specifiche.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Piante aromatiche</strong></td>
<td width="464">sono quelle piante ricche di profumi e sapori e che sono, per questo motivo, maggiormente utilizzate in cucina per ricette di vario tipo.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Piante officinali</strong></td>
<td width="464">è un termine esclusivamente procedurale per indicare tutte quelle piante inserite all’interno di elenchi ufficiali (farmacopea) e destinate e <strong>trasformate </strong>dalle officine farmaceutiche, per poi essere utilizzate per molteplici <strong>scopi,</strong> sia <strong>salutistici </strong>che <strong>alimentari</strong> o entrambi.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Pomate</strong></p>
<p>&nbsp;</td>
<td width="464">Le pomate sono creme anidre, cioè prive di acqua, molto concentrate e sono generalmente usate per le proprietà terapeutiche apportate dalle piante sotto forma di oleoliti e oli essenziali. Per prepararle una ricetta base ce l’ha fornita Galeno (cerato galenico): 90 ml di oli e/o oleoliti, 14 g cera d’api, 1-5 ml di olio essenziale. Si scalda lentamente, preferibilmente a bagno maria, l’olio/oleolito e la cera finché quest’ultima non si è completamente sciolta (prestare particolare attenzione alla temperatura, che non deve superare i 50-60 °C). Quindi si toglie dal fuoco e si aggiungono gli oli essenziali continuando a mescolare bene. Una volta miscelato il tutto si versa la pomata ancora liquida in vasetti di vetro lasciati aperti fino al raffreddamento del prodotto. Le pomate rappresentano la forma di somministrazione per uso topico di più largo impiego e si conservano a temperatura ambiente, preferibilmente al riparo da luce e calore, fino a 2-3 anni, ma è sempre preferibile prepararne piccoli quantitativi anche in considerazione della facile preparabilità del prodotto.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Sciroppi e melliti</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">Già noti agli antichi guaritori arabi, gli sciroppi medicinali hanno fatto il loro ingresso nella medicina europea all’inizio del Medio Evo.</p>
<p>Si ottengono dall’aggiunta di una notevole quantità di zucchero (saccarosio, fruttosio, miele) a una soluzione acquosa, che può essere rappresentata da infusi o decotti, nella proporzione di 2:1, cioè due parti di zucchero ogni parte di acqua, e si ottiene la cosiddetta “<strong>soluzione medicamentosa</strong>”.</p>
<p>I melliti, o <strong>mieli medicinali</strong>, si ottengono allo stesso modo degli sciroppi a eccezione del fatto che la frazione zuccherina è esclusivamente ottenuta con miele, multiflora o di una particolare specie mellifera con caratteristiche aromatiche ricercate (tiglio, eucalipto, lavanda…).</p>
<p>Si tratta di soluzioni viscose contenenti almeno il 50% di zucchero (è essenziale per prolungarne la conservabilità), nel caso si raggiungano concentrazioni minori di zucchero occorre aggiungere conservanti.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Sostanze amare</strong></td>
<td width="464">Gruppo di sostanze dal gusto amaro in grado di stimolare le papille gustative sulla lingua e per via riflessa la secrezione di saliva e succhi gastrici <strong>per stimolare l’appetito, favorire la digestione e facilitare l’attività depurativa del fegato</strong> (genziana, assenzio, carciofo, tarassaco, cicoria …).</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Succhi vegetali</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">I succhi di piante fresche sono preparazioni ricavate dalla pressatura meccanica o dalla centrifuga di alcune parti della pianta fresche e appena raccolte. Sono vere e proprie “spremute” dei liquidi presenti nei tessuti vegetali che racchiudono tutti i principi attivi della pianta da cui sono ottenuti. Possono essere impiegati per uso interno tal quali o miscelati ad altri ingredienti per creare degli ottimi sciroppi (es. piantaggine, carciofo, equiseto, ortica, rafano nero…). Per uso esterno trovano applicazione per cataplasmi, compresse o come ingrediente attivo di formulazioni cosmetiche (es. carota, limone…).</p>
<p>La durata di conservazione è molto limitata, ma può essere estesa attraverso processi di pastorizzazione o trattamenti rapidi ad alte temperature. Si può aggiungere dell’alcool come conservante.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Suffumigi</strong></p>
<p>&nbsp;</td>
<td width="464">Principale metodo d’impiego degli oli essenziali, di cui si vuole sfruttare la parte aromatica che agisce sul nostro organismo, in via preferenziale l’apparato respiratorio, per inalazione diretta. Si prepara versando dell’acqua calda in una ciotola, si aggiunge l’OE prescelto, o una miscela di OE, e si respirano i vapori che si sprigionano sporgendosi sulla ciotola e coprendosi il capo con un asciugamano per non disperdere i principi attivi volatili.</p>
<p>Si respira profondamente attraverso il naso per circa un minuto. Per far in modo che la frazione volatile si disperda completamente dall’acqua senza che questa venga ulteriormente riscaldata, si può aggiungere un pizzico di bicarbonato. Sono consigliati per liberare le vie respiratorie, decongestionare e liberare il naso, sciogliere il catarro dando sollievo ai bronchi contribuendo a sciogliere ed eliminare le secrezioni catarrali.</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Tannini</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464"><strong>Sostanze polifenoliche</strong> sintetizzate nelle piante, in particolare a livello della corteccia, che colorano di bruno-rossastro gli organi in cui sono contenute. Sono dotate di attività tannante (conciante), cioè in grado di trasformare le pelli in cuoio. Sono poco biodisponibili per cui la loro attività è prevalentemente locale e non sistemica. Il ruolo biologico dei tannini è quello di difesa. I tannini sono molecole dotate di <strong>attività astringente, antidiarroica, antinfiammatoria e antibatterica</strong>, per cui sono impiegati per disturbi come diarrea, emorroidi, ferite cutanee o alle mucose. Sono da evitare dosi elevate di tannini perché provocano effetti irritanti alla mucosa gastrointestinale ed essendo difficilmente assimilabili affaticano il fegato, per cui è consigliabile un utilizzo moderato, occasionale e per lo più con applicazione esterna e locale (uva rossa, corteccia di amamelide, quercia…).</td>
</tr>
<tr>
<td width="141"><strong>Tisane</strong></p>
<p><em> </em></td>
<td width="464">“Ti-sana” cioè “ti guarisce”.</p>
<p>“Le tisane sono preparazioni acquose ottenute estemporaneamente da una o più droghe vegetali e sono destinate ad essere somministrate per via orale, come tali a fini terapeutici o come veicoli di altri medicamenti. Vengono generalmente impiegati da 10 a 20 grammi di droga per la preparazione di un litro di tisana.” (Formulario Nazionale, 1991)</p>
<p>Rispetto a decotti e infusi, quindi, sono soluzioni estrattive più diluite cosicché possono essere assunte in volumi notevoli, anche abitualmente, senza che insorgano problemi.</p>
<p>In genere infusi, decotti e tisane vanno consumati al momento della preparazione o entro poche ore, poiché sono facilmente deperibili e ciò può compromettere la struttura del fitocomplesso e quindi le caratteristiche salutistiche del prodotto stesso. L’uso principale di infusi, decotti e tisane è l’assunzione diretta come bevanda, ma trovano impiego anche come ingredienti di preparazioni erboristiche o cosmetiche, in cui apportano le proprietà delle piante utilizzate.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/tassonomia-dal-mondo-vegetale/">Tassonomia dal Mondo Vegetale</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28742</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Caco o kako (Diospyros kaki)</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/caco-o-kako-diospyros-kaki/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Nov 2023 17:48:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frutta]]></category>
		<category><![CDATA[antocianidina]]></category>
		<category><![CDATA[betacarotene]]></category>
		<category><![CDATA[cachi]]></category>
		<category><![CDATA[cachi mela]]></category>
		<category><![CDATA[cachi vaniglia]]></category>
		<category><![CDATA[carotenoidi]]></category>
		<category><![CDATA[catechina]]></category>
		<category><![CDATA[criptoxantina]]></category>
		<category><![CDATA[flavonoidi]]></category>
		<category><![CDATA[kaki]]></category>
		<category><![CDATA[loti]]></category>
		<category><![CDATA[loto di Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[proantocianidina]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=28701</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il caco o kako (Diospyros kaki L .f., 1782; in italiano anche diòspiro o diòspero) è una delle più antiche piante da frutta coltivate dall&#8217;uomo, conosciuto in Cina da più di 2000 anni e il cui nome scientifico diospero proviene dall&#8217;unione delle parole greche Διός, Diòs, caso genitivo di «Zeus», e πυρός, pyròs, «grano», letteralmente &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/caco-o-kako-diospyros-kaki/">Caco o kako (Diospyros kaki)</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>caco o kako</strong> (<em>Diospyros kaki</em> L .f., 1782; in italiano anche diòspiro o diòspero) è una delle più antiche piante da frutta coltivate dall&#8217;uomo, conosciuto in Cina da più di 2000 anni e il cui nome scientifico diospero proviene dall&#8217;unione delle parole greche Διός, Diòs, caso genitivo di «Zeus», e πυρός, pyròs, «grano», letteralmente &#8220;grano di Zeus&#8221;, e dal termine giapponese del frutto pronunciato kaki. La prima descrizione botanica del cachi è pubblicata nel 1780 e il frutto arriva in America e in Europa alla metà dell&#8217;Ottocento, in Italia nel 1880 e nel 1888 Giuseppe Verdi scrive una lettera nella quale ringrazia chi gliene ha fatto dono. I primi impianti specializzati in Italia sorsero nel Salernitano (1916), in particolare nell&#8217;Agro Nocerino, a partire dal 1916, estendendosi poi in Sicilia, dove è stata selezionata la <strong>varietà acese</strong> (piccola e dolcissima, quasi selvatica), e in seguito in Emilia-Romagna. In Sicilia, pur esistendo una delle varietà più antiche nell&#8217;areale di Acireale e lungo la costa etnea, è più diffuso il cachi di Misilmeri. Il cachi è oggi considerato &#8220;<strong>l&#8217;albero della pace</strong>&#8220;, perché alcuni alberi sopravvissero al bombardamento atomico di Nagasaki nell&#8217;agosto 1945.</p>
<p>Fu definito dai cinesi l&#8217;<strong>albero delle sette virtù </strong>perché vive a lungo, dà grande ombra, dà agli uccelli la possibilità di nidificare fra i suoi rami, non è attaccato da parassiti, le sue foglie giallo-rosse in autunno sono decorative fino ai geli, il legno dà un bel fuoco, la caduta dell&#8217;abbondante fogliame fornisce ricche sostanze concimanti.</p>
<p>E’ una pianta da frutto che può essere coltivata anche nel giardino, in quanto ha foglie molto ornamentali che in autunno assumono una colorazione rossastra. Dopo la caduta delle foglie anche i frutti in via di maturazione offrono una vivace nota di colore. I loti sono i frutti tipici dell&#8217;autunno.</p>
<p>In italiano i frutti commestibili sono detti cachi, loti, diospiri o cachi mela. Questi ultimi vengono di solito consumati più acerbi (denominati commercialmente &#8220;<strong>loti vaniglia</strong>&#8220;), e sono chiamati &#8220;<strong>cachi-mela</strong>&#8221; non perché siano un innesto con l&#8217;albero del melo, ma perché, consumati più acerbi, conservano una croccantezza simile a quella della mela.</p>
<p><strong>Caco: caratteristiche e aspetto<br />
</strong>I cachi sono alberi molto longevi e possono diventare pluricentenari, ma con crescita lenta. Sopportano male i climi caldo-umidi, soprattutto se con suolo mal drenato. Gli alberi di cachi sono caducifoglie e latifoglie, con altezza fino a 15–18 metri, ma di norma mantenuti con potature a più modeste dimensioni. Le foglie sono grandi, ovali allargate, glabre e lucenti. Nelle forme allevate per il frutto si riscontrano solo fiori femminili essendo gli stami abortiti.</p>
<p>La fruttificazione avviene spesso per via partenocarpica o in seguito a impollinazione da parte di alberi di varietà diverse provvisti di fiori maschili. I frutti sono costituiti da una grossa bacca generalmente sferoidale, talora appiattita e appuntita di colore giallo-aranciato; generalmente astringenti anche giunti a maturazione, essi diventano commestibili solo dopo che hanno raggiunto la sovramaturazione e sono detti ammezziti (con polpa molle e bruna).Il caco ha un caratteristico colore arancione vivace che tinge allegramente prati e boschi di pianura e collina nei mesi di ottobre e novembre. La sua pianta, invece, può raggiungere un’altezza di 15 metri.</p>
<p>Esistono diverse varietà di caco, ma per il settore frutticolo sono rilevanti sono cinque specie:</p>
<ul>
<li><strong>Diospyros kaki</strong>, coltivato per la produzione di frutti per il consumo fresco;</li>
<li><strong>Diospyros lotus</strong> e <strong>Diospyros virginiana</strong> usati nell’industria di trasformazione;</li>
<li><strong>Diospyros oleifera</strong> e <strong>Diospyros glaucifoglia</strong> che, invece, sono utilizzati per l’estrazione di tannino.</li>
</ul>
<p><strong>Il <em>Diospyros lotus</em>, </strong>anche detto <strong>albero di Sant’Andrea</strong> perché la leggenda narra che l’apostolo fosse stato crocifisso su quest’albero, è una pianta ornamentale, ma in particolare viene usata come portainnesto del <em>Diospyros Kaki</em> essendo il <em>Diospyros lotus</em> più resistente al freddo.</p>
<p>Gli alberi del caco sono a foglia caduca e presentano una corteccia grigio scuro e rugoso. Le foglie del caco sono di grande dimensione e di forma ovale, glabre e lucenti. È una pianta molto resistente alle avversità, climi diversi, terreni e parassiti, infatti non necessita di particolari trattamenti antiparassitari.</p>
<p>Al giorno d’oggi, le coltivazioni di caco più diffuse si trovano nell’Italia meridionale, nel centro e in Sicilia, dove si produce un caco di altissima qualità esportato in tutto il mondo; ma la “terra del caco” è ritenuta l’Emilia Romagna grazie al suo “<strong>loto di Romagna</strong>“, che ha una polpa morbida e quasi gelatinosa.</p>
<p>, insieme al <strong>Fuyu,</strong> al <strong>Kawabata </strong>e ai <strong>Suruga</strong> costituiscono le <strong>varietà più note</strong>. Invero esiste una <strong>varietà speciale</strong>, il &#8220;<strong>cacomela</strong>&#8221; che a differenza del caco comune si può consumare subito dopo la raccolta perché la sua polpa, delicata e aromatica, non è allappante.</p>
<p><strong>Cachi duri e cachi molli<br />
</strong>La polpa dei cachi distingue le tipologie di kaki sodo oppure molle. La prima è richiesta al sud mentre quella molle è richiesta al nord.</p>
<p>I cachi duri sono rappresentati dalla tipologia dei <strong>Caco mela </strong>dal sapore vanigliato e polpa soda e croccante, da cui deriva il nome mela. Possono essere commercializzati e consumati subito dopo la raccolta. <strong>Fuyu, Hana Fuyu, O&#8217;Gosho, Jiro</strong> sono le varietà di cachi mela più conosciute. A differenza del caco comune si può consumare subito dopo la raccolta perché la sua polpa, delicata e aromatica, non è allappante. L&#8217;energia del caco mela è fornita soprattutto dagli zuccheri semplici, aventi un&#8217;importanza di circa il 16% sul peso totale e costituiti principalmente dal fruttosio. Proteine (a basso valore biologico) e lipidi (teoricamente a prevalenza insatura) hanno una funzione calorica marginale.</p>
<p>Le fibre del caco mela sono piuttosto abbondanti ed il colesterolo assente.</p>
<p>Per quel che concerne l&#8217;aspetto salino, il caco mela non sembra vantare concentrazioni degne di nota, se non per il potassio (tuttavia onnipresente tra i vari membri di questo gruppo alimentare). In merito alle vitamine, sono abbondanti la liposolubile pro-vit A (carotenoidi) e la idrosolubile C (acido ascorbico).</p>
<p>L&#8217;energia del caco mela aumenta parallelamente al grado zuccherino, il quale viene impartito da: livello di maturazione, piovosità e temperatura durante la fruttificazione.</p>
<p>La porzione media di caco mela è di circa 100-200g (65-130kcal).</p>
<p><strong>I cachi vaniglia<br />
</strong>Di origini napoletane, i cachi vaniglia sono apparsi da poco sugli scaffali ma le loro origini affondano nelle campagne napoletane. Tra tutte le tipologie di cachi, la varietà cachi vaniglia è caratterizzata da una forma appiattita e una buccia arancione che contiene polpa color bronzo, succosa e ricca di semi. sapore intenso e zuccherino.</p>
<p>La maturazione dei cachi vaniglia avviene in novembre, ed è necessario attendere che il frutto sia pienamente fatto perché, se consumato in anticipo, risulterebbe poco appetibile. Per permettere ai frutti di svilupparsi a pieno, è bene coglierli e riporli per qualche tempo in una cassetta (magari accanto a banane, mele o pere che producono etilene), sulla paglia oppure semplicemente in cantina (questa fase si chiama in gergo “ammezzimento”).</p>
<p>Una volta maturo è l’ideale per preparare la marmellata di cachi vaniglia, che sarà perfetta spalmata sul pane e come guarnitura di dolci e gelati, oppure come mousse, delicata e soffice.</p>
<p>La quantità di acqua e calorie contenute in questi frutti li rendono l’ideale per gli sportivi intenti a recuperare dopo uno sforzo atletico. Al contempo, chi soffre di diabete dovrà centellinarne l’utilizzo, per non rischiare di esagerare: i cachi vaniglia sono composti di zuccheri fino al 20%, tanto che 100 gr possono contenere anche 75 calorie.<br />
Ricchissimi di vitamina C dalle comprovate qualità antiossidanti, i cachi vaniglia hanno anche effetti sull’apparato digerente: essi risultano astringenti se consumati acerbi, lassativi se assaporati a piena maturazione. L’intestino viene avvantaggiato anche dalla notevole quantità di fibre contenute in questo frutto: i cachi hanno <strong>proprietà </strong><strong>diuretiche e depurative</strong>.</p>
<p><strong>Proprietà e valori nutrizionali<br />
</strong>Il caco è composto da circa il 18% di zuccheri, l&#8217;80% di acqua, lo 0,45% di proteine, lo 0,5% di grassi; è ricco di <strong>vitamina A</strong>, dotato di <strong>vitamina C</strong> e di <strong>sali minerali</strong>; contiene molto zucchero e tannini; è energetico, ricostituente del sistema nervoso e del fegato, antibatterico nelle gastroenteriti.</p>
<p>Il suo alto contenuto di Vitamina C permette di combattere raffreddori e sindromi influenzali invernali. Inoltre il caco è ricco di carotenoidi come <strong>betacarotene</strong> e <strong>criptoxantina</strong>.</p>
<p>La polpa del caco contiene sostanze come tannini, ottimi per combattere i radicali liberi, ed è ricca di sali minerali, quali <strong>potassio e calcio</strong> che sono ottimi alleati contro infiammazioni intestinali e astenie da cattivo funzionamento epatico. Grazie alla presenza di molecole bioattive come <strong>proantocianidina, carotenoidi, tannini, flavonoidi, antocianidina, catechina</strong> i cachi e i loro prodotti sono considerati efficaci nel mitigare il danno ossidativo indotto dalle molecole reattive dell&#8217;ossigeno (ROS) con un potenziale antiossidante ad azione anche anti-cancerogeno e con attività di contrasto a disturbi cardio-vascolari e diabete mellito in quanto la proantocianidina ha effetti sull’iperlipidemia e l&#8217;iperglicemia.</p>
<p>Il caco è anche un alleato di bellezza, grazie alle sue <strong>proprietà antiossidanti</strong> che permettono di potenziare il sistema immunitario e di rallentare l’invecchiamento della pelle. Inoltre, la sua polpa, se spalmata sul viso e lasciata per 10-15 minuti, è ottima per contrastare gli inestetismi ed ottenere una pelle morbida e levigata.</p>
<p>Il caco è, inoltre, una eccellente fonte di potassio. Molto utile all’apparato nervoso e a chi soffre di fegato. Indicato in caso di stipsi, ha proprietà lassative e diuretiche.</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>il valore nutrizionale per 100g di prodotto, il caco ha 65 kcal</strong>. Molto energetico, per questo consigliato ai bambini, a chi pratica sport e a chi è particolarmente stanco sia fisicamente che mentalmente.</p>
<p><strong>Caco: usi in cucina<br />
</strong>Il caco è un frutto delizioso ed energetico da consumare così al naturale come spuntino di metà mattina o merenda. Lo si può gustare come dessert mettendolo in una coppetta di vetro trasparente, togliendo il picciolo e scavando la polpa con un cucchiaino. Lo puoi mangiare anche accompagnato con del cioccolato ed abbinato a dello spumante.</p>
<p>Il caco è un ottimo ingrediente, ideale per la preparazione di cibi dolci o salati, tra cui budini, crostate, marmellate ed altre ricette gustose.</p>
<p><strong><em>Curiosità<br />
</em></strong>Se il caco che è stato raccolto o comprato è ancora acerbo, per farlo maturare basta disporlo su una cassetta o su un cartone con delle mele interposte, e in luogo caldo, asciutto e se possibile buio. Le mele, infatti, maturando liberano acetilene ed etilene, due gas che arricchiscono il caco di zuccheri rendendolo più dolce. Per capire poi se il caco è dolce basta guardare la sua buccia: se è sottile, quasi trasparente e intatta, e la polpa tenera allora il caco è perfetto; al contrario, se il caco è ancora giallo e duro vuol dire che è ancora acerbo, quindi bisognerà aspettare per consumarlo.</p>
<p>Il caco è comunemente chiamato in lingua napoletana <strong><em>legnasanta </em></strong>in quanto sarebbe possibile, una volta aperto il frutto, scorgere al suo interno una caratteristica immagine del Cristo in croce.</p>
<p>In Sicilia, invece, si considerava <strong>sacro il seme</strong>, in quanto esso, spaccato a metà, era in grado di mostrare il germoglio della nuova piantina, che assomigliava a una mano bianco-diafana, ritenuta la “manuzza di Maria” o “dâ Virgini”.</p>
<p>Una credenza popolare attribuisce ai semi del frutto la capacità di prevedere il clima che farà nell&#8217;inverno successivo. Tagliando a metà il seme, infatti, è possibile trovare delle forme molto simili alle posate che, come da antica tradizione, consentono di prevedere l’andamento dell’inverno. Le posate visibili sono il coltello, la forchetta e il cucchiaio. Ognuna di queste forme ha un significato diverso. Se nel seme dei cachi si trova il coltello, vuol dire che il freddo sarà pungente; la forchetta, invece, significa che l’inverno sarà mite; infine il cucchiaio avverte che durante l’inverno ci sarà tanta neve da spalare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/caco-o-kako-diospyros-kaki/">Caco o kako (Diospyros kaki)</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">28701</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Quebraco bianco</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/quebraco-bianco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 15:42:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[afrodisiaco]]></category>
		<category><![CDATA[alcaloidi indolo]]></category>
		<category><![CDATA[aspidospermina]]></category>
		<category><![CDATA[quebrachina]]></category>
		<category><![CDATA[quebracho bianco]]></category>
		<category><![CDATA[spezza l'ascia]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<category><![CDATA[yohimbina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=26534</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il quebracho bianco è un albero sempreverde della famiglia delle Apocynaceae che può crescere fino a 30 metri di altezza. ed un tronco che supera il m di diametro; sui rami penduli crescono le foglie opposte, tripartite, piccole e a lamina ellittica, apice acuto e margine intero. I fiori gialli sono piccoli e riuniti in &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/quebraco-bianco/">Quebraco bianco</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>quebracho bianco</strong> è un albero sempreverde della famiglia delle <em>Apocynaceae</em> che può crescere fino a 30 metri di altezza. ed un tronco che supera il m di diametro; sui rami penduli crescono le foglie opposte, tripartite, piccole e a lamina ellittica, apice acuto e margine intero. I fiori gialli sono piccoli e riuniti in cime ascellari. Il frutto è una cassula legnosa contenente un seme alato.</p>
<p>Il legno di questo quebracho, che vive nella regione sudamericana fra il sudest della Bolivia, il centro e il nord dell’Argentina, l’ovest del Paraguay e dell’Uruguay, è pesante e duro, di un giallo ocra uniforme fra alburno e durame. Sottoposto a una lenta essiccazione, e a trattamenti fungicidi, viene impiegato per ruote, manici di attrezzi, piccoli mobili, oggetti come scacchiere e sci. Il nome deriva dallo spagnolo <em>quiebra hacha</em>, che “<strong>spezza l&#8217;ascia</strong>”.</p>
<p>Ma è anche una pianta medicinale: già in uso presso gli Indios precolombiani in sudamerica, fu notato dai solerti Gesuiti che ne raccomandarono la corteccia come sostituta della china (<em>Cinchona spp</em>.), e la introdussero in Europa come febbrifugo nel XIX secolo</p>
<p>Non deve essere confuso con altre specie conosciute con il nome di quebracho, ma apparte-nenti al genere <em>Schinopsis</em>.</p>
<p>L&#8217;estratto che si ricava dalla corteccia dei rami e del tronco risulta ricco di <strong>tannini, alcaloidi indolo</strong> (<strong>aspidospermina, quebrachina</strong> e <strong>yohimbina</strong>) e zuccheri: per questo in medicina popolare viene considerato da tempi antichi un efficace <strong>afrodisiaco</strong> per il trattamento naturale del deficit erettile. Altre <strong>proprietà</strong> attribuite al quebracho bianco sono <strong>aromatizzanti, spasmolitiche e broncodilatatorie</strong>, il che renderebbe la pianta utile anche in caso di asma bronchiale, febbre, spasmi, dispnea ed enfisema polmonare.</p>
<p>Si ottiene una tintura gialla dalla corteccia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/quebraco-bianco/">Quebraco bianco</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">26534</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Farnia &#124; Quercus Robur L.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/farnia-quercus-robur-l/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 15:28:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[catechine]]></category>
		<category><![CDATA[farnia]]></category>
		<category><![CDATA[flavonoidi]]></category>
		<category><![CDATA[pectine]]></category>
		<category><![CDATA[proantocianidine]]></category>
		<category><![CDATA[quercia comune]]></category>
		<category><![CDATA[resine]]></category>
		<category><![CDATA[Rovere]]></category>
		<category><![CDATA[rovere di Slavonia]]></category>
		<category><![CDATA[Roverella]]></category>
		<category><![CDATA[tannini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.amaperbene.it/?p=26525</guid>

					<description><![CDATA[<p>La farnia (Quercus robur L., 1753, detta comunemente quercia) è un albero a foglie decidue appartenente alla famiglia delle Fagacee. Essa è la specie tipo del genere Quercus. Il nome generico, già in uso presso gli antichi, sembra ricollegarsi alla radice indoeuropea che il latino condivide con le parole celtiche “kaer” e “quer” (bell&#8217;albero), cioè &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/farnia-quercus-robur-l/">Farnia | Quercus Robur L.</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>farnia</strong> (<em>Quercus robur</em> L., 1753, detta comunemente <strong>quercia</strong>) è un albero a foglie decidue appartenente alla famiglia delle Fagacee. Essa è la specie tipo del genere <em>Quercus</em>.</p>
<p>Il nome generico, già in uso presso gli antichi, sembra ricollegarsi alla radice indoeuropea che il latino condivide con le parole celtiche “<em>kaer</em>” e “<em>quer</em>” (bell&#8217;albero), cioè “l&#8217;albero per eccellenza”, ma anche con analoghi termini greci riferiti alla rudezza del legno delle piante appartenenti a questo genere; quello specifico deriva dal latino <em>robur </em>che significa “duro, resistente, robusto”, in riferimento alla durezza ed alla resistenza del legno di questo albero. Considerato fin dall’antichità un albero sacro, fu dedicato a numerosi dei come Zeus per la sua capacità di attirare i fulmini e Dana (dea madre dei celti) in quanto fonte di dimora e nutrimento per molti animali. Una curiosità: il plurale di quercia è querce (e non quercie).</p>
<p><strong>È la quercia più diffusa in Europa</strong>, e il suo areale è alquanto vasto.</p>
<p>Questa pianta è caratterizzata da notevoli dimensioni (può raggiungere 40 metri di altezza), maestoso a chioma irregolare ovata, corteccia nerastra e fessurata; le foglie sono semplici con brevissimo picciolo, lobate, di colore verde lucido e caratterizzate da avere il diametro massimo nel terzo superiore; i fiori sono monoici; la fioritura ha luogo in aprile-maggio; il frutto è una ghianda con lungo picciolo e protetta fino a metà da una cupola a squame embricate appressate. Ha crescita lenta (cosa che ne determina il raro impiego come pianta ornamentale) ed è molto longevo. E’ una specie presente in tutta l’Europa, escluso il nord e parte della regione mediterranea; in Italia è frequente nelle regioni settentrionali, ma manca in Sicilia e Sardegna. Predilige i terreni freschi, fertili e profondi della pianura, anche con acqua abbastanza superficiale, ma si trova fino a 1.000 m di quota, spesso in consorzio con altre specie aventi le stesse caratteristiche.</p>
<p>La farnia <strong>è coltivata per il rimboschimento e per il pregiato legname </strong>che ne costituisce il prodotto più importante. Il legno di questa quercia, noto come &#8220;<strong>rovere di Slavonia</strong>&#8220;, è di colore bruno chiaro, resistente, durevole, con fibre spesse e netta differenziazione tra alburno e durame; è pesante (peso specifico 0,75 kg/dm<sup>3</sup>). Esso viene impiegato <strong>per costruire mobili pregiati, parquet e botti per l&#8217;invecchiamento di liquori</strong> (Cognac), oltre che per la produzione di carbone e l&#8217;impiego diretto come combustibile. In epoche passate la farnia era largamente utilizzata nelle costruzioni navali, specialmente nel Regno Unito, tanto da causare vasti disboscamenti.</p>
<p>È inoltre utilizzata come <strong>pianta simbionte per la coltivazione del tartufo bianco</strong>.</p>
<p>La Farnia (<em>Quercus robur</em> L) può essere confusa soprattutto con:</p>
<ul>
<li>la <strong>Rovere</strong> [<em>Quercus petraea</em> (Matt.) Liebl.] che si differenzia per avere ghiande sessili, foglie a base cuneata o arrotondata con la larghezza massima in mezzo alla lamina (che a sua volta presenta lobi più piccoli e numerosi), picciolo lungo, corteccia più scura e fessurata in piccole placche; ha ecologia diversa e non si trova mai su suoli asfittici.</li>
<li>la <strong>Roverella</strong> [<em>Quercus pubescens</em> Willd] che ha frutti piccoli, sessili o subsessili, rametti sempre tomentosi biancastri, piccioli delle foglie più lunghi e tomentosi, le foglie generalmente più piccole, coriacee e solo a fine stagione glabrescenti, il tronco sinuoso e la corteccia scura divisa in squame a solchi profondi; vegeta in ambienti xerici.</li>
</ul>
<p>In natura si incontrano spesso querce di incerta determinazione, con caratteri intermedi fra le tre specie. Questo avviene perché queste querce si sono differenziate solo in tempi recenti, principalmente su base ecologica, e le scarse barriere genetiche fra loro favoriscono l&#8217;ibridazione. L&#8217;intervento dell’uomo, rivoluzionando il territorio, ha eliminato le grandi superfici boscate compatte e relegato i querceti in limitate zone marginali, divise da ampi spazi aperti coltivati. Il vento può quindi scambiare i pollini tra le diverse specie (e quindi i loro geni) anche a grandi distanze.</p>
<p><strong>Principali componenti</strong>: tannini, flavonoidi, catechine, proantocianidine, pectine, resine</p>
<p><strong>Proprietà</strong>: <strong>astringente, lenitiva, antisettica, tonica-stimolante</strong> (gemme)</p>
<p>La quercia, grazie ai tannini contenuti all&#8217;interno della sua corteccia, è in grado di esercitare un&#8217;<strong>azione astringente, antinfiammatoria, antielmintica, antivirale e disinfettante</strong>. Grazie alla sua spiccata azione astringente, la quercia viene impiegata internamente per il trattamento della diarrea. <strong>Per uso esterno gli estratti di quercia sono utilizzati in prodotti per le emorroidi in virtù delle loro proprietà astringenti e vaso-costrittrici. Impiegati anche in caso di geloni, pelle e capelli grassi e come lenitivi per il cavo orale (sciacqui e gargarismi).</strong></p>
<p><strong>In cucina, in passato le ghiande della quercia erano un’importante fonte di alimentazione. Oggi il loro uso come cibo per gli uomini è pressoché scomparso, vengono invece utilizzate per l’alimentazione degli animali.</strong></p>
<p><strong> Controindicazioni</strong>: i preparati a base di corteccia, se consumati in modo eccessivo e per periodo prolungati, possono irritare l’apparato gastroenterico e causare vomito, nausea e diarrea per l’elevato contento in tannini. Il gemmoderivato non presenta questa controindicazione. Sconsigliato in gravidanza e durante l’allattamento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/farnia-quercus-robur-l/">Farnia | Quercus Robur L.</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">26525</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
