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	<title>mannitolo Archivi - amaperbene.it</title>
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		<title>Kombu &#8211; Laminaria japonica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Dec 2023 11:31:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[acido alginico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La kombu o konbu (Laminaria japonica) è un&#8217;alga molto usata in cucina per insaporire e addolcire in modo naturale, per ammorbidire altri cibi o semplicemente come una qualsiasi altra verdura. Con questo nome viene commercializzata un&#8217;ampia gamma di alghe brune, appartenenti al gruppo delle laminarie, che crescono in abbondanza appena sotto la superficie dell&#8217;acqua. Il &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>kombu</strong> o <strong>konbu</strong> (<em>Laminaria japonica</em>) è un&#8217;alga molto usata in cucina per insaporire e addolcire in modo naturale, per ammorbidire altri cibi o semplicemente come una qualsiasi altra verdura.</p>
<p>Con questo nome viene commercializzata un&#8217;ampia gamma di <strong>alghe brune</strong>, appartenenti al gruppo delle <strong>laminarie</strong>, che crescono in abbondanza appena sotto la superficie dell&#8217;acqua. Il termine kombu può riferirsi ad almeno <strong>due alghe brune della classe delle Feoficee</strong>: <em>Laminaria japonica</em> (Giappone) e <em>Laminaria digitata</em> (Bretagna). Tali alghe variano tra loro molto nella forma, ma in generale sono caratterizzate da larghe fronde, lisce e lucenti. Sono state usate fin dall&#8217;antichità non solo in Estremo Oriente, ma lungo le coste atlantiche, con diverse denominazioni: <strong>wrack, tangle, oarweed</strong>. In inglese <em>wrack</em> significa alghe, rifiuti di mare (che talvolta sono usati per concimare), <em>tangle</em> significa millefoglie acquatico ed <em>oarweed</em> significa letteralmente erbacce che si attaccano ai remi.</p>
<p>L&#8217;alga kombu è conosciuta anche con i nomi, <strong>dashima, dasima, haidai, fuco</strong>. Detto anche <strong>cavolo di mare</strong>, l’alga kombu è di colore marrone scuro e viene raccolta a mano nelle acque al largo della costa sud-orientale di Hokkaido, in Giappone appunto.</p>
<p><strong>L&#8217;alga Kombu è una buona fonte di acido glutammico</strong>, un amminoacido responsabile per l&#8217;umami; è ricca di <strong>potassio</strong> e <strong>fosforo</strong>, utile sia per rafforzare il sistema immunitario che per favorire la circolazione sanguigna e il drenaggio dei liquidi.</p>
<p>La Kombu contiene una buona quantità di <strong>iodio</strong>, un minerale essenziale per la crescita e lo sviluppo, però a causa del suo alto contenuto di iodio la Kombu viene ritenuta responsabile di problemi alla tiroide, in particolare dopo aver bevuto notevoli quantità di latte di soia, nel quale la kombu sia stata usata come un additivo. Per questo motivo non è consigliato l&#8217;uso di Kombu per le persone che soffrono di ipertiroidismo. Un sostituto può essere trovato nella Wakame, che contiene un quantitativo minore di iodio.</p>
<p>Inoltre è una sorgente di <strong>fibra</strong>. La famiglia di alghe, di cui la Kombu fa parte, contiene una famiglia di enzimi che sono in grado di rompere i legami formati da zuccheri complessi, che non sono digeribili dall&#8217;intestino umano, causando aria intestinale, inclusi gli zuccheri <strong>alfa-galattosidasi</strong> e <strong>beta-galattosidasi</strong>.</p>
<p><strong>Principali principi attivi</strong></p>
<ul>
<li><strong>Acido alginico</strong> &#8211; Questo polisaccaride è un polimero composto da due differenti unità (acido D-mannuronico e L-galuronico). Per la sua struttura è molto simile alla pectina. <strong>A contatto con l&#8217;acqua forma un gel</strong> la cui viscosità dipende dalla concentrazione dei ficocolloidi, dal pH e dalla presenza di elettroliti. In un ambiente acido, quale lo stomaco, l&#8217;alginato di sodio forma un denso gel colloidale che <strong>agisce andando a formare un rivestimento gastrico</strong>, vicino alla mucosa di per sé molto sottile, circa 0,2 mm. Inoltre ha un valore in calorie praticamente nullo. Poiché gli enzimi digestivi non sono in grado di disgregarlo, l&#8217;acido alginico è considerato a tutti gli effetti una fibra che favorisce il transito intestinale.</li>
<li><strong>Laminarina &#8211; </strong>La laminarina costituisce oltre il 14% del peso secco della Laminaria digitata. È una riserva di polisaccaridi solforati (b 1-3 glucano), isolata per la prima volta nel 1885 da Schiedelberg, che le attribuì il nome laminarina dalla specie stessa dell&#8217;alga &#8220;laminaria&#8221;. Questo polimero ha un&#8217;attività anticoagulante equivalente ad un terzo di quella dell&#8217;eparina. Vi sono due varietà di laminarina: solubile ed insolubile. Queste molecole hanno inoltre <strong>proprietà ipolipemizzanti</strong> e l&#8217;azione ipocolesterolemizzante è stata dimostrata con prove di laboratorio.</li>
<li><strong>Mannitolo &#8211; </strong>L&#8217;uso del mannitolo è legato alle sue proprietà chimiche e organolettiche: potere dolcificante pari a 70% di quello dello zucchero, potere calorico 2 kcal per grammo, proprietà reidratanti, diuretiche e antibatteriche.</li>
<li><strong>Iodio &#8211; </strong>È un elemento essenziale per la sintesi degli ormoni tiroidei. Questi ormoni stimolano il consumo di ossigeno a livello cellulare e prendono parte al processo di metabolizzazione dei grassi e dei carboidrati. Gli effetti positivi della laminaria digitata in compresse sui pazienti affetti da gozzo e da obesità sono dovuti alle sostanze ipolipemizzanti in essa contenute. Le proprietà antisettiche dello iodio vengono da tempo sfruttate dall&#8217;industria farmaceutica e cosmetica. La Laminaria digitata contiene fino a 10 volte più iodio del Fucus vesiculosus.</li>
</ul>
<p><strong>Benefici dell&#8217;alga kombu</strong></p>
<p>L’assunzione regolare di questo alimento, dotato di effetto antiossidante, migliora il processo digestivo, la circolazione sanguigna e previene la stitichezza; migliora altresì lo stato di salute dei capelli, aiuta nel processo di disintossicazione e depurazione, rafforza il sistema immunitario. Essendo ricca di iodio, stimola il metabolismo e aiuta a bruciare calorie: è un’ottima alleata in nelle diete anticolesterolo. Tra le vitamine contiene le A, B1, B2 e C. Calcio, potassio, magnesio e fosforo tra i minerali. È ricca di acido glutammico, quindi insaporisce i piatti in modo sano e naturale.</p>
<p><strong>Impieghi in cucina</strong></p>
<p>Viene spesso usata nella cottura dei legumi in quanto li rende più morbidi e digeribili e nella preparazione di brodi e minestre. Si consuma anche essiccata, in fiocchi e in polvere, oltre che come integratore. L’alga kombu si trova facilmente nei negozi di alimentari giapponesi o nei negozi di prodotti biologici o specializzati.</p>
<ul>
<li><strong>Alghe kombu essiccate</strong></li>
</ul>
<p>Una striscia di kombu messa a bagno e fatta cuocere brevemente nell&#8217;acqua costituisce una deliziosa base per zuppe e pasta in brodo. Questa preparazione, con l&#8217;aggiunta del <strong><em>katsuobushi</em></strong>, viene chiamata <strong><em>dashi</em></strong> e serve come base per preparare molti gustosi piatti giapponesi e il suo valore nutritivo era già ben noto molto tempo fa ai monaci buddisti, ai quali rigide regole proibivano l&#8217;uso di qualsiasi ingrediente di origine animale.</p>
<p>Anche <strong>l&#8217;acido glutammico ha la proprietà di ammorbidire le fibre</strong> di altri cibi ed una striscia di kombu cotta con fagioli o castagne secche serve a renderli morbidi più in fretta e ad esaltarne il sapore, liberando sostanze nutritive di grande valore ed accrescendo in generale la digeribilità del piatto (indicata per chi soffre di fermentazioni intestinali). Tale processo è reciproco poiché anche la kombu diventa più morbida se cucinata con cibi ricchi di proteine.</p>
<p>L&#8217;alga Kombu se lasciata essiccare alcuni giorni all&#8217;aria si può sgranocchiare come <strong>spuntino</strong>. Le frittelle di Kombu sono gradite anche ai bambini. La kombu in Occidente è venduta secca ed impacchettata a strisce, in fiocchi, in polvere o in compresse. In Estremo Oriente si trova anche in altre forme. In Giappone esistono molti prodotti a base di kombu:</p>
<ul>
<li><strong>Ne-kombu</strong>: radice ad uncino della kombu, ricca di minerali, molto fibrosa quindi necessita di un lungo ammollo e di una lunga cottura, ha un sapore ricco, dolce, simile a quello della liquirizia; viene cotta in acqua e condita con shoyu, finché diviene morbida e servita in piccole porzioni come accompagnamento ad altri piatti; è utile per rinforzare l&#8217;intestino.</li>
<li><strong>Natto-kombu</strong>: o kombu sminuzzata, è una striscia di kombu tagliata a filetti sottili, si può usare per preparare il dashi o brodo di base ed aggiungere alla preparazione come verdura.</li>
<li><strong>Kombu istantanea o tororo</strong>: qualità selezionata di kombu seccata al sole, messa a bagno in aceto di riso poco aspro per diversi giorni e poi tagliata in fili sottili come capelli, non richiede quasi cottura; si può aggiungere a zuppe a fine cottura o ammorbidire in acqua bollente e condita con shoyu per accompagnare altri piatti; ha un sapore dolce e leggermente agro.</li>
<li><strong>Polvere di kombu o kombu-ko</strong>: kombu di primissima qualità, seccata e macinata in polvere finissima, dal sapore dolce, è da spolverizzare sui cibi come condimento o cuocere in acqua per una bevanda nutriente.</li>
<li><strong>Kelp in polvere</strong>: è quella commercializzata dall&#8217;industria dell&#8217;alimentazione naturale, è normalmente macinata con varietà non selezionate di kombu atlantica ed è piuttosto grossolana, con un sapore di mare più forte della polvere di kombu giapponese; è talvolta usata come integratore alimentare e se aggiunta all&#8217;acqua del bagno è un eccellente tonico.</li>
</ul>
<p><strong>L&#8217;alga Kombu viene inoltre utilizzata nella preparazione del seitan</strong>.</p>
<p><strong>Controindicazioni dell&#8217;alga kombu</strong></p>
<p>Se ne sconsiglia l’assunzione in caso di gravidanza e allattamento, nonché in caso di patologie metaboliche; in ogni caso è bene consultare prima il proprio medico curante. Attenzione a non esagerare: l’iperdosaggio dell’alga kombu ha effetti collaterali, come ipertiroidismo, ipertensione, tachicardia, irritabilità e insonnia.</p>
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		<title>La Manna</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/la-manna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Oct 2023 18:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
		<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[comprensorio Madonita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo la Bibbia, la Manna o al-Mann wa al-Salwa è una sostanza commestibile, un dono che Dio fece scendere dal cielo per gli Israeliti affamati durante la loro peregrinazione nel deserto, in fuga dall’Egitto; la manna iniziò a scendere dal cielo quando il popolo d&#8217;Israele si avvicinò al Monte Sinai per ricevere la Torah. «E, &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Secondo la Bibbia</strong>, la Manna o al-Mann wa al-Salwa è una sostanza commestibile, un dono che Dio fece scendere dal cielo per gli Israeliti affamati durante la loro peregrinazione nel deserto, in fuga dall’Egitto; la manna iniziò a scendere dal cielo quando il popolo d&#8217;Israele si avvicinò al Monte Sinai per ricevere la Torah.</p>
<p>«<em>E, evaporato lo strato di rugiada, apparì sulla superficie del deserto qualcosa di minuto, di granuloso, fine come brina gelata in terra. A tal vista i figli d&#8217;Israele si chiesero l&#8217;un l&#8217;altro: «Che cos&#8217;è questo?» perché non sapevano che cosa fosse. E Mosè disse loro: «Questo è il pane che il Signore vi ha dato per cibo. Ecco ciò che ha prescritto in proposito il Signore: ne raccolga ognuno secondo le proprie necessità, un omer a testa, altrettanto ciascuno secondo il numero delle persone coabitanti nella tenda stessa così ne prenderete». Così fecero i figli di Israele e ne raccolsero chi più chi meno. Misurarono poi il recipiente del contenuto di un &#8216;òmer; ora colui che ne aveva molto non ne ebbe in superfluo e colui che ne aveva raccolto in quantità minima non ne ebbe in penuria; ciascuno insomma aveva raccolto in proporzione delle proprie necessità» (Esodo 16.14-18).             </em></p>
<p>Nel resoconto biblico, <strong>il termine &#8220;manna&#8221;</strong> sembra derivi dalla domanda <em>mân hu</em>, che apparentemente significa &#8220;cos&#8217;è?&#8221;, essendo stata questa, come narra il XVI libro dell’Esodo, la domanda che gli ebrei affamati si rivolsero nel veder cadere un cibo sconosciuto, miracolosamente mandato loro da Dio nel deserto: la manna, appunto.</p>
<p>Secondo altri, <em>Man</em> è forse una parola imparentata col termine arabo <em>man</em>, che significa pidocchio delle piante e <em>man hu</em> quindi significherebbe &#8220;questo è un pidocchio della pianta&#8221;, che si adatta ad una diffusa identificazione moderna della manna, la secrezione cristallizzata di alcune cocciniglie.</p>
<p>Nell&#8217;ambiente quale il deserto, tale melata si asciuga rapidamente a causa dell&#8217;evaporazione del suo contenuto acquoso, diventando un solido appiccicoso che poi assume un colore biancastro, giallastro o marrone; la melata di tale forma è considerata una leccornia nel Medio Oriente ed è un&#8217;ottima fonte di carboidrati. In particolare, esiste una cocciniglia che si nutre dalla tamerice, la &#8220;<strong>cocciniglia della manna tamerice</strong>&#8221; (<em>Trabutina mannipara</em>), che è tra le prime candidate della manna biblica.</p>
<p>Talvolta, per estensione, il termine &#8220;manna&#8221; è usato per riferirsi a qualsiasi nutrimento divino o spirituale. Nel linguaggio comune, magari quando accade qualcosa di bello o di positivo, si può sentire esclamare “<strong>è stata una manna dal cielo</strong>”.</p>
<p>La <strong>manna</strong> è la linfa che si estrae dalla corteccia, opportunamente incisa con un particolare coltello chiamato <strong>mannaruolo</strong>, di alcune specie di piante del genere <em>Fraxinus </em>(frassini), in particolare dal <em>Fraxinus ornus</em>.</p>
<p>Il <em>Fraxinus ornus</em>, detto comunemente <strong>orniello</strong> o <strong>amolleo</strong> o frassino da manna, è un albero spesso ridotto a cespuglio che può raggiungere al massimo i 10 m d&#8217;altezza. Il sistema radicale è fittonante ed arriva fino a notevole profondità; il tronco più o meno eretto ha una forma cilindrica con una corteccia grigio-verdastra e liscia anche nelle piante adulte. Le gemme sono di colore grigio cenere e si distinguono in terminali e laterali: le prime di forma ovale, allungate ed appuntite mentre le seconde più piccole ed ovato-acute. Le foglie sono opposte e imparipennate composte da 7-9 foglioline lanceolate o ellittiche; i fiori di colore biancastro, profumati e riuniti in pannocchie, si sviluppano contemporaneamente alle foglie dei rami dell&#8217;anno precedente e sono ermafroditi; la fioritura avviene in aprile-maggio. Il frutto è una samara bislunga lanceolata con una lunghezza di 2–3 cm.</p>
<p><strong>Questa è la specie tipicamente utilizzata per la produzione della manna</strong>.</p>
<p>Sulla pianta vengono praticate piccole incisioni trasversali create con gesti precisi, da cui fuoriesce lentamente un succo inizialmente di colore ceruleo e di sapore amaro (lagrima), che a contatto con l&#8217;aria rapidamente si schiarisce e assume un sapore dolce. Condensandosi, forma cannoli e stalattiti di colore bianco e profumati. L&#8217;operazione di raccolta si pratica ogni settimana con l&#8217;archetto, la paletta e la scatola (particolari arnesi per la raccolta della manna)</p>
<p><strong>La manna è classificata in base alla modalità di raccolta</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Manna cannolo</strong>: simile ad una stalattite. si forma dal gocciolamento della linfa lungo la corteccia dell&#8217;albero e si raccoglie con l&#8217;archetto.</li>
<li><strong>Manna rottame</strong>: è costituita dalla linfa che scorre lungo la corteccia; si stacca con la rasula e si raccoglie nella scatola.</li>
<li><strong>Manna in sorte</strong>: è formata dalla linfa che si accumula nei cladodi di ficodindia appositamente predisposti alla base del tronco.</li>
</ul>
<p><strong>La categoria più pregiata è la manna cannolo, in quanto povera di impurità</strong>. Negli anni ottanta il pollinese Giuseppe Onofrio Giambelluca ha messo a punto un nuovo sistema di raccolta, al fine di aumentarne la qualità e quantità. Questo sistema prevede l&#8217;uso di fili di nylon legati ad una piccola lamina d&#8217;acciaio posta subito sotto l&#8217;incisione; la linfa scorre lungo i fili e solidifica formando cannoli di lunghezza considerevole, che si possono raccogliere ogni due giorni, contrariamente al metodo tradizionale che prevedeva la raccolta settimanale. Il metodo è stato condiviso con gli altri produttori ed oggi rappresenta lo &#8220;<strong>stato dell&#8217;arte</strong>&#8221; nella produzione della manna.</p>
<p>La produzione viene messa ad asciugare (<strong>stinnitura</strong>) per le prime 24-36 ore all&#8217;ombra, per togliere e ripulire i cannoli e le stalattiti dalle impurità; successivamente in pieno sole sugli stenditoi o stinnituri per circa una settimana, fino a quando il prodotto raggiunge il giusto tenore d&#8217;umidità (circa il 9%). Infine, selezionata con cura, viene riposta in appositi contenitori in legno e conservata in ambiente asciutto.</p>
<p>La manna è riconosciuta come <strong>Presidio Slow Food</strong> ed è per questo motivo che assieme ai <strong>frassinicoltori </strong>è stato redatto un <strong>disciplinare di produzione</strong> che ne garantisce la qualità e la provenienza. Oggi, è un <strong>prodotto tipico siciliano</strong>, come tale è riconosciuto e rientra nell&#8217;elenco dei <strong>prodotti agroalimentari tradizionali (PAT)</strong> stilato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (Mipaaf). Inoltre è un prodotto <strong>iscritto nel registro delle eredità immateriali della Regione Sicilia</strong> come Ciclo Produttivo della Manna e tradizione dei Mannaluori. La coltivazione è limitata a poche zone della Sicilia, precisamente solo al territorio di Pollina e Castelbuono, ai piedi delle Madonie, tra i 100 e 700 m di quota, generalmente in consociazione con l’ulivo, il mandorlo e il fico d’india; qui c&#8217;è l&#8217;ultima generazione di frassinicoltori che mantiene in vita il prezioso patrimonio colturale e culturale legato al mondo dell&#8217;antico mestiere dello &#8220;<strong>ntaccaluòru</strong>&#8220;. Qui Il clima particolarmente mite dell’area, con elevate temperature estive e scarse escursioni termiche, favorisce l’emissione e l’indurimento della manna stessa, nel momento dell’estrazione</p>
<p>La varietà più diffusa sui territori di Castelbuono e Pollina è il &#8220;verdello&#8221;, per le sue ottime caratteristiche di produttività, precocità e qualità del prodotto.</p>
<p>In Sicilia, oltre alla specie tipica, è presente la <strong>sottospecie oxycarpa</strong> che si differenzia per la pubescenza nella parte prossimale della pagina inferiore delle foglioline.</p>
<p>Il costo è elevato e si aggira sui 190-200 euro al chilo; quella meno costosa (la manna drogheria che va a contatto con il tronco) costa circa 100 euro al chilo. La produzione di manna viene per la maggior parte viene inviata all&#8217;estero. La manna è usata in molti prodotti (dolci, torte, ma anche profumi). I medici raccomandano spesso manna al posto dello zucchero tradizionale (o sostituti chimici), soprattutto per i pazienti che hanno problemi di diabete, perché contiene bassi livelli di glucosio e sostanze naturali. I nomi sia dello zucchero mannosio e del suo alcol idrogenato, il mannitolo, sono derivati della manna.</p>
<p><strong>Composizione<br />
</strong>La composizione chimica della manna è molto complessa e dipende da diversi fattori tra cui: qualità, zona di provenienza, l&#8217;età del frassino e la sua esposizione, le caratteristiche chimico fisiche del terreno, l&#8217;età delle piante, l&#8217;andamento stagionale e molti altri fattori.</p>
<p>La manna in media contiene il 40-60% di mannitolo o mannite (C<sub>6</sub>H<sub>14</sub>O<sub>6</sub>), 8-10% d&#8217;umidità, 3-5% glucosio e fruttosio, 12-16% manninotriosio, 6-12% manninotetrosio, 1-3% elementi minerali, 0,5%-0,1% resina e altre sostanze in quantità minori (vitamine, enzimi, mucillagini, pectine, tannini).</p>
<p><strong>100 gr di manna apportano 365 kcal</strong>/1532 kj</p>
<p><strong>Proprietà<br />
</strong>Le proprietà lassative della manna sono conosciute da tempo, anche dalla medicina popolare che utilizza la pianta proprio per combattere la stitichezza, ma anche come rimedio bechico ed espettorante.</p>
<p>La manna è in primo luogo un <strong>lassativo leggero</strong> esente da controindicazioni, particolarmente adatto alla primissima infanzia, alle persone molto anziane debilitate e convalescenti (viene somministrata generalmente nel latte, o come decotto di manna, che è un blando purgante). È anche un <strong>cosmetico naturale</strong>, perché emolliente, e trova impiego in formulazioni per la pelle sensibile e antietà;  ha inoltre una benefica azione sull&#8217;apparato respiratorio, infatti si comporta da <strong>fluidificante, emolliente e sedativo della tosse. </strong>La manna può essere utilizzata come dolcificante naturale, &#8220;<strong>zucchero di manna</strong>&#8220;, e poiché il suo componente principale è il D-Mannitolo, un alcool esavalente incolore, inodore e di sapore zuccherino noto anche con il nome di potrebbe essere ben tollerata dai diabetici.</p>
<p>Altri utilizzi non approvati della manna riguardano la sua assunzione in tutti quei casi in cui è necessario agevolare il più possibile l&#8217;evacuazione intestinale, come, ad esempio, in caso di emorroidi, ragadi anali o in seguito ad interventi chirurgici a livello anale e/o rettale.</p>
<p>Per quanto riguarda la medicina omeopatica, invece, al momento la manna non trova impieghi di rilievo in quest&#8217;ambito.</p>
<p>N.B.: le applicazioni della manna per il trattamento dei suddetti disturbi non sono né approvate, né supportate dalle opportune verifiche sperimentali, oppure non le hanno superate. Per questo motivo, potrebbero essere prive di efficacia terapeutica o risultare addirittura dannose per la salute.</p>
<p><strong>Effetti collaterali<br />
</strong>Se utilizzata correttamente e alle dosi consigliate, la manna non dovrebbe provocare effetti indesiderati di alcun tipo. Tuttavia, in soggetti sensibili possono manifestarsi nausea e flatulenza.</p>
<p><strong>Avvertenze<br />
</strong>Analogamente ad altri lassativi, l&#8217;utilizzo della manna dovrebbe essere effettuato solo per brevi periodi di tempo.</p>
<p><strong>Controindicazioni<br />
</strong>Evitare l&#8217;assunzione di manna in caso di occlusioni intestinali o di ipersensibilità accertata verso uno o più componenti.</p>
<p><strong>Interazioni farmacologiche<br />
</strong>L&#8217;uso di lassativi può ridurre l&#8217;assorbimento di farmaci contemporaneamente assunti per via orale.</p>
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		<title>Edulcoranti naturali</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/edulcoranti-naturali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Aug 2023 09:49:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dolci e Dolcificanti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>• Brazzeina: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 500-2.000 Si tratta di una proteina prodotta dal Kluyveromyces lactis stabile al calore. • Eritritolo (E968); Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 60 – 80 E&#8217; un alcol dello zucchero presente in natura a dosi ridotte in alcuni tipi di frutta (angurie, pere, uva), nei funghi, negli &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>• <strong>Brazzeina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 500-2.000<br />
Si tratta di una proteina prodotta dal Kluyveromyces lactis stabile al calore.</p>
<p>• <strong>Eritritolo</strong> (E968); Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 60 – 80<br />
E&#8217; un alcol dello zucchero presente in natura a dosi ridotte in alcuni tipi di frutta (angurie, pere, uva), nei funghi, negli alimenti fermentati (salsa di soia, vino di riso, birra) e nel formaggio. Il suo potere dolcificante è pari a circa il 60 – 80% di quello del comune zucchero da tavola (saccarosio). Con poche calorie, non innalza i livelli di zucchero nel sangue né quelli dell’insulina e non ha effetti su colesterolo e trigliceridi. Sciolto in acqua, l’eritritolo lascia sulla lingua un sapore rinfrescante. Questa proprietà lo rende quindi il dolcificante ideale per bevande estive con poche calorie. Perfetto per la preparazione dei dolci, unito a alimenti ricchi di proteine, come lo yogurt, dona un senso di sazietà che dura a lungo. Sconsigliato ai bambini.<br />
L&#8217;assunzione di eritritolo non è priva di possibili effetti collaterali, perché può causare diarrea, mal di testa e dolori allo stomaco in persone particolarmente sensibili o nel caso in cui venga assunto in dosi eccessive. In un recente studio pubblicato su Nature Medicine, tuttavia, è stata riportata una possibile associazione (ma non un’evidenza causa:effetto) tra elevati livelli circolanti di eritritolo ed un aumentato rischio di eventi cardiovascolari avversi maggiori come morte, infarto miocardico non fatale o ictus.</p>
<p>•<strong> Estratto di quillaia (E999)</strong><br />
L’estratto di quillaia è un prodotto proveniente dalla corteccia della Quillaia saponaria, nota anche come Legno di Panama, una pianta originaria della Cina, della Bolivia, del Cile e del Perù. È utilizzato come sostanza stabilizzante e umidificante in merci cotte, prodotti lattiero-caseario congelati e pudding e come agente schiumogeno in bibite analcoliche.</p>
<p>• <strong>Fillodulcina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 400-800<br />
E&#8217; presente nella pianta giapponese Hydrangela macrophylla. La sostanza è scarsamente solubile in acqua; non è utilizzata come dolcificante</p>
<p>• <strong>Fruttosio</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 1,5<br />
Carboidrato: non innalza significativamente la glicemia, ma dev&#8217;essere comunque consumato con moderazione.</p>
<p>• <strong>Glicirrizina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 50-100<br />
E&#8217; il principio dolcificante della liquirizia (Glycyrrhiza glabra). Attualmente non è prevista dalle norme vigenti. Il potere dolcificante varia a seconda dell&#8217;alimento in cui viene aggiunta. Il suo impiego sottoforma di estratto di liquirizia è sconsigliato sia a causa del forte gusto di liquirizia, sia per gli effetti collaterali anche gravi che tale estratto comporta su alcuni soggetti; il gusto dolce viene percepito più tardi ma rimane più a lungo in bocca. Può causare ipertensione ed edemi se consumata in grandi quantità.</p>
<p>• <strong>Invertasi (E1103)</strong><br />
E&#8217; un lievito derivato dall&#8217;enzima che catalizza l&#8217;idrolisi di saccarosio in glucosio e fruttosio. E&#8217; anche chiamato beta-fruttofuranosidasie. E&#8217; utilizzato nella produzione di pasticceria. Invertasi viene utilizzato per migliorare la durata di conservazione dei dolci, aumentare la dolcezza, migliorare il sapore e il colore, ed evitare la cristallizzazione. Questo enzima può essere utilizzato anche in alcuni particolari prodotti di succhi di frutta per diminuire i livelli di saccarosio. Non risulta tossico.</p>
<p>• <strong>Isomalto (E953)</strong>; Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 60%<br />
E&#8217; un sostitutivo dello zucchero, a basso indice glicemico. E&#8217; l&#8217;unico dolcificante ricavato dallo zucchero di barbabietola. Ha lo stesso aspetto, sapore, corposità e massa dello zucchero. Il rapporto nella sostituzione dello zucchero è da 1/1. E&#8217; un carboidrato, non un prodotto chimico. Ideale anche per decorazioni e guarniture artistiche tipo zucchero tirato. Ha un valore calorico ridotto e fornisce 2,4 kcal/grammo rispetto alle 4 kcal/grammo degli altri carboidrati. Il potere dolcificante dell’isomalto è pari alla metà di quello dello zucchero da tavola (saccarosio). Contrariamente a quest’ultimo, per l’utilizzo dell’isomalto nel metabolismo umano non è necessaria l’insulina. Con circa 2,4 kcal/g, il tenore energetico dell’isomalto è leggermente inferiore a quello dello zucchero. Il succedaneo dello zucchero è stabile al calore e agli acidi e si combina bene con altri edulcoranti o succedanei dello zucchero. Nell’industria alimentare, l’isomalto viene usato in particolare per alimenti dietetici a ridotto contenuto calorico e prodotti per diabetici. Malgrado il suo potere dolcificante, non provoca carie. E&#8217; un additivo alimentare approvato dall&#8217;Unione Europea, tuttavia, poiché è un alcool di zucchero, può causare flatulenza, o diarrea.</p>
<p>• <strong>Lisozima (E1105)</strong><br />
E&#8217; una proteina contenuta nel siero del sangue, lacrime, ecc. e ha funzione antibatterica. Viene utilizzata per accelerare la fermentazione chimica. Nella tecnologia alimentare si utilizzano spesso gli enzimi: per la produzione di succhi di frutta, per decomporre più rapidamente l’amido del pane, per la maturazione del formaggio e per cagliare il latte. L’E1105 è andata a sostituire l&#8217;aldeide formica (E240) nel Grana Padano, il conservante che veniva utilizzato in precedenza. Molti enzimi tra cui l’E1105 sono ottenuti mediante tecnologie genetiche a partire dalle uova di gallina. L’eventuale rischio per la salute è legato alle allergie. Può essere utilizzato per mascherare sapori derivanti da prodotti in non perfette condizioni di conservazione. Da evitare per chi segue una dieta di esclusione delle uova.</p>
<p>• <strong>Luo han gu</strong>o: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 300<br />
Estratti del frutto di Siraitia grosvenorii, rampicante erbaceo perenne originario del Sud est asiatico.</p>
<p>• <strong>Mabinlin I e II</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 100-400<br />
Dolcificanti proteici presenti in un&#8217;erba medicinale cinese (Capparis masaikai Levl.)</p>
<p>• <strong>Maltitolo (E965)</strong>; Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 75<br />
È un polialcol derivato dal maltosio per idrogenazione. Ha il 75% della dolcezza e circa metà calorie (2,1 per grammo) del saccarosio. Lo sciroppo di maltitolo ha invece circa 3 cal/g, ed un maggior indice glicemico. Ha proprietà lassative, come tutti gli alcoli degli zuccheri, per il lento assorbimento. Crea effetti gastrici, in quanto pur essendo meno dannoso se comparato ad altri polialcoli, è usato in grosse quantità dall&#8217;industria del cibo grazie alla sua somiglianza al saccarosio, portando il consumatore ad un consumo che eccede le quantità raccomandate. Non favorisce la carie. Resta non adatto per chi soffre di diabete.</p>
<p>• <strong>Malto d’orzo</strong>: è un dolcificante naturale che si ottiene dalla lavorazione di questo cereale. Ha un sapore dolce ma decisamente meno intenso rispetto a quello dello zucchero. Questo dolcificante naturale ha un alto contenuto di maltosio (un composto chimico della famiglia dei glucidi) ed è ricco di sali minerali. Il malto d’orzo è inoltre un prodotto naturale ideale per il benessere intestinale, grazie alla presenza di enzimi che aiutano la digestione, e ha proprietà depurative, perché favorisce le quotidiane mansioni del fegato. D&#8217;altro canto, non è indicato per chi soffre di intolleranza al glutine e per i celiaci.</p>
<p>• <strong>Mannitolo (E421)</strong>; Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 0,5<br />
Polialcol: potere calorico inferiore del 60% rispetto allo zucchero; acariogeno, utile per diabetici, può avere effetti lassativi.</p>
<p>• <strong>Melassa</strong>: deriva dallo zucchero di canna e anche dalla barbabietola; contiene saccarosio, glucosio e fruttosio ed è molto ricca di vitamine e minerali.</p>
<p>• <strong>Miele:</strong> Potere dolcificante rispetto al saccarosio = &gt;1<br />
Per l&#8217;abbondante presenza di fruttosio, il miele ha un potere dolcificante leggermente superiore allo zucchero raffinato; è però meno calorico dello zucchero e ha proprietà antiossidanti e depurative, di particolare beneficio per il fegato; inoltre è un ottimo energetico naturale. Perfetto per preparare torte e biscotti, è l’ideale per dolcificare le bevande, come un tè al limone, un latte caldo o il caffè. E’ comunque sconsigliato ai diabetici, che lo devono consumare con moderazione.</p>
<p>• <strong>Miracolina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 2.000-3.000<br />
E&#8217; una glicoproteina presente nelle bacche rosse di una pianta tropicale, la Synsepalum dulcificum, chiamata anche albero del miracolo. È poco stabile, perde il gusto dolce a pH inferiore a 2 o con il calore. Dovrebbe essere sicura visto che il frutto è consumato nelle zone di origine, e la quantità da utilizzare sarebbe minima, tuttavia non rientra nella lista degli additivi concessi.</p>
<p>• <strong>Monellina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 1.500-3.000<br />
Presente nel Dioscoreophyllum cuminsii, un frutto dolce dell&#8217;Africa occidentale, la monellona viene ricavata con l&#8217;uso di enzimi pectolitici e proteolitici dalla bacca finemente macinata; può essere anche ottenuta per via sintetica, con l&#8217;ausilio dell&#8217;ingegneria genetica. La monellina perde il suo potere dolcificante in ambiente molto acido (sotto a pH 2) e sopra i 60 gradi di temperatura. Non è previsto il suo uso come additivo, dalle norme vigenti, anche se dal punto di vista sanitario non dovrebbe causare problemi visto che la bacca è comunemente consumata in Ghana e Nigeria.</p>
<p>• <strong>Osladina polipodoside A:</strong> Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 200-600<br />
Ricavata dalla felce comune (Polypodium vulgare), è una molecola poco studiata dal punto di vista tossicologico e non ha un grande interesse commerciale perché è molto difficile da estrarre in quantità economicamente vantaggiosa.</p>
<p>• <strong>Pentadina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 500<br />
Proteina isolata dal frutto di Pentadiplandra brazzeana, arbusto rampicante tropicale.</p>
<p>• <strong>Perillartina</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 2.000<br />
Da anni è consentita negli alimenti in Giappone, sembra sicura anche se manca ancora una tossicologia completa; è una molecola ricavata dall&#8217;olio della labiata Perilla arguta, dall&#8217;ombrellifera Sium latifolia, e dall&#8217;olio essenziale di mandarino.</p>
<p>• <strong>Saccarosio</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 1<br />
Carboidrato: elevato indice glicemico, sconsigliato ai diabetici.</p>
<p>• <strong>Sciroppo d&#8217;agave</strong>: o succo d&#8217;agave, è un dolcificante naturale che viene usato come ingrediente di molte bibite e cereali da colazione. Naturale al 100%, è estratto dall’omonima pianta grassa. Ha un’elevata presenza di fruttosio e, per questo motivo, ha un basso indice glicemico.</p>
<p>• <strong>Sciroppo di riso e sciroppo di mais</strong>: Gli sciroppi di cereali sono dolcificanti naturali al 100%, dal momento che contengono solo il cereale utilizzato. Quindi, nel caso del mais o del riso, lo sciroppo può essere usato nelle ricette senza glutine. Lo sciroppo di riso e lo sciroppo di mais sono i dolcificanti naturali con più minerali: contengono calcio, potassio, ferro e sodio.</p>
<p>• <strong>Sorbitolo (E420)</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 1<br />
Polialcol acariogeno, utile per diabetici, può avere effetti lassativi; è un dolcificante che si trova naturalmente nelle alghe nonché in numerosi frutti, come albicocche, mele e ciliegie. Il suo potere dolcificante è circa il 60% dello zucchero bianco. Un notevole vantaggio dell’uso del sorbitolo come edulcorante naturale è connesso al fatto che i batteri che causano la carie non riescono a utilizzarlo per il loro metabolismo. Questo tipo di zucchero, quindi, è tra i più indicati per preservare la propria igiene orale. Il sorbitolo è conosciuto anche per i suoi effetti lassativi, per cui è adatto in caso di costipazione.</p>
<p>• <strong>Stevia (E960)</strong>; Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 150-200<br />
La Stevia rebaudiana è una pianta erbaceo-arbustiva perenne, di piccole dimensioni, della famiglia delle Asteraceae (Compositae), nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. È nota per essere utilizzata come dolcificante ipocalorico naturale in quanto è molto più dolce del comune saccarosio. I principi attivi sono lo stevioside, e il rebaudioside A, che si trovano in tutte le parti della pianta ma sono più disponibili e concentrati nelle foglie, che quando sono seccate (disidratate), hanno un potere dolcificante (per effetto della miscela dei due componenti dolcificanti) da 150 a 250 volte il comune zucchero (lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A tra 150 e 320 volte, e il rebaudioside C tra 40 e 60 volte.). Contrariamente allo zucchero i principi attivi non hanno alcun potere nutrizionale (zero calorie), e sono relativamente stabili nel tempo e alle alte temperature, per cui conservano perfettamente le loro caratteristiche anche in prodotti da forno o in bevande calde, diversamente da altri dolcificanti di sintesi come l&#8217;aspartame, che subisce degradazione. Per questo motivo la stevia è il dolcificante più indicato per i diabetici, dal momento che non influisce su calorie e glicemia. Adatto anche per i celiaci, visto che non contiene glutine, si addice particolarmente al regime alimentare ipocalorico delle persone in sovrappeso.</p>
<p>• <strong>Stevioside</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 110-270<br />
Dolcificante ricavato dalla Stevia Rebaudiana, recentemente accettato dalla UE (dicembre 2011) ma utilizzato da anni in altri paesi come additivo o alimento</p>
<p>• <strong>Tagatosio</strong>: Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 0,9<br />
Isomero del fruttosio con potere calorico inferiore del 45% rispetto allo zucchero; utile per diabetici, acariogeno.</p>
<p>• <strong>Taumatina (E957)</strong>; Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 2.000-3.000<br />
Frutto dell&#8217;albero Thaumatoccus danielli (localmente chiamato katemfe), perde il potere dolcificante a pH inferiore a 2 e sopra i 75 gradi. Il frutto viene comunemente utilizzato in Africa e la DGA non è specificata, viene in generale ritenuto un additivo sicuro; è utilizzato prevalentemente nei prodotti dolciari, nei preparati dietetici e vitaminici.<br />
E&#8217; una miscela di proteine estratte da una pianta africana, il Thaumatococcus danielli (localmente chiamato katemfe). E&#8217; una delle sostanze più dolci conosciute (2000-3000 volte più potente del saccarosio, per cui è la sostanza più dolce sulla Terra), con un gusto che si sviluppa lentamente ma di lunga durata; perde il potere dolcificante a pH inferiore a 2 e sopra i 75 gradi; l&#8217;uso è però limitato da un certo aroma di liquirizia. Viene utilizzata in dosi estremamente ridotte per le sue caratteristiche aromatiche. Se ne sospetta qualche attività a livello endocrino, ma la quantità che può essere assunta non influisce sul bilancio giornaliero. La Taumatina, in base agli studi tossicologici, biologici, teratogenici, allergenici e alcuni sull’uomo, fatti dalla JECFA (Joint FAO/WHO Expert Committee of Food Additions) è stata dichiarata sostanza sicura; è ,infatti, approvata in Israele, Giappone e nella comunità Europea; in USA è, invece, approvata solamente come esaltatore di sapidità.</p>
<p>• <strong>Xilitolo (E967)</strong>; Potere dolcificante rispetto al saccarosio = 1<br />
E&#8217; un dolcificante di sintesi che fa parte dei cosiddetti «dolcificanti di massa». Lo xilitolo è una sostanza di origine vegetale presente in molti tipi di frutta e di verdura, ricavata industrialmente principalmente dalla corteccia delle betulle e di altri alberi ad alto fusto. Fa parte della famiglia dei polialcoli, sostanze non cariogene che hanno la proprietà di non essere fermentate dai batteri del cavo orale e quindi di non consentire la formazione degli acidi che corrodono lo smalto dentale. A differenza degli altri polialcoli, è considerato anche cario-protettivo in quanto possiede una comprovata attività antibatterica: lo xilitolo esplica un effetto inibitorio dello Streptococcus mutans, il più importante organismo responsabile della formazione della carie. Ecco perché lo xilitolo è considerato un dolcificante amico dei denti: aiuta a prevenire la carie, favorisce la remineralizzazione di piccole lesioni, riduce l’accumulo della placca batterica e stimola il flusso salivare. È indicato anche per chi soffre di osteoporosi, perché favorisce la riduzione dell’indebolimento osseo e l’aumento della densità ossea. Il potere dolcificante dello xilitolo è molto simile a quello dello zucchero, ma contiene il 40% di calorie meno (2,4 calorie per grammo contro le 4,0 dello zucchero).<br />
Secondo alcune fonti sarebbe indicato anche per i diabetici, per via del suo ridotto indice glicemico, tuttavia il carico glicemico risultante rimane comunque significativo per chi soffre di diabete di tipo 1. Lo xilitolo viene impiegato industrialmente come additivo dolcificante soprattutto nella produzione di gomme da masticare. Solo da poco tempo è possibile acquistarlo in polvere e utilizzarlo come sostituto dello zucchero. Gli effetti collaterali segnalati dello xilitolo sono: effetti lassativi a dosi medie e aumento della quantità di acido ossalico nelle urine (calcoli renali in topi e ratti). Non si conoscono effetti tossici.</p>
<p>A questi edulcoranti vanno aggiunti:</p>
<p>• <strong>Cannella</strong>: la cannella è una spezia dall’aroma dolce e inconfondibile, ma anche un ottimo dolcificante naturale da utilizzare in sostituzione allo zucchero nel caffè, tè e tisane. Oltre a ridurre i livelli di zucchero nel sangue, l&#8217;uso della cannella comporta anche una riduzione dei trigliceridi e del colesterolo totale.</p>
<p>• <strong>Zucchero di canna integrale</strong>: lo zucchero di canna integrale è un dolcificante naturale perché non è sottoposto a alcun processo chimico durante la sua produzione. È il primo zucchero che viene estratto dal succo di canna, schiacciate senza l’utilizzo di prodotti chimici, usati invece nell’estrazione dello zucchero semolato bianco; contiene inoltre un quantitativo maggiore di vitamine (A e E, antiossidanti) e di sali minerali, fra i quali il più importante è il cromo che addirittura sembra che aiuti l’insulina nel metabolismo del glucosio, stimolando la sua distribuzione nelle cellule dei tessuti. Ha poche calorie, perciò è totalmente in linea con chi conduce una dieta corretta e povera di grassi.</p>
<p>• <strong>Zucchero di cocco</strong>: è estratto dai fiori della palma da cocco. Non si tratta della palma da cui si estrae il tanto discusso olio, ma dei fiori della palma da cocco, la Cocos nucifera. Il prodotto che se ne ricava è uno zucchero dal sapore intenso e fruttato, ricco di potassio e zinco. L’alto contenuto di inulina, costituita da fibra solubile non assimilabile, ne fa un dolcificante naturale a bassissimo indice glicemico e con proprietà benefiche sulla flora batterica intestinale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ligustro &#124; Ligustrum lucidum Ait.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/ligustro-ligustrum-lucidum-ait/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 16:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[ligustro lucido]]></category>
		<category><![CDATA[mannitolo]]></category>
		<category><![CDATA[olio essenziale]]></category>
		<category><![CDATA[olio grasso]]></category>
		<category><![CDATA[pianta ornamentale]]></category>
		<category><![CDATA[triterpenoidi glicosidi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ligustro lucido è un albero dai delicati fiori bianchi appartenente alla famiglia delle Oleaceae. Originaria del Giappone o della Cina, si è perfettamente adattata alle caratteristiche climatiche delle regioni Euro-mediterranee. E’ una specie sempreverde, si può presentare sia come albero che come arbusto, con sagoma tendenzialmente conica. Il tronco è dritto e sottile, e &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>ligustro lucido</strong> è un albero dai delicati fiori bianchi appartenente alla famiglia delle <em>Oleaceae.</em></p>
<p>Originaria del Giappone o della Cina, si è perfettamente adattata alle caratteristiche climatiche delle regioni Euro-mediterranee.</p>
<p>E’ una specie sempreverde, si può presentare sia come albero che come arbusto, con sagoma tendenzialmente conica. Il tronco è dritto e sottile, e porta parecchi rami leggeri. La corteccia è verdastra e liscia. Può raggiungere i 10 m di altezza. Il sistema radicale è di tipo fascicolato e superficiale. Le foglie sono sempreverdi, semplici, a inserzione opposta, con lamina ovale. La consistenza è coriacea; i lembi sono generalmente rivolti verso l&#8217;alto, il margine è intero. Il colore è verde brillante (tranne nei margini, che sono gialli). Le infiorescenze a pannocchia (lunghe fino a 20 cm) sono formate da piccoli fiori bianchi (con 4 petali). La fioritura avviene nei mesi estivi. I frutti sono bacche sferiche nere a maturità.</p>
<p>Il ligustro può esser coltivato in pieno sole o in mezz&#8217;ombra e si adatta a tutti i tipi di suolo. Essendo una pianta particolarmente rustica si adatta molto bene al clima mediterraneo sopportando temperature al di sotto dello zero. È diffuso come <strong>pianta ornamentale</strong>, e nella forma arborea viene impiegato lungo i viali, in quanto presenta una forma contenuta e resistenza all&#8217;inquinamento. In particolare viene utilizzato in giardini come completamento di siepi, tollerando molto bene la potatura. Nei giardini spesso si utilizzano alcune varietà tra cui una delle più note è “<em>aureovariegatum”</em>, con le foglie screziate di giallo.</p>
<p>Il nome del genere (<em>Ligustrum</em>) deriva da un antico nome latino, già usato da Gaio Plinio Secondo (23 – 79) scrittore, ammiraglio e naturalista romano e da Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.) poeta romano, per le piante chiamate volgarmente ligustro o olivella. ll primo botanico a usare questo nome associato al &#8220;ligustro&#8221; è stato Dioscoride (Anazarbe, 40 circa – 90 circa), medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma ai tempi dell&#8217;imperatore Nerone; mentre in &#8220;tempi moderni&#8221; è stato il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (Aix-en-Provence, 5 giugno 1656 – Parigi, 28 dicembre 1708) a usare questo vocabolo con valore di genere. L&#8217;epiteto specifico (<em>lucidum</em>) deriva dal latino e significa &#8220;lucido, chiaro o brillante e splendente&#8221; e fa riferimento alle foglie che hanno questa caratteristica. Il nome scientifico della specie è stato definito dal botanico e direttore dei Kew Gardens William Townsend Aiton (1766-1849) nella pubblicazione &#8220;Hortus Kewensis; or, a Catalogue of the Plants Cultivated in the Royal Botanic Garden at Kew. London. &#8211; 1: 19. 1810&#8221; del 1810.</p>
<p>Il ligustro era usato per intrecciare cesti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; pianta molto visitata dalle api, che ne raccolgono abbondante nettare, producendo un miele dal sapore simile a quello di trifoglio. Agirebbe favorevolmente sulla funzione fisiologica delle mucose svolgendo <strong>azione rigenerante degli epiteli</strong> genito-urinari, del cavo oro-faringeo, dell&#8217;apparato gastro-intestinale, delle vie respiratorie e vascolari.</p>
<p>Principi attivi: triterpenoidi glicosidi, mannitolo, olio grasso, olio essenziale.</p>
<p>Utilizzo: per uso interno, <strong>contro afte, angine, stomatiti, glossiti; sclerosi delle mucose gastro-intestinali, bronchiali e urinarie; artriti post-traumatiche</strong>.</p>
<p>Dopo l’ingestione dei frutti si manifestano infiammazioni gastroenteriche, accompagnate da vomito, diarrea, crampi e paralisi circolatoria anche mortale. Le foglie e la corteccia esercitano un’azione irritante sulla cute. In uso in passato nella medicina popolare per il trattamento di irritazioni alla gola; i frutti erano utilizzati per colorare il vino.</p>
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		<title>Frassino comune &#124; Fraxinus Excelsior</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/frassino-comune-fraxinus-excelsior/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2023 12:09:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[acido ascorbico]]></category>
		<category><![CDATA[acido ursolico]]></category>
		<category><![CDATA[benzochinone]]></category>
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		<category><![CDATA[Frassino da manna]]></category>
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		<category><![CDATA[tannini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Frassino maggiore o Frassino comune è una specie della famiglia delle Oleaceae, diffusa dall&#8217;Asia minore all&#8217;Europa. Il nome Fraxinus ha un origine incerta: secondo alcuni deriva dal latino “frango” che significa piegare in relazione all’elevata flessibilità del suo legno; secondo altri deriva invece dal greco “fraxis” che significa separazione, perché è una pianta che &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Frassino maggiore</strong> o <strong>Frassino comune</strong> è una specie della famiglia delle <em>Oleaceae</em>, diffusa dall&#8217;Asia minore all&#8217;Europa.</p>
<p>Il nome <em>Fraxinus</em> ha un origine incerta: secondo alcuni deriva dal latino “frango” che significa piegare in relazione all’elevata flessibilità del suo legno; secondo altri deriva invece dal greco “fraxis” che significa separazione, perché è una pianta che si piantava come segnale di confine di proprietà; il termine latino <em>Fraxinus</em> trae origine dal greco <em>Phràssein</em> che significa assiepare; il nome della specie <em>excelsior </em>è comparativo di maggioranza di <em>excelsus</em>, che significa alto, quindi <em>excelsior</em> significa &#8220;più alto&#8221;, con evidente riferimento alle varie specie di Frassini. Secondo il mito greco il Frassino era un albero in grado di attirare le saette; allora il nome potrebbe derivare da <em>fragor</em> che in latino significa rumore, fragore, questo perché in Grecia il Frassino era un albero dedicato a Poseidone, dio che controllava i terremoti e i fulmini.</p>
<p>E’ un albero eliofilo a foglia caduca dal portamento slanciato, ma maestoso negli esemplari isolati, in grado di raggiungere l’altezza di 40 metri; il tronco, che può superare il metro di diametro, è dritto e cilindrico; corteccia inizialmente liscia, di colore grigio verdastra e con macchie chiare, con l’età assume toni grigio-brunastri e fessurazioni longitudinali; i rami sono opposti, lisci e di colore verdastro chiaro; le gemme, evidenti e tomentose, sono opposte, di colore nerastro, con quella posta all’apice dei rami di dimensioni maggiori. Le foglie possono superare anche 25 cm di lunghezza; opposte, imparipennate, composte di (7) 9 ÷ 13 (15) foglioline di dimensioni fino a cm 12 x 2 ÷ 4, lanceolate, con apice acuto, sub sessili ma con la terminale picciolata; margine finemente seghettato, con nervature evidenti che si diramano verso il bordo; colore verde lucido nella pagina superiore, più chiaro e glabro in quella inferiore. I fiori compaiono prima delle foglie sui rami dell’anno precedente e si presentano come piccole pannocchie laterali, ascellari; fiori privi di corolla e calice, ermafroditi ma anche unisessuali: in questo caso quelli maschili sono composti di due soli stami, con antere porpora mentre quelli femminili sono muniti ovario bicarpellare ed assumono una colorazione più verdastra. I frutti sono samare lanceolato-lineari, ottuse, lunghe fino a 60 mm, peduncolate e riunite in grappoli; inizialmente di colore verde chiaro, poi giallastre, e rossicce alla maturazione, rimangono attaccate ai rami per tutto l’inverno e, per un complesso sistema di esigenze, soprattutto climatiche, possono germinare al secondo anno dalla maturazione (in genere 18 mesi). Il periodo di fioritura è legato alle condizioni ambientali, da Marzo a Maggio.</p>
<p>Le specie di questo gruppo hanno generalmente una crescita rapida, riuscendo a sopravvivere in condizioni ambientali difficili come zone inquinate, con salsedine o forti venti, resistendo bene anche alle basse o elevate temperature. In genere il loro habitat si trova nelle regioni temperate e subtropicali dell’emisfero settentrionale, ma anche tropicali come il Messico, Cuba, Giava e le Filippine. Le specie più diffuse in Italia sono il <strong><em>Fraxinus excelsior</em></strong> conosciuto col nome comune di <strong>Frassino maggiore</strong>; il <strong><em>Fraxinus ornus</em></strong> noto come <strong>Orno</strong> o <strong>Orniello</strong>, utilizzato per la produzione della manna e chiamato comunemente anche <strong>Frassino da manna</strong> o Albero della manna; <strong>Fraxinus angustifolia</strong> noto col nome di Frassino meridionale (<em>Fraxinus oxycarpa</em> Bieb. nella “Flora d’Italia”). Tutte e 3 le specie spontanee della flora italiana vivono sull’arco alpino.</p>
<p>Il <strong><em>Faxinus excelsior</em></strong> è un albero importante nella mitologia e nel folklore europei e, soprattutto nei paesi nordici; è stato sempre considerato un <strong>albero magico e sacro</strong>; molti sono i riferimenti alle leggende legate al dio Odino: si narra che lo stesso Odino (Igg) abbia acquisito i suoi poteri magici, dopo essersi impiccato ed aver trascorso un lungo tempo all’interno di un frassino; in Scandinavia questo albero viene chiamato Igg-drasil cioè cavallo di Odino.</p>
<p>Il nome inglese moderno, Ash, deriva dalla parola Anglo-Sassone “aesc”, che significa: lancia. Nell’alfabeto celtico <strong>Ash</strong> o “Nion” rappresenta la nostra, moderna, lettera N.</p>
<p>In Gran Bretagna l’antica saggezza popolare indica che, quando le gemme della Quercia si schiudono prima di quelle del Frassino, l’estate sarà secca e sarà invece umida se quelle del Frassino saranno le prime ad aprirsi.</p>
<p>La <strong>manna</strong> è la linfa estratta dalla corteccia opportunamente incisa. L’estrazione della manna si effettua in modo particolare sul <em>Fraxinus ornus</em> (orniello o frassino da manna). Vengono praticati delle piccole incisioni trasversali con gesti precisi, da cui sgorga lentamente un succo inizialmente di colore ceruleo e di sapore amaro (lagrima), che a contatto con l&#8217;aria rapidamente si schiarisce e assume un sapore dolce. Condensandosi, forma cannoli e stalattiti di colore bianco e profumati. La manna in media contiene il 40-60% di mannitolo. La manna viene utilizzata come dolcificante,</p>
<p>Molto utilizzato il <strong>legno di frassino</strong>. Si tratta di un legno di colore molto chiaro, quasi bianco, è compatto, resistente ed elastico e duttile: queste doti ne fanno un materiale particolarmente adatto per la produzione di compensati, pavimenti, mobili, timoni per imbarcazioni da diporto, manici per attrezzi e parti di strumenti musicali, attrezzi sportivi, quali racchette da tennis, sci, mazze da golf, ma anche slitte, utensili da cucina, carri, comprese ruote e raggi ed in tutti quei casi in cui robustezza ed elasticità siano richieste; all’aperto, tuttavia, questo legno si altera facilmente, quindi, non è consigliabile utilizzarlo, ad esempio, per gli infissi. Fino al &#8216;600 è stato, assieme al corniolo, uno dei legnami più impiegati nella produzione di lance, giavellotti e picche (oltre che alle ruote dei carri, sin dall&#8217;età del bronzo, quando il carro da guerra era uno <em>status symbol</em> militare), tanto che il frassino venne legato sovente a divinità pagane della guerra, fraternità di guerrieri o società di carattere militare.</p>
<p>E’ un apprezzato combustibile per il suo elevato potere calorifico. Il legno di questa specie arde molto bene anche se piuttosto fresco perché contiene una sostanza molto infiammabile.</p>
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<p>Noto già nell’antica Grecia, dove i medici Ippocrate e Teofrasto lo raccomandavano come <strong>pianta diuretica</strong>; Dioscoride invece descrive il Frassino come pianta da usare contro il morso dei serpenti. Di questa proprietà, non è presente alcun dato scientifico che ne dimostra l’efficacia, ma tuttavia è un’indicazione che viene riportata anche all’interno della farmacopea Callawaya-Bolivia.</p>
<p>La droga della pianta è costituita principalmente dalle foglie adulte e dalla corteccia di giovani rami; in passato venivano utilizzati anche i semi, a cui venivano attribuite proprietà analoghe a quelle delle foglie.</p>
<p><strong>Costituenti chimici</strong> sono: <strong>acido ursolico</strong>, <strong>benzochinone</strong>, <strong>mannitolo</strong>, <strong>tannini</strong>, <strong>fenoli</strong>, <strong>cumarine</strong>, <strong>flavonoidi</strong>, <strong>acido ascorbico</strong>, <strong>iridoidi</strong>, <strong>siringoside</strong>.</p>
<p>Anticamente i frutti venivano messi in conserva di sale ed aceto per essere usati come condimento; questa preparazione è ancora in uso in Siberia.</p>
<p>Dalle foglie si può ricavare un <strong>succedaneo del té.</strong></p>
<p><strong>In fitoterapia</strong> i preparati di Frassino vengono utilizzati per le loro <strong>proprietà antinfiammatorie, analgesiche ed antiflogistiche</strong>: l’azione antinfiammatoria sembra possedere una specifica efficacia sulla parete colecistica, per cui viene suggerito in particolare l’uso nelle colecistiti croniche.</p>
<p>Oltre a queste indicazioni, al Frassino sono riconosciute <strong>attività diuretica e uricosurica</strong>: quindi viene indicato in casi di artrosi, iperuricemia, gotta, ipercolesterolemia, ritenzione idrica, cellulite; le parti utilizzate sono le foglie e la corteccia di rami giovani.</p>
<p>Per uso esterno si può utilizzare un infuso di foglie per fare impacchi in caso di <strong>dolori articolari e disturbi reumatici</strong> o come tonificante sulla pelle e rinfrescante per la pelle irritata. Dal 1996, per decisione della Commissione Europea, è entrato nell&#8217;inventario degli ingredienti comunemente utilizzati come tonici nei prodotti cosmetici.</p>
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