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	<title>disbiosi Archivi - amaperbene.it</title>
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		<title>Gli acidi grassi a corta catena</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/gli-acidi-grassi-a-corta-catena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 16:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
		<category><![CDATA[acetato]]></category>
		<category><![CDATA[acidi grassi a catena corta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli acidi grassi a catena corta o SCFA, dall&#8217;inglese Short Chain Fatty Acids, sono una classe di acidi grassi saturi con una catena alifatica composta da meno di 6 atomi di carbonio. Comprendono: acido acetico, acido propionico, acido isobutirrico, acido butirrico, acido isovalerico, acido valerico, acido caproico, acido lattico ed acido succinico. Gli acidi grassi, &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli acidi grassi a catena corta o SCFA, dall&#8217;inglese Short Chain Fatty Acids, sono una classe di acidi grassi saturi con una catena alifatica composta da meno di 6 atomi di carbonio. Comprendono: <strong>acido acetico, acido propionico, acido isobutirrico, acido butirrico, acido isovalerico, acido valerico, acido caproico, acido lattico ed acido succinico</strong>.</p>
<p>Gli acidi grassi, componenti fondamentali dei lipidi, sono molecole costituite da una catena di atomi di carbonio, denominata catena alifatica, con un solo gruppo carbossilico (-COOH) ad una estremità. La catena alifatica che li costituisce è tendenzialmente lineare e solo in rari casi si presenta in forma ramificata o ciclica. La lunghezza di questa catena è estremamente importante, in quanto influenza le caratteristiche fisico-chimiche dell&#8217;acido grasso: mano a mano che si allunga, la solubilità in acqua diminuisce ed aumenta, di riflesso, il punto di fusione.</p>
<p>Gli acidi grassi a catena corta vengono prodotti solo da alcune specie di batteri del microbiota, fra cui principalmente i Bifidobatteri, e sono il risultato del loro processo di “metabolizzazione”, ovvero demolizione chimica delle fibre che arrivano nell’intestino crasso ancora non digerite. In minima parte butirrato, propionato e acetato sono anche il risultato della fermentazione di proteine, anche se essa porta anche a generare sostanze tossiche, fra cui l’ammoniaca.</p>
<p>Gli acidi grassi a corta catena, così come quelli a <strong>catena media</strong> (<strong>MCFA</strong> o MCT), vengono assorbiti come tali a livello intestinale e veicolati direttamente al fegato tramite la vena porta (sono infatti solubili in acqua), al contrario degli <strong>acidi grassi a catena lunga</strong> (<strong>LCFA</strong>), che sono inglobati in particelle lipoproteiche sotto forma di trigliceridi, insieme a vitamine liposolubili e colesterolo; tali particelle, chiamate <strong>chilomicroni</strong>, non entrano direttamente nel circolo sanguigno ma vengono assorbite dai capillari linfatici e solo in un secondo momento raggiungono il circolo sanguigno a livello delle vene succlavie.</p>
<p>Contrariamente agli altri acidi grassi superiori, gli SCFA non sono in grado di formare i gliceridi (mono, di e trigliceridi), composti da acidi grassi e glicerolo, o altre esterificazioni.</p>
<p><strong>Le fonti alimentari di acidi grassi a corta catena sono limitate</strong>; essi vengono <strong>prodotti prevalentemente dalla fermentazione delle fibre alimentari solubile (in particolare amido resistente, pectina, frutto-oligosaccaridi) e di altri carboidrati non digeriti, ad opera dai batteri del colon</strong>. Tale fermentazione porta alla sintesi di acetato, butirrato, propionato, idrogeno (H) ed anidride carbonica (CO<sub>2</sub>); altri SCFA sono prodotti in quantità inferiori. <strong>Il butirrato</strong>, in particolare, assieme alla glutammina,<strong> rappresenta la maggiore fonte energetica per il colon</strong>, tanto che la sua carenza determina atrofia della mucosa. Si rivelano molto utili anche per il flusso ematico del colon, ed una loro carenza porta ad una sua parziale atrofia. Lo stesso, inoltre, potrebbe avere <strong>effetti positivi nella prevenzione del cancro al colon</strong> (<em>in vitro</em>, ha dimostrato la capacità di inibire la proliferazione di cellule cancerogene ma anche di stimolarne la differenziazione). Quel che è certo è che <strong>una dieta ricca di fibre si è dimostrata particolarmente utile per prevenire diversi tipi di cancro, in modo particolare al colon e alla mammella</strong>. Ciò è almeno in parte dovuto al fatto che &#8211; rappresentando il substrato per la sintesi di acidi grassi a corta catena &#8211; la fibra stimola la proliferazione della flora batterica simbionte a discapito dei batteri patogeni e dei loro metaboliti tossici (acidifica l&#8217;ambiente intestinale inibendo, tra l&#8217;altro, anche le specie batteriche ad azione proteolitica putrefattiva); da non sottovalutare, inoltre, <strong>il ruolo antinfiammatorio</strong> degli acidi grassi a corta catena.</p>
<p>Il <strong>propionato</strong> e l&#8217;<strong>acetato</strong> vengono facilmente assorbiti dalla mucosa colica ed entrano nel circolo sanguigno dove sono captati dal fegato (propionato) ed utilizzati come fonte energetica ausiliaria dai muscoli (acetato). Si stima che il contributo calorico di questi acidi grassi alla copertura del fabbisogno energetico sia pari al 10% circa; tale quota, estremamente variabile, dipende soprattutto dalla composizione della dieta e della flora microbica enterica, nonché dai tempi di transito intestinale.</p>
<p>Gli acidi grassi a catena corta hanno la funzione di<strong> mantenere integra e funzionante la barriera intestinale e di attivare in questo modo il meccanismo di regolazione dell’infiammazione, riducendola</strong>. Sono, inoltre, in grado di dialogare con il sistema immunitario situato nell’intestino e con il sistema nervoso enterico, poi collegato con il cervello, attraverso una serie di segnali chimici e neurochimici.</p>
<p>Interagendo con vari tipi di cellule, butirrato, propionato e acetato:</p>
<ul>
<li>forniscono energia a tutto l’organismo;</li>
<li>riducono l’infiammazione intestinale;</li>
<li>riducono la produzione di insulina;</li>
<li>agiscono sulla regolazione dell’appetito e del sonno.</li>
</ul>
<p>Pertanto, acetato, propionato, butirrato sono importanti per combattere la disbiosi e l’infiammazione cronica correlata, e quindi preservare l’equilibrio del microbiota a beneficio di tutto l’organismo; introdurre allora almeno 25-30 g di fibre al giorno serve dunque ad alimentare i batteri buoni e a far produrre loro queste molecole che vengono prodotte in funzione del tempo di transito fecale e della quantità di fibre presenti nell’intestino e rappresentano la principale fonte di energia delle cellule di tutto l’organismo.</p>
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		<title>Il microbiota intestinale</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/il-microbiota-intestinale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Sep 2023 16:31:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[disbiosi]]></category>
		<category><![CDATA[microbioma]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota intestinale]]></category>
		<category><![CDATA[nervo vago]]></category>
		<category><![CDATA[PNEI]]></category>
		<category><![CDATA[rifaximina]]></category>
		<category><![CDATA[serotonina]]></category>
		<category><![CDATA[sistema nervoso autonomo]]></category>
		<category><![CDATA[sistema nervoso enterico]]></category>
		<category><![CDATA[SNE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il microbiota intestinale (termine che ha via via sostituito quello di “flora intestinale”) è l&#8217;insieme dei microrganismi, prevalentemente batteri, ma anche funghi e virus, che convivono e interagiscono con l&#8217;organismo umano senza danneggiarlo, ma stabilendo una simbiosi mutualistica. Il termine microbioma indica invece la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest&#8217;ultimo &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>microbiota intestinale</strong> (termine che ha via via sostituito quello di “flora intestinale”) è <strong>l&#8217;insieme dei microrganismi</strong>, prevalentemente batteri, ma anche funghi e virus, <strong>che convivono e interagiscono con l&#8217;organismo umano</strong> senza danneggiarlo, ma stabilendo una simbiosi mutualistica.</p>
<p>Il termine <strong>microbioma</strong> indica invece la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest&#8217;ultimo è in grado di esprimere.</p>
<p>Il <strong>sistema nervoso enterico</strong> (SNE)</p>
<p>Cervello e intestino sono strettamente correlati; di più parlano lo stesso linguaggio e usano gli stessi mediatori per originare delle reazioni e ottenere risposte agli stimoli.</p>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/10/microbiota-da-sapere.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-28358" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/10/microbiota-da-sapere-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/10/microbiota-da-sapere-211x300.jpg 211w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/10/microbiota-da-sapere.jpg 578w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a>L’apparato gastrointestinale è un organo decisamente complesso: affinché la digestione e l’assorbimento dei cibi possano aver luogo si devono verificare una serie di eventi, a partire dalla masticazione nella bocca fino all’espulsione degli scarti con le feci. Nel mezzo, ad orchestrare il tutto, vi è il <strong>sistema nervoso enterico</strong> (SNE) che regola e coordina tutte le funzioni che si susseguono. Il sistema nervoso enterico è la più grande e complessa delle tre componenti del sistema nervoso autonomo dell’essere umano; le altre due sono il sistema simpatico e il parasimpatico: i tre sistemi, insieme, sono deputati al controllo del funzionamento dei muscoli degli organi interni, come, per esempio, dei muscoli del cuore e aiutano il corpo a riposare, rilassarsi, digerire il &#8220;cibocervello&#8221; e a reagire a situazioni di emergenza con il classico comportamento di “attacco o fuga”.</p>
<p>Questo sistema nell’uomo è composto da oltre 100 milioni di neuroni (una quantità addirittura superiore a quella dei neuroni presenti nella spina dorsale) che, dal nostro intestino, innervano l’intero tratto gastrointestinale.</p>
<p>Il ruolo della rete organizzata dai neuroni enterici è:</p>
<ul>
<li>contribuire alla motilità gastrointestinale, coordinando i muscoli lisci di stomaco e intestino;</li>
<li>assorbire i nutrienti;</li>
<li>produrre gli acidi gastrici;</li>
<li>sovraintendere e coordinare le diverse funzioni digestive.</li>
</ul>
<p>Se per il controllo di tutte queste funzioni intestinali fosse necessario il pensiero cosciente, in realtà, ci rimarrebbe ben poco tempo per fare altro nella vita, ma <strong>l’evoluzione ha dotato il nostro “secondo cervello” della capacità di gestire il tratto gastrointestinale in autonomia senza il controllo del sistema nervoso centrale</strong>.</p>
<p><strong>L&#8217;asse microbiota &#8211; intestino &#8211; cervello</strong></p>
<p>Quindi, nonostante il sistema nervoso enterico sia in grado di funzionare, per quanto riguarda le funzioni digestive di base, anche senza ricevere segnali dal cervello, <strong>normalmente cervello e intestino lavorano insieme, attraverso un fitto scambio di comunicazioni bi-direzionali lungo l’asse intestino-cervello</strong>.</p>
<p>In questo flusso di comunicazioni svolge un ruolo importante il <strong>microbiota intestinale</strong>, cioè <strong>gli oltre 100 trilioni di microorganismi che vivono nell’intestino e con i quali abbiamo instaurato una relazione simbiotica. Il microbiota intestinale regola l’equilibrio intestinale ed extra-intestinale</strong>.</p>
<p>Inoltre, sempre più prove scientifiche sottolineano il ruolo del microbiota, oltre che nelle infiammazioni croniche dell’intestino, in disturbi neuropsichiatrici, nell’obesità, nel morbo di Parkinson.</p>
<p>L&#8217;idea che l&#8217;intestino influenzi il cervello, e di conseguenza anche il comportamento, è ampiamente riconosciuta e condivisa. Appare ormai sempre più evidente che i microbi dell&#8217;intestino contribuiscono a plasmare il normale sviluppo neurale, la biochimica del cervello e il comportamento. In altri termini, il microbiota intestinale rappresenta l’elemento nodale nella comunicazione tra l&#8217;intestino e il cervello. Tutto ciò ha portato anche alla creazione di una nuova disciplina: la<strong> psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI)</strong>, che si occupa di studiare le connessioni tra detti sistemi. Questi grandi sistemi di regolazione biologica scambiano informazioni tra loro e vengono influenzati dagli stati psicologici.</p>
<p>In effetti, il microbiota pare possa mediare la comunicazione tra intestino e cervello attraverso diverse vie di comunicazione che includono il sistema endocrino, immunitario, metabolico (tramite la produzione di neurotrasmettitori come la serotonina) oppure con il coinvolgimento del sistema nervoso autonomo e del nervo vago nello specifico. <strong>Interlocutori di primo piano nella comunicazione intestino-cervello sono: il nervo vago e la serotonina</strong>.</p>
<p>Il nervo vago, il decimo delle dodici paia di nervi cranici che consentono al sistema nervoso centrale di comunicare con gli organi periferici dell’organismo, è il principale componente del sistema nervoso parasimpatico. Il microbiota può attivare le comunicazioni dall’intestino al cervello utilizzando questo canale. <strong>Il nervo vago è in grado di recepire le molecole prodotte dai batteri e di trasferirle al sistema nervoso centrale per aiutarlo a produrre una risposta che, se inappropriata, può portare alla manifestazione di diversi disturbi del tratto gastrointestinale</strong>.</p>
<p>Fattori stressanti possono inibire l’attività del nervo vago e avere conseguenze sul sistema digerente e sulla composizione del microbiota. Un tono vagale basso è stato osservato in pazienti affetti da sindrome del colon irritabile e nelle malattie infiammatorie croniche intestinali.</p>
<p>Alla comunicazione lungo l’asse partecipa anche la <strong>serotonina</strong>, un neurotrasmettitore prodotto per il 95% dal SNE e presente anche nel sistema nervoso centrale. <strong>Nell&#8217;intestino questa molecola è coinvolta nella regolazione della secrezione e della motilità gastrointestinali e nella percezione del dolore, mentre nel sistema nervoso centrale è implicata nella regolazione del tono dell’umore</strong>. Disfunzioni a livello del sistema che regola la quantità di serotina in circolo, possono portare a problemi del tratto gastrointestinale e a disturbi dell’umore.</p>
<p>Il microbiota può regolare la sintesi nell&#8217;intestino di questo neurotrasmettitore; questa comunità batterica potrebbe avere un ruolo importante nella disponibilità e nel metabolismo del triptofano, un amminoacido da assumere con la dieta e precursore della serotonina.</p>
<p><strong>Caratteristiche del microbiota umano </strong></p>
<p>Il microbiota gastrointestinale umano è caratterizzato da</p>
<ol>
<li><strong>Diversità individuale</strong> in relazione a:</li>
</ol>
<ul>
<li>Profilo genetico dell’ospite</li>
<li>Età</li>
<li>Stato di salute</li>
<li>Esposizione ambientale</li>
<li>Dieta</li>
<li>Esposizione ad agenti chimici/farmaci</li>
<li>Stili di vita</li>
</ul>
<ol start="2">
<li><strong>Stabilità </strong></li>
</ol>
<ul>
<li>Il microbiota possiede uno stato di equilibrio rappresentato da un nucleo di microrganismi (cuore del microbiota) che malgrado i cambiamenti temporali dei singoli microrganismi gli permette di mantenere l’importante ruolo di protezione immune, di produzione ed assimilazione dei nutrienti.</li>
</ul>
<ol start="3">
<li><strong>Capacità di recupero</strong> (Resilience)</li>
</ol>
<p>–    Il microbiota alterato da vari fattori di disturbo ha la capacità di recuperare il proprio stato di equilibrio nel tempo o un nuovo stato mantenendo le proprie funzioni.</p>
<p>Un ruolo cruciale nella composizione e distribuzione del microbiota intestinale è svolto dal tipo di dieta seguito.</p>
<p>Una <strong>dieta ricca in carboidrati non glicemici</strong> (le cosidette “fibre alimentari<strong>”) facilita la presenza di Bifidobatteri e Lattobacilli, mentre un’alimentazione ricca di grassi e carne aumenta la presenza dei batteri putrefattori</strong> che possono portare alla formazione di sostanze cancerogene. Numerose ricerche, infatti, hanno dimostrato l’associazione tra la prevalenza di alcuni batteri e BMI, DM2 e obesità, proprio perché il microbiota può aumentare l’estrazione energetica dal cibo, modificare le vie metaboliche dell’ospite, provocare un’infiammazione cronica di basso grado, aumentare l’insulino-resistenza, influenzare la secrezione di ormoni intestinali (<strong>incretine</strong>), e la motilità intestinale.</p>
<p>Una <strong>dieta iperlipidica</strong> e povera in fibre cambia il microbiota in modo complesso e specificamente <strong>riduce i Bifidobatteri, promuove endotossiemia metabolica e provoca lo sviluppo di disordini metabolici</strong> tramite un meccanismo dipendente CD14/TLR4. La riduzione dei Bifidobatteri è associata a un più alto livello plasmatico di LPS (endotoxemia metabolica), alla secrezione di citochine proinfiammatorie LPS-dipendenti.</p>
<p>Inoltre dieta iperlipidica e LPS promuovono uno <strong>stato infiammatorio di basso grado e disordini metabolici</strong> indotti (insulino-resistenza, diabete, obesità, steatosi, infiltrazione macrofagica del tessuto adiposo).</p>
<p>Uno studio su oltre 23 mila persone ha dimostrato che chi mangia abitualmente una minore quantità di fibre risulta essere più colpito da obesità, sindrome metabolica, infiammazione generalizzata. Anche i grassi alimentari influenzano quantità e tipo di microbiota, soprattutto gli omega 3 con effetto protettivo. Sono stati identificati prebiotici (fruttoligosaccaridi e galattooligosaccaridi), capaci di stimolare mediante popolazioni saccarolitiche la produzione di SCFA (propionato e butirrato) che hanno molteplici ruoli in obesità, DM2 e patologie infiammatorie intestinali. <strong>L’apporto di probiotici, in particolare <em>Akkermansia muciniphila</em>, può ridurre obesità e diabete di tipo 2.</strong></p>
<p>Un maggior consumo, infine, di latticini ipolipidici, soprattutto yogurt, è associato con un ridotto rischio di sviluppo di DM2.</p>
<p><strong>Cambiare tipo di alimentazione modifica velocemente, molto più velocemente del previsto, la flora batterica intestinale, in entrambi i sensi. </strong></p>
<p>Le ormai rare popolazioni di cacciatori-raccoglitori, come gli Hadza (gruppo etnico della Tanzania che vive attorno al lago Eyasi. La popolazione raggiunge quasi le mille persone; 300-400 vivono come cacciatori-raccoglitori), hanno una flora intestinale differente da quella delle popolazioni occidentali: è più varia, differisce fra uomini e donne, e contiene batteri in grado di demolire fibre indigeribili ed è carente di ceppi solitamente considerati anti-obesità, in relazione alle loro condizioni di vita.</p>
<p>Il trapianto di feci compatibili geneticamente da soggetti magri a soggetti obesi rappresenta una nuova possibilità terapeutica nell’obesità resistente alle comuni terapie.</p>
<p><strong>Funzioni del microbiota</strong></p>
<ol>
<li><strong>rappresenta la nostra prima fonte di difesa </strong>(barriera)<strong> verso gli attacchi esterni</strong>: i microrganismi “buoni” presenti nell’intestino combattono quelli “cattivi” che arrivano dall’esterno attraverso la produzione di antibiotici naturali, la competizione con i nutrienti e per gli spazi, l’amensalismo, l’adesione delle cellule epiteliali intestinali, etc., o altri meccanismi d’azione (“crowiding out” o «effetto di spiazzamento»; elaborazione e la secrezione di peptidi antimicrobici; azioni favorenti l’integrità dell’epitelio intestinale; anticorpi IgA, etc.);</li>
<li><strong>regola il nostro sistema immunitario</strong>, “insegnandogli” a modulare la risposta immunitaria mantenendo l’omeostasi e la natura mutualistica con la comunità di microbi residenti nel nostro organismo; in sostanza fa sì che il nostro sistema di difesa reagisca in modo consono all’attacco ricevuto. Vi sono oggi pochi dubbi sul fatto che il sistema immunitario dell’uomo dipenda strettamente dalle istruzioni che riceve continuamente dal suo microbiota: se questa comunità di simbionti perde in ricchezza e diversità, e va incontro a quel processo che viene definito “disbiosi”, il sistema immunitario dell’ospite inizia a perdere di efficacia e precisione al punto da reagire in maniera incongrua, per eccesso, per difetto, o talora contro l’oggetto sbagliato (come avviene nelle malattie autoimmuni).</li>
<li><strong>regola il metabolismo</strong>, per cui svolge un ruolo essenziale nel nostro normotipo (ovvero sul peso dell’organismo) grazie a digestione di polisaccaridi complessi con produzione di acidi grassi a catena corta, sintesi di vitamine e aminoacidi, regolazione dell’insulino-resistenza, metabolismo del colesterolo, detossicazione di xenobiotici (cioè di sostanze sintetiche o naturali estranee al nostro organismo)</li>
<li>svolge una <strong>funzione neuroendocrina</strong>, con influenza su motilità, modalità sensorie e secretive del tratto gastrointestinale. Non a caso le cellule dell’intestino producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere.</li>
<li><strong>produce</strong> <strong>sostanze importantissime</strong>, come gli acidi grassi a catena corta che proteggono le nostre pareti intestinali dall’infiammazione e vitamine del gruppo B e la vitamina K</li>
<li>esercita una funzione farmaco-micro-biomica, con un ruolo nella biodisponibilità, efficacia e tossicità di farmaci assunti.</li>
</ol>
<p><strong>Le alterazioni del microbiota</strong></p>
<p><strong>Un microbiota sano è un requisito essenziale per un organismo sano</strong>. Si parla di <strong>eubiosi</strong> microbiotica quando tra microbiota e organismo umano esiste una condizione di equilibrio che porta all’esecuzione di funzioni complesse con vantaggio reciproco. Si parla, invece, di <strong>disbiosi</strong> microbiotica quando esiste una condizione di squilibrio numerico e qualitativo del microbiota per cui si altera la barriera intestinale, viene meno la sintesi di molecole utili e microrganismi patogeni presenti metabolizzano composti dannosi all’organismo. Si determinano, così, una <strong>endotossiemia</strong>, cioè una traslocazione batterica o di componenti batterici, e una <strong>infiammazione cronica sistemica di basso grado</strong> con aumento in circolo di sostanze proinfiammatorie.</p>
<p>Un cambiamento nella popolazione microbica con prevalenza delle specie potenzialmente dannose è alla base della disbiosi e può determinare l’insorgere di varie patologie: diarrea, malattie infiammatorie croniche IBD, obesità, diabete, neoplasie Il ripristino di un equilibrio con l’introduzione di probiotici, prebiotici e simbiotici sembra in grado di prevenire e curare molte di tali manifestazioni patologiche.</p>
<table width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>Negli individui sani, la composizione del microbiota intestinale è estremamente diversificata, con i ceppi batterici protettivi in quantità superiori rispetto a quelli potenzialmente dannosi. Questa composizione assicura una divisione efficiente e benefica delle attività che si svolgono nell’intestino. La perdita di questa diversificazione, o una restrizione della diversità, unita alla comparsa di squilibri tra le proporzioni dei ceppi batterici, può avere gravi conseguenze. Questa perdita di equilibrio, chiamata <strong>disbiosi</strong>, è associata a una vasta gamma di disturbi. Tra questi, diarrea, sindrome del colon irritabile (IBS) o malattia infiammatoria dell’intestino (IBD), tumore del colon retto e anche alcune patologie epatiche e allergie, nonché malattie collegate all’alimentazione come sindrome metabolica, obesità, diabete di tipo 2 o celiachia. Le composizioni alterate del microbiota intestinale hanno effetti anche sul sistema nervoso centrale, perché intestino e cervello sono connessi da una moltitudine di pathway di comunicazione utilizzati da trasmettitori e metaboliti batterici. Non sorprende, quindi, che persino disturbi mentali e dello sviluppo neurologico come la depressione, l’ansia e l’autismo possano essere collegati alla disbiosi del microbiota intestinale. Una riduzione della diversificazione microbica nell’intestino è accompagnata dall’instabilità dell’ecosistema formato da questi micro-organismi interagenti: una composizione disbiotica del microbiota cambia molto più di frequente di una composizione sana e la sua resilienza si indebolisce, il che significa una capacità di recupero notevolmente rallentata o persino insufficiente dopo una diarrea o l’assunzione di farmaci antibiotici.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Una condizione di <strong>disbiosi intestinale</strong> può essere determinata da:</p>
<ul>
<li>l’<strong>utilizzo di farmaci</strong>: rappresenta sicuramente la prima causa; gli antibiotici non uccidono solo i batteri cattivi, ma anche buona parte dei batteri buoni creando un grandissimo scompenso nel nostro microbiota; agenti come gli anti-infiammatori steroidei possono uccidere i batteri buoni e promuovere lo sviluppo di batteri patogeni</li>
<li>il <strong>tipo di alimentazione</strong>: è questa un’altra causa primaria; in effetti è ormai dimostrato che l’alimentazione influisce sulla composizione del nostro microbiota. Un’alimentazione ricca di prodotti raffinati (farina bianca in primis), zucchero bianco e di oli vegetali ricchi di omega 6 (olio di girasole, arachidi, cartamo, soia ecc. contenuti nei prodotti da forno preconfezionati) riduce la quantità di batteri buoni, favorendo il proliferare di specie patogene (batteri cattivi). Un’alimentazione ricca di proteine stimola, invece, la produzione di sostanze infiammatorie a livello intestinale. Un’alimentazione vegetariana e ricca di carboidrati complessi è verosimilmente quella più gradita al nostro microbiota;</li>
<li>episodi di <strong>diarrea</strong> (v. anche abuso di lassativi) che portano via un sacco di batteri del nostro microbiota;</li>
<li><strong>malnutrizione</strong>, spesso auto-indotta come nei casi dei disturbi dell’alimentazione: i batteri hanno bisogno di cibo e un’alimentazione povera di calorie induce la diminuzione di alcune specie di batteri “buoni”;</li>
<li>il <strong>mangiare troppo</strong>: quando si mangia troppo, più di quanto il nostro apparato digerente non sia in grado di digerire, tutto ciò che non viene digerito in modo efficiente diventa cibo per i batteri cattivi che iniziano a proliferare felicemente;</li>
<li>il <strong>consumo di alcol, droghe, tabacco</strong> così come l’inquinamento contrastano la crescita di batteri buoni;</li>
<li>altre cause, fra cui patologie come malattie epatiche, pancreatiche, delle vie biliari o gastriche come l’ipo/acloridria; intolleranze alimentari (celiachia e intolleranza al lattosio); parassitosi intestinali; malattia diverticolare; cause neurogene (stati di ansia, alterazione del ritmo sonno-veglia); alterazioni anatomiche intestinali (come by pass, resezioni intestinali); infine l’utilizzo di acqua del rubinetto contenente un eccesso di cloro.</li>
</ul>
<p>Grazie a innovative tecniche di sequenziamento del DNA microbiotico è oggi possibile ottenere una descrizione dettagliata della composizione del microbiota intestinale per analizzare il grado di efficienza metabolica e intervenire. L’analisi si effettua raccogliendo un campione fecale. Conoscere la composizione e lo stato del microbiota consente di preservarne l’equilibrio o correggere eventuali condizioni di squilibrio.</p>
<p>Pertanto, <strong>è molto importante</strong> <strong>tenere in equilibrio il microbiota attraverso azioni quali</strong>:</p>
<ul>
<li>Prediligere un’alimentazione basata su prodotti integrali e naturali</li>
<li>Consumare tante verdure, soprattutto a foglia verde (meglio se cotte per facilitarne la digestione), cereali integrali e legumi</li>
<li>Evitare tutti i prodotti raffinati e preconfezionati contenenti farina bianca, zucchero bianco, oli e margarine vegetali (biscotti, crackers, torte, merendine, patatine, salatini, caramelle, bevande gassate ecc.)</li>
<li>Evitare il consumo di alcol, tabacco e droghe</li>
<li>Bere acqua senza cloro (filtrata con opportune brocche o in bottiglie di vetro)</li>
<li>Ridurre il ricorso a farmaci se non strettamente necessari</li>
<li>Ridurre le condizioni di stress</li>
<li>Avvalersi di probiotici e psicobiotici per ripopolare la flora batterica</li>
</ul>
<p><strong>Microrganismi “buoni” e “cattivi”</strong></p>
<p>L’intestino è un organo dell’apparato digerente che svolge un compito importantissimo per il nostro organismo: attraverso la digestione degli alimenti ed il loro assorbimento fornisce i nutrimenti necessari al corpo e si libera dei materiali di scarto e delle tossine.</p>
<p><strong>Alcuni ceppi batterici del microbiota svolgono funzioni benefiche</strong>, ma plasmare la flora intestinale modificando l’alimentazione risulta ancora complesso. Innanzitutto, <strong>i ceppi indigeni ostacolano la colonizzazione dell’intestino da parte di nuovi microbi, tra cui quelli patogeni</strong>; poi, alcuni batteri sintetizzano sostanze utili (per esempio vitamina K) e digeriscono molecole complesse, producendo nuove molecole che possono essere utilizzate dal nostro organismo. Nell’intestino umano risiedono circa 400 tipologie differenti di batteri, prevalentemente bifido batteri (nel colon) e lattobacilli (nell’intestino tenue). Oltre alla flora batterica, troviamo miceti, virus e clostridi che, generalmente, non rivestono un ruolo patogeno. In condizioni normali la flora batterica è in perfetto equilibrio, anzi <strong>simbiosi</strong>, con l’organismo umano che fornisce ai batteri materiale indigerito per il loro sostentamento: si parla di sostanze prebiotiche. Queste sostanze stimolano la crescita e l’attività dei batteri probiotici, inducendo effetti positivi per la salute umana. I principali prebiotici sono i FOS (frutto-oligosaccaridi), le inuline, il lattitolo, il lattulosio, alcuni oligosaccaridi, le pirodestrine.</p>
<p><strong>Gli acidi grassi a catena corta prodotti dai batteri intestinali, specialmente l’acido butirrico, sono utili a mantenere in salute l’intestino, proteggendolo dalle infiammazioni e dall’insorgenza di tumori</strong>. Inoltre, <strong>il microbiota mantiene in «allenamento» il sistema immunitario</strong>. Un microbiota ricco di batteri capaci di digerire e fermentare i flavonoidi contenuti nella frutta e nella verdura promuove la produzione di sostanze che hanno effetti protettivi sulla salute cardiovascolare.</p>
<p><strong>Cibi ricchi di acidi grassi saturi e alimenti molto calorici stimolano invece la proliferazione di ceppi di batteri che promuovono l’infiammazione</strong>. Alcune sostanze prodotte dal microbiota intestinale sembrano coinvolte nella regolazione dell’appetito e nell’aumento di peso. Se la dieta è povera di fibra, diminuisce la popolazione dei <em>Bacterioides</em>, aumenta quella dei <em>Firmicutes</em> e diversi studi suggeriscono che <strong>il rapporto tra <em>Bacterioides</em> e <em>Firmicutes</em> sia un fattore importante per l’obesità</strong>. In generale<strong>, è preferibile un’alta diversità del microbiota</strong>, cioè la presenza di molti ceppi microbici diversi.</p>
<p>Teoricamente, arricchendo il microbiota intestinale di batteri «buoni» a scapito dei batteri «cattivi», si dovrebbe promuovere un buono stato di salute. Tuttavia, <strong>non può esistere un microbiota ideale uguale per tutti</strong>: i geni e le caratteristiche individuali hanno un ruolo determinante.</p>
<p>Studi sull’uso dei prebiotici (sostanze che promuovono la crescita dei batteri «buoni», come per esempio l’inulina) hanno mostrato che <strong>la risposta è personale e dipende dalla composizione iniziale del microbiota intestinale</strong>. L’industria dei probiotici è in fiorente attività, eppure i dati sull’efficacia dei probiotici in condizioni patologiche non sono consistenti tra loro, a indicare che non si tratta di un tipo di intervento generalizzabile. <strong>Plasmare il microbiota solo modificando l’alimentazione appare ancora molto complicato.</strong></p>
<p>Mettendo insieme le nuove conoscenze di nutrigenetica, nutrigenomica e metagenomica si potrebbero però elaborare interventi individuali: la <strong>nutrizione personalizzata dovrà quindi tenere conto anche del tipo di microbiota della persona interessata</strong>.</p>
<p><strong>È importante assumere alimenti ricchi di prebiotici che favoriscono la proliferazione dei batteri buoni nell&#8217;intestino come i bifidobatteri</strong>, <strong>quindi fibre e carboidrati complessi che si trovano nei cereali integrali, nella verdura e nella frutta. È importante assumere anche alimenti fermentati come lo yogurt e il kefir.</strong></p>
<p>Non tutti i probiotici sono uguali, e favorirne la varietà nell&#8217;alimentazione è importante per aiutare a mantenere il microbiota in equilibrio. I <strong>probiotici</strong> si trovano in yogurt, in cibi fermentati (kefir, tempeh, crauti) e in tutti i cibi ricchi di fibre come le verdure e la frutta.</p>
<p><strong>Alimenti che fanno bene al microbiota</strong> sono: orzo, miglio, farro, lenticchie, fagioli e piselli sono tutti fornitori di fibre e beta-glucani, importantissimi per il sostentamento del microbiota.</p>
<p>La <strong>rifaximina</strong>, principio attivo del NORMIX ® è un antibiotico appartenente alla famiglia delle rifamicine, particolarmente indicato nel trattamento delle infezioni microbiche intestinali, visto il suo scarso assorbimento sistemico, stimato al massimo intorno all&#8217;1%.</p>
<p>La possibilità di utilizzare l’<strong>analisi del microbiota</strong>, ovvero la composizione del microbiota intestinale, per prevedere, diagnosticare, seguire l’andamento di malattie metaboliche come obesità, resistenza insulinica o diabete di tipo due (T2D), da aggiungere ai convenzionali e validati, “classici” biomarcatori, richiede molta cautela anche da parte di personale esperto e qualificato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/il-microbiota-intestinale/">Il microbiota intestinale</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
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		<title>Intestino, microbiota e infiammazione cronica di basso grado</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/intestino-microbiota-e-infiammazione-cronica-di-basso-grado/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 17:01:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[citochine anti-infiammatorie]]></category>
		<category><![CDATA[citochine pro-infiammatorie]]></category>
		<category><![CDATA[disbiosi]]></category>
		<category><![CDATA[infiammazione cronica di basso grado]]></category>
		<category><![CDATA[infiammazione di tipo acuto]]></category>
		<category><![CDATA[Intestino]]></category>
		<category><![CDATA[microbioma]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza all’insulina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intestino è la parte dell’apparato digerente compresa tra lo stomaco e l’orifizio anale che, con i suoi 32 metri quadrati di superficie, rappresenta l’organo interno più esteso del corpo umano. L’intestino ha molteplici funzioni indispensabili per il nostro organismo, come la funzione di assorbimento dei nutrienti, la funzione protettiva da agenti patogeni e la funzione &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’intestino è la parte dell’apparato digerente compresa tra lo stomaco e l’orifizio anale che, con i suoi 32 metri quadrati di superficie, rappresenta l’organo interno più esteso del corpo umano. L’intestino ha molteplici funzioni indispensabili per il nostro organismo, come la funzione di assorbimento dei nutrienti, la funzione protettiva da agenti patogeni e la funzione difensiva tramite la sintesi di cellule immunitarie. Anatomicamente l’intestino si suddivide in due parti principali: l’intestino tenue e l’intestino crasso.</p>
<p>Dopo aver lasciato lo stomaco, cibo e acqua arrivano nell&#8217;intestino tenue, dove iniziano il loro viaggio verso la digestione. L&#8217;intestino crasso è invece la parte finale del processo digestivo, ed è composto da colon e retto.</p>
<p>L’intestino tenue è la parte più lunga dell&#8217;intestino, con i suoi 4-5 metri di lunghezza. La maggior parte del processo digestivo si svolge in questa parte dell&#8217;intestino. L’intestino tenue inizia dal piloro. Si suddivide in tre tratti consecutivi denominati duodeno, digiuno e ileo. L’ultimo tratto termina con la valvola ileo-cecale, che separa l’intestino tenue dall’intestino crasso. All&#8217;interno dell&#8217;intestino tenue avvengono: l&#8217;attività digestiva, l&#8217;assorbimento dei nutrienti, in particolare della vitamina B12, e degli enzimi digestivi.</p>
<p>Nell’intestino risiede il <strong>microbiota </strong>(una volta chiamato comunemente flora batterica), ovvero un insieme di microrganismi che svolgono numerose funzioni indispensabili per il nostro corpo e che assumono il ruolo di <strong>secondo cervello</strong>.</p>
<p>In condizioni normali questi microrganismi mantengono l’equilibrio batterico all’interno di tutto l’organismo, alimentando il sistema immunitario e rafforzandolo. Quando si ingeriscono alimenti che contengono bacilli già presenti nell’organismo, l’intestino ne consente il tacito ingresso riconoscendo in essi una struttura “familiare”. Nel momento in cui, invece, viene a contatto con germi (virus, batteri, funghi, ecc.), che non sono già presenti naturalmente nel nostro corpo, allora l’intestino interviene per eliminarli, attivando quindi una risposta immunitaria.</p>
<p>Pertanto, l&#8217;intestino, oltre a provvedere alla <strong>funzione di assorbimento dei nutrienti</strong>, svolge anche una funzione ha molteplici funzioni indispensabili per il nostro organismo, tra cui: la <strong>funzione protettiva da agenti patogeni e la funzione difensiva</strong> tramite la sintesi di cellule immunitarie.</p>
<p>Tuttavia, a causa di fattori molteplici, dai cambiamenti nell’alimentazione, l’assunzione di antibiotici, antifungini, ormoni, l’abuso di alcool e l’azione di batteri estranei, le condizioni di equilibrio del microbiota possono venir meno dando vita ad una condizione di squilibrio batterico definita “<strong>disbiosi</strong>”.</p>
<p>La nuova condizione (disbiosi) nell’intestino vede l’aumento di microrganismi potenzialmente patogeni, che prendono il sopravvento sui rispettivi fisiologici controllori. L’organismo può accusare <strong>disturbi che interessano sia l’apparato digerente</strong> <strong>che tutti gli altri apparati</strong>, anche da esso distanti, tra cui: afte, stomatite, problemi digestivi, colite, sensibilità al glutine, sindrome del colon irritabile, diarrea, stipsi, infezioni delle vie urinarie, infezioni vaginali per le donne, infezioni prostatiche per gli uomini, ipofertilità, allergie alimentari, allergie ai pollini o alla polvere, asma, eczemi, dolori a ossa, muscoli, articolazioni, disturbi neurologici, varie malattie metaboliche.</p>
<p>Come accennato, l’organismo reagisce in modo automatico e si difende dagli attacchi esterni generando una <strong>condizione infiammatoria</strong>, cosiddetta fisiologica, che non viene percepita dal portatore, che dunque non accusa alcun sintomo riferibile ad essa.</p>
<p>L&#8217;infiammazione, detta anche <strong>risposta infiammatoria</strong>, flogosi o risposta flogistica, è un <strong>meccanismo di difesa dell’organismo</strong> che si attiva in presenza di danni ai tessuti di varia natura, incluso quello causato da agenti patogeni (batteri, virus, parassiti, funghi) in grado di provocare malattie. Se la risposta ha una breve durata (generalmente, si risolve nel giro di pochi giorni) si parla di<strong> infiammazione di tipo acuto;</strong> essa ha un inizio improvviso ed è caratterizzata da fenomeni che coinvolgono prevalentemente i vasi sanguigni; indipendentemente dalla causa scatenante, l’infiammazione acuta porta all’eliminazione dell’infezione, alla riparazione delle lesioni, più in generale al ritorno dell’organismo allo stato di salute in un tempo più o meno breve ma ben delimitato nel tempo.</p>
<p>In alcuni casi, tuttavia, questa condizione flogistica progredisce fino ad alterare l’equilibrio del sistema immunitario, impedendogli di terminare l’episodio infiammatorio, protraendolo oltre il dovuto e favorendo lo sviluppo di malattie infiammatorie croniche immuno-mediate, come per esempio il morbo di Crohn e la retto-colite ulcerosa. Si parla allora di <strong>infiammazione di tipo cronico.</strong></p>
<p>Esiste tuttavia un altro tipo di risposta infiammatoria, ancora più pericolosa per l’organismo e che è l’<strong>infiammazione cronica di basso grado</strong> (<strong>Low-grade Chronic Inflammation</strong>), una <strong>condizione patologica subdola, talvolta occulta per anni in cui i normali meccanismi dell&#8217;infiammazione rimangono erroneamente attivati e progressivamente logorano l&#8217;organismo</strong>. Come infiammazione latente (non segnalata da sintomi), essa progredisce lentamente ed “in sordina” causando problematiche di varia natura che di rado vengono ricondotte ad essa. Per questo motivo è spesso difficile identificarla con certezza. Le problematiche causate producono piccole alterazioni a livello metabolico, immunitario ed endocrino che possono, alla fine, esitare in malattie anche gravi.</p>
<p>Per questo motivo, preservare un buon bilanciamento del microbiota diventa indispensabile per favorire il nostro benessere e per scongiurare l’insorgenza di gravi patologie degenerative.</p>
<p><strong>Ruolo del microbiota nell’infiammazione cronica di basso grado dell’intestino</strong></p>
<p>Si è detto che la risposta infiammatoria è coinvolta sia nelle condizioni acute che croniche ed è simile alla risposta immunitaria.</p>
<p>Dopo un trauma la risposta infiammatoria è una fase importante del processo di guarigione, attraverso la liberazione delle citochine TNF-alfa, interleuchina-1 e interleuchina-6 da parte dei neutrofili e dei macrofagi la permeabilità del tessuto aumenta, favorendo il rimodellamento del tessuto stesso e, di conseguenza, la guarigione. I neutrofili attirati nella zona del trauma e stimolati dalle interleuchine-1Beta producono le prostaglandine E2 che inducono il dolore.</p>
<p>La sintesi di prostaglandine è generata dall’enzima COX-2 ed è necessaria durante le prime fasi della rigenerazione del tessuto muscoloscheletrico; per questo motivo è molto importante, in fase acuta, evitare l’utilizzo di farmaci inibitori della COX-2 per un recupero ottimale.</p>
<p>Inoltre la membrana cellulare consiste in un doppio strato fosfolipidico che include acido arachidonico, un derivato del grasso Omega 6.</p>
<p>Quando il tessuto è esposto a lesione l’enzima fosfolipasi A2 rilascia acido arachidonico dalla membrana cellulare, questo viene modificato dagli enzimi ciclossigenasi COX e lipossigenasi LOX in ecosanoidi infiammatori generatori di dolore; quindi più la dieta è ricca di cibi contenenti Omega 6 (carne e olio vegetali idrogenati) più la risposta infiammatoria sarà forte e più si genererà dolore.</p>
<p>In sintesi, dopo un evento traumatico, la fase infiammatoria acuta è necessaria al corpo e non dovrebbe essere inibita dai farmaci anti-infiammatori; nel caso il dolore sia insopportabile è meglio assumere un anti-dolorifico, e, appena possibile, non assumere farmaci.</p>
<p>Per evitare una risposta infiammatoria acuta intensa sarebbe bene bilanciare la dieta con grassi Omega 3, riducendo i grassi Omega 6.</p>
<p><strong>Diversamente dall’infiammazione acuta che è funzionale alla guarigione dell’organismo, l’infiammazione cronica è dannosa</strong> in quanto abbassa la soglia della nocicezione innestando un circolo vizioso tra infiammazione e dolore.</p>
<p>Inizia con la <strong>produzione in eccesso di radicali liberi</strong> che si presenta come una risposta mitocondriale cellulare a stress interni o ambientali. Questa risposta mitocondriale attiva le <strong>citochine pro-infiammatorie</strong> coinvolte nel dolore cronico di molte patologie: la citochina TNF-alfa può essere usata come biomarker per la neuropatia diabetica, le citochineIL-6 e TNF-alfa sono associate ad un dolore aumentato nell’osteoartrite di ginocchio, livelli sistemici di hs-CRP (proteina C reattiva ad alta sensibilità) riflettono infiammazione sinoviale in pazienti con osteoartrite.</p>
<p>Le citochine infiammatorie si trovano in tutti i tessuti, anche negli adipociti; questo può essere il motivo per cui le persone obese hanno valori più alti di CRP e di conseguenza più dolore. Il TNF-alfa viene secreto principalmente dai macrofagi, la presenza di macrofagi è stata rilevata in dischi intervertebrali sintomatici, ma non in dischi intervertebrali degenerati e asintomatici. Il TNF-alfa viene inibito dall’attività fisica.</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="289"><strong>citochine proinfiammatorie</strong></td>
<td width="289"><strong>citochine antinfiammatorie</strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="289">l&#8217;interleuchina-1 (IL-1)</td>
<td width="289">l&#8217;interleuchina-4 (IL-4)</td>
</tr>
<tr>
<td width="289">l&#8217;interleuchina-2 (IL-2)</td>
<td width="289">l&#8217;interleuchina-10 (IL-10)</td>
</tr>
<tr>
<td width="289">l&#8217;interleuchina-6 (IL-6)</td>
<td width="289">il fattore di crescita trasformante-β (FCT-β</td>
</tr>
<tr>
<td width="289">l&#8217;interleuchina-8 (IL-8)</td>
<td width="289">gli interferoni</td>
</tr>
<tr>
<td width="289">il fattore di necrosi tumorale (TNF)</td>
<td width="289">&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Vi sono varie <strong>cause che possono favorire l’insorgenza di una infiammazione cronica di basso grado</strong> tra cui:</p>
<ul>
<li>infezioni e infiammazioni acute risolte parzialmente o troppo velocemente per uso di terapie farmacologiche soppressive, infezioni croniche batteriche e virali</li>
<li>dieta incongrua
<ul>
<li>eccessivo consumo di grassi saturi di origine animale e vegetale (carne, latte, burro, strutto, olio di palma, cocco, ecc.)</li>
<li>scarsa quantità di frutta e verdura</li>
<li>eccessivo uso di carboidrati ad alto indice glicemico</li>
<li>acidi grassi trans di origine industriale</li>
<li>scarso introito di acidi grassi polinsaturi a lunga catena di tipo omega 3 (pesce)</li>
<li>scarsa quantità di fibre vegetali</li>
<li>elevata assunzione di proteine (la quantità di proteine da assumere quotidianamente, se non si svolge un’attività fisica ad alto consumo energetico, è di 0,8 grammi x ogni Kg corporeo.</li>
</ul>
</li>
<li>alterata distribuzione degli alimenti nel corso della giornata (non rispettando i fisiologici ritmi cicardiani metabolici-ormonali)</li>
<li>sedentarietà, scarsa attività fisica (talvolta anche un eccesso)</li>
<li>resistenza all’insulina</li>
<li>intolleranza alimentare</li>
<li>disfunzione gastroenterica</li>
<li>carenze nutrizionali</li>
<li>distress cronico (psico-emotivo, ma non solo)</li>
<li>deficit di sonno, o spostamento dell’addormentamento ad ore non fisiologiche e più tardive</li>
<li>inquinamento ambientale e fumo di sigaretta</li>
<li>farmaci</li>
<li>traumi e incidenti, lutti, maltrattamenti fisici o psichici, riduzione dello status socio-economico, divergenze tra valori propri e sociali comuni, fattori ereditari o acquisiti durante il periodo fetale …</li>
</ul>
<p>In conclusione, l’intestino è un organo molto importante e comunica direttamente con il sistema nervoso centrale tramite il nervo vago; un’alterazione della flora batterica intestinale dovuta a infezioni, assunzioni di farmaci a lungo termine, intolleranze alimentari, carenze nutrizionali ed elevata assunzione di proteine genera una risposta infiammatoria sistemica ed espone l’organismo ad una condizione di dolore cronico.</p>
<p>Anche la <strong>resistenza all’insulina</strong> svolge un ruolo importante, Appena i recettori cellulari diventano meno sensibili all’insulina il tessuto diventa insulino-resistente; questo processo rende più difficile il trasferimento, da parte dell’insulina, del glucosio dal sangue alle cellule dove può essere utilizzato come energia.</p>
<p>L’aumentata assunzione di grassi saturi e di carboidrati ad alto indice glicemico e scarso apporto nutritivo favorisce uno stato pro-infiammatorio, con conseguente deposito lipidico nei muscoli, rendendoli meno responsivi all’insulina.</p>
<p>Questo genera una reazione a catena: il pancreas risponde con un aumento della produzione di insulina per trasferire il glucosio in eccesso nelle cellule; l’aumentata produzione d’insulina stimola il fegato tramite il glucagone a produrre più glucosio; i valori ematici di glucosio s’innalzano ulteriormente e il fegato diventa insulino- resistente; non riuscendo più ad inibire la produzione di glucosio anche il pancreas accomula lipidi nelle cellule, creando una disfunzione con minor output insulinico. Questo processo porta ad una <strong>sindrome metabolica</strong> caratterizzata da:</p>
<ul>
<li>aumentata glicemia a digiuno</li>
<li>trigliceridi elevati</li>
<li>elevato colesterolo totale e LDL</li>
<li>diminuito colesterolo HDL</li>
<li>elevati valori ematici di proteina C-reatttiva</li>
<li>aumentata pressione arteriosa</li>
</ul>
<p>La resistenza all’insulina è influenzata, oltre che dall’assunzione di grassi saturi e di carboidrati ad alto indice glicemico, anche da altri fattori:</p>
<ul>
<li>insufficiente attività fisica</li>
<li>stress, l’epinefrina altera la sensibilità dei tessuti all’insulina</li>
<li>carenza di sonno</li>
<li>pesticidi</li>
<li>carenza di magnesio</li>
</ul>
<p>Per riconoscere la resistenza all’insulina bisogna prestare attenzione ad alcuni segni e sintomi:</p>
<ul>
<li>aumentato rapporto della misura della vita rispetto all’anca (accumulo di grasso attorno alla vita), superiore a 0,80 per le donne e a 0,95 per gli uomini</li>
<li>astinenza da zucchero (voglia di qualcosa di dolce)</li>
<li>affaticamento, specie post prandiale</li>
<li>glicemia a digiuno elevata</li>
<li>colesterolemia e/o trigligeridemia elevata</li>
<li>diminuito colesterolo HDL</li>
<li>aumentato colesterolo LDL</li>
<li>ipertensione arteriosa</li>
<li>elevata CPR-hs (proteina C-reattiva ad alta sensibilità)</li>
<li>dolore persistente</li>
</ul>
<p><strong>Per contrastare uno stato proinfiammatorio, può essere utile ricorrere ad una dieta antinfiammatoria</strong> che prevede di:</p>
<ul>
<li><strong>Ridurre l’introito calorico</strong>: l’infiammazione silente è autoprodotta dalle nostre cellule grasse e solo riducendone il volume si riduce la produzione di citochine. Solo dopo aver perso peso si può pensare di ricavare un beneficio da una alimentazione ricca di cibi anti infiammatori come <strong>cereali e cibi integrali</strong></li>
<li>Seguire una <strong>dieta a basso indice glicemico ed elevato apporto di sostanze nutritive ovvero c</strong><strong>onsumare tante verdure, soprattutto a foglia verde</strong> (meglio se cotte per facilitarne la digestione), <strong>cereali integrali e legumi. </strong>Consumare molta frutta (rigorosamente di stagione!), più porzioni al giorno e variandone i colori!</li>
<li><strong>Evitare tutti i prodotti raffinati e preconfezionati contenenti farina bianca, zuccheri semplici, oli e margarine vegetali</strong> (biscotti, crackers, torte, merendine, patatine, salatini, caramelle, bevande gassate ecc.)</li>
<li><strong>Assumere un giusto quantitativo e qualitativo di acidi grassi. </strong>
<ul>
<li>I grassi saturi sono di derivazione animale e si trovano nel burro, strutto, carni rosse e formaggio, ma anche in alcuni prodotti vegetali, come la margarina; sono da evitare perché aumentano il livello di colesterolo nel sangue e attivano geni proinfiammatori.</li>
<li>I grassi insaturi, invece, hanno sul colesterolo l’effetto contrario, abbassandone il livello nel sangue, e attivano geni antinfiammatori. I grassi insaturi si trovano sia in alimenti di origine animale che vegetale. I grassi insaturi si dividono in:
<ul>
<li><strong>monoinsaturi</strong>: sono presenti soprattutto negli oli vegetali, nell’avocado, nelle mandorle, nelle nocciole o nei pistacchi;</li>
<li><strong>polinsaturi </strong>(o Pufa): si trovano nel pesce (specialmente quello azzurro), negli oli vegetali e nella frutta secca. In particolare contengono omega 3 e omega 6.</li>
</ul>
</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Mantenere un buon rapporto tra gli acidi grassi essenziali, assumendo acidi grassi omega-3 (olio e semi di lino, olio di oliva, semi di chia, alici, sgombro, salmone) e omega-6 (frutta secca, mandorle, noci) a favore degli omega-3.</p>
<p>Il <strong>giusto rapporto tra omega-6</strong> (n-6) <strong>e omega-3</strong> (n-3) dovrebbe essere di <strong>4:1</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>Praticare</strong> movimento e <strong>attività fisica</strong> con regolarità per aumentare la capacità antiossidante, ma senza esagerare altrimenti si corre il rischio contrario perché il nostro corpo non riesce a compensare lo stress e di conseguenza il danno ossidativo aumenta ulteriormente</li>
<li><strong>Mantenere una buona idratazione</strong>, evitando bevande edulcorate e alcol.</li>
<li><strong>Evitare il consumo di alcol, tabacco e droghe</strong></li>
</ul>
<p>Come si può facilmente notare si tratta di una riproposizione della ben nota quanto accettata  “dieta mediterranea”.</p>
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		<title>Quadro sinottico microbioma-microbiota</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/quadro-sinottico-microbioma-microbiota/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2023 15:29:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[dieta anti-infiammatoria]]></category>
		<category><![CDATA[disbiosi]]></category>
		<category><![CDATA[microbioma]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota intestinale]]></category>
		<category><![CDATA[prebiotici]]></category>
		<category><![CDATA[probiotici]]></category>
		<category><![CDATA[sistema nervoso enterico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il microbiota intestinale (termine che ha via via sostituito quello di “flora intestinale”) è l&#8217;insieme dei microrganismi, prevalentemente batteri (ma anche archeobatteri, protozoi, funghi, virus ed altri microrganismi), che vivono e interagiscono con il nostro intestino per regolarne funzioni essenziali. Tra i due sistemi si crea un rapporto simbiotico e di reciproco aiuto in una &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>microbiota</strong> intestinale (termine che ha via via sostituito quello di “flora intestinale”) è l&#8217;insieme dei microrganismi, prevalentemente batteri (ma anche archeobatteri, protozoi, funghi, virus ed altri microrganismi), che vivono e interagiscono con il nostro intestino per regolarne funzioni essenziali. Tra i due sistemi si crea un rapporto simbiotico e di reciproco aiuto in una sorta di corretto equilibrio che viene definito “<strong>eubiosi”</strong><strong>; se invece tale </strong><strong>e</strong>quilibrio si rompe, si determina una condizione che viene definita “<strong>disbiosi</strong>”; la conseguenza è <strong>eccessiva </strong><strong>proliferazione di batteri tendenzialmente patogeni</strong><strong> </strong>che determinano alterazioni delle normali funzioni fisiologiche. E l’insorgenza delle c.d. “malattie del progresso”, come patologie metaboliche, cardiovascolari, infiammatorie, neurologiche, psichiche e oncologiche.</p>
<p>Oggi si sa che dal microbiota dipende il mantenimento dello stato di salute dell’organismo. I microrganismi commensali, infatti, non solo supportano le funzioni dell’organismo umano come il metabolismo e il sistema immunitario, ma agiscono anche contro la proliferazione dei patogeni.</p>
<p>Per spiegare il come il microbiota supporta l’organismo umano è opportuno introdurre il concetto di microbioma. Il termine <strong>microbioma</strong> indica la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere. Se consideriamo il microbioma umano, tali geni codificano per alcune molecole che il corpo non riesce a produrre autonomamente. I numeri lasciano stupiti: il 99% della nostra componente genetica deriva dai batteri, come se fosse un <strong>secondo genoma</strong>.</p>
<p>Il microbiota (se in stato di eubiosi)</p>
<ul>
<li>rappresenta la nostra prima fonte di difesa verso gli attacchi esterni: i microrganismi “buoni” presenti nell’intestino combattono quelli “cattivi” che arrivano dall’esterno; se questi ultimi prevalgono sui primi, si determina una condizione di disequilibrio chiamata “<strong>disbiosi</strong>”, che può dare origine a malattia;</li>
<li>assicura la regolare funzionalità intestinale e contribuisce alla digestione degli alimenti; regola il metabolismo, per cui svolge un ruolo essenziale nel nostro normotipo (ovvero sul peso dell’organismo)</li>
<li><strong>produce </strong>per noi<strong> sostanze importantissime,</strong> come gli acidi grassi a catena corta che proteggono le pareti intestinali dall’infiammazione e vitamine del gruppo B e la vitamina K; consente l’assorbimento di oligominerali come ferro, calcio e magnesio;</li>
<li>concorre allo sviluppo e alla modulazione del sistema immunitario; in sostanza fa sì che il nostro sistema di difesa reagisca in modo consono all’attacco ricevuto;</li>
<li>protegge dall’insorgenza di numerose patologie, quali obesità, diabete di tipo ii, sindrome metabolica, malattie infiammatorie intestinali, diverticoli del colon, cancro (colon-retto, fegato, stomaco), artrite reumatoide, disturbi psichici, allergie</li>
<li>può influenzare le funzioni cognitive e psichiche, in virtù dell’asse bidirezionale intestino (sistema nervoso enterico) – cervello (sistema nervoso centrale)</li>
</ul>
<p><strong>Una condizione di disbiosi intestinale può essere determinata da:</strong></p>
<ul>
<li><strong>l’utilizzo di farmaci</strong>: rappresenta sicuramente la prima causa; gli antibiotici non uccidono solo i batteri cattivi, ma anche buona parte dei batteri buoni creando un grandissimo scompenso nel nostro microbiota; agenti come gli anti-infiammatori steroidei possono ammazzare i batteri buoni e promuovere lo sviluppo di batteri patogeni</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>il tipo di alimentazione</strong>: è questa un’altra causa primaria; in effetti è ormai dimostrato che l’alimentazione influisce sulla composizione del nostro microbiota. Un’alimentazione ricca di prodotti raffinati (farina bianca in primis), zucchero bianco e di oli vegetali ricchi di omega 6 (olio di girasole, arachidi, cartamo, soia ecc. contenuti nei prodotti da forno preconfezionati) riduce la quantità di batteri buoni, favorendo il proliferare di specie patogene (batteri cattivi). Un’alimentazione ricca di proteine stimola, invece, la produzione di sostanze infiammatorie a livello intestinale. Un’alimentazione vegetariana e ricca di carboidrati complessi è quella che in assoluto piace di più al nostro microbiota;</li>
<li><strong>infezioni gastrointestinali e episodi di diarrea</strong> che portano via un sacco di batteri del nostro microbiota;</li>
<li><strong>malnutrizione</strong>, spesso auto-indotta come nei casi dei disturbi dell’alimentazione: i batteri hanno bisogno di cibo e un’alimentazione povera di calorie induce la diminuzione di alcune specie di batteri “buoni”;</li>
<li><strong>il mangiare troppo</strong>: quando si mangia troppo, più di quanto il nostro apparato digerente non sia in grado di digerire, tutto ciò che non viene digerito in modo efficiente diventa cibo per i batteri cattivi che iniziano a proliferare felicemente;</li>
<li><strong>il consumo di alcol, droghe, tabacco</strong> così come l’inquinamento contrastano la crescita di batteri buoni;</li>
<li><strong>altre cause</strong>, fra cui l’utilizzo di acqua del rubinetto contenente cloro, e soprattutto <strong>ansia e stress.</strong></li>
</ul>
<p>Quando si rompe l’equilibrio del microbiota insorge uno stato di disbiosi intestinale, che è alla base di fenomeni di infiammazione cronica di bassa intensità della mucosa intestinale e può essere l’elemento scatenante dei principali disturbi intestinali, quali:</p>
<ul>
<li>la sindrome dell’intestino permeabile</li>
<li>la sindrome dell’intestino irritabile</li>
<li>le malattie infiammatorie croniche intestinali</li>
<li>la sindrome da proliferazione batterica</li>
<li>le alterazioni del transito intestinale</li>
<li>la diarrea</li>
<li>la dispepsia</li>
<li>il malassorbimento</li>
</ul>
<p>Inoltre l’alterazione prolungata del microbiota può concorrere all’insorgenza e alla progressione di numerose patologie:</p>
<ul>
<li>locali: coliti croniche; il morbo di crohn e colite ulcerosa; poliposi intestinali; diverticolosi, tumori</li>
<li>epatiche: insufficienza epatica e cirrosi fino all’ipertensione portale</li>
<li>dismetaboliche: diabete mellito</li>
<li>immunitarie: allergie e intolleranze alimentari; disturbi reumatico-simili</li>
<li>psicosomatiche: stati depressivi</li>
<li>circolatorie: insufficienze venose agli arti inferiori; sindromi emorroidarie; aterosclerosi e ipertensione arteriosa conseguente</li>
</ul>
<p>Ripristinare la condizione di eubiosi del microbiota intestinale non sempre è un’impresa semplice, tuttavia, l’impiego di prebiotici e integratori di probiotici può coadiuvare il ripristino della normale flora batterica intestinale.</p>
<p>In sintesi:</p>
<ul>
<li>I prebiotici sono sostanze naturalmente presenti in diversi alimenti (quali farina integrale e cereali, carciofi, cicoria, banane, miele, germe di grano, aglio, cipolla, fagioli e asparagi), capaci di raggiungere inalterati il colon, dove vengono utilizzati come “nutritivi” da alcuni gruppi batterici, incrementando il numero di batteri “buoni” e riducendo i potenziali patogeni.</li>
<li>I probiotici, sono microrganismi vivi, di origine batterica non patogena, che si trovano ad esempio nello yogurt intero bianco, nel kefir, nella la ricotta, e che hanno la funzione di arricchire la flora intestinale e potenziare le difese immunitarie.</li>
</ul>
<p>Una possibile soluzione per intervenire in una condizione di disbiosi prevede</p>
<ol>
<li>prediligere un’alimentazione di tipo mediterraneo, a bassissimo indice glicemico, ovvero una alimentazione <strong>basata su prodotti integrali e naturali, possibilmente di stagione e raccolti in loco</strong></li>
<li><strong>consumare tante verdure, soprattutto a foglia verde</strong> (meglio se cotte per facilitarne la digestione); <strong>molta frutta</strong>, più porzioni al giorno e variandone i colori; <strong>cereali integrali e legumi; </strong></li>
<li><strong>evitare i prodotti raffinati e preconfezionati contenenti farina bianca, zuccheri semplici, oli e margarine vegetali</strong> (biscotti, crackers, torte, merendine, patatine, salatini, caramelle, bevande gassate ecc.);</li>
<li>Integrare la dieta con alimenti ricchi di Omega 3 come i semi di lino: 2 cucchiai al giorno macinati e consumati appena dopo averli macinati aiutano a ridurre le citochine infiammatorie nonché la rigidità e dolore in patologie come l’artrite reumatoide.</li>
<li>mantenere il corpo ben idratato, bevendo circa 2 litri di acqua naturale;</li>
<li>praticare regolare moderata attività fisica;</li>
<li>e<strong>vitare il consumo di alcol, tabacco e droghe; </strong></li>
<li>ridurre il ricorso a farmaci se non strettamente necessari;</li>
<li>r<strong>idurre per quanto possibile le condizioni di stress</strong>;</li>
<li>a<strong>vvalersi possibilmente di probiotici e </strong>psicobiotici<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a><strong> per ripopolare la flora batterica,</strong> sempre sotto stretta sorveglianza di un nutrizionista.</li>
</ol>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Ceppi batterici di Coprococcus e Dialister, oppure ceppi di </em><em>Faecalibacterium </em>e <em>Coprococcus</em>, produttori di butirrato,<em> migliorano la qualità di vita e la loro carenza correla con la depressione; i Bacteroides di enterotipo 2 sono invece correlati alla depressione.</em></p>
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