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	<title>Redazione amaperbene.it, Autore presso amaperbene.it</title>
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	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
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		<title>Dal CNR-ISA di Avellino prototipo di pane di frumento senza glutine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 10:55:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presso l’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISA) di Avellino è stato realizzato, su un impianto pilota, un prototipo di pane di grano con contenuto di glutine nativo al di sotto dei 20 ppm (parti per milione), valore che consente di classificarlo come “privo di glutine” secondo la normativa internazionale vigente. Alla &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Presso l’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISA) di Avellino è stato realizzato, su un impianto pilota, un prototipo di pane di grano con contenuto di glutine nativo al di sotto dei 20 ppm (parti per milione), valore che consente di classificarlo come “privo di glutine” secondo la normativa internazionale vigente. Alla base del risultato, descritto sulla rivista <em>Food Frontiers</em>, una tecnologia enzimatica sviluppata in anni di studi presso il laboratorio guidato dal ricercatore Mauro Rossi, oggi brevettata a livello internazionale.</p>
<p>Tale tecnologia &#8211; validata sia sotto l’aspetto tecnologico che immunologico, essendo la malattia celiaca una intolleranza su base immune – prevede un trattamento enzimatico della farina di grano con un enzima di grado alimentare, la transglutaminasi microbica, seguito dal recupero differenziale del glutine detossificato. Quest’ultimo, reintegrandolo con amido di frumento, ricostituisce una farina di grano <em>gluten free</em> con proprietà tecnologiche ed organolettiche simili a quelle della classica farina. Un altro aspetto di interesse del prototipo alimentare è emerso dagli studi effettuati in collaborazione con il gruppo del prof. Gianluca Giuberti dell’Università Cattolica di Piacenza, che hanno evidenziato la sua superiorità sotto il profilo nutrizionale rispetto ai tradizionali alimenti <em>gluten free</em>.</p>
<p>“Il pane che abbiamo ottenuto rappresenta il primo esempio al mondo nel comparto dieto-terapeutico del <em>gluten free</em>, destinato principalmente alle persone intolleranti, celiaci e sensibili al glutine”, spiega il ricercatore. “I prodotti attualmente classificati senza glutine sono a base esclusivamente di farine naturalmente prive di glutine, e quindi molto diverse dal punto di vista organolettico e tecnologico dal frumento. Il nostro prodotto, quindi, apre uno scenario completamente innovativo nel settore merceologico del <em>gluten free</em>, un mercato globale in continua crescita e, cosa più importante, in linea con le aspettative dei soggetti intolleranti”.</p>
<pre>Treppiccione L., de Sena V., Mazzeo M.F., Cervini M., Maurano F,, Strungariu I., Siciliano R.A., Giuberti G.,  Rossi M. “Exploring the Impact of Pilot-Scale Transamidation for Manufacturing an Innovative Gluten-Free Wheat Bread.” <em>Food Frontiers</em> 2026, 7, no. 3. <a href="https://doi.org/10.1002/fft2.70222">https://doi.org/10.1002/fft2.70222</a></pre>
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		<title>Uno studio del MIT rileva che i bambini sono più vulnerabili alle sostanze chimiche cancerogene presenti nell&#8217;acqua.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 10:33:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un comune contaminante potrebbe rappresentare, in modo silenzioso, un rischio di cancro per i bambini di gran lunga superiore a quanto si pensasse. Lo rivela uno studio del MIT secondo cui che un comune contaminante ambientale, l&#8217;NDMA (N-nitrosodimetilammina), presente nell&#8217;acqua inquinata, in alcuni farmaci e persino negli alimenti trasformati, potrebbe rappresentare un rischio di cancro &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un comune contaminante potrebbe rappresentare, in modo silenzioso, un rischio di cancro per i bambini di gran lunga superiore a quanto si pensasse. Lo rivela uno studio del MIT secondo cui che un comune contaminante ambientale, l&#8217;NDMA (N-nitrosodimetilammina), presente nell&#8217;acqua inquinata, in alcuni farmaci e persino negli alimenti trasformati, potrebbe rappresentare un rischio di cancro molto maggiore per i bambini rispetto agli adulti.</p>
<p>In esperimenti condotti sui topi, i giovani animali esposti alla sostanza chimica hanno sviluppato danni al DNA e tumori significativamente maggiori, nonostante la stessa esposizione iniziale degli adulti. La differenza fondamentale risiede nella velocità di divisione cellulare dei bambini, che trasforma i danni precoci al DNA in mutazioni pericolose con molta più facilità.</p>
<p>Lo studio</p>
<p>Un nuovo studio del MIT indica che una sostanza chimica cancerogena presente in alcuni farmaci e nell&#8217;acqua potabile contaminata da attività industriali potrebbe rappresentare un rischio molto maggiore per i bambini rispetto agli adulti.</p>
<p>In esperimenti condotti sui topi, i ricercatori hanno scoperto che gli animali giovani esposti ad acqua contenente questo composto, chiamato NDMA, sviluppavano danni al DNA e tumori in misura molto maggiore rispetto ai topi più anziani sottoposti alla stessa esposizione.</p>
<p>Questi risultati potrebbero contribuire a chiarire precedenti scoperte che collegavano l&#8217;esposizione prenatale all&#8217;NDMA a tassi più elevati di tumori infantili tra le persone residenti vicino a un sito contaminato a Wilmington, nel Massachusetts. La ricerca sottolinea inoltre l&#8217;importanza di studiare come i potenziali agenti cancerogeni influenzino le persone nelle diverse fasi della vita.</p>
<p>Il lavoro è stato pubblicato su <em>Nature Communications</em>; Lindsay Volk, è l&#8217;autrice principale mentre Bevin Engelward, professore di ingegneria biologica al MIT è l&#8217;autore senior.</p>
<p>L&#8217;NDMA (N-nitrosodimetilammina) si forma come sottoprodotto di diversi processi industriali. È presente anche nel fumo di sigaretta e nelle carni lavorate. Negli ultimi anni, è stata rilevata in alcune formulazioni dei farmaci (valsartan, ranitidina e metformina). Negli anni &#8217;90, l&#8217;NDMA è stata riscontrata anche nell&#8217;acqua potabile di Wilmington, nel Massachusetts, a causa dell&#8217;inquinamento proveniente dallo stabilimento della Olin Chemical.</p>
<p>Un rapporto del 2021 del Dipartimento della Salute del Massachusetts ha suggerito una correlazione tra tale contaminazione e un maggior numero di casi di cancro infantile nella zona. Tra il 1990 e il 2000, a Wilmington, a 22 bambini è stato diagnosticato un tumore. I pozzi interessati sono stati chiusi nel 2003.</p>
<p>Nello stesso anno, Engelward e colleghi hanno pubblicato una ricerca che spiegava come l&#8217;NDMA possa innescare il cancro a livello molecolare. In quest&#8217;ultimo lavoro, il team si è concentrato sulla comprensione del perché i giovani sembrino essere più vulnerabili degli adulti.</p>
<p>La maggior parte degli studi sui cancerogeni si basa su topi adulti, in genere di almeno 4-6 settimane di età. In questo studio, i ricercatori hanno confrontato due gruppi: topi giovani di 3 settimane e topi adulti di 6 mesi. Entrambi i gruppi hanno bevuto acqua contenente bassi livelli di NDMA, circa cinque parti per milione, per un periodo di due settimane.</p>
<p>Una volta all&#8217;interno dell&#8217;organismo, l&#8217;NDMA viene metabolizzato da un enzima epatico chiamato CYP2E1. Questo processo crea sottoprodotti dannosi che legano piccole unità chimiche, note come gruppi metilici, al DNA. Queste modifiche formano lesioni chiamate addotti.</p>
<p>Esaminando il tessuto epatico, gli scienziati hanno scoperto che sia i topi giovani che quelli adulti sviluppavano livelli simili di questi addotti iniziali del DNA. La differenza si manifestava nella risposta successiva delle cellule. Nei topi giovani, il danno portava a un accumulo di rotture del DNA a doppio filamento, che si verificano quando le cellule tentano di riparare gli addotti. Queste rotture possono introdurre mutazioni che alla fine conducono al cancro al fegato.</p>
<p>Al contrario, i topi adulti non presentavano quasi nessuna rottura a doppio filamento e molte meno mutazioni. Anche i loro fegati non sviluppavano malattie gravi o tumori, nonostante avessero livelli simili di danno iniziale al DNA.</p>
<p>Ulteriori analisi hanno dimostrato che il fattore chiave alla base di questa differenza è la velocità di divisione cellulare. Nei fegati giovani, le cellule crescono e si dividono attivamente, il che aumenta la probabilità che i danni al DNA si trasformino in mutazioni permanenti. Le cellule epatiche adulte si dividono molto meno frequentemente, avendo così più tempo per riparare i danni prima che diventino nocivi.</p>
<p>Sebbene il fegato abbia mostrato gli effetti più evidenti, un piccolo numero di topi ha sviluppato anche altri tipi di cancro, tra cui il cancro ai polmoni e il linfoma.</p>
<p>Per facilitare l&#8217;osservazione delle mutazioni, molti esperimenti hanno utilizzato topi privi di due sistemi chiave di riparazione del DNA. Questo approccio accelera la formazione delle mutazioni e riduce il numero di animali necessari per lo studio.</p>
<p>Tuttavia, anche nei topi con un normale meccanismo di riparazione del DNA, gli animali giovani hanno comunque manifestato rotture a doppio filamento indotte da NDMA, una rapida rigenerazione cellulare e mutazioni diffuse che non si osservano negli adulti. Ciò accade perché le cellule in rapida divisione subiscono danni al DNA più velocemente di quanto questi possano essere riparati.</p>
<p>I ricercatori hanno anche scoperto che l&#8217;aumento della divisione cellulare nei topi adulti modificava l&#8217;esito. Quando i topi adulti venivano trattati con ormone tiroideo, che stimola la crescita delle cellule epatiche, le loro cellule iniziavano ad accumulare mutazioni a velocità simili a quelle osservate nei topi giovani. Precedenti studi del laboratorio di Engelward avevano dimostrato che anche l&#8217;infiammazione può incrementare la divisione cellulare, suggerendo che condizioni che stressano il fegato potrebbero aumentare la vulnerabilità all&#8217;NDMA.</p>
<p>&#8220;Certamente non vogliamo affermare che gli adulti siano completamente immuni all&#8217;NDMA&#8221;, afferma Volk. &#8220;Tutto influisce sulla suscettibilità a un agente cancerogeno, che si tratti di genetica, età, alimentazione e così via. Negli adulti, un&#8217;infezione virale, una dieta ricca di grassi o un consumo cronico e eccessivo di alcol possono influenzare la proliferazione cellulare nel fegato e potenzialmente renderli più suscettibili all&#8217;NDMA.&#8221;</p>
<p>Il team sta ora studiando come una dieta ricca di grassi possa influenzare il rischio di cancro negli animali esposti all&#8217;NDMA.</p>
<pre>Volk LB, Norales M, Karjane C, Corrigan JJ, Alcaraz AJ, Pribyl LJ, Bugher NA, Blawas M, Dulski I, Arunachalam E, Gubina N, Michelsen E, Pichappan K, Yakimchuk N, Swanson M, Ma D, Levine SS, Plata DL, Croy RG, Samson LD, Essigmann JM, Yauk CL, Carrasco SE, Engelward BP. Early life exposure to N-nitrosamine drives genotoxicity, mutagenesis, and tumorigenesis in DNA repair-deficient mice. <em>Nat Commun</em>. 2026 Apr 14. doi: 10.1038/s41467-026-71753-w. Epub ahead of print. PMID: 41980981.</pre>
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		<title>Ruolo chiave delle proteine nell’invecchiamento</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/ruolo-chiave-delle-proteine-nellinvecchiamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 10:22:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricercatori dell’Accademia delle Scienze cinese ha analizzato i cambiamenti riscontrati in una serie di proteine legate all&#8217;età e trovato che il momento chiave di svolta si colloca intorno ai cinquant’anni: si cresce rapidamente, si attraversa una fase di stabilità nell’età adulta e, superata questa soglia, il corpo inizia a cambiare più velocemente. I ricercatori hanno &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricercatori dell’Accademia delle Scienze cinese ha analizzato i cambiamenti riscontrati in una serie di proteine legate all&#8217;età e trovato che il momento chiave di svolta si colloca intorno ai cinquant’anni: si cresce rapidamente, si attraversa una fase di stabilità nell’età adulta e, superata questa soglia, il corpo inizia a cambiare più velocemente.</p>
<p>I ricercatori hanno osservato che il declino inizia dai vasi sanguigni, seguito da pancreas e milza. “Sulla base dei cambiamenti proteici associati all&#8217;invecchiamento, abbiamo sviluppato orologi proteomici (l’insieme completo delle proteine presenti in un dato momento in strutture viventi) dell&#8217;età specifici per i tessuti e caratterizzato le traiettorie di invecchiamento a livello degli organi”, ha spiegato il team di ricerca, per poi sottolineare: “L’analisi temporale ha rivelato un punto di flesso dell&#8217;invecchiamento intorno ai 50 anni, con i vasi sanguigni che sono un tessuto che invecchia precocemente ed è particolarmente suscettibile all&#8217;invecchiamento”.</p>
<p>Per compiere lo studio, i ricercatori, guidati da Yingjie Ding, hanno prelevato campioni di organi e tessuti da 76 donatori di organi, di età compresa tra i 14 e i 68 anni, deceduti a causa di un trauma cranico accidentale. In totale sono stati esaminati 516 campioni appartenenti a 13 tessuti diversi e a sette sistemi del corpo: cardiovascolare (cuore e aorta), digerente (fegato, pancreas e intestino), immunitario (milza e linfonodi), endocrino (ghiandola surrenale e tessuto adiposo bianco), respiratorio (polmone), tegumentario (pelle) e muscoloscheletrico (muscolo).</p>
<p>Gli esperti hanno quindi catalogato le proteine presenti in ciascun sistema, osservando con attenzione come i loro livelli cambiassero con l’età dei donatori. “Abbiamo identificato proteine arricchite e potenziate in specifici tessuti – scrive il team -, così come quelle comuni a tutti i tessuti, che sono vitali per le funzioni biologiche di base”, hanno spiegato i ricercatori. Confrontando i dati con un database di malattie e geni associati, è emerso che l&#8217;espressione di 48 proteine correlate a determinate patologie è risultata in aumento con l’età.</p>
<p>Tra queste figuravano malattie cardiovascolari, fibrosi tissutale, steatosi epatica e tumori epatici. I cambiamenti più evidenti sono stati osservati tra i 45 e i 55 anni: è in questa fascia che molti tessuti subiscono un sostanziale rimodellamento proteomico, con le variazioni più marcate a livello dell’aorta, a dimostrazione della sua particolare suscettibilità all’invecchiamento. Anche la milza ha mostrato modifiche persistenti, così come il pancreas, organo addominale responsabile della produzione di enzimi e ormoni necessari per scomporre e assorbire i nutrienti contenuti nel cibo.</p>
<p>Per verificare i risultati, il team di ricerca ha isolato una proteina associata all’invecchiamento presente nelle aorte dei topi e l’ha iniettata in esemplari giovani per osservarne gli effetti.<br />
Gli animali trattati hanno mostrato prestazioni fisiche ridotte: minore forza, resistenza, equilibrio e coordinazione rispetto al gruppo di controllo. Sono comparsi anche segni di invecchiamento vascolare.</p>
<p>Rispetto ad altri mammiferi, l’uomo ha davanti a sé una vita decisamente lunga. Questo comporta però anche alcuni rischi, tra cui il declino delle funzioni degli organi e una maggiore probabilità di sviluppare malattie croniche. La scelta di studiare i cambiamenti nel tempo delle proteine all’interno degli organi deriva dal fatto che non si conosce ancora in modo completo il meccanismo di invecchiamento di ciascun singolo organo.</p>
<p>&#8220;Il nostro studio punta a costruire un atlante completo delle proteine che copra 50 anni dell&#8217;intero processo di invecchiamento umano chiarendo i meccanismi alla base dello squilibrio proteico nei vari organi e tessuti”, hanno annunciato i ricercatori. “Queste intuizioni potrebbero agevolare lo sviluppo di interventi mirati contro l&#8217;invecchiamento e le malattie ad esso correlate aprendo la strada al miglioramento della salute degli anziani&#8221;.</p>
<p>Lo studio cinese non è il primo tentativo di spiegare l’invecchiamento umano. Altre ricerche precedenti, come quella pubblicata ad agosto 2024 su <em>Nature Ageing</em>, avevano già evidenziato la presenza di scalini-chiave nel percorso dell&#8217;invecchiamento, che segnano drastici mutamenti a livello biomolecolare. In quel caso, il primo scalino era a 44 anni e il secondo a 60.<br />
Nello specifico, nel primo si evidenziavano cambiamenti nelle molecole correlate al metabolismo dei lipidi, della caffeina e dell’alcol, oltre a correlazioni con malattie cardiovascolari e alterazioni della pelle e dei muscoli. Nel secondo, invece, le variazioni erano associate al metabolismo dei carboidrati e della caffeina, alle malattie cardiovascolari, alla pelle e ai muscoli, alla regolazione immunitaria e alla funzionalità renale.</p>
<pre>Ding Y, Zuo Y, Zhang B, Fan Y, Xu G, Cheng Z, Ma S, Fang S, Tian A, Gao D, Xu X, Wang Q, Jing Y, Jiang M, Xiong M, Li J, Han Z, Sun S, Wang S, He F, Yang J, Qu J, Zhang W, Liu GH. Comprehensive human proteome profiles across a 50-year lifespan reveal aging trajectories and signatures. <em>Cell.</em> 2025 Oct 2;188(20):5763-5784.e26. doi: 10.1016/j.cell.2025.06.047. Epub 2025 Jul 25. PMID: 40713952.</pre>
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		<title>UNA VERGOGNA CHE I GOVERNI CONTINUANO AD IGNORARE. In Italia, il carico fiscale è sostenuto da una minoranza dei contribuenti.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/una-vergogna-che-i-governi-continuano-ad-ignorare-in-italia-il-carico-fiscale-e-sostenuto-da-una-minoranza-dei-contribuenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 10:12:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia, il carico fiscale è sostenuto prevalentemente da una minoranza dei contribuenti. Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore (riferiti ad analisi 2024-2025), circa il 76-80% dell&#8217;IRPEF è pagato da circa 11-12 milioni di persone (meno del 20% dei contribuenti), con redditi medio-alti. I lavoratori dipendenti (pubblici e privati) versano oltre l&#8217;80% &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia, il carico fiscale è sostenuto prevalentemente da una minoranza dei contribuenti. Secondo i dati riportati da <em>Il Sole 24 Ore</em> (riferiti ad analisi 2024-2025), circa il 76-80% dell&#8217;IRPEF è pagato da circa 11-12 milioni di persone (meno del 20% dei contribuenti), con redditi medio-alti. I lavoratori dipendenti (pubblici e privati) versano oltre l&#8217;80% dell&#8217;IRPEF, mentre la gran parte dei cittadini ha redditi medio-bassi o nulli.</p>
<p>Ecco i dettagli salienti secondo le analisi de <em>Il Sole 24 Ore e Itinerari previdenziali</em><strong>:</strong></p>
<ul>
<li>Sono pochi, circa il 5% degli italiani che presentano la dichiarazione dei redditi. Da soli pagano il 42% dei 189,31 miliardi generati dall’Irpef. E non hanno ricevuto in questi anni nessuna forma di sconto fiscale. Sono i contribuenti che dichiarano al Fisco un reddito superiore a 55mila euro e che ora, se superano anche la soglia dei 75mila, riceveranno un ulteriore aumento di pressione fiscale sotto forma di tetto all’utilizzo delle detrazioni.</li>
<li>Il 45,16% degli italiani non ha redditi (o non li dichiara)</li>
<li>Il gettito è cresciuto in un anno del 6,3%, quindi un po’ meno del Pil nominale che nel 2022 ha fatto registrare un +7,7%. E si è modificata un po’ anche la forma tradizionalmente schiacciata dalla piramide dei redditi dichiarati: perché è salito sia i il numero di contribuenti con redditi compresi tra i 20 e i 29mila euro (9,5 milioni) sia quello dei redditi dai 29mila euro in su, mentre sono diminuite le dichiarazioni che indicano redditi fino a 20mila euro, in calo da 23,133 a 22,356 milioni. Ma questi piccoli smottamenti non cambiano la sostanza della questione: il 45,16% degli italiani non ha redditi (o non li dichiara), e di conseguenza vive a carico di qualcun altro. E quel qualcuno è rappresentato dal 15,26% dei contribuenti, che dichiarando redditi superiori a 35mila euro pagano il 63,39% dell’Irpef italiana. Una minoranza di “ricchi”, e fedeli al Fisco, che paga sanità e welfare per tutti gli altri ed è stata fin qui esclusa da ogni forma di agevolazione.</li>
</ul>
<ul>
<li>Pochi pagano per tutti: Su circa 40-42 milioni di dichiaranti, poco più della metà versa effettivamente l&#8217;IRPEF.</li>
<li>Concentrazione del carico: Il 76,87% dell&#8217;intera IRPEF è pagato da appena 11,6 milioni di persone.</li>
<li>Chi sono i contribuenti principali: Il 13-15% dei contribuenti con redditi superiori ai 35.000 euro copre oltre il 60% dell&#8217;imposta.</li>
<li>Lavoro dipendente: I lavoratori dipendenti (settore privato e pubblico) versano l&#8217;81,5% dell&#8217;IRPEF, mentre i lavoratori autonomi contribuiscono per il 6,1%.</li>
<li>Geografia dell&#8217;Irpef: Il Nord Italia versa quasi il 60% dell&#8217;Irpef totale.</li>
</ul>
<p>In sintesi, il sistema fiscale italiano si regge principalmente sui redditi medio-alti e sui lavoratori dipendenti, mentre una parte consistente della popolazione dichiara redditi bassi (sotto i 15.000 euro) o zero.</p>
<ul>
<li><strong>Solo il 13,94% degli italiani paga quasi due terzi delle tasse</strong></li>
</ul>
<p>I contribuenti con redditi superiori a 35mila euro sono il 13,94% del totale e versano il 62,52% delle imposte dei redditi sulle persone fisiche. È quanto emerge da uno studio di Itinerari previdenziali che sottolinea come il 47% degli italiani (compresi i bambini) non versi imposte sulle persone fisiche. Il totale dei redditi prodotti nel 2021 e dichiarati nel 2022 ai fini Irpef è ammontato a 894,162 miliardi, per un gettito generato di 175,17 miliardi (157 per l’Irpef ordinaria; 12,83 per l’addizionale regionale e 5,35 per l’addizionale comunale), in crescita rispetto ai 164,36 miliardi dell’anno precedente.</p>
<ul>
<li><strong>Aumentano i dichiaranti</strong></li>
</ul>
<p>Aumentano i dichiaranti (41.497.318) e i contribuenti/ versanti, vale a dire coloro che versano almeno 1 euro di Irpef, che salgono a quota 31.365.535, valore più alto registrato dal 2008. “Non è accettabile &#8211; commenta Stefano Cuzzilla, Presidente Cida, confederazione dei dirigenti di azienda &#8211; che poco più del 13% della popolazione si faccia carico della quasi metà degli italiani che non dichiara redditi e trova benefici in un groviglio di agevolazioni e sostegni, spesso concessi senza verificarne l’effettivo bisogno. Un 13% che guadagna da 35mila euro lordi in su, e che per questo non può beneficiare del taglio al cuneo fiscale perché è considerato troppo ricco e non può difendersi dall’inflazione nemmeno quando arriva alla pensione, sempre perché è considerato troppo ricco”.</p>
<ul>
<li><strong>Oltre 40% delle dichiarazioni al fisco sotto i 15mila euro </strong></li>
</ul>
<p>Sono quasi 41,5 milioni gli italiani che fanno la dichiarazione fiscale Irpef, ma oltre il 40% di questi dichiara di percepire un reddito sulle persone fisiche inferiore a 15mila euro. A ciascun contribuente, corrispondono però di fatto 1,427 abitanti. Da 0 fino a 7.500 euro lordi si collocano 8.832.792 soggetti, il 21,29% del totale, che pagano in media 26 euro di Irpef l’anno. I contribuenti che dichiarano redditi tra i 7.500 e i 15mila euro lordi l’anno sono 7.819.493, cui corrispondono 11,16 milioni di cittadini (il 18,84%); al netto del TIR, l’Irpef media annua pagata è di 358 euro e si riduce a 251 euro nel calcolo per abitante. Nel complesso, i contribuenti delle prime due fasce di reddito, compresi i negativi, sono il 42,59% del totale e pagano solo l’1,73% dell’Irpef complessiva, ampiamente insufficiente a ripagarsi anche il solo costo della spesa sanitaria.</p>
<ul>
<li><strong>Nel 2022 il Nord Italia ha versato quasi il 60% dell’Irpef</strong></li>
</ul>
<p>Anche nel 2022 rimane forte il divario tra le Regioni italiane per quanto riguarda il versamento dell’Irpef (prodotta nel 2021 e dichiarata nel 2022). Il Nord infatti contribuisce per 100,6 miliardi, pari al 57,43% del totale, il Centro con 38,2 miliardi pari al 21,83% del totale, mentre il Sud porta in dote 36,3 miliardi, pari al 20,74% del gettito complessivo. Una situazione di disequilibrio &#8211; segnala il rapporto &#8211; che trova conferma anche analizzando le singole Regioni: con poco meno di 10 milioni di abitanti, la Lombardia versa 40,3 miliardi di Irpef, vale a dire un importo maggiore dell’intero Mezzogiorno, che ne conta almeno il doppio, e persino superiore a quello dell’intero Centro (11,8 milioni di abitanti).</p>
<p><strong>Tasse ed evasione fiscale, la rivolta (pacifica) degli onesti di cui l’Italia ha bisogno</strong></p>
<p>Quando esploderà la rivolta degli onesti? Diciamocelo chiaramente e senza giri di parole: l’Italia ha bisogno di una ribellione dei cittadini leali che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. Una protesta pacifica, culturale e politica. Ma necessaria. Oggi più che mai. Anche perché – numeri alla mano – i cittadini onesti sono la maggioranza della popolazione ma continuano a essere inascoltati e vessati da imposte che – proprio perché pagate fino alla fine – sono sempre troppo alte. Mentre l’evasione fiscale, a lungo andare, logora il tessuto democratico di un Paese fino a distruggerlo.</p>
<p>Chi paga le tasse, paga anche quelle che non vengono versate dagli evasori fiscali. Se tutti pagassero, infatti, la pressione fiscale potrebbe diminuire di almeno il 20%. Fate qualche conto.</p>
<p>Ma ciò che è più grave è che <strong>a pagare tutte le imposte sono sempre i soliti</strong>. Ma anche gli evasori fiscali sono sempre gli stessi.</p>
<p>I partiti politici ritengono che la lotta all’evasione fiscale non paghi politicamente, perché alla base c’è un problema culturale tutto italiano. L’evasione fiscale non suscita riprovazione morale come dovrebbe, forse perché lo Stato è percepito come un’entità lontana e inefficiente. Talvolta anche corrotta. Ma lo Stato siamo noi e le imposte sono il prezzo che dobbiamo pagare se vogliano una società democratica. Non solo per il welfare e le infrastrutture ma anche per la difesa dei diritti di cui usufruiamo quotidianamente, quegli stessi diritti che tutelano anche la proprietà privata oltre a proteggere i più deboli.</p>
<p>Quando i governi dicono che non ci sono soldi da investire nella sanità, nell’istruzione, nelle infrastrutture non dicono tutta la verità. Perché i soldi ci sarebbero, se solo tutti versassero le imposte e si combattesse sul serio la piaga dell’evasione fiscale. A qualcuno questo ragionamento potrà sembrare semplicistico ma in sostanza quello che accade è proprio questo.</p>
<p>Facciamo due conti. Negli ultimi dieci anni le imposte evase in Italia hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 932,3 miliardi di euro. Quasi 1.000 miliardi che avrebbero potuto essere utilizzati per ridurre le tasse (a chi le paga) e migliorare la vita di tutti noi.</p>
<p><strong>Chi sono gli evasori</strong></p>
<p>Ma chi evade le imposte? Anche questo dato è noto da tempo. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Nel 2022 lo Stato ha incassato dalle imposte 544 miliardi di euro. La tassa più importante è l’Irpef, cioè l’imposta sui redditi delle persone fisiche, che è pari a circa il 40% di quei 544 miliardi finiti nelle casse pubbliche: in pratica, 205,8 miliardi. L’81,5% dell’Irpef (pari a 166,5 miliardi) viene versato dai lavoratori dipendenti (85,5 miliardi dai dipendenti del settore privato e 81 miliardi da quelli pubblici). Solo il 6,1% arriva dai lavoratori autonomi, che versano 12,6 miliardi di euro di imposte. Il resto della somma, per arrivare a 205,8 miliardi, è catalogato nel bilancio dello Stato sotto le voci “ritenute a titolo di acconto sui bonifici per beneficiare di oneri deducibili o detraibili”, “Irpef saldo” e “Irpef acconto”.</p>
<p>I lavoratori dipendenti in Italia sono circa 18 milioni, i pensionati 16,1 milioni e i lavoratori autonomi circa 5 milioni.</p>
<p>E torniamo alla domanda: chi evade le tasse? La risposta la fornisce la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. Secondo gli ultimi dati, le imposte evase dai lavoratori dipendenti irregolari (quelli regolari non possono evadere nemmeno un centesimo di quanto guadagnano) sono pari a 3,9 miliardi di euro. Quelle non versate dai lavoratori autonomi superano i 30 miliardi di euro.</p>
<p>Ma c’è un altro dato che fa ulteriore chiarezza. Ed è quello relativo alla propensione all’evasione, che identifica il rapporto percentuale tra l’ammontare del tax gap e il gettito teorico ovvero la percentuale di imposte che non vengono pagate rispetto a quanto sarebbe dovuto. I lavoratori dipendenti irregolari (ricordate, i regolari non possono evadere) non pagano al fisco il 2,3% di quando dovrebbero. I lavoratori autonomi, invece, evadono il 67,2% di quanto dovrebbero versare.</p>
<p>Avete letto bene: il 67,2%. Significa che quasi il 70% delle imposte dovute dai lavoratori autonomi non viene versato.</p>
<p>Nel frattempo, l’estensione della platea dei lavoratori autonomi che versa la flat tax del 15% crea un’ulteriore distorsione dei dettami dell’articolo 53 della Costituzione italiana, che recita: “<strong>Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività</strong>”.</p>
<p>Ma la progressività sembra essere sempre più una chimera in Italia. Come ha dimostrato un recente studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’Università di Milano-Bicocca (firmato da Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro), il sistema fiscale italiano è blandamente progressivo solo per il 95% dei contribuenti ma diventa regressivo per il 5% più ricco. Chi guadagna oltre 500mila euro all’anno paga le imposte con un’aliquota del 36% contro il 50% di chi guadagna meno. Questo perché i guadagni dei più ricchi non derivano dal reddito da lavoro (tassato fino al 43%) ma da redditi da capitale, tassati al 26% e addirittura al 12,5% per i titoli di Stato.</p>
<p>Il nuovo concordato</p>
<p><strong>Il sistema fiscale italiano è, dunque, sempre più iniquo</strong>. L’ultimo esempio è il nuovo concordato biennale che il Parlamento sta trasformando in una legalizzazione dell’evasione fiscale.</p>
<p>Il concordato funziona così: il Fisco propone ai lavoratori autonomi e alle imprese con fatturato inferiore a 5 milioni di euro il reddito su cui essere tassati. Se il contribuente accetta, per i due anni successivi sarà in regola e pagherà solo quanto stabilito, anche se guadagnerà di più. In questo periodo dovrà dichiarare quanto effettivamente guadagna, anche se pagherà solo quanto concordato, perché queste informazioni serviranno per stabilire l’imposta dei due anni successivi. E non avrà nessuna conseguenza se nasconderà al Fisco fino al 30% dei suoi introiti.</p>
<p>Il decreto del Consiglio dei ministri prevedeva che il concordato preventivo fosse rivolto solo ai contribuenti affidabili, con un punteggio fiscale pari a 8 ma le commissioni parlamentari nei loro pareri al decreto hanno proposto di estendere il concordato a tutti contribuenti, anche a quelli con punteggio inferiore a 8. Non solo. Era stato anche previsto di imporre al Fisco di fare una proposta di calcolo del reddito che non poteva essere maggiore del 10% di quanto dichiarato dal contribuente nell’anno preso a riferimento. Ma se quell’anno il lavoratore autonomo aveva evaso gran parte delle imposte, questo si sarebbe tradotto in una legalizzazione dell’evasione. Se aveva guadagnato 100 e aveva dichiarato 30, il Fisco non avrebbe potuto proporre un reddito imponibile superiore del 10% a quel 30 dichiarato. Un effetto di questa misura – se fosse passata al vaglio del Parlamento – sarebbe stato quello di cancellare dalle statistiche una buona fetta di evasione fiscale. Poi, per fortuna, il tetto del 10% è stato stralciato.</p>
<p>«La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune», ha detto il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno. Questo è un punto importante. Perché, prima di tutto, è <strong>il senso civico</strong> <strong>degli italiani</strong> che <strong>deve risvegliarsi</strong>.</p>
<p><strong>Finora a pagare tutto e subito restano</strong>, infatti, <strong>i lavoratori dipendenti e i pensionati</strong>. Ma fino a quando? Fino a quando, cioè, sopporteranno in silenzio e accetteranno di pagare anche le tasse degli evasori fiscali?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/una-vergogna-che-i-governi-continuano-ad-ignorare-in-italia-il-carico-fiscale-e-sostenuto-da-una-minoranza-dei-contribuenti/">UNA VERGOGNA CHE I GOVERNI CONTINUANO AD IGNORARE. In Italia, il carico fiscale è sostenuto da una minoranza dei contribuenti.</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il Cittadino italiano immemore tra fiscalità ed etica del carico fiscale</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/il-cittadino-italiano-immemore-tra-fiscalita-ed-etica-del-carico-fiscale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:59:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fiscalità indica l&#8217;insieme delle leggi, norme, tributi e imposte che regolano il sistema fiscale di uno Stato. In senso più ampio, definisce il modo in cui vengono prelevate le imposte (pressione fiscale) e l&#8217;insieme degli adempimenti fiscali a carico di cittadini e imprese, come le imposte dirette (IRES, IRAP) e indirette (IVA). In sintesi, &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>fiscalità</strong> indica l&#8217;insieme delle leggi, norme, tributi e imposte che regolano il sistema fiscale di uno Stato. In senso più ampio, definisce il modo in cui vengono prelevate le imposte (pressione fiscale) e l&#8217;insieme degli adempimenti fiscali a carico di cittadini e imprese, come le imposte dirette (IRES, IRAP) e indirette (IVA).</p>
<p>In sintesi, la fiscalità è il pilastro del rapporto economico tra il cittadino/impresa e lo Stato per il versamento dei tributi.</p>
<p><strong>Aspetti chiave e utilizzi:</strong></p>
<ul>
<li><strong>Fiscalità d&#8217;impresa:</strong> Riguarda la gestione degli obblighi contabili e il regime fiscale (ordinario, semplificato, forfettario).</li>
<li><strong>Gestione fiscale:</strong> Attività e strategie per calcolare e assolvere le imposte.</li>
<li><strong>Senso figurato:</strong> Può indicare eccessiva pignoleria, rigidità o intransigenza</li>
</ul>
<p>Il <strong>fisco</strong> è l&#8217;insieme delle leggi e delle strutture statali che si occupano di gestire le tasse e le imposte necessarie per finanziare i servizi pubblici. In parole semplici, rappresenta &#8220;la cassa dello Stato&#8221; e l&#8217;apparato che decide quanto i cittadini devono pagare per contribuire alla spesa comune.</p>
<p>Concetti Chiave</p>
<ul>
<li>Amministrazione Finanziaria: È il braccio operativo del fisco, composto da enti come l&#8217;Agenzia delle Entrate, che ha il compito di riscuotere i tributi e controllare che i contribuenti rispettino le regole.</li>
<li>Capacità Contributiva: Secondo l&#8217;Articolo 53 della Costituzione italiana, ognuno deve pagare in base alle proprie possibilità economiche.</li>
<li>Pressione Fiscale: Indica quanta parte della ricchezza prodotta in un Paese viene prelevata dallo Stato attraverso le tasse.</li>
<li>Riscossione: Raccoglie i soldi dai cittadini e dalle imprese attraverso dichiarazioni (come il Modello 730) o pagamenti diretti.</li>
</ul>
<ol>
<li>Controllo: Monitora conti correnti, bonifici e proprietà per individuare eventuali evasioni fiscali.</li>
<li>Sanzione: Se qualcuno non paga quanto dovuto, il fisco emette delle &#8220;cartelle esattoriali&#8221; per recuperare il debito con l&#8217;aggiunta di multe.</li>
</ol>
<p>Puoi approfondire i tuoi diritti consultando lo Statuto del Contribuente o verificare le ultime novità sulla rivista ufficiale FiscoOggi.</p>
<p><strong>Essere &#8220;fiscalmente a carico&#8221;</strong> significa che un familiare (coniuge, figlio o altro parente) possiede un reddito annuo lordo entro certi limiti, permettendo a un altro contribuente di beneficiare di detrazioni IRPEF. Il limite generale è di €2.840,51, mentre per i figli fino a 24 anni sale a €4.000.</p>
<p><strong>Aspetti chiave e soglie</strong>:</p>
<ul>
<li>Limiti di reddito: Il familiare non deve superare i 2.840,51 € annui (o 4.000 € per figli <u>&lt; </u>24 anni), lordo degli oneri deducibili.</li>
<li>Vantaggi: Il contribuente che ha il familiare a carico riceve detrazioni sulla propria IRPEF.</li>
<li>Detrazione vs Assegno Unico: Per i figli under 21, la detrazione è sostituita dall&#8217;Assegno Unico Universale. Tuttavia, il figlio resta &#8220;a carico&#8221; ai fini del superamento dei limiti di reddito.</li>
<li>Altri benefici: Possibilità di portare in detrazione/deduzione spese specifiche sostenute per il familiare (es. spese mediche, universitarie).</li>
</ul>
<p>Esempi di utilizzo (Chi può essere a carico):</p>
<ul>
<li>Coniuge non legalmente ed effettivamente separato con reddito <u>&lt;</u> 2.840,51 €.</li>
<li>Figli (anche naturali riconosciuti, adottivi, affidati) indipendentemente dall&#8217;età e dalla convivenza, se entro le soglie sopra citate.</li>
<li>Altri familiari (genitori, suoceri, fratelli/sorelle) se conviventi o riceventi assegni alimentari.</li>
</ul>
<p>I <strong>tributi fiscali</strong> sono dovuti per finanziare la spesa pubblica, garantendo il funzionamento dello Stato e l&#8217;erogazione di servizi essenziali (sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture). Il loro pagamento è un obbligo costituzionale (Art. 53) basato sulla solidarietà e sulla capacità contributiva di cittadini e imprese.</p>
<p><strong>Principali motivi per cui sono dovuti:</strong></p>
<ul>
<li><strong>Finanziamento dei Servizi Pubblici:</strong> Coprono i costi di servizi indivisibili (difesa, giustizia) e divisibili (raccolta rifiuti, illuminazione).</li>
<li><strong>Solidarietà e Uguaglianza Sostanziale:</strong> L&#8217;art. 2 della Costituzione prevede il dovere di solidarietà, mentre l&#8217;art. 53 impone la partecipazione alle spese in ragione della propria capacità economica, con criteri di progressività.</li>
<li><strong>Redistribuzione della Ricchezza:</strong> Attraverso un sistema fiscale progressivo, i tributi riducono le disuguaglianze economiche.</li>
</ul>
<p><strong>Classificazione dei tributi:</strong></p>
<ul>
<li><strong>Imposte:</strong> Prelievi obbligatori senza controprestazione diretta, dovuti per il solo fatto di possedere reddito o patrimonio (es. IRPEF, IVA).</li>
<li><strong>Tasse:</strong> Somme pagate per l&#8217;utilizzo specifico di un servizio pubblico (es. TARI).</li>
<li><strong>Contributi:</strong> Prelevati a fronte di un beneficio diretto da opere o servizi pubblici.</li>
</ul>
<p>Il mancato pagamento comporta sanzioni e la riscossione forzata.</p>
<p>L&#8217;<strong>etica del carico fiscale </strong>si basa sull&#8217;equa ripartizione delle imposte in base alla capacità contributiva, promuovendo progressività, trasparenza e giustizia sociale. Un sistema etico richiede che le tasse finanzino il bene comune, punendo l&#8217;evasione e premiando la responsabilità sociale, bilanciando il diritto dello Stato alla riscossione con il dovere morale del contribuente.</p>
<p><strong>Principi Fondamentali</strong> dell&#8217;Etica Fiscale:</p>
<ul>
<li>Capacità Contributiva: Principio costituzionale per cui ognuno contribuisce in proporzione alle proprie risorse economiche.</li>
<li>Progressività: Il carico fiscale aumenta proporzionalmente al crescere del reddito, garantendo equità.</li>
<li>Equità Orizzontale e Verticale: Trattare allo stesso modo chi ha la stessa capacità economica (orizzontale) e diversamente chi ha capacità differenti (verticale).</li>
<li>Bene Comune e Solidarietà: Le tasse sono finalizzate alla spesa pubblica e al benessere collettivo, intese come dovere morale e solidarietà.</li>
</ul>
<p>Aspetti Chiave e Criticità:</p>
<ul>
<li>Rapporto Fisco-Contribuente: Si basa sulla fiducia, trasparenza e correttezza procedimentale, contrastando l&#8217;evasione per promuovere la <em>tax compliance</em>.</li>
<li>Equità del Carico: Riflessione sulla necessità di non sovraccaricare il ceto medio e i lavoratori dipendenti.</li>
<li>Tassa Etica (Specifico): In Italia, una &#8220;tassa etica&#8221; è un&#8217;addizionale del 25% su redditi derivanti da materiali pornografico, agendo come imposta specifica basata sul disincentivo etico.</li>
</ul>
<p>L&#8217;etica fiscale richiede dunque un &#8220;cambio culturale&#8221; che veda il pagamento delle imposte come un contributo attivo al bene comune.</p>
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		<title>Rivalutazione del sucralosio (E 955) come additivo alimentare</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/rivalutazione-del-sucralosio-e-955-come-additivo-alimentare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 10:05:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sucralosio (E955) è un dolcificante artificiale acalorico, circa 600 volte più dolce dello zucchero, derivato dal saccarosio mediante clorurazione. Polvere bianca, altamente solubile, gusto simile allo zucchero senza retrogusto amaro, è molto stabile al calore, il che lo rende adatto alla cottura, anche se si raccomanda di non superare i 120 °C per evitare la &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il sucralosio (E955) è un dolcificante artificiale acalorico, circa 600 volte più dolce dello zucchero, derivato dal saccarosio mediante clorurazione. Polvere bianca, altamente solubile, gusto simile allo zucchero senza retrogusto amaro, è molto stabile al calore, il che lo rende adatto alla cottura, anche se si raccomanda di non superare i 120 °C per evitare la formazione di composti indesiderati. E’ usato in oltre 4.000 prodotti, tra cui bevande e cibi dietetici, yogurt, gelati, gomme da masticare e dolcificanti da tavola.</p>
<p>Per quanto riguarda gli effetti sulla salute, vi sono studi che suggeriscono possibili alterazioni del microbiota intestinale, ridotta sensibilità all&#8217;insulina e aumento dello stress ossidativo.</p>
<p>L&#8217;Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) lo considera sicuro entro la dose giornaliera accettabile (ADI) di 15 mg per kg di peso corporeo. Tuttavia, evidenze recenti indicano che il sucralosio-6-acetato, una sostanza che si forma nell&#8217;intestino, potrebbe danneggiare il DNA (genotossicità).</p>
<p>Sebbene il suo uso sia autorizzato, il dibattito scientifico sulla sua sicurezza a lungo termine è ancora attivo, con raccomandazioni di non superare le dosi giornaliere ammesse.</p>
<p>L&#8217;Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha recentemente concluso una rivalutazione completa del sucralosio (E 955), pubblicando il parere definitivo il <strong>17 febbraio 2026</strong>.</p>
<p>Le decisioni principali includono:</p>
<ul>
<li><strong>Conferma della sicurezza negli usi attuali</strong>: Il gruppo di esperti FAF ha stabilito che il sucralosio continua a essere sicuro per i consumatori agli attuali livelli di utilizzo autorizzati come additivo alimentare.</li>
<li><strong>Riconferma della DGA</strong>: La Dose Giornaliera Ammissibile (DGA) è stata mantenuta a <strong>15 mg/kg di peso corporeo al giorno</strong>, confermando che l&#8217;esposizione media della popolazione rientra ampiamente in questi limiti di sicurezza.</li>
<li><strong>Parere negativo sull&#8217;estensione d&#8217;uso</strong>: L&#8217;EFSA <strong>non ha potuto confermare la sicurezza</strong> per la richiesta di estensione dell&#8217;uso a nuovi prodotti da forno raffinati.</li>
<li><strong>Rischi legati alle alte temperature</strong>: Gli esperti hanno espresso incertezze sulla formazione di composti potenzialmente tossici quando il sucralosio viene riscaldato ad alte temperature (sopra i 120°C) durante la cottura domestica. Per questo motivo, non sono stati approvati nuovi usi in prodotti che richiedono processi di cottura intensi, a meno di limiti molto severi su tempi e temperature.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/rivalutazione-del-sucralosio-e-955-come-additivo-alimentare/">Rivalutazione del sucralosio (E 955) come additivo alimentare</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Considerazioni sugli integratori a base di mirtillo rosso nelle infezioni urinarie</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/considerazioni-sugli-integratori-a-base-di-mirtillo-rosso-nelle-infezioni-urinarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 09:54:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da anni gli integratori a base di mirtillo rosso figurano tra le opzioni non antibiotiche più apprezzate per la prevenzione delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie. Che si tratti di succo, capsule o estratti standardizzati, vengono spesso pubblicizzati come “protezione naturale della vescica”. Per distinguere tra il meccanismo d’azione plausibile dei principi attivi e l’effettiva &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/considerazioni-sugli-integratori-a-base-di-mirtillo-rosso-nelle-infezioni-urinarie/">Considerazioni sugli integratori a base di mirtillo rosso nelle infezioni urinarie</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da anni gli integratori a base di mirtillo rosso figurano tra le opzioni non antibiotiche più apprezzate per la prevenzione delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie. Che si tratti di succo, capsule o estratti standardizzati, vengono spesso pubblicizzati come “protezione naturale della vescica”. Per distinguere tra il meccanismo d’azione plausibile dei principi attivi e l’effettiva efficacia clinica comprovata abbiamo dato uno sguardo alla letteratura.</p>
<p>Non tutti i mirtilli rossi sono uguali: a seconda del prodotto, il contenuto di acqua, zuccheri, acidi e, soprattutto, sostanze fitochimiche bioattive varia notevolmente. Dal punto di vista clinico, sono particolarmente rilevanti le proantocianidine (PAC), in particolare i composti di tipo A. A questi viene attribuito un ruolo fondamentale nel possibile effetto protettivo sulle vie urinarie. Inoltre, il frutto contiene una grande varietà di altre sostanze fitochimiche.</p>
<p>E proprio qui inizia il problema: la dicitura “mirtillo rosso” sulla confezione non dice molto sulla quantità effettiva di principio attivo contenuta nel prodotto. Da anni, le analisi dei prodotti in commercio evidenziano notevoli differenze in termini di composizione, qualità e attività biologica. Secondo uno <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22439747/">studio</a> condotto su 24 integratori alimentari, solo una piccola parte conteneva effettivamente ciò che era dichiarato, mentre molte indicazioni relative ai PAC si sono rivelate imprecise.</p>
<p>Per gli studi viene quindi solitamente utilizzato il metodo DMAC (la sigla sta per p-dimetilaminocinnamaldeide, un reagente che reagisce con i PAC) standardizzato per determinare il contenuto di PAC. La reazione forma un colorante che viene misurato fotometricamente. Più intensa è la colorazione, maggiore è il contenuto di PAC. Solo in questo modo è possibile confrontare e classificare i risultati.</p>
<p>Quando negli studi si parla di circa 36 mg di PAC al giorno, ci si riferisce a questa determinazione standardizzata. Secondo gli studi, tale quantità è considerata la dose minima necessaria per ottenere un effetto. Dosaggi più elevati, fino a circa 72 mg al giorno, possono potenziare l&#8217;effetto. In assenza di indicazioni relative al PAC, per molti prodotti in libera vendita non è chiaro se si verifichino effetti: questo è uno dei motivi alla base dei risultati contraddittori degli studi condotti negli ultimi anni.</p>
<p>Sono davvero efficaci?</p>
<p>La fonte più attendibile attualmente disponibile è una revisione Cochrane del 2023. I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a un totale di 50 studi e 8.857 partecipanti. Hanno scoperto che i prodotti a base di mirtillo rosso riducono complessivamente di circa il 30% il rischio di infezioni delle vie urinarie sintomatiche e confermate microbiologicamente.</p>
<p>L&#8217;analisi dei sottogruppi è determinante: i benefici sono stati dimostrati in modo più evidente nelle donne con infezioni delle vie urinarie ricorrenti non complicate. Nella revisione Cochrane, il rischio relativo in questo gruppo era pari a 0,74 (IC al 95% 0,55–0,99). Non si tratta di un effetto spettacolare, ma è clinicamente rilevante, soprattutto se si considera l&#8217;importanza di una strategia volta a ridurre l&#8217;uso di antibiotici.</p>
<p>Una revisione sistematica del 2024 dimostra che il mirtillo rosso riduce significativamente il rischio quando i prodotti forniscono almeno 36 mg di PAC al giorno e vengono assunti per un periodo compreso tra 12 e 24 settimane; in questo caso, il beneficio era particolarmente evidente nelle donne.</p>
<p>Anche in ambito pediatrico, l&#8217;evidenza scientifica è migliore di quanto molti credano. La revisione Cochrane ha evidenziato nei bambini una significativa riduzione del rischio di infezioni delle vie urinarie sintomatiche e confermate microbiologicamente (RR 0,46; IC al 95% 0,32–0,68).</p>
<p>Pertanto, i prodotti a base di mirtillo rosso rappresentano soprattutto un&#8217;opzione per la profilassi delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie senza complicanze, ma non per il trattamento delle infezioni acute né come misura preventiva. Una revisione sistematica tedesca del 2024 classifica il mirtillo rosso come possibile misura preventiva non antibiotica con un rischio di effetti collaterali relativamente basso.</p>
<p>L&#8217;effetto è quindi più profilattico che fortemente terapeutico. In caso di cistite acuta, il mirtillo rosso non sostituisce né la diagnosi né la terapia antibiotica, ove indicata. Anche nelle popolazioni a basso rischio, l&#8217;effetto è moderato.</p>
<p>Ciò risulta chiaramente da uno studio randomizzato con estratto standardizzato di PAC: nelle donne con infezioni ricorrenti delle vie urinarie, una dose più elevata di PAC rispetto a una dose di controllo molto bassa ha comportato, nel complesso, solo una riduzione non significativa delle infezioni sintomatiche. In un&#8217;analisi post hoc, tuttavia, è stato osservato un beneficio nelle donne con meno di 5 infezioni all&#8217;anno. Ciò suggerisce che l&#8217;effetto possa essere reale, ma non abbastanza grande da essere ugualmente visibile in ogni situazione ad alto rischio.</p>
<p>Tutto sommato, il mirtillo rosso è probabilmente di maggiore interesse per i pazienti che soffrono di infezioni ricorrenti non complicate, in genere associate all&#8217;<em>Escherichia coli</em>, che desiderano una strategia che riduca l&#8217;uso di antibiotici e sono disposti ad assumere regolarmente una preparazione standardizzata per diversi mesi.</p>
<p>Le prove relative ai pazienti anziani ospitati in strutture assistenziali risultano poco convincenti. In questo gruppo, l’ampia revisione non ha rilevato alcun beneficio significativo. Ciò è plausibile, poiché in questi casi spesso prevalgono fattori di rischio complessi: residuo urinario, incontinenza, limitazioni funzionali, cateteri, multimorbilità e un diverso spettro di agenti patogeni. Un effetto antiadesivo contro l&#8217;<em>E. coli </em>da solo rischia spesso di non essere sufficiente in tali contesti.</p>
<p>Al momento non esistono prove convincenti dell&#8217;efficacia del mirtillo rosso nemmeno per le donne in gravidanza. Lo stesso vale per i pazienti con disturbi neuromuscolari della funzione vescicale e svuotamento vescicale incompleto. Proprio questo gruppo è un chiaro esempio del fatto che il mirtillo rosso non ha quasi alcun senso quando il meccanismo patologico è un disturbo meccanico o funzionale dello svuotamento.</p>
<p>Le prove attualmente disponibili non indicano alcun vantaggio chiaramente dimostrato a favore di una specifica forma farmaceutica. Nella revisione Cochrane non era chiaro se il succo, le compresse o le capsule presentassero differenze significative in termini di efficacia. La standardizzazione sembra essere più importante della forma. Un succo molto diluito con molto zucchero e una quantità di PAC non chiara è meno utile di un estratto standardizzato con una dose definita di PAC. Al contrario, non tutte le capsule sono automaticamente di alta qualità se manca la standardizzazione.</p>
<p>Dal punto di vista della medicina basata sull&#8217;evidenza, vi sono quindi molte ragioni per non limitarsi a raccomandare semplicemente il “mirtillo rosso”, ma per optare in modo mirato per preparati con una standardizzazione verificabile. La dose spesso citata di almeno 36 mg di PAC al giorno è più un valore indicativo pragmatico che un dogma, ma è comunque più sensata rispetto alle indicazioni generiche riportate sui prodotti.</p>
<p>Negli studi clinici sono stati frequentemente riportati lievi disturbi gastrointestinali quali nausea, dispepsia, disturbi addominali o diarrea. La revisione Cochrane non ha riscontrato una differenza significativa rispetto al placebo o all’assenza di trattamento specifico: se presente, la differenza sembra essere minima. Nel complesso, sono stati descritti raramente effetti indesiderati gravi. Anche altre revisioni sistematiche giungono alla conclusione che il mirtillo rosso, se assunto correttamente, è generalmente ben tollerato.</p>
<p>Tuttavia, <strong>“naturale” non è sinonimo di “privo di rischi”.</strong> I succhi acidi possono causare disturbi gastrointestinali, problemi di reflusso o una scarsa accettazione a causa del sapore e del contenuto di zucchero. Nel caso degli integratori alimentari si aggiunge un secondo problema: la qualità talvolta carente del prodotto.</p>
<p>È necessaria cautela anche nei pazienti sottoposti a terapia farmacologica. Dal punto di vista clinico, la più rilevante è la possibile interazione con i cumarinici come il warfarin. Sebbene i dati disponibili non si basino su ampi studi randomizzati, diverse revisioni sistematiche indicano ripetutamente il mirtillo rosso come potenziale fonte di interazione, con il rischio di un aumento dell’effetto anticoagulante e di una maggiore tendenza al sanguinamento. Anche la Farmacopea degli Stati Uniti classifica espressamente questa interazione come un possibile rischio. Il mirtillo rosso potrebbe quindi non essere privo di rischi nei pazienti in terapia con antagonisti della vitamina K; in caso di assunzione regolare, è opportuno effettuare controlli più frequenti dell&#8217;INR.</p>
<p>Per quanto riguarda gli anticoagulanti orali diretti (DOAC), l&#8217;evidenza è nettamente più debole. Tuttavia, recenti revisioni sistematiche sulle interazioni con alimenti e piante invitano in generale alla cautela. Sebbene da esse non sia possibile dedurre un chiaro avvertimento clinico come nel caso del warfarin, è comunque consigliabile effettuare un&#8217;anamnesi accurata e una valutazione individuale dei rischi, in particolare nei pazienti con comorbidità sottoposti a politerapia.</p>
<p>Un altro argomento riguarda gli ossalati e il rischio di calcoli. Alcuni studi precedenti hanno riscontrato cambiamenti positivi in determinati parametri urinari in relazione a specifici succhi. Altri studi hanno tuttavia evidenziato un aumento dell&#8217;escrezione di ossalati o un effetto misto sul rischio di calcoli.</p>
<p>È stato descritto un aumento dell&#8217;escrezione di ossalato soprattutto in relazione al succo di mirtillo rosso; per le compresse o gli estratti standardizzati, invece, i dati disponibili sono contrastanti. Per questo motivo gli esperti raccomandano cautela nei pazienti con un rischio più elevato di urolitiasi.</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Gli effetti del mirtillo rosso non sono un mito, ma i preparati a base di questa bacca non sono nemmeno un rimedio miracoloso. Oggi i benefici sono scientificamente provati in misura maggiore rispetto a qualche anno fa, ma riguardano soprattutto gruppi ben definiti: ne traggono maggior beneficio le donne con infezioni ricorrenti delle vie urinarie non complicate, e forse anche i bambini.</p>
<p>Sono fondamentali una corretta indicazione, una formulazione standardizzata contenente PAC e un&#8217;informazione realistica. Si tratta di una profilassi dall&#8217;effetto moderato, non di una terapia e tanto meno di una soluzione universale contro le infezioni del tratto urinario. Chi consiglia il mirtillo rosso dovrebbe quindi valutare con maggiore attenzione il preparato specifico, il contenuto di PAC, le possibili interazioni e il profilo di rischio individuale.</p>
<pre><em>Michael van den Heuvel. Gli integratori a base di mirtillo rosso nelle infezioni urinarie: efficacia o marketing?  -  Univadis  -  17/04/2026. </em>Xiong Z, Gao Y, Yuan C, Jian Z, Wei X. Preventive effect of cranberries with high dose of proanthocyanidins on urinary tract infections: a meta-analysis and systematic review. <em>Front Nutr.</em> 2024 Nov 28;11:1422121. doi: 10.3389/fnut.2024.1422121. PMID: 39668896; PMCID: PMC11635990.</pre>
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		<title>L&#8217;assunzione abituale di caffè modella il microbiota intestinale</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/lassunzione-abituale-di-caffe-modella-il-microbiota-intestinale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 09:40:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caffè è una bevanda di origine vegetale ottenuta dalla lavorazione dei chicchi di caffè. Il suo sapore e la sua composizione variano in base al tipo di chicco, alla maturazione, alla lavorazione, alla tostatura e ai metodi di preparazione. I principali fitochimici presenti nel caffè includono alcaloidi (come la caffeina), (poli)fenoli (come gli acidi fenolici), &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il caffè è una bevanda di origine vegetale ottenuta dalla lavorazione dei chicchi di caffè. Il suo sapore e la sua composizione variano in base al tipo di chicco, alla maturazione, alla lavorazione, alla tostatura e ai metodi di preparazione. I principali fitochimici presenti nel caffè includono alcaloidi (come la caffeina), (poli)fenoli (come gli acidi fenolici), diterpeni e melanoidine che si formano durante la tostatura. Un consumo moderato di caffè è associato a diversi benefici per la salute, tra cui la riduzione del rischio di diabete di tipo 2, malattie del fegato, malattie cardiovascolari e cancro.</p>
<p>In un ampio studio trasversale condotto su 468.629 individui senza malattie cardiovascolari clinicamente manifeste, un consumo di caffè da leggero a moderato è stato collegato a tassi inferiori di mortalità per tutte le cause, mortalità cardiovascolare e incidenza di ictus. Inoltre, l&#8217;assunzione di caffè è costantemente associata a un ridotto rischio di malattia di Parkinson in modo dose-dipendente, in diverse coorti umane. Le meta-analisi hanno anche rilevato che i consumatori di caffè corrono un rischio inferiore di depressione e una meta-analisi di studi di coorte che esaminavano il declino cognitivo ha mostrato che il consumo di caffè ha comportato una riduzione del 27% nell&#8217;incidenza della malattia di Alzheimer.</p>
<p>Questi benefici sistemici sono affiancati da evidenze che dimostrano come il caffè influenzi direttamente il cervello, modellando sia l&#8217;attività neurale che le prestazioni cognitive.</p>
<p>Il caffè favorisce la digestione e aiuta a tenere alto il tono dell’umore, facilitando anche la concentrazione: queste qualità, tra le altre, sono note da tempo. Finora, tuttavia, non era molto chiaro in che modo la bevanda esercitasse questi effetti, che chiamavano in causa tanto il cervello quanto l’apparato digerente e quindi, presumibilmente, l’asse intestino-cervello, cioè la via di comunicazione biochimica diretta e attiva nelle due direzioni che sfrutta il nervo vago.</p>
<p>Per chiarirne i meccanismi, i ricercatori dell’università di Parma insieme a quelli di un istituto dell’Università di Cork, in Irlanda, specializzato nello studio del microbiota e chiamato <em>APC Microbiome Ireland</em> hanno condotto uno studio piuttosto accurato su una sessantina di volontari, e hanno poi pubblicato i risultati delle loro osservazioni su <em>Nature Communications</em>. La ricerca è stata sponsorizzata dall’Institute for Scientific Information on Coffee, un’organizzazione no profit sostenuta da alcuni dei principali produttori internazionali di caffè, tra i quali Lavazza e Illycaffè.</p>
<p><strong>Lo studio</strong></p>
<p>Per capire le relazioni tra gli effetti psicologici, le azioni fisiologiche del caffè e l’asse intestino-cervello, i ricercatori hanno selezionato una trentina di bevitori abituali della bevanda, definiti – secondo l’EFSA – come persone che consumano ogni giorno dalle tre alle cinque tazze di caffè, e altrettanti non bevitori abituali, e durante la durata della sperimentazione li hanno sottoposti tutti sia a indagini psicologiche e neurologiche sia a esami delle urine e delle feci, chiedendo contemporaneamente loro di tenere un diario quotidiano dei consumi di caffeina.</p>
<p>Per quanto riguarda l’assunzione, inizialmente sono stati tutti sottoposti alla cosiddetta fase di wash out, cioè si sono tutti astenuti dall’assumere caffè di qualunque tipo per due settimane. In quella situazione si sono visti cambiamenti evidenti nella composizione del microbiota intestinale dei bevitori, ma non in quella dei non bevitori, segno che gli effetti del caffè sono specifici, si manifestano in tempi brevi, e sono in gran parte reversibili non appena l’assunzione cessa.</p>
<p><strong>Si confermano gli effetti benefici sulle facoltà intellettive e sull’umore della caffeina e del caffè</strong></p>
<p>Dopo l’astensione, i ricercatori hanno invitato i bevitori di caffè (e non gli altri) a riprendere il consumo per 21 giorni; in metà dei casi hanno somministrato caffè con caffeina, nell’altra metà decaffeinato, senza che i partecipanti sapessero cosa stessero bevendo. Lo scopo, in questa parte, era verificare il ruolo specifico della caffeina. Subito i bevitori abituali hanno riferito un chiaro miglioramento dell’umore, con un abbassamento dei livelli di stress e depressione percepiti, a prescindere dal fatto che il caffè fosse o meno decaffeinato: evidentemente, oltre a placare i sintomi dell’astinenza, il caffè contiene sostanze diverse dalla caffeina, benefiche per la regolazione dell’umore e subito attive.</p>
<p><strong>Caffè e microbiota</strong></p>
<p>Analizzando poi la composizione del microbiota, i ricercatori hanno osservato che nei bevitori, ma non nei non bevitori, erano aumentate alcune specie batteriche specifiche come le <em>Eggertelle </em>e il <em>Cryptobacterium curtum</em>, associate alla produzione di bile e ad altri fenomeni specifici della digestione, oltre ai <em>Firmicutes</em>, collegati a effetti positivi sull’umore, soprattutto nelle donne.</p>
<p>Inoltre il caffè con caffeina è risultato associato a un significativo miglioramento dei livelli di ansia e della capacità di concentrazione, così come a un abbassamento generale dei livelli di infiammazione, mentre quello decaffeinato a punteggi migliori nei test della memoria e delle funzioni di apprendimento, fatto che attribuisce un ruolo specifico per i numerosi antiossidanti presenti nella bevanda, e non per la caffeina.</p>
<p>In generale, quindi, oltre a confermare gli effetti benefici sulle facoltà intellettive e sull’umore della caffeina e del caffè in generale, fornisce anche prove convincenti del fatto che tutto ciò sia una conseguenza indiretta di azioni sul microbiota intestinale e, in particolare, su alcune delle specie che intervengono nei rapporti tra cervello e intestino lungo l’asse omonimo.</p>
<p>La riabilitazione del caffè, bevanda fino a pochi anni fa citata soprattutto per il possibile rischio per chi soffre di malattie cardiovascolari (associazione poi smentita, per dosaggi normali), oggi valorizzata per gli antiossidanti e per la caffeina, procede. I miliardi di persone che ogni giorno lo assumono e ne traggono benefici e godimento possono continuare a farlo con tranquillità.</p>
<pre>Boscaini S, Bastiaanssen TFS, Moloney GM, Bergamo F, Zeraik L, O'Leary C, Ferri A, Irfan M, van der Rhee M, Lindemann TIF, Schneider E, Meyyappan AC, Harold KB, Long-Smith CM, Carbia C, O'Riordan KJ, de Alvarenga JFR, Tosi N, Del Rio D, Rosi A, Bresciani L, Mena P, Clarke G, Cryan JF. Habitual coffee intake shapes the gut microbiome and modifies host physiology and cognition. <em>Nat Commun</em>. 2026 Apr 21;17(1):3439. doi: 10.1038/s41467-026-71264-8. PMID: 42014402.</pre>
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		<title>Ruolo dei batteri nel microbiota intestinale umano</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/ruolo-dei-batteri-nel-microbiota-intestinale-umano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 09:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota]]></category>
		<category><![CDATA[microbiota intestinale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il microbiota è l’insieme di tutti i microorganismi – batteri, virus, funghi, protozoi – che vivono in simbiosi con il nostro corpo. Alcuni sono presenti anche sulla pelle, nel cavo orale, nei polmoni e in altre sedi, ma la maggior parte si trova nell’intestino, dove prende il nome di “microbiota intestinale”. I microrganismi che compongono il microbiota sono addirittura dieci volte più &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>microbiota</strong> è l’insieme di tutti i microorganismi – batteri, virus, funghi, protozoi – che vivono in simbiosi con il nostro corpo. Alcuni sono presenti anche sulla pelle, nel cavo orale, nei polmoni e in altre sedi, ma la maggior parte si trova nell’intestino, dove prende il nome di “<strong>microbiota intestinale</strong>”.</p>
<p>I microrganismi che compongono il microbiota sono addirittura dieci volte più numerosi rispetto alle cellule del nostro organismo. Infatti, in ciascun individuo se ne contano oltre 100 mila miliardi ovvero circa 100 trillions in inglese. Il microbiota intestinale è il più esteso (rappresenta circa il 70% del totale): qui vivono oltre 400 specie differenti di microrganismi. <strong>Il microbiota di ogni individuo è esclusivo e rappresenta, quindi, una vera e propria impronta biologica</strong>, capace di contraddistinguerci gli uni dagli altri.</p>
<p>Il microbiota umano è uno straordinario esempio di <strong>mutualismo tra organismi</strong> che, convivendo, traggono vantaggio gli uni dagli altri.</p>
<p>Un <strong>microbiota intestinale sano</strong> svolge numerose ed importanti funzioni per tutto l’organismo:</p>
<ul>
<li>elimina le sostanze tossiche,</li>
<li>favorisce la digestione degli alimenti,</li>
<li>protegge l’apparato cardiocircolatorio</li>
<li>contribuisce alla sintesi di vitamine essenziali, come ad esempio l&#8217;acido folico, le vitamine del gruppo B e la vitamina K.</li>
</ul>
<p>Un’altra funzione svolta dal microbiota intestinale è la regolazione della motilità intestinale o peristalsi. I batteri contenuti nel lume intestinale stimolano, infatti, le cellule nervose intestinali favorendo il naturale meccanismo di contrazione e rilassamento del colon durante la digestione.</p>
<p>Infine, il microbiota intestinale, interagendo con il sistema immunitario, impedisce la crescita di tanti microrganismi dannosi.</p>
<p>Un microbiota intestinale è caratterizzato da una adeguata “<strong>biodiversità</strong>, e cioè composto da diverse specie di microrganismi presenti in un buon numero di unità, con una prevalenza di microrganismi vantaggiosi per l&#8217;uomo, e in equilibrio tra loro e con l&#8217;intestino che li ospita. Il microbiota intestinale è, infatti, composto da batteri buoni (ad esempio Bifidobatteri e Lactobacilli) e da batteri cattivi (ad esempio <em>Enterococcus faecalis</em> e <em>Clostridium difficile</em>). È fondamentale per la salute del nostro corpo che i microrganismi buoni e cattivi vivano in equilibrio (condizione definita <strong>eubiosi</strong>). Se questo equilibrio viene alterato, si instaura uno stato di disordine (definito <strong>disbiosi</strong>) che è correlato non soltanto a malattie dell’apparato digerente, ma anche a diabete e obesità, dermatite, malattie cardiovascolari, neurologiche, psichiche ed oncologiche, solo per citarne alcune.<strong> </strong></p>
<p>Come in ogni comunità, anche nel microbiota intestinale umano si possono individuare batteri che producono benefici per la salute e per questo vengono ritenuti &#8220;<strong>buoni</strong>&#8221; ed altri che non producendo azioni benefiche vengono ritenuti “cattivi”: la distinzione avviene pertanto sulla base degli effetti prodotti. Ad esempio, l’<em>Escherichia coli</em> (E. coli), uno dei batteri più diffusi, è principalmente un batterio &#8220;buono&#8221; e simbionte, essenziale per la salute intestinale; vive nel colon producendo vitamine K e del gruppo B; tuttavia, alcuni ceppi specifici sono &#8220;cattivi&#8221; e patogeni, causando infezioni gastrointestinali (diarrea), urinarie (cistiti) o, raramente, gravi infezioni sistemiche. Così, mentre la maggior parte dei ceppi è innocua e costituisce una parte importante della flora batterica intestinale, aiutando a combattere i batteri patogeni, alcuni ceppi (come E. coli produttore di tossina Shiga &#8211; STEC) sono pericolosi e causano gravi intossicazioni alimentari.</p>
<p><strong>Principali Batteri Buoni e Loro Ruolo</strong></p>
<ul>
<li><strong>Bifidobatteri (<em>Bifidobacterium</em>):</strong> batteri anaerobici (probiotici) che colonizzano principalmente il colon (intestino crasso) e il tratto vaginale, fondamentali per la digestione delle fibre e la produzione di acido lattico e acetico, abbassando il pH intestinale e inibendo i batteri patogeni. Essenziali per la digestione del latte materno nei neonati, aiutano la maturazione del sistema immunitario, rafforzano la barriera intestinale, prevenendo l&#8217;ingresso di sostanze nocive, sintetizzano vitamine del gruppo B e vitamina K. A differenza dei lattobacilli che producono soprattutto acido lattico, i bifidobatteri metabolizzano le fibre producendo acidi grassi a corta catena (come l&#8217;acetato), che sono cruciali per la salute dell&#8217;intestino.</li>
<li><strong><em>Faecalibacterium prausnitzii</em></strong><strong>:</strong> Fondamentale per la produzione di butirrato, un acido grasso a catena corta che nutre le cellule del colon e riduce l&#8217;infiammazione, costituisce circa il 5% del totale dei batteri nell&#8217;intestino umano, svolgendo un ruolo chiave nel mantenimento dell&#8217;equilibrio del microbiota, in particolare rafforzando la barriera intestinale e riducendo le infiammazioni.  Produce molecole come la proteina MAM (<em>Microbial Anti-inflammatory Molecule</em>), in grado di bloccare vie infiammatorie, risultando cruciale in condizioni come le malattie infiammatorie intestinali (IBD). Sostiene e migliora le &#8220;giunzioni strette&#8221; (tight junctions) tra le cellule della mucosa intestinale, riducendo la permeabilità.  La sua presenza è indice di un microbiota in salute; un basso livello di questo batterio è associato a patologie tra cui malattie infiammatorie intestinali e tumore del colon-retto. Si nutre di fibre alimentari come i frutto-oligosaccaridi (FOS) e i galatto-oligosaccaridi (GOS).</li>
</ul>
<p>In sintesi, è considerato un batterio &#8220;amico&#8221; essenziale, spesso ridotto in pazienti con colite ulcerosa o m. Crohn, il cui aumento è associato a una migliore salute gastrointestinale.</p>
<ul>
<li><strong>Lattobacilli (<em>Lactobacillus</em>):</strong> Proteggono la mucosa intestinale e aiutano a digerire il lattosio (es. <em>L. rhamnosus GG</em>, <em>L. acidophilus</em>, <em>L. gasseri</em>). Trasformano zuccheri in acido lattico (fermentazione), proteggendo la mucosa intestinale e sostenendo il sistema immunitario.  Popolano l&#8217;ambiente vaginale, mantenendo il pH acido (tra 3.7 e 4.5) e creando un ambiente ostile per i batteri nocivi. Prevengono disturbi intestinali, contribuendo al miglioramento della digestione e all&#8217;assorbimento dei nutrienti, favoriscono il riequilibrio della flora batterica intestinale (specialmente dopo antibiotici). Producono batteriocine o lactocine e perossido di idrogeno, sostanze in grado di inibire la crescita di batteri nocivi e patogeni come la Candida. Supportano l&#8217;autofagia delle cellule della mucosa, eliminando i microorganismi invasori. I lattobacilli inattivati (tindalizzati) nei prodotti skincare aiutano a riequilibrare il microbioma cutaneo, migliorando la barriera cutanea in pelli secche o con acne.</li>
<li><strong><em>Bacteroides</em></strong><strong>:</strong> sono batteri anaerobi commensali predominanti nel microbiota intestinale umano (circa il 55% della flora) ove svolgono un ruolo fondamentale nel metabolismo. Le loro funzioni principali includono la scomposizione di glicani e fibre complesse, la modulazione del sistema immunitario, la produzione di acidi grassi a catena corta e la competizione contro patogeni. In particolare, sono cruciali per la scomposizione di carboidrati complessi (fibre) e zuccheri che l&#8217;organismo umano non riesce a digerire da solo; attraverso la fermentazione, producono acidi grassi a catena corta (come l&#8217;acetato e il propionato) che nutrono le cellule del colon.</li>
</ul>
<p>Specie come il <em>Bacteroides thetaiotaomicron</em> promuovono la creazione di una barriera intestinale impermeabile e stimolano l&#8217;angiogenesi (formazione di vasi sanguigni).</p>
<p>Il <em>Bacteroides fragilis</em> aiuta a educare il sistema immunitario, prevenendo malattie infiammatorie del colon. Partecipa alla produzione di vitamine essenziali, inclusa la vitamina K e alcune del gruppo B. Contribuisce a mantenere l&#8217;equilibrio del microbiota, competendo con batteri nocivi.</p>
<p>Sebbene mutualistici, alcuni <em>Bacteroides</em> possono causare infezioni opportunistiche (es. peritonite, appendicite) se si spostano dall&#8217;intestino ad altre sedi corporee. Inoltre, un eccesso di <em>Bacteroides</em> (sovracrescita) rispetto ai batteri protettivi (come <em>Bifidobacterium</em>) può indicare uno stato di disbiosi e un&#8217;alterata risposta infiammatoria</p>
<p><strong>Ruolo del butirrato intestinale</strong></p>
<p>Il butirrato, un acido grasso a catena corta prodotto dal microbiota intestinale, è prodotto dal microbiota attraverso la fermentazione delle fibre alimentari, in particolare da alimenti come i legumi, ed è fondamentale per la salute intestinale:</p>
<ul>
<li>agisce come fonte energetica per i colonociti,</li>
<li>nutre le cellule intestinali, rinforza la barriera intestinale e possiede proprietà antinfiammatorie</li>
<li>riduce l&#8217;infiammazione e regola il sistema immunitario</li>
<li>contribuisce a mantenere l&#8217;equilibrio del microbiota (eubiosi), contrastando la crescita di batteri nocivi.</li>
<li>aiutano ad assorbire nutrienti e sintetizzare vitamine (es. vitamine del gruppo B e vitamina K)</li>
<li>inibisce le cellule tumorali, ed è efficace nel trattamento del colon irritabile e dolori addominali.
<ul>
<li>l&#8217;acido butirrico è un ingrediente efficace per la gestione del colon irritabile <strong>(IBS)</strong>, che colpisce il 10-20% della popolazione, riducendo dolori e disagi addominali.</li>
</ul>
</li>
<li>il butirrato, specialmente se supportato da probiotici come il <em>Saccharomyces boulardii</em>, è efficace nel ridurre la durata della diarrea infettiva e quella associata agli antibiotici.</li>
</ul>
<p>I principali batteri produttori di butirrato nel colon umano sono anaerobi stretti che fermentano le fibre alimentari. Le specie chiave includono membri dei Clostridia (raggruppamenti XIVa e IV), come:</p>
<p><strong><em>Faecalibacterium prausnitzii</em></strong><strong>:</strong> Uno dei più abbondanti produttori nel microbiota umano, noto per le sue proprietà antinfiammatorie.</p>
<ul>
<li><strong><em>Roseburia</em></strong><strong> spp. (es. <em>R. intestinalis</em>, <em>R. hominis</em>):</strong> Produttori efficienti di butirrato.</li>
<li><strong><em>Eubacterium rectale</em></strong><strong>:</strong> Molto comune nell&#8217;intestino, converte la fibra in butirrato.</li>
<li><strong><em>Clostridium butyricum</em></strong><strong> (CBM588):</strong> Un ceppo probiotico noto per l&#8217;alta produzione di butirrato e il supporto alla barriera intestinale.</li>
<li><strong><em>Clostridium acetobutylicum</em></strong><strong>:</strong> Molto diffuso in contesti industriali.</li>
</ul>
<p>La produzione di butirrato può essere favorita attraverso l&#8217;assunzione di prebiotici (fibre) che fungono da nutrimento per questi batteri, tra cui:</p>
<ul>
<li><strong>Alimenti ricchi di fibre solubili:</strong> Cipolle, aglio, banane, carciofi e asparagi.</li>
<li><strong>Alimenti integrali e legumi.</strong></li>
</ul>
<p>Per mantenere alta la popolazione di batteri buoni, è fondamentale un&#8217;alimentazione ricca di fibre (prebiotici) e alimenti fermentati (probiotici) come yogurt, kefir e crauti.</p>
<p><strong>I &#8220;batteri cattivi&#8221;</strong></p>
<p>I &#8220;batteri cattivi&#8221; nel microbiota, o meglio definiti <strong>patobionti</strong>, sono microrganismi potenzialmente nocivi che, in condizioni di equilibrio (eubiosi), sono presenti in piccole quantità. Quando prevalgono, causano disbiosi, danneggiando la barriera intestinale e scatenando infiammazioni. Tra i principali figurano</p>
<ul>
<li><strong><em>Clostridium difficile</em></strong>, è un batterio anaerobio, Gram-positivo, presente fisiologicamente nella flora batterica della vagina e dell’intestino. Poiché il Clostridium difficile è <strong>rintracciabile nelle feci</strong>, ci si può infettare con questo batterio toccandosi, con le mani, la bocca e le altre mucose (come quelle del naso o degli occhi) dopo aver maneggiato oggetti o superfici contaminati con feci. Clostridium difficile può vivere per lunghi periodi su oggetti e superfici. Le più importanti norme di prevenzione sono: lavarsi le mani dopo aver usato la toilette e in ogni caso prima di mangiare; assicurarsi che il bagno che si utilizza sia pulito, soprattutto nel caso in cui sia stato precedentemente usato da qualcuno affetto da diarrea.  Mediante la produzione nell&#8217;intestino di una tossina necrotizzante alcuni ceppi possono causare nell’uomo la colite soprattutto quando riescono a moltiplicarsi nell’intestino in grandi quantità (questo accade, ad esempio, quando la flora batterica intestinale si modifica a loro favore come avviene, ad esempio, in seguito a terapia antibiotica orale protratta nel tempo). A maggior rischio di contrarre questa infezione sono in particolare le persone sottoposte a uso prolungato di antibiotici.</li>
<li><strong><em>Enterococcus faecalis</em></strong>, sono batteri gram positivi e si presentano con una caratteristica forma rotondeggiante o ovale, disposti a catenelle, e <strong>possono </strong>sopravvivere in diversi ambienti, inclusi contesti ad alti livelli di salinità e con variazioni estreme di clima, resistendo persino a temperature di 60°C per brevi periodi. Tali microrganismi sono tipicamente presenti nelle feci; nella maggior parte dei casi, l’infezione è di origine nosocomiale, acquisita cioè all’interno di strutture sanitarie e ospedaliere; si diffonde spesso per contatto diretto con persone o strumenti infetti o attraverso l’uso di attrezzature non sterili. I fattori di rischio principali comprendono la presenza di cateteri vescicali, l’età avanzata, l’immunodepressione e la prolungata permanenza in ambiente ospedaliero.</li>
<li><strong><em>Escherichia coli</em></strong>(ceppi patogeni), è un batterio gram-negativo che normalmente si trova nel nostro intestino. È parte del microbiota ed è un batterio commensale, che sopravvive grazie all’organismo in cui vive, ma allo stesso tempo svolge una sua funzione, ad esempio, producendo vitamina K. L<em>’E. coli</em> è un bacillo asporigeno, può vivere in un ambiente con o senza aria, fermenta il lattosio ed ha la caratteristica microscopica di avere estroflessioni che gli consentono di aderire alla parete dell’organo che colonizza; grazie a questa proprietà può attaccarsi alle pareti di vescica e dell’uretra, creando cistiti, uretriti e infezioni di varia gravità, soprattutto se non trattate adeguatamente. La maggior parte dei ceppi di <em>Escherichia coli</em> sono innocui, dal momento che questo microrganismo vive da commensale nel nostro organismo, ma alcuni ceppi possono essere causa di patologie più o meno gravi, che nella maggior parte dei casi interessano l’intestino e l’apparato urinario.</li>
<li><strong><em>Helicobacter pylori</em></strong>, è un batterio spiraliforme che può colonizzare la mucosa gastrica, il rivestimento dello stomaco umano. L’infezione è spesso asintomatica, ma talvolta può provocare gastrite e ulcere a livello dello stomaco o del duodeno, L’uomo è l’unico serbatoio noto di questo batterio. A lungo termine, l’infezione da <em> pylori</em>è associata a un aumento di 2-6 volte del rischio di linfoma MALT e soprattutto di carcinoma gastrico, il secondo cancro più comune nel mondo.</li>
<li><strong>Genere <em>Proteus</em></strong>,  microrganismi Gram-negativi, aerobi e mobili, come <strong><em>Proteus mirabilis</em></strong> (la specie più frequentemente isolata), <strong><em>Proteus vulgaris </em></strong>(spesso associato a condizioni di immunocompromissione), <strong><em>Proteus penneri</em></strong> (soprattutto  nel tratto gastrointestinale).  Sebbene facciano parte della flora batterica commensale, possono diventare patogeni opportunisti (causando ad esempio infezioni urinarie) in soggetti con sistema immunitario indebolito o altre patologie pregresse. Questi batteri sono in grado di persistere nel sistema gastrointestinale grazie alla capacità di adesione alle proteine dell&#8217;ospite, come collagene, fibrinogeno e fibronectina.</li>
<li>funghi come <strong><em>Candida albicans</em></strong>, normalmente presente nel microbiota gastrointestinale in equilibrio simbiotico. Quando questo equilibrio si rompe a causa di stress, antibiotici o dieta scorretta, il fungo prolifera, causando sintomi come gonfiore, dolore, diarrea e stanchezza.</li>
</ul>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>In conclusione, sono considerati &#8220;cattivi&#8221; perché producono tossine che attaccano la mucosa, aumentando la permeabilità intestinale; competono e talvolta sostituiscono i batteri buoni, provocando infiammazioni croniche correlate a malattie come diabete, obesità, e malattie infiammatorie intestinali (IBD). Spesso si attivano o proliferano dopo l&#8217;uso di antibiotici che eliminano la flora benefica, approfittando dello spazio libero. Possono produrre metaboliti tossici o produrre enzimi che alterano la digestione e l&#8217;assorbimento.</p>
<p>Un microbiota equilibrato, ricco di bifidobatteri e lattobacilli, è essenziale per mantenere questi batteri a bada.</p>
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		<title>Eventi avversi ed effetti collaterali degli agonisti del recettore GLP-1</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/eventi-avversi-ed-effetti-collaterali-degli-agonisti-del-recettore-glp-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 09:48:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I farmaci per la perdita di peso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli agonisti del recettore del peptide 1 simile al glucagone (GLP-1 RA) sono terapie consolidate per il controllo glicemico nel diabete mellito di tipo 2 (DMT2) e per la perdita di peso (1). L&#8217;obesità è riconosciuta come una malattia cronica e rappresenta una componente chiave dello spettro delle patologie cardio-metaboliche, con prove crescenti che indicano &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli <em>agonisti del recettore del peptide 1 simile al glucagone </em>(GLP-1 RA) sono terapie consolidate per il controllo glicemico nel diabete mellito di tipo 2 (DMT2) e per la perdita di peso (1). L&#8217;obesità è riconosciuta come una malattia cronica e rappresenta una componente chiave dello spettro delle patologie cardio-metaboliche, con prove crescenti che indicano i benefici clinici dei GLP-1 RA per la gestione del peso e il miglioramento dei profili di rischio cardio-metabolico e cardiovascolare. Il ruolo terapeutico di questa classe di farmaci si sta quindi estendendo al paradigma delle malattie cardio-metaboliche, oltre le indicazioni convenzionali di controllo glicemico e perdita di peso. Le terapie con GLP-1RA sono state sviluppate per imitare gli effetti periferici del GLP-1, ma è ormai ampiamente dimostrato che la loro efficacia nel trattamento dell&#8217;obesità dipende dalla riduzione dell&#8217;apporto energetico attraverso la loro azione sul sistema nervoso centrale.</p>
<p>I <em>GLP-1 RA esercitano ampi effetti antinfiammatori </em>in molteplici organi periferici, tra cui i polmoni, il sistema cardiovascolare, il fegato, l&#8217;intestino, i reni, le articolazioni e, come precedentemente citato, il sistema nervoso centrale. Prove provenienti da studi preclinici e clinici supportano il ruolo antinfiammatorio dei GLP-1RA nel sistema cardiovascolare, nel fegato, nei reni e nelle articolazioni. Così come sono stati documentati effetti neuroprotettivi, alla base di diverse condizioni neurodegenerative, tra cui la riduzione dell&#8217;aggregazione proteica, il potenziamento dell&#8217;autofagia, il miglioramento della funzione mitocondriale, la soppressione della neuro-infiammazione e preservazione dell&#8217;integrità sinaptica, con analisi epidemiologiche che suggeriscono una ridotta incidenza di demenza, morbo di Parkinson e sclerosi multipla tra gli utilizzatori a lungo termine di GLP-1RA.Tuttavia, i potenziali effetti antinfiammatori della segnalazione del GLP-1 nel sistema nervoso centrale, nei polmoni e nell&#8217;intestino devono ancora essere completamente chiariti e richiedono ulteriori indagini, anche in considerazione del fatto che la terapia con GLP-1RA è associata a un quadro di eventi avversi che ne influenzano sicurezza e tollerabilità.</p>
<p><strong>GLP-1 RA e tollerabilità terapeutica</strong></p>
<ul>
<li><em>Effetti gastrointestinali </em>– Una recente revisione sistematica di 39 studi clinici randomizzati controllati su GLP-1 RA ha mostrato un effetto di classe con aumento del rischio di <em>nausea, reflusso, vomito, diarrea e stitichezza </em>rispetto al placebo in individui senza diabete. Gli eventi avversi gastrointestinali non di rado hanno portato all&#8217;interruzione del trattamento farmacologico, sia negli studi clinici randomizzati che nella pratica del mondo reale. In una revisione sistematica di studi clinici randomizzati, il 6,5% di coloro che utilizzavano lo ha interrotto a causa di eventi avversi rispetto al 3,6% di coloro che assumevano placebo. Negli studi a lungo termine è stato dimostrato che la nausea è la causa principale di interruzione, seguita da vomito e diarrea, con rischi molto più bassi associati a stitichezza, fastidio addominale o dolore. Tuttavia, la titolazione più lenta e flessibile ha migliorato l&#8217;aderenza e ridotto gli eventi avversi senza compromettere l&#8217;efficacia, ma l&#8217;ottimizzazione dei programmi di aumento della dose rispetto a un miglioramento della tollerabilità dei GLP-1RA andrà ulteriormente studiata.</li>
<li><em>Valutazione dei sintomi gastrointestinali </em>– Nella stragrande maggioranza degli studi, i sintomi sono stati valutati tramite l&#8217;auto-segnalazione dei partecipanti che, sebbene semplice, presenta notevoli limitazioni. In futuro, si auspica l’impiego di strumenti abbreviati per la valutazione dell&#8217;indice di gravità dei sintomi del tratto gastrointestinale superiore.</li>
</ul>
<p><strong>Effetti sulla motilità gastrointestinale</strong></p>
<p>L&#8217;incidenza di contenuto gastrico trattenuto in individui che utilizzavano un GLP-1RA era del 56% rispetto al 19% di coloro che non utilizzavano GLP-1RA. Nelle tre revisioni sistematiche che hanno documentato un aumento del rischio di ritenzione del contenuto gastrico come causa dell’interruzione prematura dell’endoscopia non è stato identificato alcun aumento del rischio di polmonite <em>ab ingestis</em>. Pertanto, la terapia con GLP-1RA è chiaramente associata a un rischio sostanzialmente aumentato di ritenzione del contenuto gastrico, ma ci sono poche prove che suggeriscano che ciò si traduca in un aumento dell&#8217;incidenza di polmonite da aspirazione.</p>
<p>I potenziali rischi di ritenzione gastrica e aspirazione polmonare hanno sollevato il quesito se il trattamento con GLP-1RA dovesse essere interrotto o modificato prima di procedure associate a tale rischio. Le linee guida di consenso multi-società hanno, in generale, raccomandato un approccio individualizzato per decidere se sospendere la terapia con GLP-1RA.</p>
<p><strong>Meccanismi sottostanti ai sintomi gastrointestinali</strong></p>
<p>Nausea, vomito e diarrea in associazione al trattamento con GLP-1RA sono spesso indicati come eventi avversi gastrointestinali e rappresentano prevalentemente l&#8217;espressione di uno stato funzionale gastrointestinale alterato.</p>
<p>Infatti, l&#8217;agonismo del GLP-1R rallenta lo svuotamento gastrico e sopprime la motilità dell&#8217;intestino tenue. Tuttavia, una spiegazione alternativa, ma non reciprocamente esclusiva, è l&#8217;interazione diretta dei GLP-1RA con i GLP-1R nelle regioni cerebrali come il tronco encefalico (area postrema, nucleo del tratto solitario), che non sono protette dalla barriera emato-encefalica e sono tipicamente coinvolte nella nausea indotta da farmaci (area chemiosensibile).</p>
<p><em>Complicanze biliari e pancreatiche </em>– In una revisione sistematica di 55 studi clinici randomizzati, in doppio cieco e controllati, il trattamento con GLP-1RA è stato associato a un aumentato rischio di colelitiasi rispetto al placebo (RR 1,46), ma non di colecistite, colangite o pancreatite. Un dato in contrasto con le iniziali segnalazioni allarmanti del 2011 di casi di pancreatite acuta che hanno portato a forti preoccupazioni di sicurezza ampiamente discusse, limitando temporaneamente l’uso di questi farmaci. Retrospettivamente, il sospetto che i GLP-1RA potesse provocare pancreatite acuta è stato ricondotto ai criteri diagnostici utilizzati (due delle tre caratteristiche seguenti: forte dolore addominale superiore irradiato alla schiena, aumenti di amilasi e/o lipasi e risultati tipici delle procedure di imaging) e al fatto che la terapia con GLP-1RA induce sintomi addominali in un numero di pazienti elevato, così come provoca aumenti di amilasi e/o lipasi non predittivi di pancreatite acuta clinica. Questo conferma il potenziale di bias dei database di segnalazione di eventi avversi quando si manifesta un problema serio e sottolinea quanto importante la ricerca di una farmacovigilanza solida per sospetti eventi avversi con farmaci relativamente nuovi.</p>
<p><strong>Cancro della tiroide</strong></p>
<p>Il carcinoma midollare della tiroide è diventato un motivo di preoccupazione perché la maggior parte dei casi e delle cellule C iperplastiche esprime GLP-1R, ma non ci sono quasi GLP-1R nelle cellule C umane sane (21). È stato quindi ipotizzato un maggior rischio di carcinoma midollare della tiroide con l&#8217;uso di GLP-1RA in individui suscettibili, anche se questo potrebbe non essere vero per i soggetti sani.</p>
<p>Una recente valutazione dei dati provenienti da 93 studi clinici di fase 2 e 3 su liraglutide o semaglutide e dati di sorveglianza post-marketing non ha suggerito un&#8217;associazione tra il loro uso e il rischio di cancro alla tiroide negli adulti. Tuttavia, una storia personale o familiare di carcinoma midollare della tiroide o di neoplasia endocrina multipla di tipo 2 rappresenta una controindicazione all&#8217;uso di GLP-1RA.</p>
<p><strong>Retinopatia e altri problemi visivi </strong></p>
<p><em>Retinopatia diabetica – </em>Il trattamento sottocutaneo con semaglutide ha portato a un aumento del numero di complicanze di retinopatia nello studio sugli esiti cardiovascolari SUSTAIN-6.  Una revisione retrospettiva ha individuato un possibile nesso di causalità nelle maggiori riduzioni della glicemia plasmatica e delle concentrazioni di HbA1c indotte da semaglutide rispetto al trattamento standard. Nuovi studi sono in corso per caratterizzare meglio gli effetti della semaglutide sulla progressione e sulle complicanze della retinopatia.</p>
<p><em>Neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica </em>(NAION) – È una causa improvvisa e indolore di perdita della vista osservata in particolare nei pazienti con DMT2 e deriva dall&#8217;ipoperfusione delle arterie ciliari posteriori che irrorano la testa del nervo ottico, portando a danno ischemico ed edema del disco ottico. Colpisce in genere persone di età superiore ai 50 anni ed è fortemente associata a fattori di rischio vascolare come ipertensione, DMT2, iperlipidemia, apnea notturna ostruttiva e problemi strutturali del disco ottico. Le associazioni precedentemente riportate tra NAION e GLP-1 RA derivavano in gran parte da dati osservazionali retrospettivi, intrinsecamente soggetti a bias e fattori confondenti e nessuno di questi studi è stato in grado di stabilire la causalità. L&#8217;associazione potrebbe quindi riflettere la maggiore presenza di fattori di rischio negli utilizzatori piuttosto che un effetto del farmaco. In una recente meta-analisi di 20 RCT, l&#8217;uso di GLP-1 RA non è risultato associato a un aumento del rischio di eventi a carico del nervo ottico o della vista.</p>
<p><strong>Depressione e altri problemi psichiatrici</strong></p>
<p>Una revisione sistematica di 80 studi clinici randomizzati non ha trovato alcuna associazione tra il trattamento con GLP-1RA e gravi effetti avversi psichiatrici: depressione maggiore, suicidio o psicosi. Inoltre, la terapia con GLP-1RA è stata associata a un miglioramento della qualità della vita correlata alla salute mentale.</p>
<p><strong>Effetti in popolazioni specifiche</strong></p>
<p><em>Individui giovani – </em>In una meta-analisi di 5 studi che hanno valutato i GLP-1RA in individui più giovani con DMT2, si è verificata un&#8217;aumentata incidenza di effetti avversi, ma i tassi di ritiro sono rimasti bassi.</p>
<p><em>Gravidanza – </em>Negli studi su animali, l&#8217;esposizione a GLP-1RA è stata associata a una ridotta crescita fetale, a un ritardo nell&#8217;ossificazione scheletrica e a una riduzione dell&#8217;aumento di peso materno e del consumo di cibo. Pertanto, non è raccomandato l’utilizzo di GLP-1RA nelle donne che stanno pianificando una gravidanza o che sono attualmente incinte .</p>
<p><em>Malattia renale con grave compromissione della funzione renale – </em>In questi individui gli effetti avversi gastrointestinali dei GLP-1RA sono più comuni e il loro impiego deve essere attentamente valutato rispetto ai potenziali benefici in questi pazienti.</p>
<p><em>Anziani </em>– Il tasso di interruzione dei GLP-1RA negli individui anziani sembra elevato, con dati che evidenziano come dopo 24 mesi di follow-up, il 68,2% degli individui di età inferiore a 65 anni aveva interrotto i GLP-1RA, con una percentuale che saliva al 75,3% per quelli di età compresa tra 65 e 74 anni e all&#8217;82,6% per quelli di età pari o superiore a 75 anni. Le ragioni di interruzione hanno incluso il costo, l&#8217;efficacia variabile, le preferenze del paziente e/o gli effetti avversi gastrointestinali. Altro potenziale rischio negli anziani è la perdita ossea che è stata osservata con semaglutide, sebbene un trattamento combinato con un programma di esercizi sembrerebbe in grado di mitigarne il rischio. Questi rischi “correlati all’età” devono anche essere bilanciati con la riduzione del rischio cardiovascolare associata all’uso di GLP-1RA, che è sempre più pronunciato con l’aumento dell’età.</p>
<p><em>Riduzione della massa muscolare – </em>Con la perdita di peso indotta dai GLP-1RA si verifica anche una perdita di massa magra e questo ha sollevato preoccupazioni per lo sviluppo di sarcopenia. Tuttavia, per la valutazione della perdita di massa muscolare pochi studi misurano specificamente la massa muscolare e a oggi non è noto se questa perdita di massa magra sia associata a una riduzione della funzionalità fisica. Resta comunque un elemento di attenzione per decidere se iniziare farmaci GLP-1RA in popolazioni di pazienti a maggior rischio di sviluppare una perdita di massa muscolare clinicamente rilevante durante la terapia con agonisti del recettore GLP-1, tra cui gli anziani, i pazienti con uno stile di vita sedentario, quelli con un basso apporto proteico nella dieta e i pazienti che stanno perdendo peso rapidamente.</p>
<pre><em>Paolo Spriano, MD. Agonisti del recettore GLP-1: eventi avversi ed effetti collaterali - Univadis - 20/03/2026.</em></pre>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/eventi-avversi-ed-effetti-collaterali-degli-agonisti-del-recettore-glp-1/">Eventi avversi ed effetti collaterali degli agonisti del recettore GLP-1</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
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