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	<title>La Logica della Disuguaglianza Archivi - amaperbene.it</title>
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	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
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	<title>La Logica della Disuguaglianza Archivi - amaperbene.it</title>
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		<title>Il Sud per crescere ha bisogno di uscire dalla precarietà di sistema</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/il-sud-per-crescere-ha-bisogno-di-uscire-dalla-precarieta-di-sistema-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 10:38:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>2006.10.16 &#8211; La Logica della Disuguaglianza di Giuseppe Castello “I numeri governano il mondo: forse. Certo i numeri dimostrano che il mondo è mal governato”. E’ quanto affermava Goethe e quanto dimostra, in maniera inconfutabile con dati e cifre, il volume “Logica della Disuguaglianza” edito da Maurizio Cuzzolin. L’Italia si rivela per un paese che &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>2006.10.16<strong> &#8211; La </strong><strong>Logica della Disuguaglianza </strong>di Giuseppe Castello</p>
<p>“I numeri governano il mondo: forse. Certo i numeri dimostrano che il mondo è mal governato”. E’ quanto affermava Goethe e quanto dimostra, in maniera inconfutabile con dati e cifre, il volume “Logica della Disuguaglianza” edito da Maurizio Cuzzolin.</p>
<p>L’Italia si rivela per un paese che perde in competitività perché non investe in Ricerca ed Innovazione, un paese caratterizzato da una struttura corporativa della società, ove persistono forti disomogeneità, scarse opportunità e fluidità sociale, un paese ove l’etica nei comportamenti è fortemente compromessa come l&#8217;etica economica, un paese che non riesce ad assicurare ai cittadini quei livelli di ben-essere compatibili con una vita socialmente ed economicamente produttiva.</p>
<p>Chi vive al Sud ha ogni giorno la percezione di tale realtà. Al Sud, ove le disuguaglianze diventano vere e proprie iniquità, risiede gran parte degli sfiduciati perché componenti di famiglie che, se hanno lavoro, trovano difficoltà ad arrivare a fine mese con il reddito conseguito ed hanno cominciato a risparmiare sul cibo. Al Sud, privo di banche e poco attrattivo per investimenti esteri, già scarsamente dotato di strutture, con una nano-struttura produttiva per giunta poco propensa all’innovazione ed alle relazioni, vanno scarse risorse in ricerca e sviluppo (0,75% contro l&#8217;1,11% del Pil nazionale, l’1,9% dell’Unione Europea);  al Mezzogiorno viene assegnato soltanto il 9%, contro il 91% destinato al Centro-Nord, delle risorse pubbliche per la ricerca, e appena il 3% delle risorse private contro il 97% destinato al Centro-Nord;  qui operano 7 ricercatori ogni 100mila abitanti contro 1 nel Mezzogiorno<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Come allora non mostrare una certa diffidenza ai soliti proclami di provvedimenti per il Sud, soprattutto se questi sono privi di adeguato sostegno finanziario e non portano a quei cambiamenti da tutti invocati e riconosciuti urgenti quanto indifferibili. E’ sconfortante che a distanza di oltre cento anni, si debba concordare con Nitti (<em>Su i recenti fatti di Napoli, </em>1900) quando affermava che “il problema di Napoli non è soltanto economico, ma soprattutto morale ed è l’ambiente morale che impedisce qualsiasi trasformazione economica”. Nel citato volume “Logica della Disuguaglianza” si dimostra che il problema è culturale, quindi morale, infine economico. Di qui la motivazione a dare continuità all’appello di Aldo Masullo alla “cittadinanza attiva” perché diventi movimento propositivo, esca finalmente da quello stato di torpore che Masullo ha definito “mala tolleranza”, che più di tutto sconvolge ed annichilisce. I napoletani &#8211; dice Masullo &#8211; sono un popolo pigro; tuttavia, appena qualcuno si muove, allora si vede un certo fermento ed alcuni cominciano ad agitarsi; ma non per affiancarsi a chi ha osato ergersi, non per sinergizzare, bensì diventare antagonisti e riportare tutto nella quiete dello <em>status quo ante</em>.</p>
<p>Ecco perché occorre mettere in moto un processo di consapevolezza civica e un’assunzione dell’etica della responsabilità da parte di tutti; ma prima di ogni cosa urge innalzare il livello culturale del cittadino. Sviluppare una cittadinanza attiva significa far sì che il cittadino si appropri dei valori democratici, sia educato alla legalità ed al rispetto dei diritti altrui, affermi la propria individualità in un contesto di identità collettiva. Ogni sforzo sarà però inutile se non si abbatte quel sistema di potere clientelare-camorristico che non consente di affrontare e risolvere i problemi, di trovare soluzioni eque e perciò condivise, nel campo dell’economia come della sicurezza e dei rifiuti. Senza il <em>t</em><em>asso di zavorramento camorristico annuo</em>, come evidenziato dal Censis, il Pil pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord. Il Sud, per crescere, ha bisogno di uscire dalla precarietà di sistema, di avere certezze, di mostrare affidabilità.</p>
<p>Il risanamento sociale trova il suo fulcro nel risanamento economico se si investe in ricerca ed innovazione, istruzione e formazione; se si promuove una stretta collaborazione tra mondo delle imprese e mondo della ricerca per favorire il rapido trasferimento tecnologico alla base delle economie avanzate ed assicurare la necessaria competitività del sistema produttivo.  Essenziale allora diventa orientare l’economia meridionale verso una struttura produttiva evoluta, in grado di competere sui mercati internazionali; incamminarsi rapidamente verso nuovi livelli di efficienza, utilizzando al meglio gli incentivi, recependo criteri di selettività, ridando fiducia al sistema meridionale, per attrarre investimenti, rafforzando il ruolo delle banche a sostegno dello sviluppo del territorio; migliorare infrastrutture e servizi.</p>
<p>E’ in tale contesto che va ridisegnato il ruolo per la gente del Sud, fatta di uomini interpreti e promotori del cambiamento, uomini capaci di creare modelli di sviluppo autopropulsivo, di affermare le proprie capacità, di rivendicare i propri diritti, nel pieno rispetto dei basilari criteri di giustizia, equità, verità. In questo modo il Sud rappresenterà una grande risorsa per il Paese, un’opportunità da non lasciar sfuggire per esaltare e valorizzare le specificità delle diverse aree in un contesto unitario e solidaristico.</p>
<p>E’ vero, necessitano risorse e investimenti, ma, prima di tutto, occorre un diverso modo di pensare, una diversa cultura per la ricerca scientifica e tecnologica, di cui va utilizzata la natura pervasiva per introdurre mutamenti sostanziali nelle attitudini, nei comportamenti e nelle convenienze dei diversi attori sociali, economici e istituzionali. Occorrono università moderne, che si approprino del ruolo formativo perduto. Occorrono spinte esogene, ma in primo luogo spinte endogene, una classe dirigente fieramente degna del proprio ruolo, e quindi intelligente, consapevole, colta, sensibile alle innovazioni, protesa verso il futuro, in grado di sognarlo, progettarlo, realizzarlo. Una classe dirigente che, tranciando i legami con un passato poco edificante, decida finalmente di abbandonare la vecchia strada che spende e spreca, che avanza spettanze e non riconosce diritti, per imboccare i sentieri virtuosi di libertà-responsabilità, che sappia lanciare il Mezzogiorno sul terreno della produttività competitiva e della civiltà del diritto, garantendo innovazioni visibili ed emersioni dal sottosuolo di talenti e risorse, nella consapevolezza che la qualità della vita di un territorio è la vera, prima attrattiva di risorse, umane ed economiche.</p>
<p>Articolo pubblicato dal Corriere della Sera di Lunedì 16 ottobre 2006, a pag. XII dell’inserto Mezzogiorno Economia</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Vedi anche G. Castello: RICERCA SCIENTIFICA: strategie competitive per il Mezzogiorno e l’Italia, Alfredo Guida Editore, 1995</p>
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		<title>I numeri della Diseguaglianza &#124; Università e circolazione dei cervelli</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-della-diseguaglianza-universita-e-circolazione-dei-cervelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 15:41:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Università e circolazione dei cervelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le Università del Sud soffrono di tre grossi problemi: meno studenti iscritti, meno risultati accademici eccellenti, meno servizi e finanziamenti[1]. Evidenti le ripercussioni sullo sviluppo locale ed economico delle aree interessate ma anche di tutto il nostro Paese. Negli ultimi 10 anni le iscrizioni all’Università degli studenti residenti nel Mezzogiorno sono state nettamente inferiori rispetto al &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le Università del Sud soffrono di tre grossi problemi: meno studenti iscritti, meno risultati accademici eccellenti, meno servizi e finanziamenti</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Evidenti le ripercussioni sullo sviluppo locale ed economico delle aree interessate ma anche di tutto il nostro Paese.</p>
<p>Negli ultimi 10 anni <strong>le iscrizioni all’Università degli studenti residenti nel Mezzogiorno sono state nettamente inferior</strong>i rispetto al resto del Paese. Ciò è causato principalmente da</p>
<ol>
<li>i<em> <strong>trend</strong></em><strong>demografici</strong>, che vedono una vera e propria migrazione dei giovani verso le regioni del Nord. Nel 2019, a fronte del 37% di studenti immatricolati residenti al Sud, solo il 29% risultavano iscritti ad un ateneo della stessa area;</li>
<li>prospettive occupazionali migliori;</li>
<li>offerta formativa più ampia e accessibile;</li>
<li>qualità della didattica e disponibilità dei servizi superiore.</li>
</ol>
<p>Lo sbilanciamento dei flussi migratori in uscita ha ovviamente <strong>ricadute sull’offerta di istruzione terziaria</strong>. Visto che notoriamente la mobilità è correlata a situazioni socioeconomiche più agiate e con un <em>background </em>formativo superiore, ciò si traduce in un <strong>livello medio di preparazione inferiore</strong> per gli studenti delle università meridionali ma anche sulla loro capacità contributiva (riducendo ulteriormente i finanziamenti).</p>
<p>Non da ultimo, <strong>questo flusso influirà anche sulla situazione demografica del territorio</strong> che apre possibili scenari di <a href="https://www.universitynetwork.it/desertificazione-delle-universita-tra-venti-anni-la-campania-senza-studenti/"><strong>desertificazione delle Università del Sud</strong>,</a> ma anche meno disponibilità di capitale umano per la forza lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il minor numero di studenti iscritti alle Università del Sud è strettamente correlato a una <strong>minore probabilità di conseguire la laurea</strong> in questi stessi atenei.</p>
<p>Secondo l’analisi della Banca d’Italia, ciò che penalizza il divario formativo è la quota di studenti eccellenti che scelgono di spostarsi al Nord, riducendo di conseguenza la quota di universitari che riescono a completare gli studi al Sud.</p>
<p>Non è però l’unica ragione per cui le <em>performance</em> sono inferiori. Un <strong>livello di preparazione</strong> degli studenti in ingresso <strong>minore </strong>(misurato dai risultati delle prove INVALSI durante le scuole superiori) correlato ad una <strong>minore qualità della formazione nei cicli scolastici inferiori</strong>, e un <strong>contesto sociale e familiare mediamente meno favorevoli </strong>contribuiscono al divario dei risultati fra Nord e Sud.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ultimo punto critico, la <strong>drastica riduzione delle</strong> <strong>risorse economiche ed umane</strong> avvenuta nell’ultimo decennio. Questo è dovuto principalmente a un<strong> taglio generale dei fondi pubblici destinati all’Università</strong> (che ha visto una ripresa solo negli ultimi 3 anni) ma anche al criterio di distribuzione degli stessi. Dopo la riforma del 2010 che prevede lo stanziamento di fondi statali in base al costo standard per studente e ad una componente premiale, <strong>i finanziamenti per le Università del Sud sono stati minori </strong>rispetto a quelli dedicati al Nord. Sebbene, infatti, i fondi ministeriali siano distribuiti in modo proporzionale agli studenti iscritti, è facile intuire che un calo di questi ultimi è traducibile in una minor ricezione di fondi statali.</p>
<p>Ancora una volta, quindi, il peggioramento delle iscrizioni alle Università del Sud ha avuto una conseguenza anche sul totale dei fondi pubblici destinati a questi atenei. Tuttavia, gli atenei del Mezzogiorno rimangono comunque con finanziamenti minori anche a causa di:</p>
<ul>
<li>Una minore capacità contributiva degli studenti;</li>
<li>Una minore possibilità di attingere da fondi privati o Europei.</li>
</ul>
<p>Tutto ciò influisce sull’assunzione di personale docente (e non solo) e di fondi destinati alla ricerca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricapitolando, i <strong>fattori che concorrono alla penalizzazione delle Università del Sud</strong> sono:</p>
<ul>
<li>Il numero e la qualità degli studenti in ingresso (che si dimostra l’aspetto centrale del problema);</li>
<li>Un’offerta formativa e un mercato del lavoro meno attrattivi (determinanti per la scelta di studiare di migrare);</li>
<li>La minore capacità contributiva delle famiglie meridionali (che limita la possibilità di autofinanziamento degli atenei);</li>
<li>Non da ultimo, una <em>governance</em>degli atenei meno efficace e meno capace di offrire servizi e didattica di qualità.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, risulta sempre più necessario incrementare le risorse per l’intero sistema universitario italiano per riportarlo al pari di quello dei Paesi più avanzati, ma anche per vedere concretamente la possibilità di colmare il divario fra Nord e Sud. Fortunatamente, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dei fondi destinati all’Università, che hanno permesso l’assunzione di ricercatori. Sarà però fondamentale proseguire con un incremento sempre maggiore così come prevede la legge di bilancio per il 2022.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2020 anche il personale impegnato in attività di R&amp;S si riduce: gli addetti sono 521mila (-4,3% rispetto al 2019), per un totale di 342mila unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (Etp) (-3,8%). Una riduzione si registra anche nelle Università, seppure più lieve (-1,6% in unità e -1,3% in Etp) il settore pubblico mostra invece un aumento (+3,3% in unità e +2,3% in Etp o equivalenti a tempo pieno).</p>
<p>I ricercatori (in Etp) sono 157mila e rappresentano il 45,9% del totale degli addetti dell’intera economia,</p>
<p>in diminuzione del 2,4% rispetto al 2019. L’incidenza maggiore si rileva nelle istituzioni non profit (70,9%, in aumento di 0,8 p.p.), seguono le Università (66,5% e +1.4 p.p.), le istituzioni pubbliche (57,3%, -0,9 p.p.) e le imprese, con poco più di un terzo degli addetti alla R&amp;S, quota pressoché stabile rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Nei tagli al personale le donne sono complessivamente meno colpite: nel 2020 quelle impegnate in attività di R&amp;S  ammontano a 171mila e rappresentano circa un terzo degli addetti (-3% rispetto al 2019,</p>
<p>mentre sono circa 112mila in Etp, -2,4% rispetto all’anno precedente). Nel settore delle imprese la presenza femminile nelle attività di R&amp;S continua a essere, in termini relativi, bassa e minore rispetto a</p>
<p>quella negli altri settori: il 22,3% degli addetti alla R&amp;S in Etp contro il 55,6% delle istituzioni private non profit, il 49,3% delle istituzioni pubbliche, il 48,7% delle Università.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Italia ci sono circa 33mila giovani ricercatori under 35 che hanno maturato nel corso della loro carriera almeno un’esperienza all’estero che hanno iniziato a pubblicare negli ultimi 15 anni e hanno almeno una pubblicazione indicizzata negli ultimi 5 anni. Interessante notare che un 2% del campione esaminato ha cognome straniero e questo potrebbe indicare che anche nel mondo della ricerca hanno iniziato ad affacciarsi gli italiani di seconda generazione. Di questi 33mila studiosi, quasi il 20% sono quelli che lasciano il nostro Paese per intraprendere un percorso accademico al di fuori dell’Italia, ma chi rientra ha un livello più alto di chi sceglie di stabilirsi all’estero. In sintesi la “<strong>fuga di cervelli</strong>” è una questione di opportunità e non di bravura del singolo ricercatore. All&#8217;estero, quindi, sicuramente vengono offerte più chances per i giovani accademici italiani ma a restare in Italia non sono gli studiosi che valgono meno. È questo quello che emerge da uno studio Elsevier, uno dei più importanti editori scientifici del mondo con oltre 3000 pubblicazioni in ogni ambito scientifico, presentato oggi in Senato durante l&#8217;evento “Giovani, ricerca e mobilità: lo studio di Elsevier. Fuga dei cervelli, circolo virtuoso di scambio internazionale o deficit strutturale del sistema italiano?”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a></p>
<p>I paesi con cui si collabora di più sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, segue a distanza al terzo posto la Francia. Ma proseguire la propria carriera accademica all’estero non ha nulla a che vedere né con la qualità del ricercatore, che anzi appare più alta fra chi resta in Italia ma collabora con l’estero, né con il numero di pubblicazioni, perché chi va fuori mediamente pubblica di meno rispetto ai colleghi che restano in patria avendo però maturato un’esperienza internazionale. La questione è relativa alle opportunità e questo è evidente anche osservando la “<strong>circolazione dei cervelli</strong>” in Italia. Quello che emerge analizzando i ricercatori con esperienza internazionale secondo l’analisi Elsevier è che se è vero che i giovani studiosi del Nord lasciano l’Italia per l’estero (23%), quelli del Centro e soprattutto del Sud Italia molto spesso lasciano il loro polo universitario per uno che si trova al Nord, dove generalmente sono situati i centri di eccellenza e si hanno maggiori opportunità lavorative. Il 10,5% degli accademici under 35 del Centro e l’8% di quelli del Sud si spostano in Università del Nord Italia. E anche in questo caso ad orientare le scelte è il ventaglio di opportunità che un determinato ateneo può offrire e non la qualità del ricercatore: quanti al Sud hanno maturato un’esperienza internazionale tendono a pubblicare di più, con un valore qualitativo pari a quello del resto d’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La composizione del segmento di studiosi presi in considerazione, poi, fornisce importanti informazioni sulle trasformazioni che il settore della ricerca sta mettendo in atto. Innanzitutto, quello che emerge è che fra i giovani accademici con esperienza internazionale c’è una tendenza al gender balance, con un 45% di donne e un 55% di uomini in termini di parità di genere. Tra i ricercatori under 35 italiani, in particolare, il gender balance è migliore rispetto al resto della ricerca in generale e anche della media europea. Nonostante questo, le discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) restano appannaggio dei ricercatori uomini, mentre le ricercatrici sono avanti rispetto ai colleghi uomini nel campo della medicina. Infine, un’altra peculiarità relativa al genere: gli uomini pubblicano più delle donne, ma questo non ha a che vedere con la qualità delle studiose e degli studiosi, che è pressoché simile, piuttosto con la tendenza dei ricercatori uomini a frazionare il lavoro di ricerca, pubblicando non necessariamente al termine dell’intera speculazione, ma anche risultati intermedi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tesini G. Università: sempre più ampio il divario fra Nord e Sud. University Network. <a href="https://www.universitynetwork.it/universita-sempre-piu-ampio-il-divario-fra-nord-e-sud/" target="_blank" rel="noopener">https://www.universitynetwork.it/universita-sempre-piu-ampio-il-divario-fra-nord-e-sud/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="https://www.huffingtonpost.it/dossier/futuro/2022/05/25/news/il_20_degli_studiosi_under_35_lascia_l_italia_ma_non_se_ne_vanno_i_migliori_mancano_le_opportunita_-9463823/" target="_blank" rel="noopener">https://www.huffingtonpost.it/dossier/futuro/2022/05/25/news/il_20_degli_studiosi_under_35_lascia_l_italia_ma_non_se_ne_vanno_i_migliori_mancano_le_opportunita_-9463823/</a></p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Trasporti e Mobilità</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-trasporti-e-mobilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 15:33:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Trasporti e Mobilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo un rapporto di Legambiente sul pendolarismo, i treni al Sud sono vecchi di almeno 20 anni rispetto ai 12 e mezzo di quelli in uso sulle ferrovie settentrionali. Nel complesso i treni pugliesi e lucani sono i più vecchi: hanno una media di 20 anni. Seguono i campani con 19,8 anni e i treni &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li>Secondo un rapporto di Legambiente sul pendolarismo, i treni al Sud sono vecchi di almeno 20 anni rispetto ai 12 e mezzo di quelli in uso sulle ferrovie settentrionali. Nel complesso i treni pugliesi e lucani sono i più vecchi: hanno una media di 20 anni. Seguono i campani con 19,8 anni e i treni siciliani con 19,5 anni. Le regioni con il parco treni più giovane sono invece il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, con un’età media di 10 anni.</li>
<li>Sono 7.538 i chilometri di binari al Nord, 5.714 nel Sud, cioè 1.824 in meno.</li>
<li>Al Sud la percentuale della rete ferroviaria ancora non elettrificata è di circa il 43% rispetto al 24% delle regioni del Nord.</li>
<li>Nel meridione il 70% della rete ferroviaria è ancora a binario unico, rispetto al 52% del Nord, e ben il 43% di essa non è neanche elettrificata</li>
<li>La Sicilia, la regione più grande d’Italia, dispone di una rete viaria con appena il 5 per cento di autostrade e un sistema ferroviario per l’84 per cento a singolo binario.</li>
<li>In Sicilia ci sono 486 corse al giorno rispetto alla Lombardia che ne ha 2.560, cioè 5 volte di più pur essendo la popolazione lombarda solo il doppio di quella sicula. Le corse giornaliere in provincia di Bolzano sono 266, quasi quelle offerte in tutta la Sardegna (297) dove la popolazione è il triplo. In Calabria le corse sono 341 mentre in Liguria sono 355, pur essendo quest&#8217;ultima meno popolata e meno estesa del territorio calabro.</li>
<li>Ci vogliono quattro ore per recarsi da Martina Franca a Otranto in Puglia, tre ore da Ragusa a Palermo, tre ore per spostarsi tra Cosenza e Crotone (115 chilometri), nove ore per andare da Trapani a Catania (340 km). Il record lo raggiunge il tratto Siracusa-Trapani: 11 ore per colmare, con tre cambi, la distanza di 388 chilometri.</li>
<li>Il Progetto “Italia veloce” prevede il potenziamento con caratteristiche ad alta velocità con treni che possono superare i 300 Km orari al Nord e treni “adattati” che possono raggiungere al massimo i 200 Km orari al Sud (cosa che condannerebbe il Sud almeno per il prossimo mezzo secolo all’arretratezza e al sottosviluppo).</li>
<li>L’Alta Velocità (AV) è decisiva per il Paese. Spesso però nelle note ufficiali, nella stampa, nei comunicati vengono messe sotto la stessa sigla “AV” infrastrutture completamente differenti che hanno benefici per gli utenti e costi di realizzazione profondamente diversi: tra AVR e AVAC c’è infatti un abisso. La differenza sostanziale è costituita dal fatto che una linea ad Alta Capacità permette di far passare molti treni mentre una ad Alta Velocità consente di farli passare veloci. Nel primo caso si adottano tecnologie avanzate di gestione del traffico (anche a velocità ordinarie), nella seconda invece deve anche essere realizzato ex novo un tracciato il più possibile pianeggiante e rettilineo. Pertanto l’AVAC è l’infrastruttura percorribile oggi a 300 km/h: con un treno diretto permetterebbe di connettere Roma con lo Stretto e Reggio-Calabria in meno di 3 ore. È una linea specialmente costruita per l’alta velocità.</li>
</ul>
<p>L’Alta Velocità in Italia, a differenza che nel resto del mondo, è stata realizzata come Alta Capacità/AVAC, cioè per portare treni passeggeri con velocità superiori ai 300 km/h e treni merci pesanti, da 2000 tonnellate, e lunghi almeno 750 metri.</p>
<p>Portare i treni merci, pesanti e lunghi, implica una serie di problemi e i relativi gravi costi:</p>
<ul>
<li>pendenze più basse e quindi viadotti più lunghi e costosi;</li>
<li>carico per asse maggiore e quindi piattaforme e binari più robusti, rilevati più massicci, viadotti strutturalmente più impegnativi, tutto più costoso;</li>
<li>lunghezze stazioni per ricoverare i treni merci pesanti, superiori a quelle dei passeggeri, e quindi più costose.</li>
</ul>
<p>I treni Frecciarossa e i Italo sono lunghi circa 200 metri, quindi una stazione che deve ricoverare anche i treni merci pesanti deve essere lunga 4 volte, rispetto ad una stazione che non li deve ricoverare, con un costo di almeno 4 volte in più.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Qualità della vita</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-qualita-della-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 15:22:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Qualità della vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due indagini prendono in esame le città italiane per rispondere alla domanda “Qual è la città italiana dove la qualità della vita è migliore?”. La prima è il Rapporto sulla qualità della vita in Italia realizzato da ItaliaOggi (24ª edizione) in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e con Cattolica assicurazioni (Gruppo Generali); la &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Due indagini prendono in esame le città italiane per rispondere alla domanda “<strong>Qual è la città italiana dove la qualità della vita è migliore?</strong>”.</p>
<p>La prima è il <strong>Rapporto sulla qualità della vita in Italia</strong> realizzato da ItaliaOggi (24ª edizione) in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e con Cattolica assicurazioni (Gruppo Generali); la seconda invece è l’<strong>indagine sulla Qualità della </strong>vita realizzata dal Sole 24 Ore, che fotografa il livello di benessere nei territori in base a 90 indicatori [sei macro-categorie tematiche, ciascuna composta da 15 indicatori; ricchezza e consumi; affari e lavoro; ambiente e servizi; demografia, società e salute; giustizia e sicurezza; cultura e tempo libero], di cui 40 aggiornati al 2022 [due indicatori sull’inflazione; un pacchetto di indicatori su energia da fonti rinnovabili/riqualificazioni energetiche/consumi energetici; l’indice della partecipazione elettorale alle ultime elezioni politiche di settembre 2022; nove indici sintetici inclusi nell’indagine che aggregano più parametri (Qualità della vita di giovani, bambini e anziani, Qualità della vita delle donne, Ecosistema urbano, Indice della criminalità, Indice di sportività, Indice del clima, IcityRank sulle città digitali)].</p>
<p>In entrambe le classifiche, appare <strong>evidente un predominio delle città del Nord</strong>, che occupano tutti i primi posti, rispetto a quelle del Sud, che occupano gli ultimi. Il copione resta sempre lo stesso. L’Italia si dimostra nuovamente spaccata tra i territori che storicamente hanno ricevuto più finanziamenti e quelli che ancora oggi hanno bisogno di una particolare attenzione e un maggior sostegno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella <strong>classifica di ItaliaOggi</strong> delle migliori città d’Italia per qualità di vita, la provincia di Trento rappresenta la dinamica che contraddistingue le altre province del Nord-Est, il cui punteggio medio a livello dimensionale eccede il corrispondente punteggio medio nazionale. Mentre da una parte Trento è la prima in classifica, dall’altra Crotone è l’ultima delle 107 province italiane per qualità della vita.</p>
<p>Ci sono stati anche diversi spostamenti all’interno della classifica nel corso degli anni e, se Milano resta stabile al quinto posto, alcune città fanno dei salti importanti verso la vetta della classifica. Un esempio è Como che da 62ª è passata a 32ª o Rimini che da 61ª è salita a 37ª. In generale <strong>la qualità della vita risulta buona in 64 province su 107</strong>, in miglioramento rispetto alla media dello scorso anno.</p>
<p>Di seguito le classifiche complete con la posizione delle 107 province dove la qualità della vita è migliore:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table width="595">
<tbody>
<tr>
<td width="217"><strong>La classifica ItaliaOggi</strong></td>
<td width="151"><strong> </strong></td>
<td width="227"><strong>La classifica del Sole 24 Ore</strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="217">1 TRENTO</p>
<p>2 BOLZANO</p>
<p>3 BOLOGNA</p>
<p>4 FIRENZE</p>
<p>5 MILANO</p>
<p>6 SIENA</p>
<p>7 PARMA</p>
<p>8 PORDENONE</p>
<p>9 TRIESTE</p>
<p>10 MODENA</p>
<p>11 R. EMILIA</p>
<p>12 CUNEO</p>
<p>13 VERONA</p>
<p>14 SONDRIO</p>
<p>15 VERBANO-CUSIO-OSSOLA</p>
<p>16 TREVISO</p>
<p>17 AOSTA</p>
<p>18 ANCONA</p>
<p>19 PISA</p>
<p>20 MONZA E BRIANZA</p>
<p>21 BERGAMO</p>
<p>22 VENEZIA</p>
<p>23 BRESCIA</p>
<p>24 BELLUNO</p>
<p>25 FORLÌ-CESENA</p>
<p>26 UDINE</p>
<p>27 VICENZA</p>
<p>28 RAVENNA</p>
<p>29 PADOVA</p>
<p>30 PESARO E URBINO</p>
<p>31 MANTOVA</p>
<p>32 COMO</p>
<p>33 VARESE</p>
<p>34 CREMONA</p>
<p>35 LECCO</p>
<p>36 PIACENZA</p>
<p>37 RIMINI</p>
<p>38 AREZZO</p>
<p>39 GORIZIA</p>
<p>40 BIELLA</p>
<p>41 LUCCA</p>
<p>42 MACERATA</p>
<p>43 LODI</p>
<p>44 FERMO</p>
<p>45 LIVORNO</p>
<p>46 PERUGIA</p>
<p>47 FERRARA</p>
<p>48 MASSA-CARRARA</p>
<p>49 GENOVA</p>
<p>50 NOVARA</p>
<p>51 SAVONA</p>
<p>52 ASCOLI PICENO</p>
<p>53 ROMA</p>
<p>54 TORINO</p>
<p>55 GROSSETO</p>
<p>56 TERNI</p>
<p>57 PISTOIA</p>
<p>58 ASTI</p>
<p>59 PAVIA</p>
<p>60 PRATO</p>
<p>61 RIETI</p>
<p>62 VERCELLI</p>
<p>63 LA SPEZIA</p>
<p>64 TERAMO</p>
<p>65 PESCARA</p>
<p>66 L’AQUILA</p>
<p>67 ALESSANDRIA</p>
<p>68 CHIETI</p>
<p>69 VITERBO</p>
<p>70 ROVIGO</p>
<p>71 MATERA</p>
<p>72 CAGLIARI</p>
<p>73 IMPERIA</p>
<p>74 POTENZA</p>
<p>75 ISERNIA</p>
<p>76 LATINA</p>
<p>77 NUORO</p>
<p>78 FROSINONE</p>
<p>79 SASSARI</p>
<p>80 BARI</p>
<p>81 CAMPOBASSO</p>
<p>82 BENEVENTO</p>
<p>83 AVELLINO</p>
<p>84 RAGUSA</p>
<p>85 BRINDISI</p>
<p>86 SALERNO</p>
<p>87 CATANZARO</p>
<p>88 LECCE</p>
<p>89 SUD SARDEGNA</p>
<p>90 BARLETTA-ANDRIA-TRANI</p>
<p>91 ORISTANO</p>
<p>92 CASERTA</p>
<p>93 TRAPANI</p>
<p>94 COSENZA</p>
<p>95 R. CALABRIA</p>
<p>96 MESSINA</p>
<p>97 ENNA</p>
<p>98 PALERMO</p>
<p>99 TARANTO</p>
<p>100 VIBO V.</p>
<p>101 FOGGIA</p>
<p>102 CATANIA</p>
<p>103 AGRIGENTO</p>
<p>104 NAPOLI</p>
<p>105 CALTANISSETTA</p>
<p>106 SIRACUSA</p>
<p>107 CROTONE</td>
<td width="151"></td>
<td width="227">1. BOLOGNA</p>
<p>2. BOLZANO</p>
<p>3. FIRENZE</p>
<p>4. SIENA</p>
<p>5. TRENTO</p>
<p>6. AOSTA</p>
<p>7. TRIESTE</p>
<p>8. MILANO</p>
<p>9. PARMA</p>
<p>10. PISA</p>
<p>11. CREMONA</p>
<p>12. UDINE</p>
<p>13. REGGIO EMILIA</p>
<p>14. BERGAMO</p>
<p>15. SONDRIO</p>
<p>16. VERONA</p>
<p>17. MODENA</p>
<p>18. CAGLIARI</p>
<p>19. GORIZIA</p>
<p>20. VENEZIA</p>
<p>21. TREVISO</p>
<p>22. BRESCIA</p>
<p>23. MONZA-BRIANZA</p>
<p>24. PIACENZA</p>
<p>25. PESARO-URBINO</p>
<p>26. PORDENONE</p>
<p>27. GENOVA</p>
<p>28. ANCONA</p>
<p>29. PADOVA</p>
<p>30. RAVENNA</p>
<p>31. ROMA</p>
<p>32. LECCO</p>
<p>33. COMO</p>
<p>34. FORLÌ-CESENA</p>
<p>35 BELLUNO</p>
<p>36. CUNEO</p>
<p>37. AREZZO</p>
<p>38. VICENZA</p>
<p>39. NOVARA</p>
<p>40. TORINO</p>
<p>41. PERUGIA</p>
<p>42. ASCOLI PICENO</p>
<p>43. VARESE</p>
<p>44. PESCARA</p>
<p>45. PRATO</p>
<p>46. RIMINI</p>
<p>47. LUCCA</p>
<p>48. LA SPEZIA</p>
<p>49. LODI</p>
<p>50. VERBANO-CUSO-OSSOLA</p>
<p>51. FERRARA</p>
<p>52. LIVORNO</p>
<p>53. SAVONA</p>
<p>54. TERNI</p>
<p>55. ASTI</p>
<p>56. VERCELLI</p>
<p>57. GROSSETO</p>
<p>58. MANTOVA</p>
<p>59. MACERATA</p>
<p>60. MASSA-CARRARA</p>
<p>61. VITERBO</p>
<p>62. PAVIA</p>
<p>63. L&#8217;AQUILA</p>
<p>64. PISTOIA</p>
<p>65. BIELLA</p>
<p>66. BARI</p>
<p>67. RIETI</p>
<p>68. TERAMO</p>
<p>69. SASSARI</p>
<p>70. ORISTANO</p>
<p>71. ALESSANDRIA</p>
<p>72. IMPERIA</p>
<p>73. FERMO</p>
<p>74. NUORO</p>
<p>75. CHIETI</p>
<p>76. MATERA</p>
<p>77. ROVIGO</p>
<p>78. LECCE</p>
<p>79. FROSINONE</p>
<p>80. LATINA</p>
<p>81. CAMPOBASSO</p>
<p>82. BENEVENTO</p>
<p>83. BARLETTA-ANDRIA-TRANI</p>
<p>84. AVELLINO</p>
<p>85. RAGUSA</p>
<p>86. AGRIGENTO</p>
<p>87. SUD SARDEGNA</p>
<p>88. PALERMO</p>
<p>89. MESSINA</p>
<p>90. SIRACUSA</p>
<p>91. CATANIA</p>
<p>92. BRINDISI</p>
<p>93. TRAPANI</p>
<p>94. POTENZA</p>
<p>95. COSENZA</p>
<p>96. CATANZARO</p>
<p>97. SALERNO</p>
<p>98. NAPOLI</p>
<p>99. CASERTA</p>
<p>100. ENNA</p>
<p>101. TARANTO</p>
<p>102. REGGIO CALABRIA</p>
<p>103. VIBO VALENTIA</p>
<p>104. FOGGIA</p>
<p>105. CALTANISSETTA</p>
<p>106. ISERNIA</p>
<p>107. CROTONE</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Podio simile anche nella <strong>33<sup>a</sup> indagine della Qualità della vita</strong> realizzata dal Sole 24 Ore; una edizione questa che risente inevitabilmente dei riflessi della crisi economica ed energetica provocata dalla guerra in Ucraina. Si conferma il record negativo per il Mezzogiorno. Crotone veste ad ogni modo la maglia nera per il terzo anno consecutivo, piazzandosi ultima in categorie come «Ricchezza e consumi» e «Cultura e tempo libero».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’indagine individua un’Italia divisa in tre, con i primi 30 posti occupati da città del Nord; al 31° fa capolino Firenze, che capeggia il Centro, mentre tutte le posizioni dall’81ª alla 107ª sono occupate da province del Sud, nell’ordine: 81. Campobasso; 82. Benevento, 83. Barletta-Andria-Trani, 84. Avellino, 85. Ragusa, 86. Agrigento, 87. Sud Sardegna, 88. Palermo, 89. Messina, 90. Siracusa, 91. Catania, 92. Brindisi, 93. Trapani, 94. Potenza, 95. Cosenza, 96. Catanzaro, 97. Salerno, 98. Napoli, 99. Caserta, 100. Enna, 101. Taranto, 102. Reggio Calabria, 103. Vibo valentia, 104. Foggia, 105. Caltanissetta, 106. Isernia, 107. Crotone. Bologna sarebbe la provincia italiana dove si vive meglio.</p>
<p><strong>Le prime 5 province in Italia per qualità della vita risultano essere, nell’ordine: Bologna, </strong>la provincia italiana in cui si vive meglio, poi<strong> Bolzano, Firenze</strong> (che guadagna 8 posizioni rispetto al 2021), <strong>Siena, Trento. </strong>Per il capoluogo emiliano si tratta della quinta medaglia d’oro dopo quelle conquistate nel 2000, 2004, 2011 e 2020. Sul podio ci sono anche Bolzano, habitué della top dieci che quest’anno sale al secondo posto, e Firenze, terza dopo una scalata di otto posizioni rispetto al 2021, che diventano 24 se si fa un salto indietro al 2020. Quello di Firenze è un grande ritorno: per ritrovarla in testa bisogna risalire al 2003, quando vinse la 14ª edizione, nell’anno in cui dilagava la psicosi della Sars e iniziava la guerra in Iraq, oppure al 2015 quando sfiorò il podio, piazzandosi al quarto posto.</p>
<p>Emilia e Toscana in testa, quindi. Le due città metropolitane fanno brillare l’Emilia e la Toscana, che rafforzano in generale le proprie performance in chiave positiva. Tra le prime dieci entra anche Parma al 9° posto, con Reggio Emilia a breve distanza al 13°. E in cima alla classifica ci sono anche altre tre province toscane: Siena insegue Firenze e arriva al 4° posto (+11 posizioni), e Pisa è decima (+12 posizioni). A premiarle sono soprattutto i piazzamenti nelle categorie «Cultura e tempo libero», dove vince Firenze e Siena è quarta; e «Ambiente e servizi», dove vince Pisa e Firenze è sesta.</p>
<p><strong>Peggiorano, in particolare, le performance di alcune città metropolitane come Milano, Roma e Torino. </strong>Roma si trova al 31° posto, ben diciotto posizioni in meno rispetto allo scorso anno, mentre Milano è passata dal secondo posto del 2021 all’attuale ottavo sotto il peso degli indicatori di «Ricchezza e consumi» che quest’anno premiano realtà più “piccole”: sempre in testa in «Affari e lavoro», viene penalizzata, tra le altre cose, dalla elevata incidenza (arrivata oltre il 60% in città) dei canoni di locazione sul reddito medio, diventata ormai insostenibile. Seguono Torino al 40° posto (-9 rispetto al 2021), Palermo all’88° e Napoli al 98°, in discesa di otto posizioni: la prima penalizzata dalla scarsa qualità dell’aria e dall’elevata incidenza di crimini denunciati; la seconda dall’alta quota di beneficiari di reddito di cittadinanza e dai modesti depositi bancari; la terza dalla più elevata densità abitativa e dal record negativo di rapine su strada.</p>
<p>Fanalino di coda come lo scorso anno è Crotone, ultima in «Ricchezza e consumi» e «Cultura e tempo libero», mentre Isernia ha fatto registrare un autentico tracollo perdendo venticinque posizioni e scivolando così al penultimo posto della classifica.</p>
<p>Il Covid ha lasciato una bella eredità con chiari segnali di recessione economica. La crisi inizia a mordere sul territorio, soprattutto nel Mezzogiorno, allargando il divario con il resto del Paese. Affiorano i primi sintomi di una popolazione sotto shock per la corsa dei prezzi: le famiglie restano schiacciate sotto il peso di un’inflazione mai così alta dai primi anni Ottanta e il caro energia si abbatte su imprese e amministrazioni locali, in difficoltà nella gestione dei budget.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per quanto attiene la classifica per area geografica, resta salda la leadership nella Qualità della vita del Trentino Alto Adige, con la già citata medaglia d’argento a Bolzano e la provincia di Trento al 5° posto. Viaggia su due binari la Lombardia, che mantiene comunque sei territori tra i primi 30 classificati: guadagnano terreno Cremona (11ª, +26 posizioni), Bergamo (14ª, +25 posizioni), Sondrio (15ª, + 14 posizioni) e Lodi (49ª, + 8 posizioni); mentre retrocedono le altre tra cui Como (-11) e Mantova (-16). Scende anche Monza e Brianza (-9) nonostante il successo nella seconda edizione dell’indice tematico dedicato alla qualità della vita delle donne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alcune classifiche tematiche vedono primeggiare altre province più piccole, spesso benestanti, a discapito invece delle aree più grandi e popolate. Ad esempio nella graduatoria di «Ricchezza e consumi», arricchita quest’anno da due indici che misurano l’inflazione, vince Belluno, seguita da Bologna e Bolzano. Pisa invece è l’outsider in cima alla classifica relativa ad «Ambiente e servizi» che premia anche Siena e Aosta, mentre Oristano scalza Pordenone in testa a «Giustizia e sicurezza» con Sondrio in terza posizione. A Bologna, prima in «Demografia, salute e società», trainata dai parametri che misurano i livelli di istruzione, seguono Modena e Roma. E subito dopo Firenze, prima alla voce «Cultura e tempo libero», si incontrano Trieste e Gorizia.</p>
<p>Dai numeri emerge comunque l’urgenza per alcuni territori di investire nel digitale, nelle rinnovabili, nella sanità e nell’istruzione.</p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Scuola</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-scuola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2023 16:15:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[logica]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sistema educativo di istruzione e di formazione italiano è organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell&#8217;autonomia delle istituzioni scolastiche. Lo Stato ha competenza legislativa esclusiva per le &#8220;norme generali sull&#8217;istruzione&#8221; e per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Lo Stato, inoltre, definisce &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il sistema educativo di istruzione e di formazione italiano è organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell&#8217;autonomia delle istituzioni scolastiche.</p>
<p>Lo Stato ha competenza legislativa esclusiva per le &#8220;norme generali sull&#8217;istruzione&#8221; e per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Lo Stato, inoltre, definisce i principi fondamentali che le Regioni devono rispettare nell&#8217;esercizio delle loro specifiche competenze.</p>
<p>Le Regioni hanno potestà legislativa concorrente in materia di istruzione ed esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale.</p>
<p>Le istituzioni scolastiche statali hanno autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, sperimentazione e sviluppo.</p>
<p>Asili nido<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>I Comuni del Meridione spendono circa 400 euro per ogni bambino sotto i tre anni di età per servizi educativi per l’infanzia, laddove i comuni del Centro Italia spendono 1.500 euro per bambino; nel nord-est 1.345 euro, a nord-ovest 883 euro. Anche aggiungendo le spese (esigue per la verità) delle regioni, e il “bonus asilo nido”, il gap non si restringe, anzi. Nel complesso, <strong>al Centro nord si superano i 1600 euro per bambino, mentre al Sud si sfiorano al massimo i 600 euro.</strong> <strong>A livello provinciale il gap è ancora più sconcertante: passiamo dai 2.904 euro annui per bambino spesi della provincia di Bologna ai 23 euro annui di Vibo Valentia</strong>. Si nota inoltre chiaramente che al Sud la fetta di spesa gestita dalle associazioni è molto maggiore che al nord, dove grossa parte è in mano ai comuni.</p>
<p>Non stupisce, dunque, che solo il 15% dei bambini di 0-2 anni frequenti una forma di “asilo nido”, con picchi al ribasso nelle regioni meridionali.</p>
<p>La questione del lavoro femminile deve necessariamente tenere in considerazione questi numeri. L’asilo nido ancora non è percepito né utilizzato come servizio concreto alle famiglie per agevolare la partecipazione femminile al mondo del lavoro, specie nelle famiglie meno abbienti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Notevoli divari di spesa si rilevano anche all’interno delle stesse province, in particolare fra i Comuni capoluogo e i Comuni dell’hinterland</strong>. I capoluoghi spendono in media 1.757 euro per bambino residente, mentre la spesa pro-capite media dei Comuni del resto delle province ammonta in media a 556 euro. Permangono comunque marcate differenze fra le aree centro-settentrionali e quelle meridionali del paese. <strong>Nelle province del Centro-nord la spesa pro-capite dei capoluoghi si attesta a 2.214 euro, a fronte di una spesa media per bambino di 0-2 anni pari a 748 euro nei Comuni non capoluogo.</strong></p>
<p>Anche per quanto riguarda i beneficiari del “bonus asilo nido” nel 2020 si ritrovano forti disomogeneità territoriali, sempre a svantaggio delle regioni del Mezzogiorno. Un bambino sotto i 3 anni residente al Centro Italia riceve in media 210 euro, importo che al Nord-est e al Nord-ovest si attesta rispettivamente a 184 euro e a 164 euro, contro i 112 euro erogati nelle Isole e i soli 93 euro percepiti da un bambino che abita al Sud.</p>
<p>La pandemia ha chiaramente esacerbato le differenze territoriali e riproposto il tema di un Paese a metà, caratterizzato da profondi divari.</p>
<p><strong>Nel periodo 2019-2020 la quota di bambini da zero a tre anni che ha potuto usufruire dei servizi per l&#8217;infanzia offerti dai Comuni è stata del 19, 3% al Centro-Nord e del 6,4% al Sud</strong>, una differenza di ben 13 punti percentuali.</p>
<p>Ancora maggiore il divario in termini di spesa pro capite: 302 euro per bambino nel Sud a fronte di 1.227 nel Centro-Nord, cioè ben quattro volte in più.</p>
<p>Proprio della scuola e delle sue infrastrutture il <strong>Rapporto Svimez</strong> su l’Economia e la Società del Mezzogiorno presenta uno spaccato preoccupante, che racconta di un Paese in grave difficoltà. Pochi dati sono più che sufficienti.</p>
<p>Soffermandosi solo sulla scuola primaria, <strong>nel Mezzogiorno</strong> circa 650mila alunni (<strong>79%</strong> del totale) <strong>non beneficiano di alcun servizio mensa </strong>(la percentuale della scuola primaria in Italia senza servizio mensa è del 57,9%, 46,5% al Centro-Nord e 78,8% al Sud).</p>
<p>In Campania se ne contano 200mila (87%), in Sicilia 184mila (88%), in Puglia 100mila (65%) e in Calabria 60mila (80%). Anche nelle regioni del <strong>Centro-Nord</strong> la situazione non è delle migliori: gli allievi senza mensa sono 700mila, <strong>il 46% degli studenti</strong>.</p>
<p><strong>Male anche sul fronte palestre: 550mila alunni delle scuole primarie del Mezzogiorno, il 66,2%, non frequentano scuole dotate di una palestra, contro il 54,2% del Centro-Nord</strong>.</p>
<p>Solo la Puglia presenta una buona dotazione mentre registrano un netto ritardo la Campania (170mila allievi senza, 73% del totale), la Sicilia (170mila, 81%), la Calabria (65mila, 83%). Nel Centro-Nord gli allievi senza palestra corrispondono al 54%. Situazione leggermente migliorativa, ma comunque allarmante, riguarda invece la dotazione di palestre per le scuole secondarie di I e II grado. Ma il dato più preoccupante è senza dubbio quello legato al tempo pieno e alle ore “perse” delle bambine e dei bambini del Sud rispetto ai loro coetanei del Centro-Nord. Infatti<strong> nel Mezzogiorno solo il 18% circa degli allievi accede al tempo pieno, rispetto al quasi 50% del Centro-Nord</strong>. Si può argomentare che lo scarso ricorso al tempo pieno sia legato a fattori economici (alta disoccupazione, soprattutto femminile) e culturali che producono una scarsa adesione a questo servizio offerto dalla scuola. Ma il vero punto è che molto spesso la scuola non è in grado di offrire un servizio adeguato soprattutto per mancanza di infrastrutture idonee allo scopo (mense per l’appunto…), con il risultato di scoraggiare l’adesione delle famiglie. Il risultato finale è che gli allievi della scuola primaria nel Mezzogiorno frequentano mediamente 4 ore di scuola in meno a settimana rispetto a quelli del Centro-Nord. La differenza tra le ultime due regioni (Molise e Sicilia) e le prime due (Lazio e Toscana) è su base annua di circa 200 ore. Considerando un ciclo scolastico intero (5 anni), gli alunni di Molise e Sicilia perdono circa 1000 ore che corrisponde a circa il monte ore di un anno di scuola primaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Svimez sempre nel suo Rapporto del 2022, segnala che un minore meridionale su tre, nella fascia di età tra i 6 e i 17 anni, è in sovrappeso mettendo in relazione questo dato anche con l&#8217;assenza di possibilità di fare sport a scuola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E che dire dell’<strong>edilizia scolastica</strong>? Anche se negli ultimi 5 anni quasi il 60% degli edifici ha beneficiato di interventi di manutenzione straordinaria, nel 2021, tre edifici scolastici su dieci necessitano ancora di interventi di manutenzione straordinaria. Lo denuncia la XXII edizione di “Ecosistema Scuola”, il rapporto<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> curato da Legambiente che analizza la qualità dell’edilizia scolastica e dei servizi scolastici, passando in rassegna 5.616 edifici in 94 capoluoghi di provincia. Particolarmente preoccupante la situazione al Sud e nelle Isole, dove il dato sale rispettivamente al 36,8 e 53,8%. Le amministrazioni del Sud dichiarano che quasi il 37% delle scuole necessita di interventi urgenti, mentre quelle delle Isole hanno urgenza di intervenire su oltre la metà degli edifici e al Nord nel 23% dei casi. Secondo il rapporto, soltanto il 4,2% delle scuole risulta in <strong>classe energetica A</strong> mentre il 74,8% è fermo nelle tre ultime classi energetiche.</p>
<p>Anche la media di fondi stanziati a edificio per la <strong>manutenzione straordinaria</strong> vede un incremento medio di circa 6 mila euro a scuola passando da circa 28mila euro del 2019 a poco più di 34mila euro del 2021, ma sempre dentro una forbice che vede il Centro-Nord investire mediamente sopra i 35 mila euro, mente il Sud e le Isole sotto i 20mila euro. Dai dati che ci ritornano dal campione oggetto della ricerca, il fabbisogno di interventi per le scuole dell’Italia meridionale è molto più consistente, per cui il parametro della distribuzione dei fondi in base alla popolazione scolastica e al GAP infrastrutturale non risulta adeguato a svolgere il ruolo perequativo a cui sono destinati. Ad esempio, <strong>sui 5.616 edifici oggetto dell’indagine 274 sono in zona sismica 1, di questi ben 199 in Comuni siciliani dove solo 8 risultano costruiti secondo le tecniche antisismiche, su 2 sono stati realizzati interventi di adeguamento sismico e solo su 111 è stata effettuata la verifica di vulnerabilità sismica</strong>. Una realtà che non si può ignorare e su cui bisogna intervenire urgentemente, se pensiamo che in termini assoluti queste scuole sono frequentate ogni giorno da 51.066 studenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Il Sole24ore &#8211; Quanto spendono i comuni per gli Asili nido: dai 2.904 euro di Bologna ai 23 euro di Vibo Valentia. 9 Settembre 2022 &#8211; <a href="https://www.infodata.ilsole24ore.com/2022/09/09/quanto-spendono-i-comuni-per-gli-asili-nido-dai-2-904-euro-di-bologna-ai-23-euro-di-vibo-valentia/" target="_blank" rel="noopener">https://www.infodata.ilsole24ore.com/2022/09/09/quanto-spendono-i-comuni-per-gli-asili-nido-dai-2-904-euro-di-bologna-ai-23-euro-di-vibo-valentia/</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>  LegAmbiente: XXII Rapporto nazionale sulla qualità degli edifici e dei servizi scolastici – Ecosistema Scuola &#8211; <a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2023/01/Ecosistema-Scuola_2023.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2023/01/Ecosistema-Scuola_2023.pdf</a></p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Prestazioni sanitarie</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-prestazioni-sanitarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2023 16:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
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		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’articolo 32 della nostra Costituzione pone la salute come diritto fondamentale di ogni individuo e come interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Per quanto il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) italiano sia spesso considerato un modello da imitare, le ultime tendenze sul numero di persone che decidono di rinunciare alle cure o che &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’articolo 32 della nostra Costituzione pone la salute come diritto fondamentale di ogni individuo e come interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Per quanto il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) italiano sia spesso considerato un modello da imitare, le ultime tendenze sul numero di persone che decidono di rinunciare alle cure o che sono costrette a spostarsi per ricevere sostegno medico chiedono una riflessione più ampia.</p>
<p>La <strong>disuguaglianza delle prestazioni sanitarie</strong> sembra incidere sulle aspettative di vita almeno (se non più) delle condizioni economiche o di istruzione<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. La <strong>regionalizzazione della sanità</strong> ci ha resi e ci rende diversi di fronte alla vita e alla morte. Campiamo di più o moriamo prima non solo per scelte soggettive (mangiare male, fumare, bere alcolici, fare lavori pesanti, vivere in ambienti inquinati, possedere meno soldi, andare di meno in vacanza, etc.) ma per condizioni oggettive dei territori in cui risiediamo e in cui sorgono le strutture sanitarie (ritardi nella diagnosi e nelle cure, attrezzature obsolete o non tecnologicamente avanzate, cure sbagliate o non adeguate, etc.).</p>
<p>La regionalizzazione della sanità ha inciso e sta incidendo sulla qualità di vita e, di conseguenza, sulle aspettative stesse di vita e sulla sopravvivenza degli individui. <strong>Nel 2021 la stima della speranza di vita alla nascita in Italia è di 82,4 anni (80,1 per gli uomini e 84,7 anni per le donne)</strong>.  Ma esistono profonde differenze territoriali: <strong>si amplia la distanza tra Nord e Mezzogiorno, arrivando nel 2021 a 1 anno e 7 mesi di vita media in più nel Nord</strong>. La speranza di vita alla nascita totale scende, infatti, nel Mezzogiorno a 81,3 anni nel 2021, con una riduzione di 6 mesi rispetto al 2020 che si aggiungono ai 7 mesi già persi nel 2020 rispetto al 2019, mentre si attesta a 82,9 al Nord, con un recupero di quasi un anno rispetto al 2020. Ovvie le deduzioni. Dove si sommano condizioni economiche difficili a prestazioni sanitarie insufficienti, il destino è abbastanza segnato.</p>
<p>Dal 2009 al 2016 le quattro più grandi regioni meridionali hanno pagato oltre 7 miliardi di euro alle regioni del Nord a causa delle migrazioni sanitaria, una cifra enorme che avrebbe potuto essere utilizzata meglio, semmai per colmare parte dei determinanti le carenze rilevate al Sud.</p>
<p><strong>La pandemia da COVID-19 ha avuto un forte impatto su tutti i settori della Sanità, in primo luogo sugli screening oncologici</strong> sospesi nei mesi di marzo e aprile 2020 e riattivati con ritardi variabili da Regione a Regione e all’interno della stessa Regione.</p>
<p>La sospensione dell’offerta dei programmi di screening organizzati ha comportato una riduzione statisticamente significativa nella copertura da screening organizzato, che, solo in parte, sembra tradursi in un aumento del ricorso ai test di screening su iniziativa spontanea. Dopo un continuo trend in salita, la quota di donne che si sottopone allo screening cervicale nell’ambito dei programmi organizzati è passata dal 52% del 2019 al 46% del 2020. Analogamente accade per la copertura dello screening mammografico organizzato, passato dal 57% al 50%, e per quello colorettale, che si è ridotto dal 42% al 36%. Queste riduzioni si registrano ovunque nel Paese, sono significative nelle regioni del Nord, più massicciamente investite dalla pandemia, ma si osservano anche nel Centro e nel Sud del Paese. I dati preliminari per il 2020 sono in linea con quelli relativi al periodo 2016-2019<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Si osserva ad ogni modo un  significativo gap geografico con Centro–Nord in cui si raggiungono coperture totali che sfiorano il 90% delle popolazioni target e un Sud in cui si è ancora lontani dal garantire ai cittadini analoghe opportunità di accesso alla diagnosi precoce dei tumori: <strong>nelle regioni settentrionali la copertura totale dello screening cervicale è dell’88% (vs 69% al Sud), quella dello screening mammografico del 86% (vs 61% al Sud) e del 69% per lo screening colorettale (vs 27% nel Sud)</strong>; significativo anche il gradiente sociale con le fasce di popolazione più svantaggiate (per difficoltà economiche, bassa istruzione e cittadinanza straniera) che non si sottopongono a screening, a fronte di una maggiore esposizione ad alcuni fattori di rischio comportamentali (fumo, eccesso ponderale, sedentarietà, scarso consumo di frutta e verdura) implicati nella genesi dei tumori; tuttavia i dati mostrano anche come lo screening organizzato riduca tali disuguaglianze.</p>
<p>I dati che, però, fanno più impressione e rabbia sono quelli relativi alla mortalità neonatale e alla emigrazione sanitaria dei piccoli malati di tumori o di leucemie<strong>. La mortalità neonatale (cioè dei morti appena nati) è maggiore del 40% al Sud e, secondo la Fondazione Gimbe<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, nelle regioni del Centro-Nord emigra l&#8217;85,5% dei pazienti sotto i 14 anni con malattie gravi</strong>. E si tenga presente che il bambino non si sposta da solo ma tutto il nucleo familiare è coinvolto, non solo in termini di spese da sostenere.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>  Bonini C., Sales I. e Pertici L. &#8211; L’Italia diseguale &#8211; in la Repubblica, 18 Dicembre 2022 <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2022/12/18/news/divario_nord_sud_questione_meridionale_autonomie_regioni_scuola_sanita_trasporti-379177941/" target="_blank" rel="noopener">https://www.repubblica.it/cronaca/2022/12/18/news/divario_nord_sud_questione_meridionale_autonomie_regioni_scuola_sanita_trasporti-379177941/</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> ISS &#8211; Gli screening oncologici e l’impatto della pandemia: i dati dalla sorveglianza PASSI &#8211; <a href="https://www.epicentro.iss.it/passi/focus/screening-oncologici-impatto-pandemia-dati-passi-2020" target="_blank" rel="noopener">https://www.epicentro.iss.it/passi/focus/screening-oncologici-impatto-pandemia-dati-passi-2020</a></p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> GIMBE Evidence for Health – Report Osservatorio GIMBE 2/2022 – Livelli Essenziali di Assistenza: le diseguaglianze regionali in sanità.</p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Divari socioeconomici</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-divari-socioeconomici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2023 15:47:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Divari socioeconomici]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le disuguaglianze socioeconomiche fanno riferimento alle differenze nella distribuzione delle risorse economiche, del potere e delle opportunità tra gruppi sociali diversi; possono essere legate a fattori quali la classe sociale, la razza, l&#8217;etnia, l&#8217;orientamento sessuale, la disabilità e l&#8217;età. Ad esempio, le disuguaglianze socioeconomiche possono manifestarsi come differenze nel reddito, nell&#8217;istruzione, nell&#8217;occupazione, nell&#8217;accesso all&#8217;assistenza sanitaria, &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le <strong>disuguaglianze socioeconomiche</strong> fanno riferimento alle differenze nella distribuzione delle risorse economiche, del potere e delle opportunità tra gruppi sociali diversi; possono essere legate a fattori quali la classe sociale, la razza, l&#8217;etnia, l&#8217;orientamento sessuale, la disabilità e l&#8217;età. Ad esempio, le disuguaglianze socioeconomiche possono manifestarsi come differenze nel reddito, nell&#8217;istruzione, nell&#8217;occupazione, nell&#8217;accesso all&#8217;assistenza sanitaria, nell&#8217;alloggio e nell&#8217;accesso ai servizi pubblici. Queste disuguaglianze possono avere effetti cumulativi e duraturi su individui, famiglie e comunità, limitando le opportunità e le possibilità di successo. Ovviamente, le disuguaglianze socio-economiche possono avere effetti negativi sulla salute e sulla qualità della vita delle persone; ad esempio, possono aumentare il rischio di malattie croniche, come diabete e malattie cardiache, e possono anche contribuire alla mortalità precoce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il <strong>PIL pro capite</strong> è l&#8217;indicatore generalmente utilizzato per esprimere il livello di ricchezza per abitante prodotto da un territorio in un determinato periodo, consentendo di operare confronti tra aree di dimensione demografica diversa. Si calcola dividendo il valore assoluto del prodotto interno lordo per il numero di abitanti di uno stato. Il PIL pro capite non è una buona misura della ricchezza di un paese, in quanto non riflette gli squilibri tra ricchi e poveri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;Italia nel 2022 ha un PIL pro capite stimato di 51.062 dollari</strong> a parità di potere di acquisto. Una contrazione del PIL del 9,0% nel 2020 è stata seguita da un’espansione del 6,6% nel 2021 e da una previsione del 3,2% nel 2022, il che significa che l’economia italiana si è ripresa ai livelli pre-pandemia.</p>
<p>Per quanto riguarda i guadagni, la provincia di Milano è da sempre al primo posto, seguita da Monza Brianza, Bologna, Lecco, Parma e Bolzano. Per quanto riguarda il Sud, le dichiarazioni dei redditi più sostanziose vengono presentate a Napoli, che però si posiziona al 48° posto della classifica nazionale (era 42esima nel 2010).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il <strong>Report sulla redistribuzione del reddito in Italia<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></strong>, predisposto da ISTAT, stima che <strong>nel 2022 l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia ridotto la diseguaglianza</strong> (misurata dal coefficiente di Gini<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>) <strong>da 30,4% a 29,6%,</strong> <strong>e il rischio di povertà</strong> <strong>dal 18,6% al 16,8%.</strong> Le stime includono gli effetti dei principali interventi sui redditi familiari adottati nel 2022: la riforma Irpef, l’assegno unico e universale per i figli a carico, le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas, l’anticipo della rivalutazione delle pensioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 2020 l’intervento pubblico ha ridotto le disuguaglianze di reddito in Italia di 14,1 punti percentuali nell’indice di Gini. Si va dal 44,3% del reddito primario (ovvero prima dell’intervento redistributivo dello stato) al 30,2% del reddito disponibile (ovvero dopo l’azione pubblica dei trasferimenti monetari e dell’imposizione fiscale).</p>
<p>L’<strong>indice di Gini </strong>dei redditi è un indicatore che misura quanto essi sono concentrati in un certo numero di individui o di famiglie, e la sua funzione principale in economia consiste nella misura della disuguaglianza. Tanto più l’indice è elevato, tanto più i redditi sono concentrati in poche persone e dunque la disuguaglianza è maggiore e viceversa.</p>
<p><strong>Lo Stato sociale italiano è in larga parte basato sul sistema pensionistico, che rappresenta la principale misura redistributiva</strong>. Tuttavia nel 2020 è aumentata molto anche l’importanza degli altri trasferimenti come la cassa integrazione o il reddito di cittadinanza. A queste vanno sommati i programmi straordinari per fronteggiare le conseguenze economiche dell’epidemia. Le simulazioni dell’istituto suggeriscono che le misure straordinarie, insieme all’ampliamento di quelle esistenti, hanno contribuito a sostenere i redditi delle famiglie riducendo la disuguaglianza. Se non ci fossero state, dice l’Istat, invece di ridursi al 30,2% l’indice di Gini sarebbe rimasto al 31,8%, quindi 1,6 punti in più. Nello stesso scenario, il rischio di povertà sarebbe stato del 19,1% invece che del 16,2% come invece è successo.</p>
<p>L’efficacia delle misure è stata maggiore per i disoccupati, per i quali il rischio di povertà è calato di 6,9 punti percentuali, e per gli inattivi (cioè chi non ha un lavoro né lo sta cercando) con 3,5 punti. Ben meno per gli autonomi dove invece la riduzione è stata di 2,6 punti. Questi ultimi avendo un lavoro sono meno esposti alla povertà di disoccupati o inattivi, ma comunque più di dipendenti e pensionati rispetto ai quali godono di minore stabilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong>riforma dell’Irpef</strong><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, ha dato luogo a una diminuzione delle aliquote medie effettive pari all’1,5% per l’intera popolazione, con riduzioni più accentuate nei tre quinti di famiglie con redditi medi e medio-alti. Fra le famiglie che migliorano la propria situazione, il beneficio medio risulta meno elevato nel quinto più povero della popolazione, caratterizzato dalla presenza di contribuenti con redditi inferiori alla soglia della no-tax area, esenti da imposta.</p>
<p>Le famiglie del penultimo quinto assorbono il 31,7% del beneficio totale della riforma dell’Irpef che corrisponde al 2,3% del reddito familiare. Le famiglie che peggiorano la propria situazione, subiscono, invece, una perdita più elevata nel quinto più ricco della popolazione, dove si registra oltre la metà della perdita totale.</p>
<p>In sei regioni su 20 l’ammontare del reddito disponibile delle famiglie italiane non ha ancora recuperato nel 2021 i valori pre-Covid. A fronte di un aumento complessivo a livello nazionale dell’1,5% tra il 2019 e il 2021, a ritrovarsi ancora con una perdita rispetto al 2019 sono in particolare le famiglie di Valle d&#8217;Aosta (-3,9%), Abruzzo (-2,2%), Molise (-1,5%), Trentino Alto Adige (-1,5%), Marche (-1,4%) e Piemonte (-0,2%). Mentre a livello provinciale il reddito disponibile delle famiglie diminuisce di più a Venezia (-5,1%), Rimini (-4,5%), Fermo (-4,5%), L&#8217;Aquila (-4,5%) e nuovamente Aosta (-3,9%). Sul lato opposto, invece, a poter contare su aumenti più elevati di reddito per le famiglie sono il Lazio (+5,0%), la Lombardia (+2,7%), la Sicilia (+2,7%), l’Umbria (+2,4%) e, a pari merito, la Campania e il Friuli-Venezia Giulia (+1,9%). Quanto alle province, gli incrementi più alti si registrano soprattutto a Rieti (+9,8%), Latina (+9,0%), Caserta (+7,9%), Viterbo (+7,5%) e Grosseto (+7,4%). Passando ad esaminare il reddito pro-capite, è Milano a guidare la classifica nel 2021: con 33.317 euro a testa i cittadini meneghini mostrano una disponibilità di portafoglio superiore del 68,6% a quella della media degli italiani. Mentre Enna è la provincia meno ricca d’Italia. Rispetto al 2019, 18 province non hanno recuperato i livelli di reddito pro capite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quasi un terzo del reddito delle famiglie si concentra in Lombardia e Lazio</strong>, ma il Trentino Alto Adige è al top per reddito pro capite. In effetti, nel 2021 la Lombardia concentra il 20,3% del reddito complessivo degli italiani, seguita da Lazio (10,4%) ed Emilia Romagna (8,9%). Ma guardando alla classifica dei valori pro capite sempre nel 2021 è il Trentino Alto Adige con 24.036 euro a conquistare il primo posto confermando la posizione già acquisita nel biennio precedente, mentre la Lombardia con 23.749 euro si posiziona seconda rinsaldando la posizione del 2020 sull’Emilia Romagna che scende al terzo posto con 23.336 euro.</p>
<p>Tra gli altri cambiamenti nel ranking regionale osservati tra il 2019 e il 2021 si segnalano la Valle d’Aosta che perde ben due posizioni (passa dal 5° al 7° posto), mentre oltre all’Emilia-Romagna ne perdono una Veneto (dal 9° al 10° posto) e Puglia (dal 16° al 17° posto). Guadagnano invece una posizione in aggiunta alla Lombardia, il Piemonte (dal 6° al 5° posto), il Friuli-Venezia Giulia (dal 7° al 6° posto), il Lazio (dal 10° al 9° posto) e la Basilicata (dal 17° al 16° posto, passando per un 15° nel 2020).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Capacità di spesa: </strong>Tutte le macro aree hanno superato i livelli di reddito disponibile pro capite antecedente alla crisi pandemica, ma con diverse velocità. In particolare, il Nord-Est registra la crescita più bassa (+0,4% rispetto alla media nazionale dell’1,5%), il Centro Italia segna un +2,9% con una Italia nord-occidentale che rileva un incremento del +1,6% e il Mezzogiorno che aumenta dell’1,2%. Nonostante una variazione sostanzialmente allineata alla media italiana, nel 2021 <strong>il reddito disponibile pro capite nel Mezzogiorno è ancora di circa il 25% inferiore al dato medio italiano</strong>, pur facendo registrare un lieve miglioramento (0,3 punti) rispetto al livello del 2019.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>18 province stanno peggio del 2019</strong></p>
<p>Sono in tutto 18 le province per le quali il recupero tra il 2019 e il 2021 in termini di reddito pro capite non si è compiuto. Se Prato e Rimini sono al di sotto del dato 2019 rispettivamente del 5,9% e del 4,7%, accompagnate però da crescita o stabilità della popolazione (come nel caso di Firenze), per altre province la riduzione riscontrata (superiore al 2%) si accompagna anche a una contrazione della popolazione, come nel caso di Venezia, Fermo, Aosta, l’Aquila, Teramo e Pescara, aspetto che denota un maggior deterioramento dell’indice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In sofferenza le province più piccole</strong></p>
<p>A fronte di una dinamica di crescita del reddito disponibile dell’1,5%, le province di minor dimensione demografica (circa un quarto del totale, aventi meno di 231 mila abitanti) fanno registrare un incremento solo dello 0,9%, laddove il reddito pro capite di queste aree è già più basso dell’11,4% rispetto al valore medio italiano (17.499 euro contro 19.761 euro). Per contro, nelle province più grandi e nelle aree metropolitane la crescita del reddito disponibile è stata tra il 2019 e il 2021 dell’1,6% e il livello pro capite è superiore di 6,7 punti rispetto alla media Italia.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La distribuzione dei redditi – dati MEF</strong></p>
<p>L&#8217;85% dei circa 41,2 milioni di contribuenti Irpef detiene prevalentemente reddito da lavoro dipendente o pensione e solo il 6,3% del totale ha un reddito prevalente derivante dall&#8217;esercizio di attività d&#8217;impresa o di lavoro autonomo, compreso anche quello in regime forfetario e di vantaggio. La percentuale di coloro che detengono in prevalenza reddito da fabbricati è pari al 4,1%. Da tener presente che si tratta di dati riferiti ad un periodo di forte contrazione del PIL (-7,8% in termini nominali e -9,0% in termini reali), caratterizzato da un contesto macroeconomico influenzato dalla crisi dovuta alla pandemia da COVID-19 e dalle misure di contenimento adottate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong>classifica delle Regioni più ricche d’Italia</strong> conferma il Nord in testa. Tra le più ricche troviamo la Lombardia, il Trentino, la Liguria e la Valle d’Aosta. Il patrimonio pro capite per i nuclei familiari in Liguria, Trentino e Valle d’Aosta supera i 235 mila euro: Bolzano arriva a toccare quota 272.500 euro. La Liguria è la Regione in cui il patrimonio di attività reali, quali abitazioni, altri immobili, terreni, impianti di vario genere e macchinari, è più in assoluto arrivando a toccare quota 173 mila euro. Al secondo posto il Trentino con 169 mila euro.</p>
<p>All’opposto rappresentato dalle Regioni in cui si guadagna di meno e il patrimonio pro capite è più basso: Calabria, Puglia e Sicilia che non arrivano a quota 100.000 euro. In Basilicata invece il reddito pro capite arriva a quota 10.100 euro e supera le tre Regioni sopra citate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La classifica è la seguente: Trentino-Alto Adige 42.300; Lombardia 38.200; Emilia-Romagna 35.300; Valle d’Aosta 35.200; Veneto 33.100; Lazio 32.900; Friuli-Venezia Giulia 31.000; Toscana 30.500; Piemonte 30.300; Liguria 29.678; Marche 26.600; Abruzzo 24.400; Umbria 24.300; Sardegna 21.300; Basilicata 20.800; Molise 19.500; Puglia 19.000; Campania 18.200; Sicilia 17.400; Calabria 17.100</p>
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<p>Per quanto riguarda i <strong>Comuni più ricchi di Italia</strong>, il Nord Ovest si conferma il più ricco di Italia, secondo i dati diffusi dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Se, invece, si analizzano i Comuni più popolosi emerge anche l’Emilia-Romagna.</p>
<p>La <strong>classifica dei redditi Irpef</strong> vede in testa da Milano, unica grande città a superare la soglia dei 30mila euro pro capite (31.778 per l’esattezza); subito dietro Padova (25.487), Parma (25.355) e Bologna (25.334). Al quarto posto Roma (24.964), dove i contribuenti dichiarano quasi 7mila euro in meno rispetto a Milano.</p>
<p>Com’è facile osservare, anche per questo indicatore, l’Italia appare divisa in due, con il Mezzogiorno che si conferma l’area in ritardo di sviluppo più popolosa d’Europa. L’intera popolazione del Mezzogiorno vive in territori con un Pil pro-capite inferiore alla media nazionale (14,7% nel Centro-Nord), e oltre 6 residenti ogni 10 in aree con un PIL pro-capite largamente inferiore.</p>
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<p>Di seguito la sintesi dei dati diffusi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze Mef relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2021 che riguardano l’anno fiscale 2020, vale a dire l’anno di insorgenza della pandemia, fenomeno che – come detto &#8211; ha avuto un impatto sulle finanze degli italiani. Il <strong>reddito medio dichiarato su base nazionale si è infatti fermato a 21.570 euro</strong>, l’1,1% in meno rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Al solito, la Lombardia la fa da padrone quasi assoluto; il centro “più ricco” risulta essere Basiglio, in provincia di Milano, dove i contribuenti in media dichiarano al fisco 44.684 euro a testa. Subito dietro, con 36.894 euro, Cusago, sempre nel milanese, e Torre Isola, ancora Lombardia ma dalle parti di Pavia (34.568 euro in media).</p>
<p>Per uscire dai confini della regione più popolosa e ricca d’Italia bisogna scendere fino al quarto posto dove troviamo il mare della Liguria, quello su cui si affacciano le ville di Pieve Ligure, in provincia di Genova. Là i residenti dichiarano mediamente 32.842 euro.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-25107 size-full aligncenter" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/02/Divari-socioeconomici-1.jpg" alt="" width="578" height="405" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/02/Divari-socioeconomici-1.jpg 578w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/02/Divari-socioeconomici-1-300x210.jpg 300w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /></p>
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<p>La top ten, come mostra il grafico, è tutta appannaggio del Nord Ovest, dal momento che l’unico altro comune non lombardo nelle prime posizioni risulta Pino Torinese (provincia di Torino) con 32.122 euro di reddito medio. Nel complesso, Gabicce Mare (provincia di Pesaro e Urbino), Lajatico (Pisa) e Cugnoli (Pescara) sono gli unici centri tra i primi 30 al di fuori di quell’area geografica.</p>
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<p>Se ci si limita ai Comuni più popolosi la geografia della ricchezza cambia ma non troppo con l&#8217;Emilia Romagna che fa capolino. La classifica dei redditi Irpef vede in testa da Milano, unica grande città a superare la soglia dei 30mila euro pro capite (31.778 per l’esattezza). Subito dietro Padova (25.487), Parma (25.355) e Bologna (25.334). Al quarto posto Roma (24.964), dove i contribuenti dichiarano quasi 7mila euro in meno rispetto a Milano.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-25110 size-full" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/02/Divari-socioeconomici-2.jpg" alt="" width="578" height="498" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/02/Divari-socioeconomici-2.jpg 578w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/02/Divari-socioeconomici-2-300x258.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 578px) 100vw, 578px" /></p>
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<p>Estremamente preoccupante la situazione del Mezzogiorno che vede ben 22 province con un reddito disponibile pro-capite nel 2021 inferiore di oltre il 25% alla media nazionale.</p>
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<p><strong>Cresce</strong> &#8211; dati Oxfam &#8211; <strong>tra il 2020 e il 2021 la concentrazione della ricchezza in Italia<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></strong>: la quota detenuta dal 10% più ricco degli italiani (6 volte quanto posseduto alla metà più povera della popolazione) è aumentata di 1,3 punti percentuali su base annua a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 20% più povero e di un calo delle quote di ricchezza degli altri decili della popolazione.</p>
<p>La <strong>ricchezza nelle mani del 5% più ricco degli italiani</strong> (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) a fine 2021 era superiore a quella detenuta dall’80% più povero dei nostri connazionali (il 31,4%). I super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, a fine 2021, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri.  Nonostante il calo del valore dei patrimoni finanziari dei miliardari italiani nel 2022, dopo il picco registrato nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali, rispetto al periodo pre-pandemico.</p>
<p>L’altro lato della medaglia è rappresentato dai poveri sempre più poveri.</p>
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<p><strong>Nel 2021 poco più di un quarto della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale</strong> (25,4%), quota sostanzialmente stabile rispetto al 2020 (25,3%) e al 2019 (25,6%).</p>
<p>In lieve peggioramento la disuguaglianza nel 2020: <strong>il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,8 volte quello delle famiglie più povere</strong> (5,7 nel 2019). Questo valore sarebbe stato decisamente più alto (6,9) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.</p>
<p><strong>Il reddito netto medio delle famiglie è di 32.812 euro annui nel 2020</strong>. Gli interventi di sostegno (reddito di cittadinanza e altre misure straordinarie) ne hanno limitato il calo (-0,9% in termini nominali, -0,8% in termini reali). Questi dati sono tratti dal <strong>Report “Condizioni di vita e reddito delle famiglie”<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> </strong>come quelli che seguono.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Nel 2021, il 20% delle persone residenti in Italia risulta <strong>a rischio di povertà</strong> (<strong>11 milioni e 800 mi</strong>la) avendo avuto, nel 2020 un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano (10.519 euro). A livello nazionale la quota rimane stabile rispetto ai 2 anni precedenti (20% nel 2020 e 2019), mentre si osserva un miglioramento nel Mezzogiorno e al Centro e un aumento del rischio di povertà nelle ripartizioni del Nord.</p>
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<p>Il 5,6% della popolazione <strong>(3 milioni e 300 mila individui</strong>) <strong>si trova in condizioni di grave deprivazione</strong> materiale, presenta cioè 4 dei 9 segnali di deprivazione individuati dall’indicatore Europa 2020, inoltre, l’11,7% degli individui vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia con componenti tra i 18 e i 59 anni che hanno lavorato meno di 1/5 del tempo, percentuale in aumento rispetto all’11% dell’anno precedente e al 10% del 2019.</p>
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<p><strong>La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale</strong> (indicatore composito), ovvero la quota di individui che si trova in almeno una delle suddette tre condizioni (riferite a reddito, deprivazione e intensità di lavoro), <strong>è pari al 25,4%</strong> (<strong>circa 14 milioni 983 mila persone</strong>), sostanzialmente stabile rispetto al 2020 (25,3%) e al 2019 (25,6%). Questo andamento sintetizza, nel triennio considerato, il peggioramento dell’indicatore di bassa intensità lavorativa, il miglioramento di quello di grave deprivazione materiale e la sostanziale stabilità dell’indicatore del rischio di povertà nei tre anni.</p>
<p><strong>Il Mezzogiorno rimane l’area del Paese con la percentuale più alta di individui a rischio di povertà o esclusione sociale</strong> (41,2%), stabile rispetto al 2020 (41%) e in diminuzione rispetto al 2019 (42,2%). In questa ripartizione aumenta la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (20,6% contro 19,2% del 2020 e 17,3% del 2019) e diminuisce quella degli individui a rischio di povertà (33,1% rispetto a 34,1% del 2020 e 34,7% del 2019). La riduzione del rischio di povertà o esclusione sociale riguarda in particolare la Puglia e la Sicilia mentre è in sensibile aumento in Campania per l’incremento della grave deprivazione e della bassa intensità lavorativa.</p>
<p>Nel triennio 2019-2021 il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce anche nel Centro (21% contro 21,6% del 2020 e 21,4% del 2019), trainato da Marche e Lazio, mentre aumenta in Umbria e rimane invariato in Toscana. Nel Nord-est, ripartizione con la minore quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, questo indicatore peggiora nel 2021 (14,2% rispetto al 13,2% del 2020 e del 2019), con il Trentino-Alto Adige e l’Emilia Romagna stabili sia nel 2020 sia nel 2021, il Friuli Venezia Giulia in calo nel 2021 (dopo il sensibile aumento nel 2020), il Veneto in crescita. Nel Nord-Ovest, il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 17,1% degli individui (16,9% nel 2020, 16,4% nel 2019), con la Lombardia stabile, il Piemonte e la Liguria in aumento.</p>
<p><strong>A elevato rischio povertà sono le famiglie numerose e quelle con almeno 1 componente straniero</strong>. Sempre nel 2021, il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (18,4% rispetto a 18,7% del 2020 e 20% del 2019) e il lavoro autonomo (22,4%, da 24,3% nel 2020 e 25,1% nel 2019), mentre aumenta per coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici (33,9% da 33,5% nel 2020 e 31,8% nel 2019).</p>
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<p>Il Rapporto evidenzia che nell’anno della pandemia (2020) <strong>il reddito delle famiglie si è ridotto</strong> rispetto all’anno precedente; ad attenuare la contrazione dei redditi da lavoro è stata la crescita dei trasferimenti pubblici e il ricorso alle integrazioni salariali. Mentre i redditi familiari da lavoro dipendente e da lavoro autonomo sono diminuiti del 5% e del 7%, i redditi da trasferimenti sono cresciuti del 9% in virtù delle misure messe in campo per fronteggiare l’impatto dell’emergenza sanitaria, raggiungendo una quota pari al 37% dei redditi familiari.</p>
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<p><strong>I redditi familiari da capitale</strong> <strong>si sono</strong> invece <strong>ridotti del 4,9%</strong> a causa della contrazione degli affitti figurativi, la perdita, rispetto ai livelli del 2007, resta ampia per i redditi familiari da lavoro autonomo (-25%) rispetto ai redditi da lavoro dipendente (-12,6%), mentre i redditi da capitale mostrano una perdita del 15,6% attribuibile alla dinamica negativa degli affitti figurativi (-18%)».</p>
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<p>Per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è possibile ordinare gli individui dal reddito equivalente più basso a quello più alto, classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come S80/S20) fornisce una prima misura sintetica della disuguaglianza. <strong>La disuguaglianza rimane alta</strong> anche se c’è stata una lieve riduzione del reddito del quinto più ricco della popolazione; una delle misure utilizzate in Europa per valutare la disuguaglianza tra i redditi è l’indice di concentrazione di Gini e nel 2019 il valore per l’Italia è pari a 0,325, in miglioramento rispetto all’anno precedente (0,328) che peggiora nel 2020 (0,329).</p>
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<p>Nel 2020, per i 26 paesi Ue27 per i quali è disponibile l’indicatore, l’Italia si trova al 19° posto; in Italia l’indice di Gini è più elevato del dato nazionale nel Sud e nelle Isole (0,346 nel 2019; 0,349 nel 2020); peggiora tra il 2019 e il 2020, ma resta inferiore al dato medio nazionale nel Nord-ovest (0,303 nel 2019 e 0,314 nel 2020) e nel Nord-est (0,277 nel 2019 e 0,288 nel 2020), al Centro invece l’indice resta stabile sotto la media nazionale in entrambi gli anni (0,309).</p>
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<p>Dal Rapporto emerge che solo grazie a queste misure è stata evitata una catastrofe sociale: “per valutare l’impatto dei trasferimenti sui principali indicatori della disuguaglianza si può utilizzare la distribuzione dei redditi equivalenti al netto dei trasferimenti emergenziali, del RdC o di entrambe le misure. In questo modo si può osservare l’entità del contributo delle misure di sostegno nel 2020: senza l’insieme dei trasferimenti emergenziali il rapporto S80/S20 risulterebbe pari a 6,2, senza il RdC a 6,4 e senza entrambe le misure a 6,9, valori superiori al 5,8 osservato. L’indice di Gini, che risulta pari a 0,329 nel 2020, sarebbe cresciuto fino allo 0,338 senza i trasferimenti emergenziali e allo stesso valore senza il RdC, mentre al netto di entrambi la concentrazione dei redditi sarebbe salita fino a 0,346».</p>
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<p>Sul fronte dei redditi nel 2022 l’Italia, grazie ad alcuni provvedimenti, come la riforma Irpef, l’assegno unico e universale per i figli a carico, le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas e l’anticipo della rivalutazione delle pensioni, è divenuta un Paese leggermente meno “diseguale”. Lo certifica l’Istat che stima come l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia abbassato l’indice di Gini (che misura appunto i divari di reddito) da 30,4% a 29,6%, mentre <strong>il rischio di povertà si riduce</strong> dal 18,6% al 16,8%.</p>
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<p>Con l’introduzione dell’<strong>assegno unico </strong>il rischio di povertà per i minori sotto i 14 anni si è ridotto di 3,8 punti percentuali mentre è sceso di 2,5 per quella da 15 a 24 anni, secondo uno studio Istat sulla redistribuzione del reddito in Italia nel 2022. <strong>Il beneficio medio dell&#8217;Assegno unico è stimato pari a 1.714 euro (circa 143 euro mensili) per le famiglie che migliorano la propria situazione economica</strong>. Gli importi medi più elevati si registrano per le famiglie appartenenti al secondo (2.085 euro) e al terzo quinto (1.949 euro) Tuttavia, la quota più ampia di famiglie beneficiarie appartiene ai primi due quinti che percepiscono anche la quota maggiore di spesa sul totale. Il beneficio in rapporto al reddito familiare è più elevato nei primi tre quinti.</p>
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<p><strong>L&#8217;introduzione dell&#8217;assegno unico determina anche un peggioramento dei redditi per alcune tipologie di famiglie</strong>. Per questo sottoinsieme la perdita media è pari a 591 euro (circa 50 euro mensili). La perdita più elevata si ha nei due quinti più ricchi (rispettivamente 887 e 951 euro) e in quello più povero (752 euro). La percentuale maggiore di famiglie svantaggiate dalla misura e la maggiore quota di perdita sul totale si concentrano nei primi due quinti; la perdita, in rapporto al reddito familiare, è più elevata nel primo quinto. Si tratta di casi in cui l&#8217;assegno per il nucleo familiare aveva un importo maggiore del nuovo assegno unico.</p>
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<p>La Caritas fa rilevare come <strong>in Italia una persona su quattro a rischio povertà ed esclusione sociale<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></strong>. Il rapporto “L’anello debole” registra nel 2021 un aumento del 7,7% degli assistiti Caritas e oltre la metà dei casi sono di povertà ereditaria.</p>
<p>La situazione italiana si presenta “molto preoccupante”. Nel 2021 la <strong>povertà assoluta</strong> conferma i massimi storici del 2020 colpendo 1 milione e 960mila famiglie, pari a 5.571.000 persone che non sono in grado di comprare beni e servizi. La povertà assoluta si concentra sui minori (14,2%, quasi 1,4 milioni) per diminuire al crescere dell’età (oltre 65 anni 5,3%).</p>
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<p><strong>La povertà nei dati Istat</strong>. L’incidenza si conferma più alta nel Mezzogiorno dove sale dal 9,4% nel 2020 al 10% nel 2021, mentre scende al Nord, in particolare Nord-Ovest (da 7,9% al 6,7% nel 2021). È cresciuta più della media nelle famiglie numerose (con almeno quattro persone), nelle famiglie con persona di riferimento con età tra i 35 e 55 anni, nelle famiglie di stranieri e in quelle con almeno un reddito da lavoro. Nel 2021 si è anche registrato un forte incremento di poveri nelle persone tra i 50 e i 60 anni d’età, che non hanno ancora maturato il diritto di andare in pensione, messe in crisi dai cambiamenti nel mercato del lavoro, poiché prive di strumenti culturali o qualifiche per poter trovare una nuova occupazione dopo un licenziamento o un fallimento. Il Rapporto sottolinea che <strong>i poveri assoluti in Italia sono in forte crescita</strong> dalla crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008, aumentando ancora nel 2020 a causa della pandemia da Covid-19 e sempre negli stessi gruppi che avevano subìto gli effetti peggiori delle crisi precedenti ossia i minori, i lavoratori a termine, le donne e gli immigrati. Già nel 2019 una persona su quattro (25,6%) era a rischio di cadere nella povertà assoluta, a fronte di una media europea di una su cinque, e nel 2021 lo scenario è rimasto pressoché immutato (25,2%).</p>
<p>Seppur dal 2016 al 2020 una famiglia su quattro abbia ricevuto un aiuto economico, il rischio di povertà non si è ridotto, si legge nel Rapporto, poiché non si è agito su reddito e lavoro, i due elementi chiave per proteggere dal progressivo impoverimento.</p>
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<p><strong>La povertà nei Centri di ascolto Caritas</strong>. Nel 2021 è aumentato del 7,7% il numero delle persone supportate rispetto al 2020 e sono stati erogati quasi 1 milione e 500 mila interventi. I beneficiari hanno un’età media di 45,8 anni e uomini e donne chiedono aiuto in pari misura. Nei centri di ascolto del Sud e nelle isole prevalgono le persone con cittadinanza italiana (rispettivamente il 68,3% e il 74,2%). Aumentano i disoccupati o inoccupati e le persone che hanno al massimo la licenza media, toccando i valori più alti al Sud (75%) e nelle isole (84,7%). Tra loro figurano anche persone analfabete o senza alcun titolo di studio. <strong>Si rafforza così la correlazione tra deprivazione e bassi livelli di istruzione</strong>. Tra gli interventi erogati, al primo posto troviamo i beni e servizi materiali (mense, distribuzione pacchi viveri, prodotti igiene personale), seguiti dai sussidi economici. Nel 2021 oltre la metà degli assistiti ha manifestato due o più ambiti di bisogno: prevalgono le difficoltà economiche legate al reddito insufficiente (63,6%), la disoccupazione (66,7%), la mancanza di una casa (43,5%) e i problemi familiari causati da divorzi e separazioni (29,9%).</p>
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<p><strong>Povertà ereditaria</strong>: In Italia per le persone che si trovano nelle posizioni più basse della scala sociale si registrano scarse possibilità di accedere ai livelli superiori (mobilità ascendente), a differenza di chi proviene da famiglie avvantaggiate. Viene chiamata “<strong>povertà intergenerazionale</strong>” o “<strong>ereditaria</strong>” e si usa l’espressione dei “pavimenti appiccicosi” (<em>sticky grounds</em>) e dei “soffitti appiccicosi” (<em>sticky ceilings</em>). Secondo sempre la Caritas questo tipo di povertà da ben tre generazioni interessa nel 2021 residenti per lo più nelle isole (65,9%) e nel Centro (64,4%). Tra i nati da genitori senza alcun titolo, quasi un beneficiario su tre si è fermato alla sola licenza elementare, circa un figlio su cinque ha mantenuto la stessa posizione occupazionale del padre e il 42% occupa un livello ancora più basso nella scala sociale (mobilità discendente). Sebbene più di un terzo abbia vissuto la mobilità ascendente, ciò non corrisponde sempre a un adeguato inquadramento contrattuale e retributivo. <strong>In Italia occorrono cinque generazioni affinché una persona che nasce da una famiglia povera possa raggiungere un livello di reddito medio</strong>.</p>
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<p>Ad accrescere i problemi il<strong> crollo dei  salari</strong> per oltre 6 milioni di dipendenti privati, così gli adeguamenti non copriranno l’inflazione. Nuovi accordi tra le parti sociali sono particolarmente necessari per i circa 6,3 milioni di dipendenti del settore privato (oltre la metà del totale dei dipendenti privati) in attesa del rinnovo dei contratti nazionali alla fine del mese di settembre 2022.  Lavoratori che rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento dei salari, calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022, insufficiente a contrastare l’aumento dell’inflazione.</p>
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<p>La riduzione delle disuguaglianze rappresenta una questione cui nessun governo ha finora attribuito centralità d’azione e che si è trovato ridimensionata sia nell’ultima campagna elettorale che in avvio di legislatura. La nuova stagione politica si sta contraddistinguendo più per il riconoscimento e la premialità di contesti e individui che sono già avvantaggiati che per la tutela dei soggetti più deboli. Invece di rendere più equo ed efficiente il reddito di cittadinanza, lo si abroga dal 2024, adottando per il 2023 un approccio categoriale alla povertà che, noncurante del contesto e delle opportunità territoriali di lavoro, vede nell’impossibilità di lavorare e non nella condizione di bisogno il titolo d’accesso al supporto pubblico. Invece di porre fine a iniqui trattamenti fiscali differenziati tra i contribuenti, si rafforzano regimi come la flat-tax per le partite IVA. Invece di puntare a un contrasto senza quartiere all’evasione fiscale, ci si prodiga in interventi condonistici che sviliscono la fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici.</p>
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<p><strong>Spesa sociale</strong></p>
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<p>Con il termine <strong>spesa sociale</strong> si intende la quota della spesa pubblica e della spesa privata destinata a coprire il sistema dello Stato sociale (<strong>welfare state</strong>), ovvero la somma di denaro utilizzata dallo Stato per garantire i bisogni primari dei cittadini. Sotto questa voce vanno un numero consistente di servizi offerti ai cittadini, dall&#8217;assistenza agli anziani al sostegno alle famiglie e ai minori, dalla sistemazione di immigrati agli aiuti ai disabili, dal sostegno ai senza fissa dimora agli aiuti a tossicodipendenti o alcolisti.</p>
<p>Nel 2019 la spesa per i servizi sociali in Italia è stata pari allo 0,42% del PIL arrivando a 0,7% con le compartecipazioni degli utenti e del servizio sanitario nazionale (SSN). Il dato è soltanto un terzo di quanto impegnano i bilanci di altri Paesi europei (2,1-2,2% di media). La spesa per abitante in Italia è pari a 124 euro con differenze territoriali molto ampie: al Sud è di 58 euro, cioè meno della metà del resto del Paese. Un cittadino meridionale, quindi, riceve meno della metà dei servizi e delle prestazioni di un italiano residente nel Centro e nel Nord-Ovest e circa un terzo rispetto a un abitante del Nord-Est. Lo scarto fra i due poli estremi &#8211; la provincia autonoma di Bolzano (567 euro) e la Calabria (22 euro) &#8211; porta a una distanza di quasi 25 volte.</p>
<p>In particolare, la spesa sociale dei comuni del Sud Italia appare minore che nel resto del Paese. Infatti, i valori più bassi in assoluto vengono toccati nelle province calabresi di Vibo Valentia (€ 6), Reggio Calabria (€ 22), Crotone (€ 24 euro), Cosenza e Catanzaro (€ 25) a cui seguono le tre province campane di Caserta (€ 33), Avellino (€ 46) e Benevento (€ 47).</p>
<p>I valori più alti si riscontrano in Trentino e Friuli, con Bolzano (€ 567) e Trieste (€ 389); seguono le province di Oristano, Gorizia, Cagliari, Udine e Trento con valori superiori ai 250 euro pro-capite. In linea generale, le province del Centro-Nord hanno valori di spesa maggiori, anche se parecchie mostrano una spesa inferiore ai 100 euro pro-capite, in particolare: Sondrio (€ 84), Treviso (€ 85), Belluno (€ 86), Massa-Carrara (€ 89), Alessandria (€ 91), Pavia (€ 93), Vicenza (€ 95), Vercelli, Rovigo e Perugia (€ 96) e Asti</p>
<p>(€ 97). Va tuttavia ricordato che l’oggetto di analisi, a causa della specifica struttura del dataset, è la spesa al netto delle compartecipazioni.</p>
<p>E’ quanto rilevato da un’indagine del Cnel sulla spesa sociale nel nostro Paese<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Sono alcuni dei dati che emergono dal Rapporto “I servizi sociali territoriali: una analisi per territorio provinciale”, redatto dall’Osservatorio Nazionale sui Servizi Sociali Territoriali del CNEL realizzato in collaborazione con ISTAT sul database informativo 2018 e i trend di spesa 2019.</p>
<p>Le prime analisi relative al 2019 confermano un trend di spesa sociale positivo al netto delle compartecipazioni, pari a +0,48%, passando così da 7,472 mld di euro a 7,508 mld di euro (+35,9 milioni).</p>
<p>Le aree di intervento che assorbono la maggior parte della spesa sociale sono tre: Famiglia e minori, Disabili e Anziani. Nel 2018 per la prima si spendono circa 2,8 mld euro, pari al 37,9% della spesa dei Comuni; per la seconda circa 2 mld di euro, pari al 26,8%; per la terza circa 1,3 mld di euro, pari al 17,2%. Le spese per l’assistenza domiciliare risultano modeste: meno della metà di quella complessiva investita per l’area anziani e meno di 1/6 per l’area disabili.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.istat.it/it/files//2022/11/REDISTRIBUZIONE-REDDITO-IN-ITALIA_2022.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.istat.it/it/files//2022/11/REDISTRIBUZIONE-REDDITO-IN-ITALIA_2022.pdf</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini[1], è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> <a href="https://www.istat.it/it/archivio/277878" target="_blank" rel="noopener">https://www.istat.it/it/archivio/277878</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Oxfam: La disuguaglianza non conosce crisi. <a href="https://www.oxfam.org/en" target="_blank" rel="noopener">https://www.oxfam.org/en</a></p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <a href="https://www.istat.it/it/files//2022/10/Condizioni-di-vita-e-reddito-delle-famiglie-2020-2021.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.istat.it/it/files//2022/10/Condizioni-di-vita-e-reddito-delle-famiglie-2020-2021.pdf</a></p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> <a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/rapportopoverta2022b.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/rapportopoverta2022b.pdf</a></p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cnel: rapporto sulla spesa sociale nel nostro Paese &#8211; <a href="http://www.regioni.it/newsletter/n-4367/del-20-09-2022/cnel-rapporto-sulla-spesa-sociale-nel-nostro-paese-24695/" target="_blank" rel="noopener">http://www.regioni.it/newsletter/n-4367/del-20-09-2022/cnel-rapporto-sulla-spesa-sociale-nel-nostro-paese-24695/</a></p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Natalità</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-natalita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2023 12:41:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[logica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Italia è una nazione a continua denatalità (tra le più preoccupanti in Europa) ad altissima longevità e a fortissime disparità territoriali in questi due campi. Un tempo, al Sud si facevano più figli rispetto al Centro-Nord proprio a causa delle minori opportunità di lavoro. La situazione (se non ancora totalmente ribaltata) si è di gran &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;Italia è una nazione a continua denatalità</strong> (tra le più preoccupanti in Europa) ad altissima longevità e a fortissime disparità territoriali in questi due campi. Un tempo, al Sud si facevano più figli rispetto al Centro-Nord proprio a causa delle minori opportunità di lavoro. La situazione (se non ancora totalmente ribaltata) si è di gran lunga modificata tra le due aree del Paese, al punto da far ipotizzare un pericolo di &#8220;desertificazione”, secondo la Svimez.</p>
<p>Il calo di natalità sarebbe attribuibile:</p>
<ul>
<li>alle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda;</li>
<li>al calo dei matrimoni;</li>
<li>al fatto che le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti;</li>
<li>alle difficoltà che hanno le coppie, soprattutto le più giovani, nel formare una nuova famiglia con figli;</li>
<li>al fatto che la maggior parte degli immigrati stabili dal Sud vive nel Nord e, quindi, contribuisce con i propri nati a incrementare i tassi di natalità della popolazione settentrionale;</li>
<li>alla prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine (a sua volta dovuta a molteplici fattori);</li>
<li>gli effetti negativi innescati dall’epidemia da Covid-19;</li>
<li>al clima generale di crisi e fragilità.</li>
</ul>
<p>L’apporto dell’immigrazione ha solo in parte contenuto il calo.</p>
<p>Nel 2021 <strong>i nati scendono</strong> a 400.249, facendo registrare un calo dell’1,1% sull’anno precedente (-4.643). Dal 2008, allorché erano 576.659, le nascite sono diminuite di 176.410 unità (-30,5%).</p>
<p><strong>La denatalità prosegue nel 2022</strong>. Secondo i dati provvisori di gennaio-settembre le nascite sono circa 6 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2021.</p>
<p><strong>Al Centro spetta il primato della denatalità complessiva</strong> (-34,3%) e dei nati del primo ordine (-38,2%), con l’Umbria che presenta la diminuzione più accentuata (-36,7% nel complesso e -40,5% per il primo ordine). Anche le regioni del Nord registrano diminuzioni significative, con il calo maggiore in Valle d’Aosta (-42,6% nel complesso e -48,4% per il primo ordine). La minore denatalità, che resta comunque di assoluto rilievo, si registra nelle Isole (-28,2% per il totale dei nati e -29,8% sul primo ordine) soprattutto per le nascite della Sicilia (-25,3% sul totale e -27,0% per i primi figli). In tutte le regioni la denatalità dei primi figli è maggiore di quella complessiva, ad eccezione di Molise, Puglia e Sardegna. La Provincia Autonoma di Bolzano è l’unica in cui la natalità complessiva si riduce dal 2008 (-5,3%) ma i primi figli aumentano (+0,7%).</p>
<p><strong>Il numero medio di figli per donna</strong>, per il complesso delle residenti, <strong>risale lievemente a 1,25</strong> rispetto al 2020 (1,24); degni di nota i valori registrati in Sicilia (1,35) e Campania (1,28). Al Centro il livello di fecondità è risalito da 1,17 a 1,19. La Sardegna continua a presentare il valore più basso (0,99), anche se in lieve ripresa rispetto al 2020. Le differenze territoriali sono spiegate dal diverso contributo delle donne straniere: 1,96 al Nord, 1,63 al Centro e a 1,87 al Mezzogiorno.</p>
<p>La <strong>fecondità </strong>delle cittadine italiane è passata da 1,17 del 2020 a 1,18 nel 2021, restando sotto il minimo storico del 1995. Negli anni 2008-2010 era a 1,44. Al Nord a detenere il primato della fecondità delle italiane resta sempre la Provincia autonoma di Bolzano (1,64) seguita dalla Provincia autonoma di Trento (1,34). Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,15) mentre nel Mezzogiorno il picco si registra in Sicilia (1,32) e Campania (1,27); in Sardegna si registra il valore minimo pari a 0,97, in aumento rispetto allo 0,94 del 2020.</p>
<p><strong>Si consideri però che n</strong><strong>el 1951 le donne meridionali facevano registrare una fecondità di 3,2 figli, mentre nello stesso anno tale tasso era 1,6 nel Centro-Nord: cioè il Sud aveva un tasso di natalità doppio di quello centro-settentrionale.</strong></p>
<p>L’indice di nuzialità è passato da 4,2 nel 2006 a tre matrimoni ogni mille abitanti nel 2021.</p>
<p><strong>Aumentano i nati fuori dal matrimonio</strong>: sono 159.821 nel 2021 (+14 mila nell’ultimo anno, +47 mila dal 2008), pari al 39,9% del totale (35,8% nel 2020). La quota più elevata di nati da genitori non coniugati si osserva nel Centro (46%), seguono Nord-est e Nord-ovest (41,6%), il Meridione (34,8%).</p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Alcuni dati sui divari Nord-Sud</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-i-divari-nord-sud/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2023 12:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[logica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I divari Nord-Sud sono profondi e datati[1] Aspettativa di vita: La speranza di vita alla nascita in Italia è stimata dall&#8217;Istat nel 2021in 80,1 anni per gli uomini e in 84,7 anni per le donne. A) i residenti al Sud nel 2021 vivono 1 anno e 7 mesi di vita media in meno rispetto ai &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I divari Nord-Sud sono profondi e datati</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<ol>
<li><strong>Aspettativa di vita</strong>: <strong>La speranza di vita alla nascita in Italia è stimata </strong>dall&#8217;Istat <strong>nel 2021in 80,1 anni per gli uomini e in 84,7 anni per le donne.</strong></li>
</ol>
<p style="padding-left: 40px;">A) i residenti al Sud nel 2021 vivono 1 anno e 7 mesi di vita media in meno rispetto ai residenti nel Nord</p>
<p style="padding-left: 40px;">B) un maschio ha un’aspettativa di vita pari a 82,1 anni se nasce a Firenze, 78,1 se nasce a Napoli; una femmina 86 anni se nasce a Milano, 82,5 anni se nasce a Napoli</p>
<p>Tuttavia l’’Italia sarebbe quinta nel mondo sempre per aspettativa di vita – secondo il network sanitario statunitense NiceRx (<a href="https://www.nicerx.com/best-healthcare-countries/" target="_blank" rel="noopener">https://www.nicerx.com/best-healthcare-countries/</a>) &#8211; con una media di 84,01 anni (81.90 per gli uomini e 85,97 per le donne).</p>
<ol start="2">
<li><strong>Qualità di vita: </strong>la classifica 2022 stilata dal Sole24ore individua <strong>un’Italia divisa in tre</strong>, con i primi 30 posti occupati da città del Nord; al 31° fa capolino Firenze, che guida il Centro, mentre tutte le <strong>posizioni dall’81ª alla 107ª sono occupate da province del Sud</strong> (nell’ordine: Campobasso; 82. Benevento, 83. Barletta-Andria-Trani, 84. Avellino, 85. Ragusa, 86. Agrigento, 87. Sud Sardegna, 88. Palermo, 89. Messina, 90. Siracusa, 91. Catania, 92. Brindisi, 93. Trapani, 94. Potenza, 95. Cosenza, 96. Catanzaro, 97. Salerno, 98. Napoli, 99. Caserta, 100. Enna, 101. Taranto, 102. Reggio Calabria, 103. Vibo valentia, 104. Foggia, 105. Caltanissetta, 106. Isernia, 107. Crotone). Bologna sarebbe la provincia italiana dove si vive meglio.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>PIL pro-capite:</strong> Nel 2021 il PIL pro capite in Italia risulta di 30.213 euro, rispetto ad un PIL totale di 1.782,1 miliardi di euro; la cifra scende a 18 mila nel Sud. E la Sicilia ha un primato: è l&#8217;unica regione italiana dove tutte le province non superano il valore di 20 mila euro. Le Regioni ed i Comuni più ricchi in Italia vedono in testa Trentino (42.300), Lombardia, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta; in fondo alla classifica Puglia, Campania, Sicilia e Calabria (17.100).</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="4">
<li><strong>Natalità:</strong> Un tempo, al sud si facevano più figli rispetto al Centro-Nord a causa delle minori opportunità di lavoro. La situazione (se non ancora totalmente ribaltata) si è di gran lunga modificata tra le due aree del Paese in quanto è aumentato il tasso di natalità nel Centro-Nord, drasticamente ridimensionato al Sud. La pandemia ha accentuato il calo dei nati. Nel 1951 le donne meridionali facevano registrare una fecondità di 3,2 figli, il doppio di quello delle donne del Centro-Nord; oggi il tasso di fecondità delle cittadine italiane è pari a 1,18 nel 2021.</li>
</ol>
<p>A detenere il primato della fecondità delle italiane resta sempre al Nord la Provincia autonoma di Bolzano (1,64) seguita dalla Provincia autonoma di Trento (1,34). Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,15) mentre nel Mezzogiorno il picco si registra in Sicilia (1,32) e Campania (1,27); in Sardegna si registra il valore minimo pari a 0,97.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="5">
<li><strong>Servizi per l’infanzia:</strong> I <strong>servizi per l’infanzia</strong> sono cruciali per la crescita del bambino e per l’occupabilità delle donne con figli. L’offerta di questi servizi è in crescita su tutto il territorio nazionale, ma i gap restano significativi. Due terzi dei bambini (0-3 anni) nel Mezzogiorno vive in contesti con livelli di offerta inferiori agli standard nazionali e il 17,8% in zone con una dotazione molto bassa o nulla (5,3% nel Centro-Nord). Nel periodo 2019-2020 la quota di bambini da zero a tre anni che ha potuto usufruire dei servizi per l&#8217;infanzia offerti dai Comuni è stata del 19,3% al Centro-Nord e del 6,4% al Sud.</li>
</ol>
<p><strong>Asili nido</strong>: al Centro nord si superano i 1600 euro per bambino, mentre al Sud si sfiorano al massimo i 600 euro. A livello provinciale il gap va dai 2.904 euro annui per bambino spesi della provincia di Bologna ai 23 euro annui di Vibo Valentia.</p>
<p><strong>Scuola primaria</strong>: nel Mezzogiorno non beneficiano di servizio mensa il 79% degli alunni, contro il 46% del Centro-Nord; <strong>Palestre</strong>: il 66,2%, degli alunni delle scuole primarie del Mezzogiorno non frequenta scuole dotate di una palestra, contro il 54,2% del Centro-Nord.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="6">
<li><strong>Capitale umano</strong>: Con il termine capitale umano si intende l&#8217;insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, capacità relazionali, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Tra il 1996 e il 2019 la crescita media nazionale è stata del 6,5%, con andamenti decisamente brillanti del Nord-Est (+13%) e nel Centro (+12,6%) a fronte di una contrazione di quasi tre punti nel Mezzogiorno (-2,7%), con Calabria a -8,5% e Campania a -5,8%. Secondo i dati diffusi dall&#8217;Istat a dicembre 2022, rispetto al mese precedente, sono aumentati gli occupati e i disoccupati, mentre sono diminuiti gli inattivi. A dicembre 2022, il tasso di occupazione sale al 60,5%, il tasso di disoccupazione è stabile al 7,8, mentre scende al 34,3% quello di inattività.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="7">
<li><strong>Povertà</strong>: Nel 2021 1/4 della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (25,4%), quota stabile rispetto al 2020 (25%) e al 2019 (25,6%). In lieve peggioramento la disuguaglianza nel 2020: il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,8 volte quello delle famiglie povere (5,7 nel 2019), il valore sarebbe stato più alto (6,9) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie. Il reddito netto medio delle famiglie è di 32.812 euro annui nel 2020, il reddito di cittadinanza e le altre misure straordinarie ne hanno limitato il calo. Il 5,6% della popolazione (3 milioni e 300 mila individui) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale. Tra le famiglie povere, il 42,2% risiede nel Mezzogiorno (38,6% nel 2020), e il 42,6% al Nord (47,0% nel 2020). Si ristabilisce dunque la proporzione registrata nel 2019, quando le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite quasi in egual misura fra Nord e Mezzogiorno.</li>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="8">
<li><strong>Povertà assoluta</strong>: Negli ultimi dieci anni la povertà assoluta è progressivamente aumentata. Secondo le stime ISTAT definitive, nel 2021 sono poco più di 1,9 milioni le famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 7,5%), per un totale di circa 5,6 milioni di individui (9,4%), valori stabili rispetto al 2020 quando l’incidenza ha raggiunto i suoi massimi storici ed era pari, rispettivamente, al 7,7% e al 9,4%.</li>
</ol>
<p>Nel 2021, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (10,0%, da 9,4% del 2020) mentre scende in misura significativa al Nord (6,7% da 7,6%), in particolare nel Nord-ovest (6,7% da 7,9%). Tra le famiglie povere, il 42,2% risiede nel Mezzogiorno (38,6% nel 2020), e il 42,6% al Nord (47,0% nel 2020). Si ristabilisce dunque la proporzione registrata nel 2019, quando le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite quasi in egual misura fra Nord e Mezzogiorno.</p>
<p>L’incidenza di povertà assoluta è più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti, tra famiglie con figli minori, decresce al crescere del titolo di studio della persona di riferimento della famiglia. Gli stranieri in povertà assoluta sono oltre un milione e 600mila, con una incidenza pari al 32,4%, oltre quattro volte superiore a quella degli italiani (7,2%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="9">
<li><strong>Reddito di cittadinanza</strong>: tra le misure di contrasto alla povertà esistente nel nostro Paese, il Reddito di Cittadinanza, è stato finora percepito da 4,7 milioni di persone, raggiungendo poco meno della metà dei poveri assoluti (44%). Sarebbe però opportuno assicurarsi che fossero raggiunti tutti coloro che versano nelle condizioni peggiori, partendo dai poveri assoluti. Accanto alla componente economica dell’aiuto vanno garantiti adeguati processi di inclusione sociale, ma al momento una serie di vincoli amministrativi e di gestione ostacolano tale aspetto. A percepire il Reddito di cittadinanza, secondo i dati INPS riferiti ad agosto 2022, sono: 2,17 milioni di cittadini italiani; 226.000 cittadini extra comunitari con permesso di soggiorno UE; 88.000 cittadini europei; 5.000 familiari delle precedenti categorie o titolari di protezione internazionale. A luglio 2022, inoltre i nuclei beneficiari al cui interno sono presenti minori sono 365.000 con 1,3 milioni di persone coinvolte; mentre le famiglie con disabili sono quasi 197.000 con 442.000 persone coinvolte. Per quanto riguarda la distribuzione geografica: 340.000 persone risiedono nel Centro Italia; 443.000 persone risiedono al Nord; oltre 1,7 milioni di persone risiedono nel Sud e nelle Isole. L’assegno medio ammonta a 551 euro, ma in realtà la sua entità varia a seconda delle caratteristiche del nucleo; più precisamente: per i nuclei con presenza di minori l’importo medio mensile è di 682 euro, e va da un minimo di 590 euro per i nuclei composti da due persone a 742 euro per quelli composti da cinque persone; per i nuclei con presenza di disabili l’importo medio è di quasi 490 euro, con un minimo di 382 euro per i nuclei composti da una sola persona a 702 euro per quelli composti da cinque persone.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="10">
<li><strong>Spesa sociale: </strong>Con il termine <strong>spesa sociale</strong> si intende la quota della spesa pubblica e della spesa privata destinata a coprire il sistema dello Stato sociale (<strong>welfare state</strong>), ovvero la somma di denaro utilizzata dallo Stato per garantire i bisogni primari dei cittadini. Sotto questa voce vanno un numero consistente di servizi offerti ai cittadini, dall&#8217;assistenza agli anziani al sostegno alle famiglie e ai minori, dalla sistemazione di immigrati agli aiuti ai disabili, dal sostegno ai senza fissa dimora agli aiuti a tossicodipendenti o alcolisti.</li>
</ol>
<p>Nel 2019 la spesa per i servizi sociali in Italia è stata pari allo 0,42% del PIL arrivando a 0,7% con le compartecipazioni degli utenti e del servizio sanitario nazionale (SSN). Il dato è soltanto un terzo di quanto impegnano i bilanci di altri Paesi europei (2,1-2,2% di media). La spesa per abitante in Italia è pari a 124 euro con differenze territoriali molto ampie: al Sud è di 58 euro, cioè meno della metà del resto del Paese. Un cittadino meridionale, quindi, riceve meno della metà dei servizi e delle prestazioni di un italiano residente nel Centro e nel Nord-Ovest e circa un terzo rispetto a un abitante del Nord-Est. Lo scarto fra i due poli estremi &#8211; la provincia autonoma di Bolzano (567 euro) e la Calabria (22 euro) &#8211; porta a una distanza di quasi 25 volte.</p>
<p>Nel 2020, <strong>la spesa per la protezione sociale è uguale al 34,5% del Pil</strong> ed è destinata, per il 46,5%, alla funzione vecchiaia, per il 22,4% alla funzione malattia e per il 13,5% alle due funzioni congiunte, disoccupazione e altra esclusione sociale non altrove classificata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="11">
<li><strong>Ricchezza</strong>: anche in Italia le disuguaglianze stanno aumentando, con il 5% più ricco (titolare del 41,7% della ricchezza nazionale netta) che detiene una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero (il 31,4%); a fine 2021, i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) erano titolari, di un ammontare di ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. Nel 2021, il valore delle fortune dei super-ricchi italiani (14 in più rispetto alla fine del 2019) mostra ancora un incremento di quasi 13 miliardi di dollari (+8,8%), in termini reali.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="12">
<li><strong>Impoverimento demografico</strong>: I ritardi del Mezzogiorno stanno aumentando i rischi di un eccessivo e non reversibile impoverimento demografico. Fra il 2011 e il 2020 si è registrato il primo calo di popolazione nella storia recente del Mezzogiorno (-642mila abitanti; +335mila nel Centro-Nord). A tendenze invariate, nel 2030 i residenti scenderanno per la prima volta sotto la soglia critica dei 20 milioni di abitanti, con una riduzione su base decennale di circa 4 volte rispetto al Centro-Nord (-5,7% e 1,5%). La perdita di popolazione si concentra nei più giovani, cui fa da contrappunto il maggior peso della popolazione anziana. Intorno al 2035 l’età media della popolazione di Sud e Isole potrebbe superare quella del Centro-Nord, nel 2011 ancora nettamente inferiore (39 anni contro 43,2 del Centro-Nord). Tali fenomeni inediti, se non governati con urgenza, possono far incamminare il Mezzogiorno verso un’involuzione radicale e molto problematica nella funzionalità e sostenibilità della propria struttura sociale.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="13">
<li><strong>Livelli di istruzione</strong>: In generale, i livelli di istruzione nel Nord Italia sono più alti rispetto a quelli del Sud Italia. Il Nord è considerato un&#8217;area economicamente più sviluppata, con un più alto tasso di partecipazione all&#8217;istruzione e una maggiore disponibilità di risorse educative. Questo ha portato a una maggiore qualità e quantità di istruzione nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali. Tuttavia l’Italia si colloca in fondo alla graduatoria europea dei livelli d’istruzione: bassa componente di diplomati, propensione ancora significativa ad abbandonare gli studi al conseguimento della licenza media, quota ridotta di titoli di studio terziario. Tale situazione peggiora nel Mezzogiorno, dove sull’istruzione persiste un quadro di particolare arretratezza: solo il 38,1% ha il diploma di scuola secondaria superiore e solo il 16,4% ha raggiunto un titolo terziario; nel Nord e nel Centro circa il 45% è diplomato e più di uno su cinque è laureato (21,3% e 24,2% rispettivamente). I livelli di istruzione sono correlati al tasso di occupazione, molto più basso al Sud che nel resto del Paese, e a quello di disoccupazione, molto più alto anche tra chi ha un titolo di studio elevato: il tasso di occupazione dei laureati è pari al 73,5% (13 punti inferiore a quello del Nord) e quello di disoccupazione è 8,2% (superiore di cinque punti). Le donne sono più istruite degli uomini ma tale vantaggio non si traduce in un vantaggio in ambito lavorativo.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="14">
<li><strong>Competenze degli studenti: </strong>Nel Mezzogiorno, gli outcome dell’istruzione sono notevolmente peggiori: <strong>le competenze degli studenti risultano più basse in tutte le discipline e il gap aumenta nei diversi gradi d’istruzione.</strong> Nel 2021-‘22 il 42,7% degli studenti meridionali di V superiore presenta competenze “molto deboli” in matematica (28,3% in Italia; 15% nel Nord-Est) e solo il 6,7% si colloca a un livello “molto buono” (14,9% in Italia; 22,6% nel Nord-Est).</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="15">
<li><strong>Dispersione scolastica</strong>: dati Eurostat dicono che nel 2021 il 12,7% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenza media (media europea del 9,7%), per cui l’Italia si trova agli ultimi posti della classifica. Secondo il MIUR, nel 2021, l’abbandono degli studi prima del completamento del sistema secondario superiore o della formazione professionale riguarda il 16,6% dei 18-24enni nel Mezzogiorno, il 10,7% al Nord e il 9,8% nel Centro. Secondo i dati Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione), nel 2022 la dispersione scolastica totale, implicita ed esplicita, superebbe il 20% a livello nazionale. La dispersione scolastica implicita riguarda il 9,7% di alunni e alunne; solo il 56% degli alunni di terza media raggiunge i livelli di competenze previsti in matematica, e il 61% in italiano.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="16">
<li><strong>Università </strong><strong>e circolazione dei cervelli</strong><strong>: </strong>Il dualismo territoriale tra Nord e Sud caratterizza anche il sistema universitario. Le Università del Sud soffrono di grossi problemi tra cui: a) calo degli iscritti: negli ultimi 10 anni le iscrizioni all’Università degli studenti residenti nel Mezzogiorno sono state nettamente inferiori rispetto al resto del Paese; b) un’offerta formativa di minore qualità; c) meno risultati accademici eccellenti; c) una drastica riduzione delle risorse economiche ed umane avvenuta nell’ultimo decennio, principalmente per un taglio generale dei fondi pubblici. Ciò motiva i giovani del Sud under 35 (8%) a migrare al Nord, dove generalmente sono situati i centri di eccellenza e si hanno maggiori opportunità lavorative.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="17">
<li><strong>Occupazione giovanile: </strong>L’Italia è ultima, a livello europeo, nel sistema di transizione tra scuola e mercato del lavoro. La fase pre-pandemica aveva già evidenziato problemi di stagnazione dell’economia italiana, più accentuati nel Mezzogiorno; a fine pandemia si registra comunque una moderata crescita nel Centro-Nord, mentre nelle regioni meridionali il segno risulta visibilmente negativo. Nel 2021 nel Mezzogiorno quasi un terzo degli occupati sono classificabili come <strong>lavoratori non-standard</strong> (circa un quinto nel Centro e ancora meno nel Nord). Anche la quota di <strong>lavoratori “vulnerabili” o “doppiamente vulnerabili</strong>” nel Meridione ha un’incidenza superiore alla media nazionale (rispettivamente, 22,7% e 5,4%, a fronte dei 18,1% e 3,6% dell’Italia). Maggiormente penalizzati le donne e i giovani.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="18">
<li><strong>Giovani Neet</strong>: Nel 2020 oltre 3 milioni di giovani italiani, 1,7 donne, sono rimasti con le mani in mano, senza un libro davanti e senza un&#8217;occupazione. Sono quelli che vengono definiti Neet: un fenomeno in aumento, che raddoppia al Sud rispetto al Nord e che riguarda soprattutto le ragazze. I giovani tra i 15 e i 34 anni che vivono in questo limbo, o palude, sono il 39% della popolazione nel Sud Italia, Il 23% del Centro Italia, il 20% del Nord-Ovest e al 18% del Nord-Est. La maggior parte (2 su 3) dei Neet è inattivo: scoraggiato, hanno smesso del tutto di cercare lavoro. Qualcuno (circa il 20%) sarebbe sì disponibile a lavorare ma comunque non cerca. C’è una tendenza ad essere inattivi soprattutto tra i diplomati (32%) o con un titolo di studio minore (16%).</li>
</ol>
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<ol start="19">
<li><strong>E</strong><strong>migrazione giovanile: </strong>Il recente &#8220;Rapporto Italiani nel Mondo&#8221; della Fondazione Migrantes<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> della Conferenza Episcopale Italiana conferma che, nonostante la pandemia, la mobilità italiana giovanile, dal 2006 al 2022, è cresciuta dell&#8217;87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori e del 44,6% quella per la sola motivazione &#8220;espatrio&#8221;. La via per l&#8217;estero si presenta loro quale unica scelta da adottare per la risoluzione di tutti i problemi esistenziali (autonomia, serenità, lavoro, genitorialità, ecc.). Ne scaturisce una <strong>preoccupante ripresa dell’emigrazione di massa</strong>. Nel 2020, Sud e Isole hanno perso ben 42 giovani residenti (25-34 anni) ogni 100 movimenti anagrafici nei flussi interni extra-regionali (+ 22 nel Centro-Nord) e 56 su 100 in quelli esteri (49 nel Centro-Nord). Il fenomeno è accentuato nelle province con bassa occupazione e nelle cosiddette “aree interne”.</li>
</ol>
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<ol start="20">
<li><strong>Salute</strong>: al Nord è un diritto, al Sud una speranza. Pochi dati significativi. Nel 2021 la stima della speranza di vita alla nascita in Italia è di 82,4 anni (80,1 per gli uomini e 84,7 anni per le donne); ma mentre si attesta a 82,9 al Nord, nel Mezzogiorno scende a 81,3 anni nel 2021.</li>
</ol>
<p>La pandemia da COVID-19 ha avuto un forte impatto su tutti i settori della Sanità, in primo luogo sugli screening oncologici: nelle regioni settentrionali la copertura totale dello screening cervicale è dell’88% (vs 69% al Sud), quella dello screening mammografico dell’86% (vs 61% al Sud) e del 69% per lo screening colorettale (vs 27% nel Sud)</p>
<p>La mortalità neonatale (cioè dei morti appena nati) è maggiore del 40% al Sud e, secondo la Fondazione Gimbe<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, nelle regioni del Centro-Nord emigra l&#8217;85,5% dei pazienti sotto i 14 anni con malattie gravi. E si tenga presente che il bambino non si sposta da solo ma tutto il nucleo familiare è coinvolto, non solo in termini di spese da sostenere.</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="21">
<li><strong>Servizi sanitari</strong>: Divari territoriali rilevanti caratterizzano l’efficienza, appropriatezza e qualità dei servizi sanitari. La regionalizzazione della sanità ha reso e rende gli Italiani diversi di fronte alla vita e alla morte. Le distanze tra Nord e Sud negli indicatori del benessere equo e sostenibile restano purtroppo molto marcate e aumentano per quanto riguarda la speranza di vita e il reddito dei lavoratori. La speranza di vita alla nascita nel 2021 risulta di 82,9 anni nel Nord contro gli 81,3 anni nel Sud. Nel Mezzogiorno – soprattutto in alcune regioni coinvolte dai Piani di Rientro (6 su 7 in questa ripartizione) – <strong>la contrazione della spesa pubblica ha inciso negativamente sui LEA</strong> (Livelli Essenziali di Assistenza). Permane una diffusa “<strong>emigrazione sanitaria</strong>”: i ricoveri extra-regionali sono il 9,6% di quelli interni (6,2% nel Centro-Nord). In oltre 1 Provincia su 5 (21,1%; 7,2% nel Centro-Nord) tale mobilità sanitaria è molto intensa.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="22">
<li><strong>Mobilità sanitaria interregionale </strong>(dati AGEANS): Dal 2009 al 2016 le quattro più grandi regioni meridionali hanno pagato oltre 7 miliardi di euro alle regioni del Nord a causa delle migrazioni sanitaria. Il fenomeno dell’esodo da Sud a Nord per curarsi non si arresta: ben 14 le Regioni hanno infatti saldi negativi. Fanalini di coda sono la Campania che nel 2021 registra un saldo negativo di 185,7 mln. A seguire la Calabria (-159,5 mln), la Sicilia (-109,6 mln), la Puglia (-87,6 mln), la Liguria (-60,7 mln), l’Abruzzo (-49,5 mln), la Basilicata (-40,3 mln), la Sardegna (-34,4 mln), le Marche (-21,1 mln), l’Umbria (-9,8 mln), la Valle d’Aosta (-7,1 mln), il Friuli Venezia Giulia (-6,8 mln), la Pa di Bolzano (-4,3 mln) e la Pa di Trento (-0,03 mln). In attivo a guadagnarci di più dalla mobilità è nel 2021 l’Emilia Romagna che scalza la Lombardia dal vertice con un saldo attivo di 293,9 mln. La Lombardia segue con +274,9 mln. In attivo anche il Veneto (+102 mln), la Toscana (+38,1 mln), il Lazio (+34,2 mln), il Piemonte (24,8 mln) e il Molise (+8,7 mln).</li>
</ol>
<p>Nel 2020 si registra un indice di fuga pari all’8,7% totale (dal 3,4% del Lazio al 43,4% del Molise, il 30,8% della Basilicata, il 26,8% dell’Umbria e il 23,6% della Calabria), ma che per oltre la metà (41.000 ricoveri) interessa bambini e adolescenti residenti nelle regioni meridionali. Un terzo dei bambini e adolescenti si mette in viaggio dal Sud per ricevere cure per disturbi mentali (il 10% dei casi) o neurologici, della nutrizione o del metabolismo.</p>
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<ol start="23">
<li><strong>Digital divide </strong>(divario digitale): In Italia, solo il 42% degli italiani ha competenze digitali di base, mentre la media europea arriva al 58%. Più marcato il divario tra Nord e Sud. Nell’ultimo ventennio il <strong>processo di digitalizzazione</strong> è stato molto rapido, ma <strong>il Mezzogiorno non ha ancora recuperato</strong> il gap di partenza (valutato nel 2020in circa 10 punti percentuale): il 60% circa dei residenti ha opportunità ridotte di accesso alla Banda ultra-larga, e circa 1 su 5 (17,3%) vive in contesti molto distanti da questo standard (4,2% nel Centro-Nord). Maggiormente svantaggiate le donne e gli anziani.</li>
</ol>
<p>La recente giurisprudenza ha riconosciuto l’esistenza di un vero e proprio «<strong>danno da digital divide</strong>», provocato dalla privazione del diritto di accesso che impedisce all’individuo l’esercizio dei propri diritti online. Tale condizione comporta una mancata opportunità d’inclusione.</p>
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<ol start="24">
<li><strong>Infrastrutture</strong>: Il Mezzogiorno presenta una <strong>dotazione di infrastrutture di trasporto visibilmente inferiore</strong> alle altre ripartizioni. La densità della rete ferroviaria è nettamente più bassa, soprattutto nell’alta velocità (0,15 Km ogni 100 Km<sup>2</sup> di superficie; 0,8 al Nord; 0,56 al Centro). Negli ultimi decenni l’ampliamento è stato molto modesto (+0,3% contro +7,1% del Centro-Nord) mentre è aumentato il gap qualitativo (58,2% di rete elettrificata; 79,3% del Centro-Nord).</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="25">
<li><strong>Imprese</strong>: Nonostante una ripresa nel corso del 2021 (+6,5%), il <strong>tasso di natalità delle imprese</strong>, resta inferiore ai livelli del 2019 (+6,9%). Il Nord-Est è l’area con il più basso tasso di natalità (+5,9%), mentre il Nord-Ovest, trainato dalla Lombardia, è quella più dinamica (+6,8%). In testa alla classifica troviamo il Lazio (+7,5%), mentre “fanalino di coda” è la Basilicata con un +5,2%.</li>
</ol>
<p>Nel Mezzogiorno il settore privato, già fortemente sottodimensionato rispetto al peso demografico dell’area, si è ulteriormente contratto e presenta ora una composizione ancora più sbilanciata verso attività produttive a minore contenuto di conoscenza e tecnologia e a più bassa produttività, in sostanza in media meno produttive, meno capitalizzate, meno profittevoli di quelle del Centro Nord; nelle regioni meridionali è preponderante il ruolo di micro imprese e di attività a controllo familiare, nel complesso poco dinamiche e meno in grado di sfruttare le nuove tecnologie digitali. Auspicabile per il rilancio dello sviluppo del Mezzogiorno il <strong>contrasto al “triangolo dell’illegalità”</strong>, costituito da evasione, corruzione, criminalità, fattori che premiano le imprese opache e il ricorso al lavoro nero, ostacolando l’affermazione delle migliori iniziative imprenditoriali.</p>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="26">
<li><strong>Reti dei trasporti: </strong>La rete dei trasporti in Italia comprende le seguenti infrastrutture: 156 porti, una rete ferroviaria di 24.564 km (linee a doppio binario: 7.732 km; linee a semplice binario: 9.100 km; linee non elettrificate (diesel): 4.672 km), una rete stradale (strade statali, regionali, provinciali, comunali) di 837.493 km, una rete autostradale di 6.966 km (2019) e 98 aeroporti. Il PNRR ha destinato 25 mld agli investimenti sulla rete ferroviaria. Scrive l’Istat: «La densità della rete ferroviaria è nettamente più bassa, soprattutto nell’alta velocità (0,15 Km ogni 100 Km<sup>2</sup> di superficie; 0,8 al Nord; 0,56 al Centro)». Negli ultimi decenni l’ampliamento è stato modesto (+0,3% contro +7,1% del Centro-Nord) mentre è aumentato il gap qualitativo (58,2% di rete elettrificata; 79,3% del Centro-Nord).</li>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="27">
<li><strong>Reti ferroviarie: </strong>Dal 1995 al 2019 la rete ferroviaria del nostro paese è cresciuta notevolmente, ma al Sud &#8211; secondo un rapporto di Legambiente sul pendolarismo &#8211; i treni sono vecchi di almeno 20 anni (rispetto ai 12 e mezzo di quelli in uso sulle ferrovie settentrionali), pochi, e viaggiano su linee in larga parte a binario unico e non elettrificate.</li>
</ol>
<p>7.538 sono complessivamente i chilometri di binari che attraversano l&#8217;Italia settentrionale, cioè 1.824 km in più rispetto a quelli nel mezzogiorno e nelle isole (5.714 km) e 4.081 rispetto ai territori del centro (3.457 km). Il 58,3% delle reti ferroviarie del centro Italia sono linee elettrificate a binario doppio, contro il 51,2% del Nord, il 30,9% del sud e nelle isole, il 45,7% della media nazionale. La Sicilia, la regione più grande d’Italia, dispone di una rete viaria con appena il 5 per cento di autostrade e un sistema ferroviario per l’84 per cento a singolo binario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="28">
<li><strong>Reti idriche</strong>: L&#8217;Italia “vanta” una rete di acquedotti di oltre 425mila chilometri – che arrivano a 500mila se si considerano le connessioni e i raccordi – che distribuisce che ogni anno regione per regione, città per città circa 8,2 miliardi di metri cubi d&#8217;acqua; le perdite però si aggirano sui 3,4 miliardi. L’obsolescenza delle reti idriche è un fattore critico data la sempre più grave siccità che interessa il Paese. Nel Meridione spesso si registrano perdite per circa la metà dell’acqua per uso civile. Livelli di inefficienza superiori alla media caratterizzano tre quarti delle province del Mezzogiorno (1/4 nel Centro-Nord).</li>
</ol>
<p>L’ultimo dato ISTAT disponibile è del 2018 e rileva come le perdite in Abruzzo in quell’anno siano state pari al 55,6%, seguono l’Umbria, con il 54,6%, e il Lazio, con il 53,1%. Ci sono poi altre due regioni dove la perdita a livello percentuale è superiore al 50%: la Sardegna con il 51,2% e la Sicilia con il 50,5%. Ben 5 regioni sulle 20 italiane segnano quindi una percentuale di perdite della rete idrica superiore al 50%. I dati migliori si registrano invece in Valle d’Aosta dove la perdita d’acqua nelle reti idriche è pari al 22,1%, nella Provincia autonoma di Bolzano dove lo spreco si ferma al 26,9% e in Lombardia che registra il 29,8% di perdite. Tutte le restanti regioni hanno un valore compreso tra il 30% e il 50%, ad eccezione delle cinque citate in precedenza.</p>
<p>Il gap infrastrutturale delle regioni meridionali e insulari è confermato anche dalle condizioni delle infrastrutture preposte agli altri segmenti della filiera dell’acqua, quali la <strong>raccolta delle acque reflue</strong> e le attività di depurazione. Vi sono circa 40 Comuni tuttora sprovvisti di servizio di raccolta delle acque reflue (poiché la rete fognaria non è presente o non è collegata a un depuratore), di cui oltre la metà localizzati in Sicilia; nelle aree meridionali inoltre si verificano con maggiore frequenza episodi di allagamento, sversamento e rottura delle fognature e la qualità delle acque depurate è sensibilmente peggiore della media italiana (ARERA, 2020).</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> I divari territoriali nel PNRR: dieci obiettivi per il Mezzogiorno ISTAT, Statistiche Focus, <a href="https://www.istat.it/it/files//2023/01/FOCUS_Divari_Mezzogiorno_PNRR.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.istat.it/it/files//2023/01/FOCUS_Divari_Mezzogiorno_PNRR.pdf</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Rapporto Italiani nel Mondo&#8221; della Fondazione Migrantes, XVII Edizione, &#8211; Sintesi, <a href="https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2022/11/Sintesi_RIM2022.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2022/11/Sintesi_RIM2022.pdf</a></p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> GIMBE Evidence for Health – Report Osservatorio GIMBE 2/2022 – Livelli Essenziali di Assistenza: le diseguaglianze regionali in sanità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-i-divari-nord-sud/">I numeri delle disuguaglianze | Alcuni dati sui divari Nord-Sud</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
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		<title>I numeri delle disuguaglianze &#124; Giovane Italia</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-giovane-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2023 11:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La logica delle disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[La Logica della Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[logica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia si colloca in fondo alla graduatoria europea dei livelli d’istruzione: bassa componente di diplomati, propensione ancora significativa ad abbandonare gli studi al conseguimento della licenza media, quota ridotta di titoli di studio terziario. Tale situazione peggiora nel Mezzogiorno, dove sull’istruzione persiste un quadro di particolare arretratezza. Benché di recente emerga una diminuzione degli abbandoni &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-giovane-italia/">I numeri delle disuguaglianze | Giovane Italia</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia si colloca in fondo alla graduatoria europea dei livelli d’istruzione: bassa componente di diplomati, propensione ancora significativa ad abbandonare gli studi al conseguimento della licenza media, quota ridotta di titoli di studio terziario. Tale situazione peggiora nel Mezzogiorno, dove sull’istruzione persiste un quadro di particolare arretratezza. Benché di recente emerga una diminuzione degli abbandoni precoci, in queste aree la popolazione resta meno istruita anche nelle fasce più giovani.</p>
<p>Dati Istat relativi al 2020 attestano che in Italia solo il 20,1% della popolazione (di 25-64 anni) possiede una laurea contro il 32,8% nell’Ue. Le quote di laureati sono più alte al Nord (21,3%) e al Centro (24,2%) rispetto al Mezzogiorno (16,2%) ma comunque lontane dai valori europei.</p>
<p>Ampia distanza dagli altri paesi europei anche nella quota di popolazione con almeno un diploma (62,9% contro 79,0% nell’Ue27). La partecipazione degli adulti alla formazione è inferiore alla media europea, con differenze più forti per la popolazione disoccupata o con bassi livelli di istruzione.</p>
<p>La popolazione residente nel Mezzogiorno è meno istruita rispetto a quella nel Centro-nord: il 38,5% degli adulti ha il diploma di scuola secondaria superiore e solo il 16,2% ha raggiunto un titolo terziario. Nel Nord e nel Centro circa il 45% è diplomato e più di uno su cinque è laureato (21,3% e 24,2% rispettivamente nel Nord e nel Centro). Il divario territoriale nei livelli di istruzione è indipendente dal genere, sebbene più marcato per la componente femminile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h6><strong>Occupazione giovanile</strong></h6>
<p>la fase pre-pandemica aveva già evidenziato problemi di stagnazione dell’economia italiana, più accentuati nel Mezzogiorno; a fine pandemia si registra comunque una moderata crescita nel Centro-Nord, mente nelle regioni meridionali il segno risulta visibilmente negativo. Nel 2021 nel Mezzogiorno quasi un terzo degli occupati sono classificabili come <strong>lavoratori non-standard</strong> (circa un quinto nel Centro e ancora meno nel Nord). Anche la quota di <strong>lavoratori “vulnerabili” o “doppiamente vulnerabili</strong>” nel Meridione ha un’incidenza superiore alla media nazionale (rispettivamente, 22,7% e 5,4%, a fronte dei 18,1% e 3,6% dell’Italia). Maggiormente penalizzati le donne e i giovani.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h6><strong>E</strong><strong>migrazione giovanile</strong></h6>
<p>Il recente &#8220;Rapporto Italiani nel Mondo&#8221; della Fondazione Migrantes<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> della Conferenza Episcopale Italiana conferma che, nonostante la pandemia, <strong>la mobilità italiana giovanile, dal 2006 al 2022, è cresciuta dell&#8217;87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori e del 44,6% quella per la sola motivazione &#8220;espatrio&#8221;</strong>.  Una mobilità giovanile che cresce sempre più &#8211; spiega il dossier &#8211; perchè l&#8217;Italia ristagna nelle sue fragilità, e ha definitivamente messo da parte la possibilità per un individuo di migliorare il proprio status durante il corso della propria vita accedendo a un lavoro certo, qualificato e abilitante (ascensore sociale); continua a mantenere i giovani confinati per anni in &#8220;riserve di qualità e competenza&#8221; a cui poter attingere, ma il momento non arriva mai. Il tempo scorre, le nuove generazioni diventano mature e vengono sostituite da nuove e poi nuovissime altre generazioni, in un circolo vizioso che dura da ormai troppo tempo&#8221;.</p>
<p>In questa situazione, già fortemente compromessa &#8211; si legge ancora -, la pandemia di Covid-19 si è abbattuta con tutta la sua gravità rendendo i giovani italiani una delle categorie più colpite dalle ricadute sociali ed economiche. È da tempo &#8211; annota ancora il rapporto &#8211; che i giovani italiani non si sentono ben voluti dal proprio paese e dai propri territori di origine, sempre più spinti a cercar fortuna altrove. La via per l&#8217;estero si presenta loro quale unica scelta da adottare per la risoluzione di tutti i problemi esistenziali (autonomia, serenità, lavoro, genitorialità, ecc.). E così ci si trova di fronte a una Italia demograficamente in caduta libera. Per quanto riguarda i dati, al 1° gennaio 2022 i cittadini italiani iscritti all&#8217;Aire sono 5.806.068, il 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l&#8217;Italia ha perso in un anno lo 0,5% di popolazione residente (-1,1% dal 2020), all&#8217;estero è cresciuta negli ultimi 12 mesi del 2,7% che diventa il 5,8% dal 2020. In valore assoluto si tratta di quasi 154 mila nuove iscrizioni all&#8217;estero contro gli oltre 274 mila residenti &#8220;persi&#8221; in Italia&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h6><strong>Giovani Neet</strong></h6>
<p><strong>Nel 2020 oltre 3 milioni di giovani italiani, 1,7 donne, sono rimasti con le mani in mano, senza un libro davanti e senza un&#8217;occupazione. Sono quelli che vengono definiti Neet: un fenomeno in aumento, che raddoppia al Sud rispetto al Nord e che riguarda soprattutto le ragazze. </strong>Sono chiamati Neet perché sono giovani che non intendono continuare gli studi ma non intendono neppure cercare lavoro o hanno smesso di cercarlo, frustrati dalle difficoltà. Ma neppure si formano con la speranza di trovarne uno. Spesso sono madri che hanno, semplicemente, rinunciato. <strong>I giovani tra i 15 e i 34 anni che vivono in questo limbo, o palude, sono il 39% della popolazione nel Sud Italia, Il 23% del Centro Italia, il 20% del Nord-Ovest e al 18% del Nord-Est.</strong> Ma tutte le regioni italiane superano l’incidenza media dei Neet sulla popolazione giovanile in Europa nel 2020 che resta al 15%.</p>
<p>L’incidenza dei Neet in Italia è maggiore tra le donne (56%), soprattutto nelle fasce di età più adulte, e resta invariata negli anni, a dimostrare che per una donna è molto più difficile uscire da questa condizione.</p>
<p><strong>La maggior parte (2 su 3) dei Neet è inattivo</strong>: scoraggiato, hanno smesso del tutto di cercare lavoro. Qualcuno (circa il 20%) sarebbe sì disponibile a lavorare ma comunque non cerca. C’è una tendenza ad essere inattivi soprattutto tra i diplomati (32%) o con un titolo di studio minore (16%). Quanto ai disoccupati (coloro che cercano regolarmente un lavoro), ben il 36,3% di loro è in cerca di un lavoro da più di un anno. Quasi 1 su 2 ha avuto precedenti esperienze lavorative e tra questi il 54,3% è donna. Le donne sono la maggioranza (57%) anche tra i giovani di origine straniera o senza cittadinanza italiana, che pure sono solo il 18% del totale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Rapporto Italiani nel Mondo&#8221; della Fondazione Migrantes, XVII Edizione, &#8211; Sintesi, <a href="https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2022/11/Sintesi_RIM2022.pdf" target="_blank" rel="noopener">https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2022/11/Sintesi_RIM2022.pdf</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.amaperbene.it/i-numeri-delle-disuguaglianze-giovane-italia/">I numeri delle disuguaglianze | Giovane Italia</a> proviene da <a href="https://www.amaperbene.it">amaperbene.it</a>.</p>
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