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	<title>italiani Archivi - amaperbene.it</title>
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	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
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	<title>italiani Archivi - amaperbene.it</title>
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		<title>Fuga dei talenti dall’Italia</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/fuga-dei-talenti-dallitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 10:25:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La “fuga dei cervelli” dall&#8217;Italia è un fenomeno strutturale che coinvolge oltre 1,3 milioni di persone nel decennio tra il 2011 e il 2021, con un impatto economico stimato tra 5 e 15 miliardi di euro l&#8217;anno. Secondo i dati ufficiali Istat, basati sulle iscrizioni all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), i cittadini di nazionalità italiana che hanno &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La “<strong>fuga dei cervelli</strong>” dall&#8217;Italia è un fenomeno strutturale che coinvolge oltre 1,3 milioni di persone nel decennio tra il 2011 e il 2021, con un impatto economico stimato tra 5 e 15 miliardi di euro l&#8217;anno.</p>
<p>Secondo i dati ufficiali Istat, basati sulle iscrizioni all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), i cittadini di nazionalità italiana che hanno spostato la residenza all’estero (gli espatri) sono stati, al netto dei rientri (i rimpatri), 56mila l’anno tra il 2013 e il 2023. Il 57% di questi aveva tra i 18 e i 34 anni e il 26% era laureato, quota in aumento negli ultimi anni.</p>
<p>Dopo un calo nel 2021-2022, i deflussi hanno ripreso a crescere, e il dato provvisorio del 2024 segna un record di oltre 100mila espatri netti. Questo boom, tuttavia, è stato probabilmente influenzato dalle penalità introdotte per chi non si iscrive all’AIRE. Questo balzo conferma che i dati precedenti sottostimavano i veri espatri.</p>
<p>Secondo le nostre stime, gli espatri netti effettivi nel 2013-2023 sarebbero stati almeno 80mila l’anno, 24mila in più dei dati ufficiali.</p>
<p><strong>I dati Istat</strong></p>
<p>Per “italiani emigrati” o “espatriati” in un certo anno si intendono i cittadini di nazionalità italiana che spostano la residenza dall’Italia all’estero. Secondo i dati Istat, basati sulle iscrizioni all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), nel 2023 circa 114mila italiani hanno lasciato il Paese e circa 61mila sono rimpatriati (cancellando l’iscrizione all’AIRE), con un saldo negativo di 53mila unità (Fig.1).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-34415" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-1.jpg" alt="" width="578" height="364" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-1.jpg 578w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-1-300x189.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 578px) 100vw, 578px" /></p>
<p>Ad andarsene sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni: 55mila partenze (il 48% del totale) contro 17mila ritorni (il 32% del totale), per una perdita netta di 38mila unità (il 73% del totale).</p>
<p>Dal 2013 al 2023, in media, ogni anno l’Italia ha perso 56mila italiani in termini netti, di cui più della metà (32mila, il 57% del totale) tra i 18 e i 34 anni. Prima della crisi economica del 2011-12, il dato era molto inferiore (19mila l’anno nel 2008-2012), suggerendo che la crisi sia stata determinante nell’incentivare i deflussi. Non a caso, gli espatri netti sono diminuiti nel 2021-22, il biennio in cui l’Italia è cresciuta più del resto dell’Eurozona, per poi riprendere.</p>
<p>I deflussi sono stati rilevanti anche per i laureati: dal 2013 al 2023 l’Italia ne ha persi in termini netti circa 15mila l’anno (il 26% degli espatriati netti totali), di cui 12mila con meno di 40 anni (Fig. 2). La percentuale di laureati sui deflussi è cresciuta molto negli ultimi anni: dal 23% del 2013-2021 al 46% del biennio 2022-2023. Considerando soltanto gli espatriati netti tra i 25 e i 39 anni, nel 2022-2023 il 51% era laureato, a fronte del 32% del 2013-2021.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-34416" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-2.jpg" alt="" width="578" height="325" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-2.jpg 578w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-2-300x169.jpg 300w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-2-390x220.jpg 390w" sizes="auto, (max-width: 578px) 100vw, 578px" /></p>
<p>Il dato (ancora provvisorio) del 2024 segna un record assoluto, con 156mila espatri complessivi e 52mila rimpatri, per un saldo netto di oltre 100mila, di cui il 70% tra i 18 e i 39 anni. Tuttavia, potrebbe esserci un effetto statistico: dal 1° gennaio 2024 si sono inasprite le sanzioni per la mancata iscrizione all’AIRE, che ora vanno da 200 a 1000 euro per ciascun anno di mancata iscrizione.<sup>. </sup> Questo potrebbe aver spinto diversi italiani, di fatto residenti all’estero ma non iscritti all’AIRE, a mettersi in regola, suggerendo che i dati degli anni precedenti siano sottostimati.</p>
<p>La sottostima</p>
<p>I dati Istat, basati su iscrizioni e cancellazioni all’AIRE, probabilmente sottostimavano gli espatri effettivi, dato che molti “espatriati di fatto” non si iscrivevano all’AIRE per inerzia o perché, a fronte di vantaggi come il voto all’estero e l’accesso ai servizi consolari, l’iscrizione comporta la perdita dell’assistenza sanitaria italiana.</p>
<p>Tuttavia, è probabile che la nuova residenza venga segnalata nel Paese d’arrivo, perché può essere necessaria per firmare contratti di affitto, lavoro o utenze di gas e luce. Infatti, il rapporto tra numero di immigrati italiani segnalato dai Paesi di destinazione e quello degli espatriati verso gli stessi Paesi registrato dall’Italia è ampiamente superiore a uno in ciascuna delle nove nazioni europee dove l’Istat segnala più espatri (Tav.2). Tra il 2008 e il 2023, ad esempio, nei Paesi Bassi gli immigrati italiani risultano in media quasi tre volte gli espatriati verso i Paesi Bassi registrati dall’Istat.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-34419" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-3-1.jpg" alt="" width="578" height="312" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-3-1.jpg 578w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2026/03/report-fuga-talenti-italia-3-1-300x162.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 578px) 100vw, 578px" /></p>
<p>Pesando la media di ciascun Paese con il numero di emigrati corrispondente, otteniamo una media complessiva di 1,8: a 100 espatri registrati dall’Istat corrisponderebbero quindi 180 espatri “effettivi”. Tuttavia, tra gli immigrati italiani segnalati da altri Paesi è compreso anche chi non arriva dall’Italia (per esempio un cittadino italiano che dalla Germania si sposta in Spagna). Ipotizzando, cautamente, che il 20% non arrivi dall’Italia, la media scende a 1,45: per ogni 100 espatriati registrati ce ne sarebbero in realtà 145. Dato che i Paesi del campione costituiscono il 65% degli espatri totali nel periodo 2008-2023, possiamo applicare la stima agli espatri complessivi, che nel 2023 sarebbero stati 166mila.</p>
<p>Per stimare il saldo netto effettivo è necessario considerare che gli espatriati non iscritti all’AIRE non risultano neanche nel dato dei rimpatri, perché formalmente la loro residenza rimane in Italia. Dato che nel periodo 2008-2023 i rimpatri sono stati la metà degli espatri, ipotizziamo che, del 45% aggiuntivo di espatriati, la metà rientri in Italia. Gli espatri netti da noi stimati nel 2023 sarebbero così 79mila, 26mila in più rispetto al dato Istat. Complessivamente, il saldo netto sarebbe stato di 80mila l’anno nel 2013-2023, invece dei 56mila ufficiali (Tav.2). Il picco osservato nel 2024 sembra indicare un aggiustamento straordinario dovuto alla regolarizzazione di emigrati non ancora iscritti. Se così fosse, il deflusso netto del 2025, ora più veritiero, potrebbe diminuire rispetto al record dell’anno precedente.</p>
<p>Secondo il <strong>Rapporto Cnel 2025</strong> “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, nel solo 2024 si sono registrate  <strong>78mila partenze; </strong>mettendo in relazione le variabili socio demografiche con il valore economico del capitale umano della fascia under 35, il valore del capitale umano espatriato dal 2011 al 2024 ammonta a circa 159 miliardi di euro. Una stima in cui rientrano gli ostacoli alle pari opportunità, così come le <strong>disuguaglianze sociali</strong> nel nostro Paese. Innanzitutto, di genere: la quota femminile delle persone espatriate nel 2024 è il 48,1%, in aumento rispetto al 46,6% medio dell’intero periodo.</p>
<p><strong>Le destinazioni dei giovani emigranti sono soprattutto altre nazioni europee, </strong>apprezzate per le migliori condizioni di lavoro e opportunità di carriera.</p>
<p>Prima destinazione dei giovani italiani è il <strong>Regno Unito</strong>, con una quota pari al 26,5%. La seconda è la <strong>Germania</strong> e a seguire <strong>Svizzera</strong>, <strong>Francia</strong> e Spagna.</p>
<p>Pochissime le persone che vengono dall’estero in Italia: soltanto l’1,9%; come destinazione, il nostro Paese è preceduto da Danimarca e Svezia, che sono però molto più piccole per popolazione ed economia. L&#8217;Italia si posiziona come ultima tra le mete europee per i giovani qualificati, creando un saldo migratorio netto fortemente negativo.</p>
<p>Alti anche i dati della migrazione interna: nel periodo 2011-24 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, al netto di quelli che sono arrivati, 484mila giovani italiani. 240mila sono andati nel Nord-Ovest dal resto d’Italia, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello della Campania, pari a 158mila, poi Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila. L’afflusso più alto è stato in Lombardia, con 192mila, seguito dall’Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).</p>
<p>Il giovane capitale umano trasferito nel 2011-24 dal Mezzogiorno al Nord corrisponde a un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi relativo al trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei diplomati e 14 a quello dei non diplomati. La Lombardia è la regione che ha ricevuto più capitale umano giovane dai movimenti interni, pari a 76 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna con 41 miliardi, dal Lazio con 17 e dal Piemonte con 15. La Campania è la regione che ha perso più capitale umano giovane dai movimenti interni: 59 miliardi. Poi viene la Sicilia con 44 miliardi, la Puglia con 40 e la Calabria con 24.</p>
<p><strong>Circa le motivazioni</strong> i principali fattori di spinta (&#8220;push factors&#8221;) includono <strong>bassi salari, alta precarietà lavorativa, mancanza di meritocrazia e scarsi investimenti in ricerca e innovazione</strong>.</p>
<pre>Rapporto Cnel 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”</pre>
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		<title>Crollo del potere d&#8217;acquisto in Italia</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/crollo-del-potere-dacquisto-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2024 10:14:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[potere d'acquisto in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Rapporto Annuale Istat 2024 certifica che l&#8217;Italia riesce a recuperare il livello di produzione pre-Covid e anche quello precedente alla crisi del 2008, ma il potere d&#8217;acquisto dei salari in dieci anni crolla del 4,5%. L’Istat nel suo report annuale parla di un impoverimento generalizzato, che ha però colpito soprattutto le fasce meno abbienti. &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Rapporto Annuale Istat 2024 certifica che l&#8217;Italia riesce a recuperare il livello di produzione pre-Covid e anche quello precedente alla crisi del 2008, ma il potere d&#8217;acquisto dei salari in dieci anni crolla del 4,5%. L’Istat nel suo report annuale parla di un impoverimento generalizzato, che ha però colpito soprattutto le fasce meno abbienti.</p>
<p>L&#8217;analisi dell&#8217;ISTAT evidenzia come gli italiani siano sempre più poveri e anziani. Cresce la forbice, anche a causa dell&#8217;inflazione, tra le famiglie benestanti e quelle che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Negli ultimi 20 anni il nostro Paese ha accumulato ritardi sul volume di Pil rispetto alle principali economie europee mentre le retribuzioni hanno perso potere d&#8217;acquisto</p>
<p>Le persone in povertà assoluta sono 5,75 milioni, pari al 9,8% della popolazione, la percentuale più alta registrata negli ultimi 10 anni. Sono poveri in percentuale soprattutto i minori (il 14% del totale) con un tasso che è quasi triplo rispetto alla fascia tra i 65 e i 74 anni (al 5,4%), dato legato anche alla caduta del potere d&#8217;acquisto delle retribuzioni a fronte della crescita dei prezzi</p>
<p>Negli ultimi 10 anni le retribuzioni lorde reali hanno perso il 4,5% del potere d&#8217;acquisto ed è cresciuto il fenomeno dei “working poor”, ovvero delle persone che pur lavorando rientrano nella povertà assoluta. La povertà è legata non solo al proprio reddito ma anche alla consistenza della famiglia e al luogo in cui si abita. In un periodo di alta inflazione, poi, il lavoro autonomo ha retto meglio di quello dipendente.</p>
<p>&#8220;Il reddito da lavoro &#8211; scrive l&#8217;Istat &#8211; ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie dal disagio economico. Tra il 2014 e il 2023 l&#8217;incidenza di povertà assoluta individuale tra gli occupati è passata dal 4,9% nel 2014 al 7,6% nel 2023. Per gli operai l&#8217;incremento è stato più rapido passando da poco meno del 9% nel 2014 al 14,6% nel 2023&#8221;. Nel 2023 l&#8217;8,2% dei dipendenti era in povertà assoluta a fronte del 5,1% dei non dipendenti.</p>
<p>La cosiddetta &#8220;tassa dell&#8217;inflazione&#8221; colpisce soprattutto le famiglie meno abbienti, perché queste ultime dedicano una quota di spesa maggiore ad alcune categorie di beni e servizi &#8211; come i consumi alimentari &#8211; i cui prezzi sono cresciuti di più.</p>
<p>Il <em>Corriere della Sera</em> cita un&#8217;analisi pubblicata lo scorso luglio dagli economisti di Allianz Trad, che evidenzia un paradosso: la spesa per i beni non durevoli, come gli alimentari, ha raggiunto una riduzione importante (-2% in Italia, fino a -7% in Germania). Al contrario, i volumi di acquisto di beni durevoli (automobili, elettronica di consumo) o semi-durevoli (abbigliamento, giocattoli, beni culturali) hanno continuato a crescere nonostante l&#8217;impennata del costo della vita e dei servizi. Secondo Allianz, le famiglie più povere sono esposte in modo sproporzionato all&#8217;aumento del cibo (+17% su base annua) e delle utenze (affitti, acqua, luce). Al contrario, ristoranti, beni ricreativi, abbigliamento e trasporti, che hanno un peso maggiore nei consumi delle famiglie più ricche, hanno visto comparativamente minori aumenti dei prezzi. Quindi l&#8217;inflazione induce le famiglie meno abbienti a ridurre tutto, comprese le spese essenziali (che infatti hanno registrato una riduzione d&#8217;acquisto, come detto sopra). E infatti, prosegue l’Istat, l&#8217;inflazione ha penalizzato soprattutto le famiglie più povere: tra il 2014 e il 2023, la spesa equivalente delle famiglie è diminuita nel complesso in termini reali del 5,8%. Ma per le famiglie del primo quinto della distribuzione è diminuita dell&#8217;8,8% mentre per quelle del quinto più ricco è scesa appena del 3,2%.</p>
<p>&#8220;L&#8217;impoverimento, spiega l&#8217;Istituto, è stato generalizzato&#8221; ma, &#8220;il calo è stato più forte per le famiglie dei ceti bassi e medio-bassi, appartenenti al primo e al secondo quinto della distribuzione&#8221;.</p>
<pre>Fonte: Rapporto Annuale 2024. La situazione del Paese”. https://www.istat.it/it/archivio/296796</pre>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>L’eccesso ponderale interessa ben 4 italiani su 10; uno su 10 è obeso</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/leccesso-ponderale-interessa-ben-4-italiani-su-10-uno-su-10-e-obeso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2024 10:02:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[obeso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’eccesso ponderale interessa ben 4 italiani su 10; uno su 10 è obeso. In questa partita l’alimentazione e gli stili di vita giocano un ruolo prioritario; tuttavia, ancora oggi stenta a decollare il consumo delle 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle Linee Guida per una corretta alimentazione. A fare il punto è &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’eccesso ponderale interessa ben 4 italiani su 10; uno su 10 è obeso. In questa partita l’alimentazione e gli stili di vita giocano un ruolo prioritario; tuttavia, ancora oggi stenta a decollare il consumo delle 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle Linee Guida per una corretta alimentazione. A fare il punto è l’Istituto Superiore di Sanità – ISS, attraverso i dati delle Sorveglianze Passi e Passi D’Argento relative agli anni 2022-2023.</p>
<p>Tra gli adulti del target 19-69, quasi una persona su due, il 45%, consuma quotidianamente almeno 3 porzioni di frutta e verdura, a differenza di un 3% che dichiara di non inserire questi alimenti all’interno dei propri pasti.</p>
<p>Tra coloro che le mangiano, il 7% ne assume addirittura 5 porzioni, cioè la quantità raccomandata dalle Linee Guida per una corretta alimentazione. Il 52% si ferma invece a 1-2 porzioni, a fronte di un 38% che ne consuma 3-4.</p>
<p>L’abitudine al consumo quotidiano di questi alimenti risulta più frequente tra le donne, in persone con minori difficoltà economiche e cresce all’avanzare dell’età per arrestarsi in modo brusco tra gli over65 che, nel 2023, hanno raggiunto la quota più bassa registrata dal 2016 in relazione al consumo delle ‘five a day”, le 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura.</p>
<p>Ad ogni modo, il consumo di almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura rimane un’abitudine poco diffusa che interessa una quota marginale di italiani, non superando mai il 9% neppure tra i gruppi che fanno maggior consumo di questi alimenti.</p>
<p>Da notare inoltre un calo riscontrato in tutte le regioni negli ultimi anni. Più in generale, il consumo di frutta e verdura va meglio nelle Regioni del Nord Italia, ad eccezione della Sardegna che si distingue per uno dei consumi più alti (11%) a livello nazionale.</p>
<p>In relazione al peso e all’altezza dichiarata dagli intervistati della sorveglianza Passi, è emerso che l’eccesso ponderale interessa 4 italiani su 10, il sovrappeso 3 su 10 mentre l’obesità 1 cittadino su 10. L’eccesso di peso è più frequente tra gli uomini, all’avanzare dell’età e tra i target meno istruiti e più abbienti.</p>
<p>A detenere il primato per eccesso ponderale sono, ormai da anni, alcune regioni del Meridione: Campania, Basilicata, Molise e Puglia, in cui si arriva a sfiorare il 50% della popolazione. E’ curioso osservare che il sovrappeso nel tempo aumenta nel Sud, mentre l’obesità cresce maggiormente al Nord. Altresì, a trainare sovrappeso e obesità sono i target più giovani (18-34 anni).</p>
<p>Metà delle persone in eccesso ponderale ha avuto un suggerimento orientato alla perdita di peso da parte del proprio medico, percentuale questa molto più elevata tra le persone obese che tra coloro che sono in sovrappeso. Purtuttavia, il parere del medico è un elemento dirimente: sono a dieta il 46% di coloro che hanno ricevuto il suggerimento del medico a fronte del 17% di coloro che non hanno avuto questo input.</p>
<p>L’eccesso ponderale è particolarmente diffuso tra gli over65, tanto da interessarne oltre la metà (56%); il 41% è in sovrappeso e il 15% obeso, con un indice di massa corporea pari o superiore a 30. Di contro tuttavia, negli over75 si riscontra un fisiologico calo ponderale.</p>
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		<title>Cambia la spesa degli italiani: meno junk food, più bio</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/cambia-la-spesa-degli-italiani-meno-junk-food-piu-bio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:02:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di Conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[bio]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono questi alcuni dei risultati del rapporto “La (R)evoluzione sostenibile della filiera agroalimentare” emersi durante i lavori del 7° forum “La Roadmap del futuro per il Food&#38;Beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni” organizzato a Bormio da The European House-Ambrosetti. Nel post-pandemia gli italiani puntano sulla “qualità” della propria spesa alimentare e &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono questi alcuni dei risultati del rapporto “La (R)evoluzione sostenibile della filiera agroalimentare” emersi durante i lavori del 7° forum “La Roadmap del futuro per il Food&amp;Beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni” organizzato a Bormio da <em>The European House-Ambrosetti.</em></p>
<p>Nel post-pandemia gli italiani puntano sulla “qualità” della propria spesa alimentare e oggi comprano un 10,5% in più di alimenti sostenibili certificati, un +7,5% di alimenti biologici e a km zero mentre riducono cibi pronti e confezionati (-5,2%) e “junk food” (-4,4%). &#8220;Le abitudini d’acquisto stanno cambiando con una graduale maggiore attenzione ai temi della salute &#8211; ha spiegato Benedetta Brioschi, Associate Partner e Responsabile Food&amp;Retail, The European House &#8211; Ambrosetti, commentando i risultati del rapporto &#8211; ma nel Paese bisogna ancora lavorare sugli aspetti culturali; solo il 17,3% dei cittadini sa che la dieta mediterranea prescrive il consumo di almeno 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura, e solo il 5% mette in pratica questi dettami anche se siamo i primi esportatori di alcuni prodotti che sono alla base di questo tipo di alimentazione.</p>
<p>Per il 73% dei consumatori un prodotto è sostenibile quando il suo processo di produzione è sostenibile (subito dopo conta la sostenibilità del packaging, 40,3%) e l’80% è disposto a spendere di più per acquistarlo, anche se non tanto di più: oltre un terzo spenderebbe meno del 5% in più, mentre poco meno del 5% è disposto a spendere oltre il 30% in più.</p>
<p>Secondo la ricerca condotta da The European House &#8211; Ambrosetti, anche per le imprese un prodotto diventa sostenibile soprattutto nella sua fase di produzione (risposta data dal 38,9% delle 500 aziende del settore Food&amp;Beverage coinvolte), ma per molte (32,3%) è, invece, l’alta qualità delle materie prime il fattore principale.</p>
<p>Nei piani dei prossimi 3-5 anni le aziende dichiarano di voler dedicare maggiore attenzione soprattutto alla sostenibilità della produzione (12,7% del totale) e alla riduzione degli sprechi (13,7%).</p>
<p>“L’adozione di comportamenti più sostenibili nel carrello della spesa &#8211; ha aggiunto Benedetta Brioschi &#8211; può anche essere un efficace contrasto all’attuale rincaro dei prezzi agroalimentari. I consumatori italiani si comportano in base alle rispettive disponibilità economiche”. “Le famiglie meno abbienti si sono orientate verso la riduzione degli sprechi alimentari nel 17,4% dei casi; le famiglie più abbienti, invece, acquistano maggiormente prodotti che possano salvaguardare il proprio benessere, per il 33,3% dei casi”.</p>
<pre>Fonte: The European House Ambrosetti - La (R)evoluzione Sostenibile della fi liera agroalimentare italiana.
<a href="https://www.ambrosetti.eu/forum-food-2023/">https://www.ambrosetti.eu/forum-food-2023/ </a>https://www.ambrosetti.eu/scenario-foodretailsustainability/forum-food-2023/</pre>
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