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		<title>Cipollotto &#124; Leopoldia Comosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2022 09:24:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lampascione o lampagione, detto anche muscari chiomato, aglio di biscia, aglio delle vigne, bulboide lampocomoro, cipolla canina, cipolletta calabrese, cipollaccia turchina, cervellino, cipollaccio col fiocco o giacinto dal pennacchio (Leopoldia comosa (L.) Parl.) è una pianta erbacea della famiglia delle Asparagacee, diffusa nelle regioni mediterranee. Il nome generico potrebbe derivare dal sanscrito &#8216;mushka&#8216; (testicolo), &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>lampascione</strong> o <strong>lampagione</strong>, detto anche <strong>muscari chiomato</strong>, <strong>aglio di biscia</strong>, <strong>aglio delle vigne</strong>, <strong>bulboide lampocomoro</strong>, <strong>cipolla canina</strong>, <strong>cipolletta calabrese</strong>, <strong>cipollaccia turchina</strong>, <strong>cervellino</strong>, <strong>cipollaccio col fiocco</strong> o <strong>giacinto dal pennacchio</strong> (<em>Leopoldia comosa</em> (L.) Parl.) è una pianta erbacea della famiglia delle <em>Asparagacee</em>, diffusa nelle regioni mediterranee.</p>
<p>Il nome generico potrebbe derivare dal sanscrito <em>&#8216;mushka</em>&#8216; (testicolo), per la forma dei bulbi o dell&#8217;odore muschiato dei fiori (il termine &#8216;odore muschiato&#8217; non ha nulla a che vedere con i muschi: significa simile a quello delle ghiandole paratesticolari di alcuni mammiferi, usate per produrre profumi sin da tempi antichissimi); il nome specifico deriva dal latino &#8216;<em>coma</em>&#8216; (chioma) e si riferisce al ciuffo di fiori sterili che sormonta l&#8217;infiorescenza.</p>
<p>I fiori della pianta sbocciano a fine inverno e sono persistenti fino all&#8217;estate. Il bulbo globuloso, ricco di sali minerali e che cresce a 12-20 cm circa nel sottosuolo, è simile a una piccola cipolla di sapore amarognolo ed è consumato specialmente nell&#8217;Italia meridionale, particolarmente in Basilicata e Puglia.</p>
<p>I lampascioni sono considerati i “<strong>re dei bulbi</strong>” e sono una vera e propria prelibatezza gastronomica. Sono più di 50 le varietà di lampascioni, di cui solo alcune vengono coltivate in Italia. Si tratta di un ortaggio conosciuto sin dall’antichità, al punto che il medico Galeno lo utilizzava abbondantemente nelle sue cure per sfruttarne <strong>le proprietà diuretiche, lassative e depurative</strong>. Questo bulbo era una vera e propria fonte di sostentamento per le famiglie più povere e rappresentava un alimento essenziale nella dieta semplice ma nutriente delle famiglie contadine. Gli antichi Greci e Romani poi attribuivano ai lampascioni proprietà afrodisiache e stimolanti, diuretiche e lassative.</p>
<p>Nella forma assomiglia ad un piccolo cipollotto e appartiene alla stessa famiglia delle Liliacee, ma il sapore è ben diverso dalla cipolla, decisamente più amaro. Tale caratteristica lo rende graditissimo a chi ama il gusto amaro, ma decisamente inviso a chi invece non lo sopporta.</p>
<p>I lampascioni sono riconosciuti come uno dei <strong>prodotti agroalimentari tradizionali italiani</strong>. Nella <strong>cucina tradizionale calabra, lucana</strong> e pugliese, i bulbi lampascione, dopo essere stati ripuliti di ogni traccia di terra e di radici, e dopo essere stati tenuti in acqua per circa un&#8217;ora (per scaricare il liquido &#8211; amaro &#8211; che trasudano dopo essere stati &#8220;sbucciati&#8221;), vengono cucinati interi, ma dopo averli intaccati nella parte inferiore (quella più larga) con un coltello, in maniera diversa a seconda della preparazione, che può essere in padella semplice, in padella con le uova o sott&#8217;olio. Nei primi due casi andranno incisi con numerosi tagli perpendicolari a formare una stella dalle molte punte, di modo che durante la cottura possano aprirsi come piccoli fiori. In tal modo possono essere stufati in padella con un coperchio, aggiungendo solo olio e poco sale, e schiacciandoli leggermente col dorso di una forchetta, oppure soffritti (poco), poi schiacciati leggermente con la forchetta e infine uniti alle uova sbattute con la sola aggiunta di un pizzico di sale.</p>
<p>Incisi invece con una semplice croce, i lampascioni possono essere bolliti in acqua e aceto (una parte di acqua e una di aceto) con l&#8217;aggiunta di circa due pugni di sale grosso per 5 litri d&#8217;acqua. Una volta raffreddati potranno essere posti in olio di oliva senza altri aromi, o con l&#8217;aggiunta di aromi quali timo, origano e peperoncino.</p>
<p>Si tratta di un prodotto che in tutte le preparazioni <strong>va cucinato con molta semplicità</strong>, poiché il già <strong>forte sentore di amaro</strong> è sufficiente a dargli il tipico carattere. I lampascioni hanno un profumo dolciastro e aromatico, e un sapore che coniuga una decisa nota amara con un retrogusto dolce molto rotondo e delicato.</p>
<p>Vi sono due <strong>varietà di lampascioni</strong> che differiscono fra loro per grandezza, sapore, colore ma anche per i fiori:</p>
<ul>
<li><strong>Rosa</strong> o <strong>lampasciulo rosa</strong>, che è il vero lampasciulo appartenente al genere Muscari. Ha una forma ovale, un colore roseo ed è piuttosto profumato anche se dal sapore leggermente amaro.</li>
<li><strong>Bianca o lampasciuoli bianchi</strong>, non sono i veri e caratteristici lampasciuli e corrispondono al genere <em>Hjaciuthus</em>, specie <em>Ciliatus</em>. Sono bulbi più grandi dalla forma globulosa, con tuniche bianche o incolori; hanno sapore dolciastro e solitamente non si usano a scopo alimentare.</li>
</ul>
<p>I lampascioni sono poco calorici, consigliatissimo in una dieta ipocalorica; infatti contano appena 40 kcal per 100 grammi. Di queste 40 kcal circa il 60% sono carboidrati, 20% grassi e 10% proteine.</p>
<p>Sono poi ricchi di fibre, soprattutto mucillagini, sostanze in grado di trattenere l’acqua e quindi ottime alleate per l’intestino poiché ammorbidiscono le feci (ma, allo stesso tempo, possono provocare effetti aerofagici).  Contengono poi sali minerali come ferro, potassio, fosforo, calcio, magnesio, manganese, flavonoidi e antiossidanti.</p>
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		<title>Cicuta &#124; Conium Maculatum</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/cicuta-conium-maculatum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2022 09:18:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La cicuta maggiore (Conium maculatum L., 1753) è una pianta erbacea a ciclo biennale della famiglia Apiaceae, che si può trovare fino a 1800 metri di altitudine. La cicuta è passata alla storia quale bevanda che diede la morte nel 399 a.C., al filosofo Socrate che, riconosciuto reo di empietà dal giovane Meleto, fu condannato &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La cicuta maggiore (<em>Conium maculatum</em> L., 1753) è una pianta erbacea a ciclo biennale della famiglia <em>Apiaceae</em>, che si può trovare fino a 1800 metri di altitudine.</p>
<p>La cicuta è passata alla storia quale bevanda che diede la morte nel 399 a.C., al filosofo Socrate che, riconosciuto reo di empietà dal giovane Meleto, fu condannato dai suoi concittadini a bere la cicuta. Della morte di Socrate, che non sapeva né leggere né scrivere, riferisce il suo discepolo Platone nel “Fedone”. Tuttavia, con tutta probabilità (dati i sintomi descritti nel Fedone di Platone), Socrate utilizzò una mistura di veleni (cicuta da Conium, oppio e datura, addolciti con miele e vino). La cicuta è stata ripetutamente usata nella storia come veleno o, in bassissime dosi data la sua tossicità, nella cura delle crisi epilettiche, come calmante, antidolorifico e antinevralgico naturale; <strong>oggi questa pianta velenosa non trova alcun impiego fitoterapico</strong>.</p>
<p>Il termine <em>Conium</em> viene dal greco κώνειον <em>kṓneion </em>cicuta (in Ippocrate), probabilmente derivato da κωνάω <em>conáo</em>, giro attorno, ruoto, con riferimento alle vertigini dovute all’ingestione della cicuta; <em>maculatum</em> da macula macchia per la presenza di macchie su foglie, petali, fusti.</p>
<p>La cicuta è una pianta erbacea   a ciclo biennale, che può raggiungere la considerevole altezza di 2 metri. Se strofinata, o spezzata, emana cattivo odore. Fiorisce da giugno a settembre e si può trovare fino a 1800 metri di altitudine. I fiori sono piccoli e bianchi, riuniti in ombrelle. Le foglie sono tripennate, di colore verde intenso, simili a quelle del prezzemolo. Il fusto è cavo, ramificato e solcato; nella parte inferiore del fusto sono presenti macchie di colore rosso vinoso. Il frutto è lungo fino a 3,5 mm circa, ha forma ovoidale e presenta 5 costole, ondulate e prominenti. I semi sono simili a quelli di varie ombrellifere dall’aroma d’anice, come noto molto apprezzato in cucina. Le radici, fusiformi e biancastre, si possono confondere con quelle della pastinaca, che viceversa sono commestibili.</p>
<p>Oltre alla cicuta maggiore o <strong><em>Conium maculatum</em></strong> altre specie velenose diffusa nei paesi del mediterraneo sono:</p>
<ul>
<li>la <strong>cicuta minore</strong> o <em>Aethusa cynapium</em>, una varietà selvatica che da giugno ad ottobre cresce spontanea nei terreni incolti, lungo i sentieri collinari e e in tutte le zone ombrose boschive. La tossicità della cicuta minore è dovuta soprattutto alla <strong>cinapina</strong>. L’ingestione accidentale causa nausea, vomito, rallentamento della frequenza cardiaca, paralisi muscolare, insufficienza respiratoria ed arresto cardiaco;</li>
<li>la <strong>cicuta acquatica</strong> o <em>Cicuta virosa</em>, una specie più rara che cresce spontanea nelle zone umide come acquitrini e stagni. La tossicità è dovuta alla <strong>cicutossina</strong>, una tossina che provoca danni neuromuscolari, convulsioni, crisi epilettiche, ecc.</li>
</ul>
<p>La cicuta è una <strong>pianta velenosa</strong> che cresce spontanea un po’ ovunque in zone collinari, lungo i sentieri umidi dei boschi, nei terreni incolti delle campagne e persino nell’orto dove spesso viene confusa con il prezzemolo o con i ciuffi erbacei delle carote. Tutta la pianta è notevolmente velenosa ma i semi contengono la maggiore concentrazione di sostanze velenose. Ciò è dovuto alla presenza di almeno cinque diversi <strong>alcaloidi: la coniina, la conidrina, la pseudoconidrina, la metilconicina e la coniceina</strong>, sostanze che agiscono a livello delle sinapsi neuromuscolari provocando problemi digestivi (vomito) seguiti da intensi mal di testa, parestesia (prurito diffuso, formicolio), paralisi degli arti superiori ed inferiori, diminuzione della forza muscolare. La coniina, una neurotossina, è l&#8217;alcaloide più attivo ed agisce a livello delle sinapsi neuromuscolari. Le foglie inoltre contengono <strong>acido caffeico, olio etereo</strong>, un colorante il <strong>carotinoide</strong>, potassio e magnesio.</p>
<p>La pianta è tossica sia per il bestiame sia per l&#8217;uomo. Nell&#8217;uomo l&#8217;ingestione della cicuta provoca problemi digestivi, cefalee ed in seguito parestesia, diminuzione della forza muscolare, e infine una paralisi ascendente.</p>
<p>La pianta è tossica per l’uomo e per gli animali ma non per gli erbivori, mucche, cavalli, pecore che pur pascolando liberi la riconoscono e si tengono quindi lontano da essa. La dose letale vaia in relazione alle dimensioni di un animale: 500 grammi circa di cicuta per una mucca, 2 chilogrammi per un cavallo e pochi grammi per pecore e montoni. I volatili, quaglie, allodole ed altri tipi di uccelli, pur essendo immuni accumulano le sostanze tossiche della cicuta nei loro tessuti e pertanto il veleno agisce anche indirettamente causando il <strong>coturnismo</strong>, cioè l’avvelenamento naturale in seguito ad ingestione di un animale che se ne era cibato in precedenza.</p>
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