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	<title>citocromo P450 Archivi - amaperbene.it</title>
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	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
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		<title>Iperico &#124; Hypericum perforatum</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/iperico-hypericum-perforatum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 12:51:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;iperico (comunemente noto anche col nome di erba di San Giovanni), è una pianta officinale alta circa 60cm, appartenente alla famiglia delle Clusiaceae e al genere Hypericum. Fa parte della medicina tradizionale per via delle sue proprietà fitoterapeutiche, in particolare quelle antidepressive e antivirali. È una pianta perenne semi-sempreverde, glabra, con fusto eretto percorso da &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;<strong>iperico</strong> (comunemente noto anche col nome di <strong>erba di San Giovanni</strong>), è una pianta officinale alta circa 60cm, appartenente alla famiglia delle <em>Clusiaceae</em> e al genere <em>Hypericum</em>. Fa parte della medicina tradizionale per via delle sue <strong>proprietà fitoterapeutiche</strong>, in particolare quelle antidepressive e antivirali.</p>
<p>È una pianta perenne semi-sempreverde, glabra, con fusto eretto percorso da due strisce longitudinali in rilievo. È ben riconoscibile anche quando non è in fioritura perché le sue foglie in controluce appaiono &#8220;bucherellate&#8221;: si tratta in realtà di piccole vescichette oleose da cui deriva il nome <em>perforatum</em>; ai margini sono invece visibili dei punti neri, strutture ghiandolari contenenti <strong>ipericina</strong> (un olio color rosso); queste strutture ghiandolari sono presenti soprattutto nei petali. Le foglie sono opposte oblunghe. I fiori giallo oro hanno 5 petali delicati e sono riuniti in corimbi.</p>
<p>E’ una pianta che preferisce boschi radi e luminosi, comunque all&#8217;aperto per tutto l&#8217;anno, poiché non teme il freddo. Originaria dell&#8217;arcipelago britannico, è oggi diffusa in tutte le regioni d&#8217;Italia e nel resto del mondo. Predilige posizioni soleggiate o semiombreggiate e asciutte, come campi abbandonati ed ambienti ruderali.</p>
<p><strong>Costituenti chimici</strong> presenti nell&#8217;iperico: flavonoidi (<strong>iperoside, rutina, isoquercitrina</strong>, ecc.); <strong>diantrachinoni</strong> (ipericina, pseudoipericina); <strong>xantoni</strong>; <strong>acil-floroglucinoli</strong> (iperforina); olio essenziale (i componenti principali sono <strong>idrocarburi alifatici</strong>); <strong>procianidine</strong> e <strong>tannini catechinici</strong>; derivati dell&#8217;acido caffeico, incluso l&#8217;<strong>acido clorogenico</strong>.</p>
<p>L&#8217;olio di iperico, ottenuto per macerazione in olio di oliva, presenta proprietà antinfiammatorie, cicatrizzanti e rigenerative nei confronti della pelle (veniva infatti utilizzato per trattare ferite e ustioni), attribuite all&#8217;<strong>ipericina</strong> e all&#8217;<strong>amentoflavone</strong> (un flavonoide) contenuti all&#8217;interno della pianta stessa. Nei tempi passati l’iperico veniva <strong>utilizzato come disifettante</strong> per le sue doti antibiotiche, antivirali, antimicotiche e antisettiche, o come antidolorifico da applicare in caso di dolori o ferite. Tali proprietà sarebbero attribuibili all&#8217;iperforina; diversi studi condotti <em>in vitro</em> hanno infatti messo in luce la sua azione antimicrobica nei confronti di ceppi di <em>Staphylococcus aureus</em>, compresi i ceppi meticillino-resistenti, o MRSA. L&#8217;olio di iperico è un ottimo anti-age naturale.</p>
<p>Nella <strong>medicina popolare</strong>, l&#8217;iperico viene impiegato internamente per il trattamento dei più diversi disturbi, fra cui ritroviamo: disturbi dell&#8217;apparato respiratorio, come bronchite e asma, disturbi della cistifellea, parassitosi (in particolare, infestazioni da vermi), disturbi gastrointestinali, come gastrite e diarrea, enuresi notturna e perfino reumatismi. Esternamente, invece, l&#8217;iperico è impiegato come rimedio contro i dolori muscolari.</p>
<p>Nella <strong>medicina cinese</strong>, invece, l&#8217;iperico è utilizzato esternamente sotto forma di soluzione per gargarismi contro le tonsilliti e sotto forma di lozione cutanea per contrastare le dermatosi.</p>
<p>Nella <strong>credenza popolare</strong>, raccogliere questi bellissimi fiori gialli il 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni, attribuisce agli stessi un potere particolare, ovvero siano in grado di scacciare ogni malattia e tutte le loro caratteristiche e proprietà siano esaltate e alla massima potenza.</p>
<p>Le origini dell’<strong>uso </strong>dell&#8217;iperico<strong> come erba medicinale</strong> sono molto antiche e se ne trova traccia negli scritti di molti secoli fa. All&#8217;iperico vengono attribuite <strong>proprietà antinfiammatorie, cicatrizzanti </strong>e, soprattutto,<strong> antidepressive e ansiolitiche</strong>. In particolare, al suo estratto secco assunto per via orale &#8211; sono attribuite attività antidepressive confermate da diversi studi e trials (rientra nella composizione del farmaco Nervaxon® indicato per il trattamento di sindromi depressive di grado lieve-moderato).</p>
<p><strong>Sicuramente tra le proprietà più note attribuite all’iperico c’è la sua capacità di combattere gli stati depressivi</strong> (depressione lieve/moderata) e ansiosi. L&#8217;erba di San Giovanni è infatti considerata un potente antidepressivo naturale e utilizzata sola o in combinazione con altri rimedi naturali (come ad esempio la passiflora o la valeriana) in caso oltre a problemi legati all’umore ci siano anche contemporaneamente disturbi come insonnia o ansia. L’azione antidepressiva dell’erba di San Giovanni, confermata da diverse ricerche scientifiche, viene esercitata <strong>attraverso l&#8217;attivazione del recettore per le benzodiazepine</strong> e viene attribuita alle azioni sinergiche esercitate dalle varie molecole rientranti nella composizione dell&#8217;estratto, in particolare alla capacità di aumentare i livelli di serotonina oltre che, in caso di disturbi del sonno, a quella di regolare la produzione di melatonina responsabile a sua volta di un efficace ritmo sonno veglia.</p>
<p><strong>L&#8217;erba di San Giovanni non possiede gli effetti anticolinergici degli antidepressivi triciclici né causa le disfunzioni sessuali </strong>associate all&#8217;uso degli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRIs). Comunque, se è vero che ha meno effetti collaterali, sono numerose e potenzialmente gravi le sue interazioni farmacologiche. L&#8217;erba di San Giovanni inibisce molti isoenzimi del Citocromo P450, inclusi CYP<sub>2</sub>C<sub>9</sub>, CYP<sub>2</sub>D<sub>6</sub>, CYP<sub>3</sub>A<sub>4</sub> con relative conseguenze. In effetti, <strong>l</strong><strong>&#8216;iperico può interferire con molte tipologie di farmaci</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>può potenziare gli effetti farmacologici dei farmaci antidepressivi</strong> (in particolare, SSRI ed IMAO), favorendo la comparsa della sindrome serotoninergica (caratterizzata da sintomi come agitazione, confusione mentale, ipomania, turbe della pressione arteriosa, tachicardia, brividi, ipertermia, tremori, rigidità, diarrea);</li>
<li><strong>può indurre il sistema microsomiale epatico</strong> (citocromo P450), <strong>interferendo così sulla farmacocinetica di alcuni farmaci</strong>, quali: teofillina; digossina; anticoagulanti orali; immunosoppressori (come ciclosporina, tacrolimus, sirolimus, ecc.); antivirali (come il darunavir); farmaci steroidei;</li>
<li><strong>può interferire col metabolismo</strong> di: antitumorali (come taxolo, tamoxifene, etoposide, ecc.); ipoglicemizzanti orali (come la tolbutamide); antipertensivi e antianginosi (come la torasemide, il losartan, la nifedipina e il diltiazem); anticonvulsivanti (come la carbamazepina e la fenitoina); antiaritmici (come la chinidina); antibiotici (come l&#8217;eritromicina); beta-bloccanti.</li>
</ul>
<p>Quanto sopra invita alla massima attenzione nell’uso dell’iperico; questo entra in conflitto anche <strong>con la pillola anticoncezionale</strong> e potrebbe annullarne l’efficacia.</p>
<p>Gli effetti avversi che possono presentarsi in seguito all&#8217;assunzione di iperico sono scarsi e il principale è rappresentato dall&#8217;eritema cutaneo dopo esposizione a raggi UVA per dosaggi 30-50 volte superiori a quelli terapeutici (proprietà fotosensibilizzanti).</p>
<p>Tuttavia, nell&#8217;utilizzo della pianta va usata cautela, come suggerito; alcuni studi hanno infatti riportato la comparsa di effetti indesiderati, quali: disturbi gastrointestinali (probabilmente causati dalla presenza dei tannini nella pianta); crisi ipertensive; irrequietezza; ricadute con comparsa di ansia, mania o ipomania; mal di testa; sensazione di fatica; lieve aumento dei livelli di TSH; aumento della frequenza di minzione.</p>
<p>Va assolutamente evitata l&#8217;assunzione d&#8217;iperico in caso d&#8217;ipersensibilità accertata verso uno o più componenti nonché in gravidanza e &#8211; a scopo precauzionale &#8211; anche durante l&#8217;allattamento.</p>
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		<title>Ginkgo biloba</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/ginkgo-biloba/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Aug 2022 09:05:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[acido ginkgoico]]></category>
		<category><![CDATA[albero di capelvenere]]></category>
		<category><![CDATA[Altri Vegetali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Ginkgo biloba (L., 1771) è una pianta, unica specie ancora sopravvissuta della famiglia Ginkgoaceae, dell&#8217;intero ordine Ginkgoales e della divisione delle Ginkgophyta. È un albero antichissimo; le sue origini risalgono a 250 milioni di anni fa nel Permiano e per questo è considerato un fossile vivente, in quanto unico esemplare appartenente alla famiglia delle &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong><em>Ginkgo biloba</em></strong> (L., 1771) è una pianta, unica specie ancora sopravvissuta della famiglia <em>Ginkgoaceae</em>, dell&#8217;intero ordine <em>Ginkgoales </em>e della divisione delle <em>Ginkgophyta</em>. È un albero antichissimo; le sue origini risalgono a 250 milioni di anni fa nel Permiano e per questo è considerato un <strong>fossile vivente</strong>, in quanto unico esemplare appartenente alla famiglia delle Ginkgoine. Il ginkgo, oltre ad essere considerato l&#8217;albero più vecchio presente sulla faccia della Terra, è anche uno dei più longevi, dal momento che può raggiungere i 1000 anni di vita. Non c&#8217;è da stupirsi, dunque, che in Giappone sia considerato un <strong>albero sacro</strong>, spesso presente nelle vicinanze dei templi. Per questo motivo si ritiene che la specie sia stata preservata grazie alla coltivazione operata dai monaci cinesi per ornare i luoghi di culto.</p>
<p>Oggi, il ginkgo biloba è diffuso nelle aree temperate del Pianeta, come pianta ornamentale da parco e da viali cittadini; proprio a tale scopo è stato introdotto in Europa a metà del XVIII secolo. È anche uno dei più longevi, dal momento che può raggiungere i 1000 anni.</p>
<p>Il <em>Ginkgo biloba</em> appartiene alle Gimnosperme: i semi non sono protetti dall&#8217;ovario. Le strutture a forma di albicocca che sono prodotte dagli esemplari femminili non sono frutti, ma semi ricoperti da un involucro carnoso.</p>
<p>La pianta, originaria della Cina, viene chiamata volgarmente <strong>ginko</strong> o <strong>ginco</strong> o <strong>albero di capelvenere</strong>. Il nome Ginkgo deriva probabilmente da un&#8217;erronea trascrizione del botanico tedesco Engelbert Kaempfer del nome giapponese ginkyō (ぎんきょう?) derivante a sua volta da quello cinese 銀杏 &#8220;yin-kuo&#8221; (銀, yín «argento» e 杏, xìng «albicocca»; 銀杏T, yínxìngP, «<strong>albicocca d&#8217;argento</strong>»). Questo nome è stato attribuito alla specie dal famoso botanico Carlo Linneo nel 1771 all&#8217;atto della sua prima pubblicazione botanica ove mantenne quell&#8217;erronea trascrizione del nome originale. Il nome della specie (biloba) deriva invece dal latino <em>bis</em> e <em>lobus</em> con riferimento alla divisione in due lobi delle foglie, a forma di ventaglio.</p>
<p>Si presenta come un albero (30-40 m.) con chioma larga, piramidale nelle giovani piante e ovale negli esemplari più vecchi. La corteccia è liscia e di color argento nelle piante giovani, diventa di colore grigio-brunastro fino a marrone scuro e di tessitura fessurata negli esemplari maturi.</p>
<p>Ha foglie decidue, lungamente picciolate a lamina di colore verde chiaro, che in autunno assumono una colorazione gialla molto decorativa, dalla forma tipica a ventaglio, bilobata. Non presenta dei fiori come abitualmente si intendono, ma possiede delle strutture definite coni o strobili o squame modificate.</p>
<p>È una pianta dioica cioè che porta strutture fertili maschili e femminili separate su piante diverse. I frutti (di cui è commestibile l&#8217;embrione dopo la torrefazione) sono rivestiti da un involucro carnoso, pruinoso di colore giallo, con odore sgradevole a maturità.</p>
<p>Le foglie di ginkgo biloba contengono due tipi principali di costituenti: terpeni e flavonoidi [De Feudis FV, 1991; Boralle N et al, 1988]. Di particolare interesse sono alcuni <strong>diterpeni </strong>identificati con il nome di <strong>ginkgolidi A, B, C, M, J</strong>, il <strong>bilobalide</strong>, i <strong>glicosidi flavonoici</strong> derivati del quercetolo, del campferolo, ed alcuni bioflavonoidi tra cui il <strong>ginkgetolo</strong>. Accanto a questi componenti sono stati inoltre individuati composti alifatici, fenolici, polisaccaridi e acidi organici.</p>
<p>Per effetto del ginkgolide B, il ginkgo biloba è in grado di ridurre l’aggregazione piastrinica [Rosenblatt M, Mindel J, 1997].</p>
<p><strong>I ginkgolidi sono fondamentalmente degli antagonisti del PAF</strong> (fattore aggregante piastrinico) coinvolto nei processi di aterogenesi: <strong>prevengono la formazione di trombi</strong> nei vasi sanguigni; fluidificano il sangue e diminuiscono la permeabilità capillare, migliorando l’irrorazione dei tessuti. Per questa proprietà, il ginkgo <strong>aiuta anche l’ossigenazione e il nutrimento dei tessuti</strong>, con benefici effetti, in particolare, sull’irrorazione sanguigna dei tessuti cerebrali.</p>
<p><strong>I polifenoli e i flavonoidi</strong> (ginketolo, isiginketolo, bilabetolo, ginkolidi) agiscono sulle membrane cellulari, stabilizzandole e <strong>contrastano la formazione di radicali liberi </strong>resposabili dello stress ossidativo<strong> ed hanno proprietà antinfiammatorie</strong>; ciò può aiutare a contrastare gli effetti dell&#8217;invecchiamento.</p>
<p>Il <strong>bilobalide è in grado di proteggere il Sistema Nervoso Centrale</strong> in caso di danno cerebrale dovuto a ischemia. La frazione terpenica migliora il metabolismo energetico del cervello. Infatti, grazie alla capacità di favorire una corretta distribuzione di ossigeno e glucosio al cervello, incrementa l&#8217;acuità mentale, la concentrazione, la memoria a breve termine, e le facoltà cognitive: è particolarmente indicato per gli studenti. Numerose ricerche hanno anche dimostrato che <strong>l’uso del ginkgo contrasta i fenomeni di aterosclerosi</strong> negli anziani e rallenta la progressione del morbo di Alzheimer.</p>
<p>Il Ginkgo biloba è spesso utilizzato contro i <strong>disturbi di memoria</strong> e per le condizioni che, soprattutto durante la terza età, sono associate alla riduzione del flusso di sangue al cervello (come mal di testa, vertigini, acufeni, difficoltà di concentrazione e disturbi dell&#8217;umore).</p>
<p>Trova inoltre impiego in altri <strong>problemi associati a disturbi della circolazione</strong>, come dolori alle gambe mentre si cammina (claudicatio) e sindrome di Raynaud. Infine, l&#8217;estratto di foglie di Ginkgo sembra avere un effetto positivo sulla circolazione.  È utilizzato in caso di problemi cognitivi associati alla malattia di Lyme o alla depressione, disfunzioni sessuali, glaucoma, retinopatia diabetica, degenerazione maculare senile, o che portano ai problemi di memoria tipici dell&#8217;Alzheimer.</p>
<p>Unitamente a questi principi attivi particolari, le foglie di Ginkgo contengono numerose altre sostanze quali <strong>proantocianidine, acidi organici</strong> (come l&#8217;<strong>acido acetico</strong>) e un derivato dell&#8217;acido benzoico che hanno proprietà farmacologiche. <strong>Gli acidi ginkgoici hanno caratteristiche chimiche simili all&#8217;acido acetilsalicilico</strong>. <strong>L&#8217;acido ginkgoico, il bilobolo, il ninnolo e il ginnone hanno un&#8217;azione estremamente irritante e velenosa</strong>. Il contenuto di <strong>principi attivi</strong> della pianta può variare in relazione ai cosiddetti fattori ambientali: qualità del terreno (acidità, permeabilità, ecc.), durata dell&#8217;illuminazione solare, densità dell&#8217;aria, apporto idrico e di sostanze nutritive; alle caratteristiche della pianta (ad esempio la qualità delle sementi); al ciclo vitale; alle infestazioni di parassiti. Le piante, infatti, producono i principi attivi durante la fioritura o durante la maturazione dei semi, e questi principi sono contenuti solo in particolari parti della pianta. Per evitare queste variazioni sono stati fissati internazionalmente delle regole che indicano la scelta della specie, il tipo di coltura, l&#8217;epoca della raccolta, le parti utilizzabili della pianta e la successiva lavorazione.</p>
<p><strong>Il ginkgo biloba è stato utilizzato per patologie cardiovascolari, insufficienza cerebrovascolare o vascolare periferica</strong> [Curtis-Prior P et al, 1999; Le Bars PL et al, 1997; Bauer U, 1994], <strong>impotenza, disfunzione dell’orecchio interno, retinopatia, sindrome premestruale, stress, depressione e demenza, declino cognitivo, malattia di Alzheimer</strong>, <em>claudicatio intermittens</em> [Jellin JM, 2002].</p>
<p>E’ importante avere ben presenti talune <strong>avvertenz</strong>e. In letteratura sono infatti descritti diversi <strong>casi di emorragia</strong> derivante dall’interazione degli estratti della pianta con farmaci che inibiscono l’aggregazione piastrinica. In uno studio clinico, riferito ad un paziente di 70 anni, già in trattamento con aspirina, viene riportata un’emorragia spontanea in seguito all’uso concomitante di un estratto di ginkgo biloba [Rosenblatt M, Mindel J, 1997]. In un altro caso, è stata riportata un&#8217;emorragia cerebrale fatale in un paziente di 71 anni sottoposto alla somministrazione concomitante di ginkgo e ibuprofene [Meisel C et al, 2003].</p>
<p>In un ulteriore caso clinico il ginkgo biloba è stata la causa di un&#8217;emorragia cerebrale in una paziente in terapia cronica con warfarin da cinque anni [Matthews MK Jr., 1998]. In questo caso, l’interazione sembra avere una base sia farmacodinamica che farmacocinetica. Infatti, <strong>gli estratti di Ginkgo biloba sono in grado di inibire il metabolismo microsomiale del warfarin, per azione sugli isoenzimi CYP<sub>2</sub>C<sub>9</sub> e CYP<sub>3</sub>A<sub>4</sub> del citocromo P450</strong> [Mohutsky MA, Elmer GW, 2000; Gaudineau C et al, 2004].</p>
<p>Infine, sono stati segnalati casi di ematoma subdurale, emorragia subaracnoidea ed emorragia spontanea dell&#8217;iride in pazienti già in cura con aspirina o ergotamina, sottoposti all’assunzione concomitante di gingko biloba [Rowin J, Lewis SL, 1996; Gilbert GJ, 1997; Vale S, 1998; Rosenblatt M, Mindel J, 1997; Benjamin J et al, 2001].</p>
<p>Sulla base di tali dati, <strong>la combinazione di ginkgo e farmaci anticoagulanti</strong> o farmaci che inibiscono l&#8217;aggregazione piastrinica <strong>dovrebbe essere evitata</strong>.</p>
<p><strong>L’effetto degli estratti di ginkgo biloba sugli enzimi del citocromo P450</strong> sembra essere responsabile di ulteriori interazioni farmacocinetiche descritte in letteratura. In uno studio di farmacocinetica condotto su volontari sani è stato osservato che l’assunzione concomitante di nifedipina e ginkgo incrementa i livelli plasmatici del calcio antagonista attraverso l’inibizione dell’isoenzima CYP<sub>3</sub>A<sub>4</sub> [Smith M et al, 2001]. In un ulteriore studio è stata evidenziata la capacità degli estratti di ginkgo di incrementare i livelli ematici di omeprazolo con un meccanismo coinvolgente il CYP<sub>2</sub>C<sub>19</sub> [Yin OQ et al, 2004].</p>
<p><strong>I flavonoidi del ginkgo sembrano essere degli agonisti del GABA</strong>, in quanto capaci di legarsi ai recettori per le benzodiazepine [Sasaki K et al, 1999]. Sebbene tale legame non produca una sedazione significativa, in letteratura viene riportato un caso di coma manifestatosi in una donna con morbo di Alzheimer, in trattamento con trazodone, sottoposta alla somministrazione di un estratto di ginkgo biloba.</p>
<p>La risoluzione dei sintomi in seguito alla somministrazione di flumazenil ha permesso di imputare l’effetto ad un’eccessiva stimolazione dei recettori GABA ergici [Galluzzi S et al, 2000].</p>
<p>Negli animali da esperimento il ginkgo biloba ha evidenziato un’<strong>attività serotoninergica </strong>[Ramassamy C et al, 1992]. Sulla base di tale effetto, gli estratti di ginkgo biloba possono interagire con gli SSRI.</p>
<p>In letteratura viene riportato un caso clinico riferito ad una donna di 42 anni che ha manifestato un episodio ipomaniaco in seguito all’uso concomitante di fluoxetina, buspirone, ginkgo biloba ed Erba di S. Giovanni. La sospensione dei rimedi erboristici ha favorito la risoluzione dei sintomi [Spinella M, Eaton LA, 2002].</p>
<p>Le foglie ed i semi di ginkgo contengono la <strong>4-O-metilpiridossina</strong>, una neurotossina capace di indurre convulsioni. In letteratura vengono descritti due casi clinici riferiti a due pazienti epilettici, ben controllati con valproato sodico, che hanno manifestato convulsioni in seguito all’assunzione di un estratto di ginkgo biloba.</p>
<p>In entrambi i casi l’effetto è stato imputato alla 4-O-metilpiridossina presente in elevate quantità nell’estratto [Granger AS, 2001].</p>
<p>Teoricamente, <strong>il ginkgo biloba può alterare l’efficacia clinica dell’insulina</strong>. Alla base di tale effetto sembra esserci un incremento della funzionalità delle cellule beta delle isole di Langerhans, indotta dalla pianta [Kudolo GB, 2000]. Nei pazienti diabetici trattati con insulina, l’uso del ginkgo deve essere associato ad un controllo frequente della glicemia.</p>
<p>In letteratura viene infine riportato un unico caso clinico riferito ad una donna anziana che ha manifestato un aumento della pressione sanguigna in seguito all’assunzione concomitante di un diuretico tiazidico (tipo e dose non specificati) ed un estratto di ginkgo biloba. La sospensione del farmaco e del prodotto erboristico ha permesso la risoluzione dei sintomi [Shaw D et al, 1997].</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<ol>
<li>Bauer U. in “Advances in Ginkgo biloba Extract Research”, vol. 3, F. Clostre, F.V. De Feudi (Eds), Elsevier, Amsterdam p. 121, 1994.</li>
<li>Benjamin J et al, A case of cerebral haemorrhage &#8211; can Ginkgo biloba be implicated? Postgrad Med J. 2001; 77:112-3.</li>
<li>Boralle N et al, in “Ginkgolides &#8211; Chemistry, Biology, Pharmacology and Clinical Perspectives”, P. Braquet (Ed.), Vol. 1, J. R. Prous Science Publishers, Barcelona, pagg. 9-25, 1988.</li>
<li>Curtis-Prior P et al, Therapeutic value of Ginkgo biloba in reducing symptoms of decline in mental function. J Pharm Pharmacol. 1999; 51: 535-541.</li>
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		<title>Echinacea &#124; Echinacea angustifolia Moench.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/echinacea-echinacea-angustifolia-moench/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2022 15:11:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[Altri Vegetali]]></category>
		<category><![CDATA[amaperbene]]></category>
		<category><![CDATA[citocromo P450]]></category>
		<category><![CDATA[piante officinali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’echinacea è un genere di piante erbacee perenni, in cui si distinguono nove specie, tra le quali ci sono Echinacea pallida, Echinacea purpurea e anche Echinacea angustifolia.  È la stessa famiglia delle margherite, per esempio, ma anche dell’Arnica montana. Le “composite”, come sono chiamate dai botanici, hanno tutte un fiore costruito in modo similare, a &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>echinacea</strong> è un genere di piante erbacee perenni, in cui si distinguono nove specie, tra le quali ci sono <em>Echinacea pallida</em>, <em>Echinacea purpurea</em> e anche <em>Echinacea angustifolia</em>.  È la stessa famiglia delle margherite, per esempio, ma anche dell’Arnica montana. Le “composite”, come sono chiamate dai botanici, hanno tutte un fiore costruito in modo similare, a forma di calice, attorniato dai petali.</p>
<p>È originaria dell’America del nord, Messico, Louisiana, Florida, dove cresce sui terreni sabbiosi, in un’area che circonda il sud dei grandi laghi del Canada e degli Stati Uniti, dalle Montagne rocciose all’Atlantico.</p>
<p>Nota per le proprietà immunostimolanti e immunomodulanti,  supporta la funzionalità delle prime vie respiratorie avendo anche proprietà antisettiche e cicatrizzanti; può essere utile allo scopo di prevenire e curare i sintomi di malattie da raffreddamento. L’Echinacea fu utilizzata per la prima volta secoli addietro dai nativi americani della tribù dei Sioux, che la impiegarono per trattare diverse affezioni o accidenti, come il morso dei serpenti a sonagli oppure il mal di denti.</p>
<p>L’<strong><em>Echinacea angustifolia </em></strong>è una tra le piante officinali più conosciute;  è una grande pianta erbacea perenne che può superare il metro e mezzo di altezza. Dotata di un rizoma cilindrico e di fusti leggermente rossastri, la pianta dell&#8217;echinacea ha foglie riunite in una rosetta basale, ovali o lanceolate e intere. Dalle foglie in primavera si sviluppa un fusto che porta grandi capolini formati da fiori tubulosi centrali scuri circondati da fiori ligulati rosa, di colore più o meno intenso in base alla varietà. L&#8217;echinacea è originaria dell’America del nord, Messico, Louisiana, Florida.</p>
<p>In Italia viene coltivata sia a scopo medicinale sia per il suo valore ornamentale. In erboristeria si utilizzano le radici di echinacea pallida, purpurea e angustifolia e le parti aeree della varietà purpurea per le loro <strong>proprietà immunostimolanti, antinfiammatorie, vulnerarie</strong> (cicatrizzanti).</p>
<p>I <strong>benefici</strong> che <em>Echinacea angustifolia</em> può apportare all’organismo sono molteplici, grazie alla combinazione di tutte le sostanze presenti nell’intera pianta. In particolare, l&#8217;echinacea <strong>serve a prevenire malattie da raffreddamento, alleviare sintomi influenzali, contrastare infezioni recidivanti</strong> (ad esempio cistiti o candida vaginale).</p>
<p>L’uso esterno, invece, è legato alla <strong>capacità cicatrizzante e riepitelizzante</strong> della pianta, a cui si uniscono le sue proprietà antinfiammatorie, antisettiche e decongestionanti.  Per uso topico, serve a trattare ferite, ulcere, scottature, afte e dermatiti. Sempre esternamente, l&#8217;echinacea è utile per migliorare l&#8217;aspetto della pelle matura e secca.</p>
<p>Dell&#8217;echinacea si utilizzano la radice in decozione, le parti aeree spremute (succo di echinacea) o in infusione, la tintura madre e l&#8217;estratto secco. In commercio sono poi reperibili diversi integratori di echinacea, in capsule o compresse in cui l&#8217;estratto di echinacea può essere associato ad altre piante dall&#8217;azione immunomodulante a adattogena come l&#8217;eleuterococco.</p>
<p>Molto diffusi sono anche i prodotti a base di echinacea per bambini, tra cui gli sciroppi, formulati per alleviare il mal di gola e altri sintomi influenzali. L&#8217;echinacea è poi reperibile in farmacia come rimedio omeopatico.</p>
<p>L&#8217;echinacea può anche essere inserita nella formulazione di creme e pomate da utilizzare esternamente per le sue proprietà terapeutiche o cosmetiche. Per trattare ferite ed eczemi si può inoltre utilizzare il succo di echinacea.</p>
<p>L&#8217;echinacea non va però utilizzata in caso di allergie; malattie autoimmuni; in pazienti in terapia immunosoppressiva.</p>
<p>Studi <em>in vitro</em> hanno evidenziato la capacità degli estratti di echinacea di inibire in maniera significativa le isoforme <strong>CYP3A4 </strong>e <strong>CYP1A2</strong> del citocromo P450, per cui può inibire il metabolismo del midazolam mentre agendo sul CYP1A2 la pianta inibisce il metabolismo della caffeina. Sulla base di tali evidenze, l’echinacea dovrebbe essere utilizzata con cautela nei pazienti trattati con farmaci metabolizzati da questi sistemi enzimatici.</p>
<p>Inoltre, l’echinacea può interagire con farmaci che alterano il sistema immunitario. L’uso della pianta dovrebbe essere evitato in pazienti trattati con farmaci antineoplastici, inibitori della proteasi, inibitori nucleosidici e non nucleosidici della trascrittasi inversa, corticosteroidi o immunosoppressori .</p>
<p>Alcune specie di echinacea possono contenere alcaloidi pirrolozidinici composti epatotossici, presenti spesso come contaminanti, i quali, agendo attraverso la deplezione di glutatione, possono aumentare il rischio di tossicità epatica specialmente in pazienti trattati con paracetamolo. Pertanto, nei casi di somministrazione concomitante di paracetamolo e prodotti a base di echinacea è necessario monitorare i pazienti nei confronti di eventuali segni o sintomi di epatotossicità</p>
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