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	<title>antociani Archivi - amaperbene.it</title>
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		<title>Jabuticaba &#8211; Plinia cauliflora</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/jabuticaba-plinia-cauliflora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Sep 2024 09:08:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Jaboticaba o  myrciaria cauliflora o plinia caulifera è un albero conosciuto da oltre 400 anni, appartenente della famiglia Myrtaceae che cresce negli stati di Minas Gerais, Espírito Santo e San Paolo nel Brasile sud-orientale. Con l’avanzare della deforestazione e dell’allevamento bovino convenzionale estensivo questa pianta sta scomparendo dai campi brasiliani e oggi si trova &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong><em>Jaboticaba</em></strong> o  <strong><em>myrciaria cauliflora</em></strong> o <strong>plinia caulifera</strong> è un albero conosciuto da oltre 400 anni, appartenente della famiglia <em>Myrtaceae</em> che cresce negli stati di Minas Gerais, Espírito Santo e San Paolo nel Brasile sud-orientale.</p>
<p>Con l’avanzare della deforestazione e dell’allevamento bovino convenzionale estensivo questa pianta sta scomparendo dai campi brasiliani e oggi si trova solo in piccoli mercati locali a un costo molto elevato. La zona di maggiore produzione è lo stato del Minas Gerais, in particolare l’area intorno alla città di Sabarà.</p>
<p>Esistono molte specie simili che rispondono al termine comune Jaboticaba o Jabuticaba; ad es., specie simili comprese nel genere <em>Myrciaria</em> sono spesso chiamate con lo stesso nome; crescono in Brasile, Argentina, Paraguay e Bolivia. L&#8217;albero viene coltivato per i suoi <strong>frutti color nero-viola e dalla polpa bianca</strong>, che, in talune specie strette congeneri, sono appiattiti e verdastri; possono essere mangiati crudi o usati per marmellate e bevande (succo semplice o vino). Altri nomi usati comunemente per indicare questo tipo di piante sono <strong>Jabotica, Jabuticabeira, Guaperu, Guapuru, Hivapuru, Sabará e Ybapuru </strong>(guarani).</p>
<p>Un altro problema che si collega ad un ambiente particolare, e che limita la coltivazione a pieno campo in distretti non originari, è il fatto che <strong>la fioritura è delicata</strong>, e necessita di un periodo primaverile fresco, ma anche senza eccessiva umidità.</p>
<p>Nell&#8217;emisfero boreale la coltivazione a scopo commerciale di questo frutto è ridotta più per la crescita estremamente lenta e per la deperibilità del frutto, che per le esigenze termiche.</p>
<p>Le piante innestate possono fruttificare dopo 5 anni; quelle da seme possono impiegare da 10 a 20 anni, anche se da giovani, per la crescita lenta e le dimensioni ridotte, sono molto popolari come <strong>bonsai o ornamentali da vaso</strong> nelle regioni temperate. Le jabuticaba si adattano abbastanza bene a varie condizioni di crescita, sia su sabbia sia su terra molto ricca, ma non sopportano suoli salsi. Tollerano la siccità, ma a scapito della fruttificazione che diviene irrilevante.</p>
<p>La Jaboticaba è un albero di medie dimensioni che può arrivare anche a 9 metri di altezza secondo la specie. Le foglie sono color salmone da giovani e verdi quando maturano; l&#8217;albero cresce molto lentamente; preferisce un suolo umido, leggermente acido ma si adatta molto facilmente perfino a substrati alcalino-sabbiosi se curato e irrigato.</p>
<p>Ha fiori bianchi che crescono direttamente sul tronco (caulifloria). Nel suo ambiente di origine fiorisce e fruttifica una o due volte l&#8217;anno, ma con abbondante umidità fiorisce di frequente e i frutti possono essere presenti tutto l&#8217;anno.</p>
<p>I <strong>frutti</strong>, di 3–4 cm, con uno o più semi (fino a quattro), crescono direttamente sul tronco principale e sui rami della pianta, conferendo un aspetto caratteristico all&#8217;albero. La buccia è spessa, viola o verdastra, astringente e copre una polpa dolce, bianca o rosacea, gelatinosa. <strong>I frutti sono molto simili a piccoli acini d’uva </strong>tanto che questa pianta è internazionalmente nota anche come “<strong>brazilian grape tree</strong>”.<strong>  </strong></p>
<p>I frutti, molto comuni nei mercati brasiliani, sono mangiati soprattutto freschi; la loro popolarità può essere paragonata a quella dell&#8217;uva. Non sono tuttavia duraturi: privi di acidità possono fermentare già 3 o 4 giorni dopo il raccolto, quindi spesso sono usati per marmellate, crostate, e data la facilità a fermentare, per vini e liquori; per lo stesso motivo non interessa la grande distribuzione, e si consuma nei luoghi di coltivazione.</p>
<p><strong>I frutti si consumano freschi</strong>, per impedire la fermentazione, che inizia subito dopo la raccolta. In Brasile i frutti di varie specie collegate, precisamente <em>Myrciaria tenella</em> e <em>M. trunciflora</em>, vengono indicate con lo stesso nome comune. Trattandosi della denominazione collettiva &#8220;jabuticaba&#8221;, occorre osservare che alcune specie di jabuticaba sono subtropicali, e possono sopportare gelate miti e brevi, alcune altre specie o varietà, possono essere più sensibili al freddo.</p>
<p>Oltre alla tradizionale <strong>gelatina di jabuticabeira</strong>, si usano anche nella <strong>produzione di vino, liquore e sciroppo</strong>. Con l’aggiunta di qualche goccia di succo di limone, il succo acquisisce una sfumatura rossastra, se è mescolato con succo di ananas invece diventa bluastro, a causa della differenza di pH nei frutti.</p>
<p><strong>Proprietà</strong></p>
<p>Lo jabuticaba è un frutto brasiliano fra i meno conosciuti, eppure gustosi e ricchi di proprietà utili e benefici come nei mirtilli, come ad esempio sostanze antinvecchiamento, antinfiammatorie e antiossidanti. E, ancora, contiene ferro, fosforo, calcio, vitamina C e buone dosi di niacina, un complesso vitaminico B che facilita la digestione e aiuta ad eliminare le tossine. vitamine C e B1. Anche la buccia avrebbe proprietà curative: sarebbe utile in caso di asma, diarrea e tonsillite. Nella corteccia scura della pianta sono presenti <strong>pectina, peonidina, e antociani</strong> responsabili della colorazione blu-viola dei frutti che attrae gli uccelli aiutando così la diffusione dei semi per la perpetuazione della specie.</p>
<p>La jabuticaba è una buona fonte di vitamine, minerali e antiossidanti. Contiene vitamina C, vitamina A, vitamina B1, vitamina B2, vitamina B3, vitamina B6, vitamina B9, vitamina E, ferro, calcio, magnesio, fosforo, potassio, zinco, selenio e manganese. Inoltre, contiene una buona quantità di fibre alimentari. La <strong>jaboticabina</strong> si trova solo in questo frutto.</p>
<p>Tradizionalmente, la buccia si usa per preparare un <strong>decotto astringente</strong>, per gli usi comuni antinfiammatori di un tale prodotto, (emottisi, diarrea, e per gargarismi in caso di tonsillite).</p>
<p><strong>Curiosità</strong></p>
<p>Il nome jabuticaba deriva dalla parola Tupi jabuti (tartaruga) + Caba (luogo) e significa &#8220;<strong>luogo delle tartarughe</strong>&#8220;. Il nome in guarani è &#8220;Yvapuru&#8221;, dove <em>yva</em> significa frutto e la parola onomatopeica <em>purũ</em> indica il rumore che fa il frutto quando viene morso.</p>
<p>Una canzone tradizionale della regione orientale della Bolivia si riferisce a una giovane donna che ha gli &#8220;occhi come il guapuru&#8221; (per via del colore nero) e una bocca &#8220;dolce come l&#8217;achachairu.</p>
<p>L&#8217;albero della jabuticaba <strong>compare sullo</strong> <strong>stemma di Contagem, Minas Gerais e Brasile</strong>, ed è molto usato come specie da bonsai, in particolare a Taiwan e in varie zone dei Caraibi.</p>
<p>In Brasile si usa la parola &#8220;jabuticaba&#8221; per indicare qualcosa che si pensa essere tipicamente brasiliano, visto che si ritiene che l&#8217;albero cresca solo in Brasile. Di solito è un&#8217;espressione (auto) denigratoria: la sola cosa veramente brasiliana, ed anche buona, è la jaboticaba.</p>
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		<title>I polifenoli: definizione e classificazione</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/i-polifenoli-definizione-e-classificazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2024 15:09:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Da sapere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I polifenoli sono uno dei più importanti e sicuramente il più numeroso tra i gruppi di sostanze fitochimiche presenti nel regno vegetale. Attualmente sono note oltre 8000 strutture fenoliche, di cui più di 4000 appartenenti alla classe dei flavonoidi, e diverse centinaia sono presenti nei vegetali commestibili. Si ritiene però che il contenuto totale dei polifenoli nei vegetali &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>polifenoli</strong> sono uno dei più importanti e sicuramente il più numeroso tra i gruppi di sostanze fitochimiche presenti nel regno vegetale.</p>
<p>Attualmente sono note oltre 8000 strutture fenoliche, di cui più di 4000 appartenenti alla classe dei <strong>flavonoidi</strong>, e diverse centinaia sono presenti nei vegetali commestibili. Si ritiene però che il contenuto totale dei polifenoli nei vegetali sia sottostimato in quanto molti dei composti fenolici presenti nella frutta, verdura e derivati non sono stati ancora identificati, sfuggendo alle tecniche di analisi utilizzate, e la composizione in polifenoli per la maggior parte dei frutti e alcune varietà di cereali non è ancora nota.</p>
<p>Queste molecole sono presenti in molti <strong>vegetali commestibili</strong> sia per gli uomini che per gli animali e si ritiene che sia alla loro presenza, insieme a quella di altre molecole come i carotenodi, la vitamina C o la vitamina E, che si debbano gli effetti salutari di frutta e verdura.</p>
<p>Nella dieta umana sono gli <strong>antiossidanti naturali più abbondanti</strong>, e le principali fonti sono frutta, verdura, cereali integrali, ma anche altri tipi di alimenti e bevande da essi derivati come il <a href="http://www.tuscany-diet.net/2015/08/09/polifenoli-uva-vino-composizione/">vino rosso</a>, ricco di resveratrolo, l’olio extravergine di oliva, ricco di idrossitirosolo, il cioccolato e il tè, in particolare il tè verde, ricco di epigallocatechina gallato (EGCG).</p>
<figure id="attachment_29255" aria-describedby="caption-attachment-29255" style="width: 53px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/fenolo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-29255 size-full" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/fenolo.jpg" alt="Fenolo" width="53" height="82" /></a><figcaption id="caption-attachment-29255" class="wp-caption-text">Fenolo</figcaption></figure>
<p><strong>Struttura chimica dei polifenoli</strong></p>
<p>Con il termine di polifenoli si indica una <strong>grande varietà di molecole </strong>che possono essere suddivise in molte sottoclassi, suddivisioni che possono essere fatte sulla base della loro origine, funzione biologica svolta o struttura chimica.</p>
<p>Chimicamente sono composti con caratteristiche strutturali fenoliche, che si possono associare a carboidrati differenti.</p>
<p>Nelle piante la maggior parte si trova legata a zuccheri, e quindi in forma di glicosidi, e ad acidi organici; in entrambe i casi i sostituenti si possono posizionare in posizioni differenti sugli scheletri polifenolici.</p>
<p>Tra i polifenoli si trovano molecole semplici, come gli acidi fenolici, o strutture complesse come i tannini condensati, molecole altamente polimerizzate.</p>
<p><strong>Classificazione dei polifenoli</strong></p>
<p>Possono essere suddivisi in diverse sottoclassi in base al numero di anelli fenolici presenti nella loro struttura, agli elementi strutturali che legano questi anelli tra di loro, e ai sostituenti legati agli anelli.</p>
<p>In genere, vengono individuati <strong>due grandi gruppi</strong>:</p>
<ol>
<li>i <strong>flavonoidi</strong></li>
<li>i <strong>non flavonoidi</strong>.</li>
</ol>
<p><strong>I f</strong><strong>lavonoidi</strong></p>
<p>I flavonoidi sono i polifenoli più studiati e più abbondanti nella dieta dell’uomo, rappresentandone circa i 2/3 di tutti i quelli assunti. Sono molecole idrosolubili e si accumulano all’interno dei vacuoli cellulari.</p>
<p>Costituiscono una categoria di sostanze polifunzionali ad elevata bioattività, e comprendono oltre 5000 molecole, combinate (glicosidi) o meno (agliconi) con zuccheri. Come gli altri fitochimici, i flavonoidi sono il prodotto del metabolismo secondario delle piante. I flavonoidi sono ampiamente diffusi nelle piante e loro componenti, come nelle bucce dei frutti, nelle foglie, nella corteccia, nel legno, nelle radici, ove si trovano generalmente in forma di glicosidi e in alcuni casi acilglicosidi, mentre meno frequentemente, ed in concentrazioni minori, in forme acilate, metilate e solfate. Essi donano alle varie parti della pianta, frutti e fiori, con l&#8217;apporto di altre sostanze (come ad esempio i carotenoidi), le varie gradazioni e sfumature cromatiche: dall&#8217;arancione al giallo, dal rosso all&#8217;azzurro, dal verde al viola, dal bianco al rosa, etc.</p>
<p>Il loro nome deriva da <em>flavus</em> (biondo) e si riferisce al ruolo che giocano come pigmenti vegetali. La colorazione che donano ai tessuti dipende dal pH: i pigmenti blu si formano per chelazione con certi ioni metallici (ad esempio, Fe<sup>3+</sup> o Al<sup>3+</sup>).</p>
<p>Un gruppo specifico di flavonoidi, le antocianine, è responsabile del colore rosso, blu e violetto di fiori e frutta ed è, quindi, importante come mediatore dell&#8217;impollinazione. Altrettanto importante notare come altri flavonoidi, flavoni e flavonoli, pur non essendo colorati per l&#8217;occhio umano, assorbano molto fortemente nello spettro UV e possano, quindi, essere visti dagli insetti. Molto spesso si ritrovano al centro dei fiori e servono come guida per l&#8217;atterraggio.</p>
<p>I flavonoidi si ritrovano anche nelle sostanze liquide ottenute dalla lavorazione di certi frutti come ad esempio in bevande quali vino, succhi di frutta o tè. Tale diffusione nelle piante, nelle loro varie parti e nei cibi e liquidi da esse derivati, rende facile l&#8217;integrazione di flavonoidi nell&#8217;alimentazione; si stima infatti che l’assunzione media giornaliera della popolazione occidentale con la dieta sia di circa 1 g, di cui circa 100 mg sono catechine (i flavonoidi più abbondanti). Tuttavia questo dato è influenzato sia dal metodo utilizzato per la loro determinazione sia dalla disponibilità di banche dati attendibili.</p>
<p><strong><em>Struttura chimica dei flavonoidi</em></strong></p>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/struttura-flavonoidi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-29256" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/struttura-flavonoidi.jpg" alt="" width="174" height="118" /></a>La loro struttura di base è costituita da uno scheletro di <strong>difenilpropano</strong>, ossia due anelli benzenici (indicati come A e B, vedi figura) collegati da una catena di tre atomi di carbonio che forma un anello piranico (anello eterociclico contenente ossigeno) chiuso con l’anello benzenico A, che è detto anello C. La loro struttura è pertanto definita anche come C6-C3-C6.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi l’anello B si lega all’anello C in posizione 2, ma può legarsi anche in posizione 3 o 4; questo, insieme con le caratteristiche strutturali dell’anello B e gli schemi di glicosilazione ed idrossilazione dei tre anelli, fa si che i flavonoidi siano il gruppo di fitochimici, quindi non solo di polifenoli, più ampio e diversificato presente in natura.</p>
<p>Le attività biologiche di questi composti, ad esempio sono dei potenti antiossidanti, dipendono sia dalle caratteristiche strutturali che dallo schema di glicosilazione.</p>
<p><strong>Classificazione dei flavonoidi</strong></p>
<p>I flavonoidi costituiscono una delle classi di composti più caratteristiche nelle piante superiori e possono essere suddivisi in diversi sottogruppi sulla base del carbonio dell’anello C su cui va a legarsi l’anello B, e del grado di insaturazione ed ossidazione dell’anello C.</p>
<p>I flavonoidi in cui l’anello B si lega in posizione 3 dell’anello C sono detti <strong>isoflavoni</strong>; quelli in cui l’anello B si lega in posizione 4 <strong>neoflavonoidi</strong>, mentre quelli in cui l’anello B si lega in posizione 2 a loro volta sono suddivisi in sei sottogruppi sulla base delle caratteristiche strutturali dell’anello C: <strong>flavoni</strong>, <strong>flavonoli</strong>, <strong>flavanoni</strong>, <strong>flavanonoli</strong>, <strong>flavanoli o catechine</strong> ed <strong>antociani</strong>. Infine, i flavonoidi con l’anello C aperto sono detti <strong>calconi</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>Flavoni</strong><br />
Hanno un doppio legame tra la posizione 2 e 3 ed un chetone in posizione 4 dell’anello C. La maggior parte dei flavoni della verdura e frutta presenta un gruppo idrossilico in posizione 5 dell’anello A, mentre l’idrossilazione in altre posizioni, per la maggior parte in posizione 7 dell’anello A o 3’ e 4’ dell’anello B, possono variare a seconda della classificazione tassonomica della particolare verdura o frutta. La glicosilazione si verifica per la maggior parte sulle posizioni 5 e 7, la metilazione e l’acilazione sui gruppi idrossilici dell’anello B. Alcuni flavoni, come la nobiletina e la tangerina, sono polimetossilati.</li>
</ul>
<p><strong>Prezzemolo e sedano</strong> rappresentano le uniche fonti importanti commestibili di flavoni. La buccia della frutta contiene grandi quantità di <strong>flavoni polimetoxilati</strong>: per esempio nella <strong>buccia di mandarino</strong> il loro contenuto è fino a 6,5 g/L di olio essenziale di mandarino.</p>
<ul>
<li><strong>Flavonoli</strong><br />
I flavonoli sono composti di origine vegetale appartenenti alla classe dei flavonoidi, aventi come base il 3-idrossiflavone. Sono distribuiti molto ampiamente nel regno vegetale, generalmente in angiosperme lignificate.</li>
</ul>
<p>Tra i flavonoli più diffusi vi sono la <strong>quercetina</strong> (aglicone del glicoside rutina) e il <strong>quercitolo</strong> che sono presenti in <em>Ruta graveolens</em>, <em>Fagopyrum esculentum</em>, <em>Sambucus nigra</em> e moltissime altre piante; il <strong>canferolo</strong> che si trova in <em>Sambucus nigra</em>, <em>Cassia senna</em>, <em>Equisetum arvense</em>, <em>Lamium album</em>, <em>Polygonum bistorta</em>, ecc.</p>
<p>Al pari dei flavoni, anche i flavonoli sono molto vari per quello che riguarda l’idrossilazione e la metilazione, e, considerando i vari schemi di glicosilazione, <strong>sono forse il sottogruppo più comune ed ampio di flavonoidi nella frutta e verdura</strong>.</p>
<p><strong>Le principali fonti di flavonoli sono le cipolle (fino a 1,2 g/kg peso), cavoli ricci, porri, broccoli e mirtilli</strong>. <strong>Té e vino rosso</strong> possono contenere anche fino a 45 mg e 30 flavonoli mg/L, rispettivamente. È importante notare che la biosintesi dei flavonoli è stimolata dalla luce, <strong>accumulandosi nel tessuto esterno del frutto</strong>; differenze di concentrazione possono esistere tra i frutti dello stesso albero e anche da diverse parti di un unico pezzo di frutta, proprio a seconda dell&#8217;esposizione alla luce solare. Sono stati identificati più di 170 differenti quercitina-glicoside, anche se il D-glucosio è il residuo zuccherino più frequente. Altri flavonoli il <strong>kempferolo</strong>, la <strong>miricetina</strong> e l’<strong>isoramnetina</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>Flavanoli o flavan-3-oli o catechine</strong></li>
</ul>
<p>I flavanoli sono detti anche flavan-3-oli poiché il gruppo ossidrilico è quasi sempre legato in posizione 3 dell’anello C; altro nome comune è <strong>catechine</strong>. A differenza di molti flavonoidi non presentano un doppio legame tra le posizioni 2 e 3; altro carattere distintivo, ad es. rispetto ai flavanonoli, con cui condividono un ossidrile in posizione 3, è l’assenza di un carbonile, un gruppo chetonico, in posizione 4. Questa particolare struttura chimica permette ai flavanoli di avere due centri chirali nella molecola, sulle posizioni 2 e 3, con quattro possibili diastereoisomeri. La catechina è l’isomero con configurazione trans, mentre l’epicatechina è quello con configurazione cis. Ciascuna di queste due configurazioni ha due stereoisomeri. La (+)-catechina e (-)-epicatechina sono i due isomeri spesso presenti nelle piante commestibili. Un’altra importante caratteristica dei flavanoli, in particolare della catechina e dell’epicatechina, è quella di <strong>formare polimeri</strong>, detti <strong>proantocianidine o tannini condensati</strong>.  Il nome “proantocianidine” deriva dal fatto che un clivaggio acido catalizzato produce antocianidine. Le proantocianidine in genere contengono da 2 a 60 monomeri di flavanolo (catechina o epicatechina). Sia i flavanoli monometrici che quelli oligomerici (da 2 a 7 monomeri) sono <strong>potenti antiossidanti</strong>.</p>
<p>I flavanoli principalmente rappresentati nella frutta sono <strong>catechina</strong> ed <strong>epicatechina</strong>, mentre <strong>gallocatechina</strong>, <strong>epigallocatechina</strong> e <strong>gallato</strong> si trovano soprattutto nel té. Le <strong>catechine si trovano in molti frutti come le albicocche</strong> (250 mg/kg di peso fresco) e le <strong>ciliegie</strong> (250 mg/kg peso fresco). <strong>Té verde</strong> (fino a 800 mg/L), e <strong>cioccolato</strong> (fino a 600 mg/L), sono di gran lunga le fonti più ricche di catechine, che sono anche presenti nel vino rosso (fino a 300 mg/L). Il cacao ricco di flavanoli migliora il livello di ossido nitrico nel sangue, che rilassa e dilata le arterie e i vasi sanguigni, e migliora il flusso sanguigno; un consumo maggiore di cioccolato è stato associato a un rischio significativamente più basso di malattie cardiache, ictus e morte.  Infine, i flavanoli del cacao, con la loro azione antiossidante, possono proteggere e sostenere la funzione cerebrale.</p>
<p>Le <strong>proantocianidine</strong>, note anche come <strong>tannini condensati</strong>, sono dimeri, oligomeri e polimeri di catechine; sono responsabili del <strong>sapore amaro</strong> e della <strong>sensazione di astringenza</strong> caratteristiche degli alimenti che ne sono ricchi; sono particolarmente abbondanti nei frutti di bosco, nell’uva, nelle mele, nel cioccolato e in alcune bevande (vino, sidro, tè, birra ecc). E’ molto difficile stimare il loro contenuto nei cibi perché hanno una vasta gamma di strutture e pesi molecolari: per esempio in mele da sidro, il grado di polimerizzazione varia da 4 a 11.</p>
<ul>
<li><strong>Flavanoni</strong><br />
I flavanoni, anche detti diidroflavoni, hanno l’anello C saturo; quindi, a differenza dei flavoni, mancano del doppio legame tra le posizione 2 e 3 e questa è l’unica differenza strutturale tra i due sottogruppi di flavonoidi. I flavanoni possono essere multi-idrossilati, e diversi gruppi idrossilici possono essere metilati e/o glicosilati. Alcuni hanno modelli unici di sostituzione, ad esempio, flavanoni prenilati, furanoflavanoni, piranoflavanoni o flavanoni benzilati, dando un gran numero di derivati sostituiti. Negli ultimi 15 anni il numero dei flavanoni scoperti è notevolmente aumentato. I flavanoni sono presenti ad alte concentrazioni solo negli agrumi, ma si trovano anche nei pomodori e in alcune piante aromatiche come la menta. I principali agliconi sono <strong>naringenina</strong> nel pompelmo, <strong>esperetina</strong> nelle arance e <strong>eriodictiolo</strong> nei limoni. Il succo d&#8217;arancia contiene 470-761 mg/L di esperidina e 20-86 mg/L di narirutina. Le parti solide degli agrumi, in particolare la porzione spugnosa bianca (albedo) e le membrane di separazione dei segmenti, ne hanno un contenuto molto elevato, questo è la ragione per cui il frutto intero può contenere fino a 5 volte tanto quanto un bicchiere di succo d&#8217;arancia.</li>
<li><strong>Flavanonoli</strong><br />
I flavanonoli, anche detti diidroflavonoli, sono i 3-idrossi derivati dei flavanoni; sono un sottogruppo altamente diversificato e multisostituito.</li>
<li><strong>Neoflavonoidi</strong><br />
Nei neoflavonodi il gruppo B è legato in posizione 4 dell’anello C.</li>
<li><strong>Antocianidine</strong><br />
Chimicamente, le <strong>antocianidine</strong> sono cationi di flavilio e per la maggior parte si trovano come sali di cloruro. Le antocianine o antociani esistono principalmente come glicosidi dei loro agliconi, chiamati antociani, con il residuo di zucchero attaccato in posizione 3 dell’anello C o in posizione 5 7 dell’anello A. La glicosilazione in posizione al 3&#8242;-, 4&#8242;-, 5&#8242;- dell’anello B, sebbene molto rara, è stata anche osservata. Le frazioni di zucchero possono anche essere acilate da una serie di acidi aromatici o alifatici; gli agenti acilanti più comuni sono acidi cinnamici, i glicosidi delle antocianidine; lo zucchero si lega per la maggior parte dei casi in posizione 3 dell’anello C, zucchero che spesso si coniuga con acidi fenolici come l’acido ferulico.</li>
</ul>
<p><strong>Le <em>antocianine</em> sono </strong><strong>l’unico gruppo di flavonoidi che conferisce colore ai vegetali</strong> (tutti gli altri flavonoidi sono privi di colore); come pigmenti idrosolubili sono responsabili per la maggior parte dei colori rosso, blu e viola di frutta, verdura e fiori. Il colore degli antociani dipende dal pH e dall’acilazione o metilazione dei gruppi idrossilici sugli anelli A e B. In base al numero e alla posizione dei gruppi idrossilici e metossilici sono state descritte varie antocianidine, e di queste, 6 si trovano comunemente nella frutta e verdura: <strong>pelargonidina, cianidina, delfinidina, petunidina, peonidina, malvidina</strong>.</p>
<p>Gli antociani sono ampiamente distribuiti nella dieta: <strong>si trovano nel vino rosso, alcune varietà di cereali e certe verdure (cavoli, fagioli, cipolle, ravanelli), ma sono più abbondanti nella frutta</strong>. Il loro contenuto negli alimenti è generalmente proporzionale all&#8217;intensità del colore e raggiunge valori fino a 2-4 g/kg peso per il ribes nero e le more, contenuto che aumenta con la maturazione del frutto. Il vino contiene fino a 350 mg/L di antociani, che vengono trasformati in varie strutture complesse durante l’invecchiamento del vino.</p>
<ul>
<li><strong>Isoflavoni    </strong></li>
</ul>
<p>Gli <em>isoflavoni</em> presentano somiglianze strutturali con gli estrogeni, ossia gruppi idrossilici in posizione C4 e C7, come la molecola di estradiolo. Possono legarsi ai recettori degli estrogeni e quindi sono classificati come <strong>fitoestrogeni</strong>. Gli isoflavoni sono contenuti quasi esclusivamente nelle piante leguminose. La soia e i suoi prodotti trasformati rappresentano la principale fonte di isoflavoni, e contengono le tre principali molecole (genisteina, daidzeina e la gliciteina) presenti come agliconi o, più spesso, come in forme coniugate con il glucosio. I germogli di soia contengono tra 140 e 1530 mg di isoflavoni/kg peso mentre il latte di soia può contenere tra il 12 e 130 mg/L. Gli isoflavoni sono sensibili al calore e sono spesso idrolizzati in glicosidi durante la lavorazione industriale e la conservazione.</p>
<p>Il consumo di isoflavoni derivati da prodotti a base di soia e legumi sembrerebbe correlato a una riduzione del 19% del rischio di tumore dell’endometrio 7.</p>
<ul>
<li><strong>Calconi</strong><br />
I calconi ed i diidrocalconi vengono considerati flavonoidi con struttura aperta; sono classificati tra i flavonoidi in quanto hanno vie di sintesi simili.</li>
</ul>
<p><strong>I non flavonoidi</strong></p>
<ul>
<li><strong>Acidi fenolici</strong></li>
</ul>
<p>Gli acidi fenolici comprendono due classi: quelli <strong>derivanti dall’acido benzoico (idrossibenzoici)</strong>, come l&#8217;acido gallico e l&#8217;acido ellagico, e quelli <strong>derivanti dall’acido cinnamico</strong> (<strong>idrocinnamici</strong>), come l&#8217;acido caffeico e l&#8217;acido ferulico.</p>
<p>Nelle piante, l’acido 4-idrossibenzoico si forma attraverso la degradazione della catena laterale dell’acido cinnamico il quale è invece formato dalla deamminazione della fenilalanina. Altri acidi cinnamici sono ottenuti da ulteriori reazioni di ossidrilazione e metilazione che, in sequenza, costruiscono la disposizione dei sostituenti tipica della via dello shikimato, cioè l’ossigenazione in posizione “orto”. Possono esistere sia in forma cis sia in forma trans, interconvertibili per effetto della luce UV.</p>
<p>I più comuni sono gli <strong>acidi: <em>p</em>-cumarico, caffeico, ferulico e sinapico</strong>. Raramente si trovano in forma libera, in quanto sono per lo più derivati glicosilati o esteri degli acidi chinico, shikimico o tartarico. <strong>Gli acidi caffeico e chinico si combinano a formare l’acido clorogenico</strong>.</p>
<ul>
<li><strong>I lignani</strong></li>
</ul>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/lignani.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-29258" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/lignani.jpg" alt="" width="147" height="90" /></a>I lignani sono prodotti dalla dimerizzazione ossidativa di due unità di fenilpropano; sono prevalentemente presenti in natura in forma libera, mentre i loro derivati glicosidici sono solo una forma minore. Sono ampiamente distribuiti nel regno vegetale: sono contenuti nei tessuti legnosi di 55 famiglie di piante, nei cereali, ed in alcuni vegetali (broccoli, cavoli, fragole, carote, bacche e frutti di bosco). Tramite i lignani le piante si difendono dall’aggressione dei microrganismi; questa azione sembra mantenersi anche nel corpo umano svolgendo attività antibatteriche, antifungine, antitumorali in particolare contro il cancro alla prostata, al colon e quello della pelle, cardioprotettivi immunostimolanti.</p>
<p>I semi di lino ne rappresentano la principale fonte alimentare, fino a 3, 7 g/kg di peso secco di secoisolariciresinolo. La microflora intestinale metabolizza i lignani in enterodioli e enterolattoni.</p>
<ul>
<li><strong>Gli stilbeni</strong></li>
</ul>
<p>Basse quantità di stilbeni sono presenti nella dieta umana; il principale rappresentante è il <strong>resveratrolo,</strong> un composto presente in natura nelle due forme isomeriche cis e soprattutto nella forma trans, la quale mostra una maggiore attività biologica.   Gli stilbeni e loro derivati svolgono un ruolo di primaria importanza in relazione agli effetti benefici del vino sulla salute. Questi composti si ottengono tramite fotosintesi delle piante, e nell’uva si trovano nella buccia.</p>
<p>Il resveratrolo è una fitoalessina prodotta come risposta ad infezioni fungine da parte della pianta. È particolarmente presente nella <em>Vitis vinifera</em> ed in particolare nelle varietà a bacca rossa. Si trova soprattutto nella buccia e la consistenza del vino è tanto elevata quanto maggiore è il tempo di contatto delle bucce dell’uva durante il processo di fermentazione. Al resveratrolo vengono attribuite proprietà antitumorali, chemioterapeutiche, cardioprotettive e antiossidanti.</p>
<ul>
<li><strong>Tannini idrolizzabili</strong></li>
</ul>
<p>Dal punto di vista molecolare e strutturale i tannini si distinguono in: <strong>tannini idrolizzabili </strong>(presenti in alcune piante medicinali), derivati dall&#8217;acido gallico (C6-C1), di utilizzo in cosmesi, e <strong>tannini condensati </strong>(presenti nel vino rosso, tè), derivati dai flavonoidi, forti agenti di difesa passiva delle piante. I tannini idrolizzabili sono dei polimeri ad alto peso molecolare, e vengono detti idrolizzabili perché possono essere depolimerizzati da un enzima, chiamato tannasi. Quelli idrolizzabili sono strutturalmente diversi rispetto ai tannini condensati, anche se entrambi sono polimeri ad alto peso molecolare. Si distinguono i <strong>gallotannini</strong>, esteri dell&#8217;acido gallico e del glucosio, la cui idrolisi libera acido gallico, e gli <strong>ellagitannini</strong>, esteri dell&#8217;acido esaidrossidifenico e glucosio, la cui idrolisi libera acido ellagico.</p>
<ul>
<li><strong>Altri polifenoli</strong>: includono una varietà di composti come i <strong>curcuminoidi </strong>(dal curry), e altri.</li>
</ul>
<p>Questa è solo una classificazione generale e ci possono essere ulteriori sottoclassi e varianti di polifenoli. È anche importante notare che i polifenoli possono variare nella loro distribuzione tra diverse piante e possono offrire benefici per la salute in rapporto alle loro proprietà.</p>
<p>Viene riportata qui di seguito, per completezza, un altro tipo di classificazione che riporta anche i principali componenti di ogni singola classe.</p>
<p><strong>Classificazione dei polifenoli</strong></p>
<p><strong>Acidi fenolici </strong>–  sono una classe di composti chimici che contengono un gruppo fenolo (un anello aromatico con un gruppo idrossile). Questi acidi fenolici sono diffusi in natura e si trovano in vari alimenti. Alcuni esempi di acidi fenolici includono:</p>
<ul>
<li><strong>acido ellagico</strong>: presente in frutti come lamponi, fragole, mele, uva, noci e in alcuni tè.</li>
<li><strong>acido gallico</strong>: trovato in tè, uva, fragole, noci, e in alcune piante medicinali.</li>
<li><strong>acido caffeico</strong>: comune nel caffè, ma si trova anche in mele, pere, carote e molti altri alimenti.</li>
<li><strong>acido clorogenico</strong>: principalmente presente nel caffè, ma si trova anche in frutta come mele, pere, e in alcune verdure.</li>
<li><strong>acido rosmarinico</strong>: trovato in erbe aromatiche come rosmarino, timo e menta.</li>
<li><strong>acido <em>p</em>-cumarico</strong>: si trova in varie piante, inclusi cereali, legumi e frutta.</li>
<li><strong>acido sinapico</strong>: comune in semi di senape, noci e altre piante.</li>
<li><strong>acido protocatecuico</strong>: presente in alcune piante, tra cui il cioccolato e il vino rosso.</li>
<li><strong>acido vanillico</strong>: si trova in vaniglia, ma è presente anche in alcune spezie e frutta.</li>
<li><strong>acido <em>p</em>-idrossibenzoico</strong>: presente in molte piante, tra cui bacche, frutta e alcune verdure.</li>
</ul>
<p><strong>Flavonoidi </strong>– Rappresentano il gruppo di polifenoli più studiato e includono le seguenti sottocategorie:</p>
<ul>
<li><strong>flavonoli, </strong>comprendono</li>
<li><strong>quercetina</strong>: trovata in cipolle, mele, tè, broccoli e molti altri alimenti.</li>
<li><strong>miricetina</strong>: presente in mele, cipolle, pomodori e altre verdure.</li>
<li><strong>kaempferolo</strong>: trovato in spinaci, broccoli, tè verde e altre piante.</li>
<li><strong>isoramnetina</strong>: comune in cipolle, aglio e alcune varietà di frutta.</li>
<li><strong>rutina</strong> (quercetina-3-o-rutinoside): presente in ciliegie, mele, tè e agrumi.</li>
<li><strong>trolox</strong> (analogo sintetico della vitamina e): utilizzato come antiossidante, spesso menzionato in studi scientifici.</li>
<li><strong>fisetina</strong>: trovata in fragole, mele, cipolle e cetrioli.</li>
<li><strong>galangina</strong>: trovata in propoli, erbe e radici.</li>
<li><strong>quercitrina</strong>: presente in mele, cipolle e ciliegie.</li>
<li><strong>miricitrina</strong>: trovata in varie piante, inclusi lamponi e more.</li>
<li><strong>flavoni, </strong>comprendono</li>
<li><strong>luteolina</strong>: trovata in prezzemolo, sedano, pepe verde e altre verdure.</li>
<li><strong>apigenina</strong>: presente in prezzemolo, sedano, camomilla e alcune verdure.</li>
<li><strong>tangeretina</strong>: un flavone polimetossilato, presente soprattutto nelle bucce delle arance e dei mandarini.</li>
<li><strong>nobiletina</strong>: un altro flavone polimetossilato, presente soprattutto nelle bucce delle arance e dei mandarini.</li>
<li><strong>crisina</strong>: trovato nel miele e nella propoli.</li>
<li><strong>baicaleina</strong>: presente principalmente nella radice di <em>Scutellaria baicalensis</em> (una pianta tradizionale cinese).</li>
<li><strong>diosmetina</strong>: trovata in agrumi, prezzemolo e timo.</li>
<li><strong>ispidulina</strong>: trovata in alcune piante medicinali.</li>
<li><strong>naringenina</strong>: trovata in pomodori, agrumi e cacao.</li>
<li><strong>flavanoni, </strong>comprendono</li>
<li><strong>naringenina</strong>: trovata in agrumi, come arance e pompelmi.</li>
<li><strong>esperetina</strong>: presente principalmente nelle bucce di agrumi, come arance e limoni.</li>
<li><strong>eriodittiolo</strong>: si trova in agrumi e alcune erbe.</li>
<li><strong>isosacuranetina</strong>: trovata in agrumi e in alcune piante medicinali.</li>
<li><strong>nobiletina</strong>: un flavanone polimetossilato, presente soprattutto nelle bucce delle arance e dei mandarini.</li>
<li><strong>pinocembrina</strong>: trovata nel miele e in alcune piante, come la propoli.</li>
<li><strong>licurizina</strong>: trovata nella liquerizia e in alcune radici.</li>
<li><strong>fisetina</strong>: presente in alcune piante, comprese le fragole.</li>
<li><strong>sacuranetina</strong>: trovata in ciliegie e prugne.</li>
<li><strong>prunetina</strong>: si trova nelle ciliegie e in altre drupe.</li>
<li><strong>antocianine</strong>, comprendono</li>
<li><strong>cianidine</strong>: trovate in ribes, ciliegie, fragole, more e uva nera.</li>
<li><strong>delfinidine</strong>: presente in uva nera, ribes, more, fragole e melanzane.</li>
<li><strong>pelargonidine</strong>: trovata in fragole, ciliegie, lamponi e arance rosse.</li>
<li><strong>malvidina</strong>: comune in uva nera, mirtilli, ribes, more e melanzane.</li>
<li><strong>petunidine</strong>: trovata in melanzane, mirtilli e fiori di petunia.</li>
<li><strong>peonidina</strong>: presente in mele rosse, fragole, ciliegie e mais rosso.</li>
<li><strong>fianidina</strong>: trovata in mele, pere, uva bianca e pesche bianche.</li>
<li><strong>cianidina</strong>: comune in ciliegie, more, lamponi e uva nera.</li>
<li><strong>malvidin-3-glucoside</strong>: una delle forme in cui si trova la malvidina nelle piante.</li>
<li><strong>pelargonidin-3-glucoside</strong>: una delle forme in cui si trova la pelargonidina nelle piante.</li>
<li><strong>isoflavoni</strong>, comprendono</li>
<li><strong>genisteina</strong>: trovata principalmente nella soia, nei fagioli e in altre leguminose.</li>
<li><strong>daidzeina</strong>: presente anch&#8217;essa principalmente nella soia, nei fagioli e in altri legumi.</li>
<li><strong>gliciteina</strong>: altra isoflavona presente nella soia e in misura minore in alcuni altri alimenti.</li>
<li><strong>formononetina</strong>: si trova principalmente nella soia e nei fagioli.</li>
<li><strong>biochanina</strong> A: presente nella soia e in alcune piante leguminose.</li>
<li><strong>puerarina</strong>: trovata nella radice di kudzu, una pianta utilizzata in alcune tradizioni medicinali.</li>
<li><strong>glicitina</strong>: un altro isoflavone trovato nella soia e in alcune piante leguminose.</li>
<li><strong>prunetina</strong>: presente in misura minore nella soia e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>irisina</strong>: trovata in alcune varietà di legumi e nei germogli di soia.</li>
<li><strong>flavanoli</strong> (<strong>catechine e proantocianidine</strong>).</li>
<li><strong>Catechine</strong>:
<ul>
<li><strong>Epicatechina</strong>: presente nel tè verde, cioccolato fondente e alcune bacche.</li>
<li><strong>Epicatechina gallato</strong> (ECG): trovato nel tè verde e nel cioccolato fondente.</li>
<li><strong>Epigallocatechina </strong>(EGC): presente nel tè verde, cioccolato fondente e alcune bacche.</li>
<li><strong>Epigallocatechina gallato</strong> (EGCG): abbondante nel tè verde e presente anche nel cioccolato fondente.</li>
</ul>
</li>
<li><strong>Procianidine</strong>: presenti in diverse piante, tra cui uva, mele, cioccolato fondente e noci.</li>
<li><strong>Teoflavine</strong>: trovata nel tè nero.</li>
<li><strong>Teorubigine</strong>: anch&#8217;essa presente nel tè nero.</li>
<li><strong>Leucocianidine</strong>: trovate nell&#8217;uva e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>Afzelina</strong>: presente in varie piante, tra cui il tè verde e il cacao.</li>
<li><strong>Gallocatechine</strong>: presenti nel tè verde e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>Teobromina</strong>: trovata nel cacao e, di conseguenza, nel cioccolato.</li>
<li><strong>Cianidolo</strong>: presente in uva, mele, ciliegie e alcune piante.</li>
<li><strong>Teofilina</strong>: si trova nel tè, soprattutto nel tè nero.</li>
</ul>
<p>Attualmente sono state identificate oltre 4.000 varietà di flavonoidi, molti dei quali sono responsabili delle intense colorazioni di fiori, frutti e foglie. Quercetina, miricetina, e catechine sono alcuni tra i più comuni flavonoidi.</p>
<ul>
<li><strong>Stilbeni </strong>– La maggior parte degli stilbeni nelle piante agiscono come composti antifungini, prodotti in risposta a infezioni o lesioni. Il più studiato è il resveratrolo.</li>
<li><strong>Resveratrolo</strong>: trovato nell&#8217;uva, nei mirtilli, nelle arachidi e in alcune radici come quella di <em>Polygonum cuspidatum</em> (giapponese <em>Knotweed</em>).</li>
<li><strong>Piceatannolo</strong>: trovato nell&#8217;uva, in particolare nella buccia delle uve rosse.</li>
<li><strong>Pterostilbene</strong>: presente nel mirtillo, nella melanzana e in alcune altre piante.</li>
<li><strong>Pinosilvina</strong>: trovata nella corteccia di alcune specie di pini.</li>
<li><strong>Arachidilresveratrolo</strong>: si trova in alcune piante, tra cui la liquirizia.</li>
<li><strong>Pallidolo</strong>: trovato in diverse piante, inclusi alcuni tipi di orchidee.</li>
<li><strong>Isorapontigenina</strong>: presente in alcune piante come la Fallopia japonica.</li>
<li><strong>Astringina</strong>: trovato nei semi di senape.</li>
<li><strong>Scirpusina A</strong>: trovato in alcune specie di piante.</li>
<li><strong>OpeafenoIo</strong>: trovato in diverse piante, inclusi alcuni tipi di fungo.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Lignani </strong>–  contenuti nei tessuti legnosi delle piante, nei cereali, soprattutto nella segale, ed in alcuni vegetali (carote, broccoli, cavoli, fragole e frutti di bosco), sono dei composti fenolici formati dall&#8217;unione di molecole di fenilpropano.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>Secoisolariciresinolo</strong>: Trovato nel lino, nei semi di sesamo, nella crusca di grano e in alcune verdure.</li>
<li><strong>Matairesinolo</strong>: Presente nel lino, nei semi di sesamo e in alcune verdure.</li>
<li><strong>Lariciresinolo</strong>: Trovato in semi di lino, semi di sesamo, avena e alcune verdure.</li>
<li><strong>Pinoresinolo</strong>: Si trova in lino, semi di sesamo, crusca di grano, avena e alcune verdure.</li>
<li><strong>Sesamolo</strong>: Presente nei semi di sesamo.</li>
<li><strong>Enterodiolo</strong>: Prodotto dalla conversione microbiotica del secoisolariciresinol, trovato in semi di lino, semi di sesamo e verdure.</li>
<li><strong>Enterolattone</strong>: Anche questo è prodotto dalla conversione microbiotica del secoisolariciresinolo, trovato in semi di lino, semi di sesamo e verdure.</li>
<li><strong>Isolariciresinolo</strong>: Trovato in alcune piante, tra cui semi di lino e semi di sesamo.</li>
<li><strong>Podophillotossina</strong>: Trovato nel <em>Podophyllum</em>, una pianta utilizzata in alcune tradizioni medicinali.</li>
<li><strong>Coniferina</strong>: Presente in legno di conifere e alcune piante.</li>
</ul>
<p>La distribuzione di questi composti nei tessuti e nelle cellule vegetali non è uniforme e varia in base al loro <strong>livello di solubilità</strong>: i fenoli insolubili si trovano nelle pareti, mentre i fenoli solubili sono presenti prevalentemente in organelli di accumulo detti “vacuoli”.<br />
Nelle piante, <strong>il contenuto di polifenoli è influenzato da una serie di fattori</strong> tra cui il grado di maturazione al momento della raccolta, i fattori ambientali, la lavorazione e lo stoccaggio.</p>
<p>I fattori ambientali, come ad esempio il clima (esposizione al sole, precipitazioni), svolgono un ruolo chiave nel determinare il contenuto di polifenoli. In particolare, l&#8217;esposizione alla luce ha un effetto notevole sulla maggior parte dei flavonoidi.</p>
<p>Il grado di maturazione colpisce in modo diverso le concentrazioni e le proporzioni dei vari polifenoli: generalmente le concentrazioni degli acidi fenolici diminuiscono durante la maturazione, mentre le concentrazioni degli antociani aumentano.</p>
<p>La conservazione, inoltre, può anche influenzare il contenuto di polifenoli che sono facilmente ossidati, portando alla formazione di sostanze che alterano in particolare il colore e le caratteristiche organolettiche della frutta. La conservazione al freddo, al contrario, non ha influenza sul contenuto di polifenoli. I polifenoli negli alimenti sono legati anche ai metodi di preparazione culinaria, la semplice sbucciatura di frutta e verdura può ridurre in modo significativo il loro contenuto, in quanto, queste sostanze, sono spesso presenti in concentrazioni elevate nelle parti esterne. La cottura, inoltre, ha un effetto notevole: cipolle e pomodori, per esempio, perdono circa il 75% del loro iniziale contenuto di quercetina dopo ebollizione per 15 min, il 65% dopo cottura in un forno a microonde e il 30% dopo la frittura.</p>
<figure id="attachment_29259" aria-describedby="caption-attachment-29259" style="width: 206px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/quercentina.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-29259 size-full" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/quercentina.jpg" alt="Quercentina" width="206" height="140" /></a><figcaption id="caption-attachment-29259" class="wp-caption-text">Quercentina</figcaption></figure>
<p><strong>Variabilità del contenuto in polifenoli dei prodotti vegetali</strong></p>
<p>Anche se diverse classi di molecole fenoliche, come la quercetina (un flavonolo), si trovano nella maggior parte dei cibi vegetali (tè, vino, cereali, legumi, frutta, succhi di frutta, ecc.) altre classi si trovano solo in un particolare tipo di cibo (ad es. i flavanoni negli agrumi, gli isoflavoni nella soia, la florizina nelle mele, ecc.).</p>
<p>Tuttavia in natura è comune che diversi tipi di polifenoli si trovino nello <strong>stesso prodotto</strong>; e tale è il caso delle <strong>mele </strong>che <strong>contengono </strong><strong>flavanoli</strong><strong>, acido clorogenico, </strong><strong>acidi idrossicinnamici</strong><strong>, glicosidi della floretina, glicosidi della </strong><strong>quercetina</strong><strong> e </strong><strong>antociani</strong>.</p>
<p>La composizione in polifenoli può essere influenzata anche da altri parametri come il grado di maturazione al momento del raccolto, fattori ambientali, la lavorazione, sia casalinga che industriale, la conservazione e la varietà vegetale.</p>
<p>Come accennato, <strong>frutta, té e vino rosso costituiscono le principali fonti di polifenoli</strong>. Dai dati attualmente disponibili sembra che i frutti con il <strong>contenuto più alto in polifenoli siano le fragole, i litchi e l’uva, mentre le verdura con concentrazione maggiore sono i carciofi, il prezzemolo e i cavoletti di Bruxelles</strong>. Meloni ed avocado hanno le concentrazioni più basse.</p>
<p>Inoltre numerosi fattori, quali la maturazione, il tempo del raccolto/a, i fattori ambientali e lo stoccaggio, possono influenzare il contenuto di polifenoli delle piante. I fattori ambientali, come ad esempio il clima (esposizione al sole, precipitazioni), svolgono un ruolo chiave nel determinare il contenuto di polifenoli. In particolare, l&#8217;esposizione alla luce ha un effetto notevole sulla maggior parte dei flavonoidi. Il grado di maturazione colpisce in modo diverso le concentrazioni e le proporzioni dei vari polifenoli: generalmente le concentrazioni degli acidi fenolici diminuiscono durante la maturazione, mentre le concentrazioni degli antociani aumentano. La conservazione, inoltre, può anche influenzare il contenuto di polifenoli che sono facilmente ossidati, portando alla formazione di sostanze che alterano in particolare il colore e le caratteristiche organolettiche della frutta. La conservazione al freddo, al contrario, non ha influenza sul contenuto di polifenoli. I polifenoli negli alimenti sono legati anche ai metodi di preparazione culinaria, la semplice sbucciatura di frutta e verdura può ridurre in modo significativo il loro contenuto, in quanto, queste sostanze, sono spesso presenti in concentrazioni elevate nelle parti esterne. La cottura, inoltre, ha un effetto notevole: cipolle e pomodori, per esempio, perdono circa il 75% del loro iniziale contenuto di quercetina dopo ebollizione per 15 min, il 65% dopo cottura in un forno a microonde e il 30% dopo la frittura.</p>
<p><strong>Biodisponibilità dei polifenoli</strong></p>
<p>Il concetto di biodisponibilità può essere definito in vari modi. La definizione comunemente accettata di biodisponibilità è la parte del nutriente che viene digerita, assorbita e metabolizzata attraverso percorsi fisiologici. Di conseguenza, non è solo importante sapere una sostanza nutritiva quanto è presente in un alimento o in un integratore dietetico, ma ancor più importante è conoscere quanto questa è biodisponibile. Il metabolismo dei polifenoli è più o meno conosciuto. Generalmente, gli agliconi possono essere assorbiti dal piccolo intestino, tuttavia la maggior parte dei polifenoli sono presenti negli alimenti in forma di esteri, glucosidi, o polimeri che non possono, invece, essere assorbiti in forma nativa. Prima dell&#8217;assorbimento, questi composti devono essere idrolizzati dagli enzimi intestinali o dalla microflora del colon. Nel corso di assorbimento, i polifenoli subiscono una sostanziale modifica; vengono, infatti, trasformati, nelle cellule intestinali prima, e successivamente nel fegato, mediante metilazione, solfatazione e/o glucuronizzazione. Di conseguenza, le forme che sono in grado di raggiungere il sangue e i tessuti sono diversi da quelli presenti negli alimenti ed è molto difficile identificare tutti i metaboliti per valutare la loro biologica attività.</p>
<p>In definitiva, è piuttosto complesso valutare e quantificare la biodisponibilità dei flavonoidi; tuttavia, forme metabolizzate di flavonoidi presenti nel sangue differiscono significativamente dai composti nativi. La concentrazione plasmatica dei metaboliti totali può avere un intervallo di 0-4 µmol a litro con una dose assunta di 50 mg dell’aglicone, corrispondente alla forma non zuccherata del flavonoide dopo parziale metabolizzazione, e la parte escreta per via urinaria varia dallo 0.3% al 48% della dose ingerita in base al polifenolo. L’acido gallico e gli isoflavoni sono i polifenoli meglio assorbiti, seguiti dalle catechine, dai flavanoni e la quercetina glicoside, ma con differenti cinetiche. I polifenoli assorbiti di meno, invece, sono le proantocianidine, le catechine del te galloilate e le antocianine.</p>
<p>Nella Figura di seguito sono riportate le strutture chimiche di base dei principali flavonoidi.</p>
<p><a href="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-29260 size-medium" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi-300x187.jpg 300w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2024/01/formule-stutture-flavonoidi.jpg 695w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Taro &#8211; Colocasia esculenta</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/taro-colocasia-esculenta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 08:48:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tuberi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il taro è la radice commestibile della Colocasia esculenta, una pianta tropicale originaria dell&#8217;Asia, appartenente alla famiglia delle Aracee, coltivata per ragioni ornamentali, oltre che a scopo alimentare in varie parti del mondo, anche nel Mediterraneo. In giapponese la parola Tarō, Tarou o Taro (太郎) significa letteralmente &#8220;figlio più anziano&#8221;, essendo composto da 太 (ta, &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>taro </strong>è la radice commestibile della <em>Colocasia esculenta</em>, una <strong>pianta tropicale</strong> originaria dell&#8217;Asia, appartenente alla famiglia delle Aracee, coltivata per ragioni ornamentali, oltre che a scopo alimentare in varie parti del mondo, anche nel Mediterraneo.</p>
<p>In giapponese la parola Tarō, Tarou o Taro (太郎) significa letteralmente &#8220;figlio più anziano&#8221;, essendo composto da 太 (ta, &#8220;grande&#8221;, &#8220;spesso&#8221;) e 郎 (rou, &#8220;figlio&#8221;); è quindi analogo dal punto di vista semantico ai nomi Primo e Winona.</p>
<p>Originaria dell’India orientale e del Bangladesh, da dove si è diffusa verso l’Asia orientale e le isole del Pacifico, la pianta viene coltivata in particolare in alcune zone tropicali come la Nigeria (oggi primo produttore), Ghana, Cambogia, Costa d’Avorio; in questi paesi, essa rappresenta un’importante base alimentare. In Italia cresce molto bene all’aperto nelle regioni meridionali e in Sardegna e in alcuni casi si è anche naturalizzata.</p>
<p>La Colocasia viene coltivata anche come <strong>pianta d’appartamento</strong>; può arrivare a misurare un’altezza di un metro e mezzo, e vanta un alto potere decorativo imputabile alle foglie giganti (dette anche <strong>orecchie di elefante</strong>) a forma di cuore allungato o di freccia e che arrivano a misurare 80 centimetri di lunghezza e 40 di larghezza; i margini sono ondulati, il colore è verde, ed in alcune specie hanno evidenti nervature. I fiori sono infiorescenze formate da una spiga costituita da fiori e circondata da una brattea (foglie trasformate che proteggono il fiore e il frutto dal gelo e dai parassiti); misurano dai 20 ai 40 centimetri, sono a forma di imbuto e di colore giallo-crema; ricordano i fiori delle calle. Ogni pianta può portare più di una infiorescenza; il frutto è una bacca di 3 &#8211; 5 mm di diametro contenente numerosi semi. La fioritura e formazione del seme sono relativamente rari e la moltiplicazione è vegetativa, a partire da pezzi di cormo o cormi secondari allo stadio di 3 &#8211; 5 foglie o da piantine moltiplicate in semenzaio.</p>
<p>Il sistema radicale è superficiale e fibroso. Il cormo centrale, che rappresenta la struttura principale del fusto della pianta, ha forma cilindrica, è lungo fino a 30 cm e ha un diametro di 15 cm; <strong>la polpa può essere gialla, rosa o bianca</strong>. Esso <strong>costituisce la</strong> <strong>parte commestibile</strong> principale della pianta. Il tubero, noto col nome di origine polinesiana di <strong>taro, </strong>o anche<strong> eddo</strong></p>
<p>presenta una buccia sottile e ruvida, di colore rosso scuro-marrone, quasi cioccolato, e una polpa soda e carnosa, bianca con possibili riflessi violacei.</p>
<p>Le radici possono essere cucinate in molti modi diversi, tra cui la bollitura, la frittura e la cottura al forno. In alcune parti del mondo, la radice viene anche essiccata e trasformata in <strong>farina per la produzione di pane o biscotti</strong>.</p>
<p>La Colocasia cresce bene in terreni umidi e fangosi, ed è spesso coltivata in risaie o in terreni alluvionali; richiede in effetti terreno fertile e frequenti irrigazioni; non tollera la siccità; cresce bene anche ai margini di laghetti.</p>
<p>La Colocasia esculenta conta tantissime <strong>cultivars</strong> che si diversificano per alcune caratteristiche: il colore delle foglie e dei piccioli, la forma dei rizomi, le dimensioni, la rusticità solo per citarne alcune. Tra queste:</p>
<ul>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Black Magic”</em></strong> caratterizzata da foglie e piccioli color porpora scurissimo, quasi nere, opache.</li>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Fontanesii</em>”</strong>: si tratta di una cultivar che si distingue per i piccioli e le venature porpora scuro. Presenta la lamina fogliare lucida</li>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Mojito</em>”</strong>: presenta macchie porpora-nerastro sulla lamina fogliare. I piccioli sono scuri.</li>
<li><strong>Colocasia esculenta </strong>“<strong><em>Illustris</em></strong>”: questa antica cultivar antica presenta piccioli e venature verdi; le foglie nere violacee fumose contrastano brillantemente con le caratteristiche venature verde brillante che le attraversano.</li>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Black Beauty</em>”</strong>: somiglia alla varietà “Illustris” ma è di un verde più scuro.</li>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Nancy’s Revenge”</em></strong>: presenta foglie completamente verdi con una macchia bianca al centro che si allarga col tempo, in particolare lungo le venature principali. Ha meno tolleranza al freddo rispetto ad altre varietà.</li>
<li>“<strong><em>Black Runner”</em></strong>: è invece una varietà simile a “<em>Black Magic</em>” ma leggermente più scura, presenta margini fogliari ondulati e con numerosi stoloni.</li>
<li>La varietà <strong><em>“Black Coral”</em></strong>: la differenza con la “Black Magic” sta nelle foglie corrugate ed insolitamente lucide.</li>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Pink China”</em></strong>: ha il picciolo rosa.</li>
<li><strong>Colocasia esculenta “<em>Coffee Cups”</em></strong>: questa varietà è caratterizzata da una lamina fogliare di colore verde lucido e da nervature porpora scuro. La sua peculiarità è rappresentata dai margini della foglia che sono molto più in alto del centro della foglia.</li>
</ul>
<p><strong>Proprietà e benefici del taro</strong></p>
<p>Il taro è un tubero che ricorda le più celebri patate non solo nell&#8217;aspetto (nonostante sia leggermente più piccolo) ma anche da un punto di vista nutrizionale.</p>
<p>il Taro è una <strong>fonte ricca di carboidrati, fibre, vitamine e minerali tra cui spiccano magnesio, potassio, ferro e calcio</strong>, In particolare, <strong>le radici sono ricche di amido resistente</strong>, carboidrato che non viene digerito dall’intestino tenue e che può avere benefici per la salute intestinale.</p>
<p>Il taro contiene anche una buona quantità di vitamine, in particolare <strong>vitamina A e vitamina E</strong>,  <strong>vitamina C, vitamina B6, folati.</strong> Tuttavia, questo alimento contiene anche <strong>acido ossalico</strong>, che può interferire con l’assorbimento di calcio e provocare irritazioni. Per questo motivo, è importante <strong>cuocere bene questo tubero prima di consumarlo</strong>, in modo da ridurre il contenuto di acido ossalico e renderlo sicuro da mangiare.</p>
<p>Possiede un’alta digeribilità, molto più di quella della patata; a differenza delle patate però  <strong>non provoca un innalzamento dei livelli di glicemia</strong> nel sangue, e per questo motivo <strong>può essere consumato anche da chi soffre di diabete</strong>; regola la funzione cardiaca e favorisce la naturale circolazione del sangue. Apprezzato per il suo <strong>effetto diuretico</strong>, il taro ha <strong>proprietà antiossidanti</strong> dovute alla presenza di <strong>antociani</strong> ed è utile per proteggere e rafforzare il sistema immunitario, effetto della vitamina C.</p>
<p>Il taro è <strong>povero di proteine vegetali</strong> (attorno all&#8217;1%): le popolazioni rurali del Sud-Est asiatico, che sono costrette a farne un uso quasi esclusivo, presentano un addome rigonfio, sintomo tipico di questa carenza e di un eccesso di carboidrati.</p>
<p><strong>Usi in cucina</strong></p>
<p>In generale, il Taro è una pianta nutriente e versatile, che può essere utilizzata in molti piatti diversi per arricchire la dieta con carboidrati complessi, fibre e sostanze nutritive.</p>
<p>Gli antichi romani conoscevano bene il taro e lo proponevano come contorno di piatti di carne come oggi si fa con le patate. Il taro è stato utile per la sopravvivenza della popolazione dell’isola greca Icaria durante la seconda guerra mondiale e ancora oggi in Grecia il tubero bollito viene servito in insalata, condito con olio e succo di limone.</p>
<p>Il taro rappresenta un ingrediente fondamentale nella tradizione culinaria delle popolazioni sud americane e di alcuni Paesi del continente africano; è amato nella cucina orientale e protagonista della tradizione dell&#8217;<strong>Oceania. </strong></p>
<p>Il taro è un tubero dal <strong>sapore molto delicato</strong>, leggermente terroso e dolciastro, simile a una <strong>combinazione tra patate e castagne; </strong>come le comuni patate ha un’enorme versatilità di impiego.</p>
<p><strong>Può essere utilizzato sia per preparare piatti dolci che per ricette salate</strong>. Una volta sbucciata e pulita, la polpa del taro può essere semplicemente cotta al vapore, bollita o saltata in padella e servita come contorno da accompagnare a piatti a base di maiale o manzo, gusti con cui questo tubero si sposa alla perfezione. Ottime le chips (<strong>chips di taro</strong>), fritte in olio bollente proprio come le comuni patate, da mangiare rigorosamente con le mani.</p>
<p>In <strong>Cina,</strong> il taro è usatissimo oltre che cotto al vapore, bollito, saltato in padella, stufato con carne di manzo o di maiale; una volta cotto, viene impiegato come ripieno di ravioli o ancora trasformato in purea e aggiunto come insaporitore a dolci e bevande come gelati o <strong><em>bubble tea</em></strong>.</p>
<p>Pure a <strong>Taiwan</strong>, il tubero è un apprezzato ingrediente per dessert come le palline di taro, servite semplicemente con lo sciroppo oppure con pudding di tofu (<em>douhua</em>) o il <strong>famoso gelato grattugiato taiwanese (<em>bao bing</em>).</strong></p>
<p>In <strong>India</strong> è aggiunto ai piatti di curry o agli stufati di lenticchie (<em>sambar</em>), fritto in pastella per la colazione (come se fossero dei pancakes), cotto al vapore oppure bollito in acqua profumata al tamarindo e accompagnato dai tradizionali chutney, solo per fare qualche esempio.</p>
<p>In <strong>Giappone</strong> è fatto sobbollire nel brodo di pesce (<em>dashi</em>) e salsa di soia.</p>
<p>In passato questo tubero veniva proposto al posto del riso come companatico. Ed è alle <strong>Hawaii </strong>che questo prodotto ha ancora un ruolo fondamentale nella alimentazione di tutti i giorni. Il <strong><em>poi hawaiano</em></strong>, che accompagna ogni pasto fin dalla più tenera età, non è altro che taro cotto, pestato in un mortaio e miscelato con un goccio d’acqua per rendere il tutto più cremoso. Si può gustare fresco oppure può essere lasciato fermentare. Con la radice di taro in polvere mescolata a latte e perle di tapioca si prepara il <strong>taro bubble tea</strong>, la bevanda fresca e dissetante di cui tutti parlano e che si  trova sempre più spesso per le strade delle nostre città.</p>
<p>In <strong>Thailandia</strong> i cubetti bolliti sono venduti come <strong><em>street food</em></strong> per le strade e nei mercati, così come le citate chips di taro. Si può poi aggiungere nelle zuppe come si fa in <strong>Corea del sud</strong> (<em>toranguk</em>) ma anche nel <strong>Centro America</strong> (Panama, Costa Rica e Nicaragua). Mentre nelle <strong>Filippine</strong> lo propongono spesso nello stufato di gamberi. Il taro non è solo una tradizione esotica.</p>
<p>Celebre la <strong>zuppa coreana a base di taro</strong>, che pare aiutare le funzioni digestive oltre ad avere un ottimo sapore: la <strong>zuppa</strong> viene infatti servita in genere durante le festività e le occasioni più importanti perché aiuta appunto a mandare giù tutti i piatti preparati per l&#8217;occasione.</p>
<p>In Italia non è facilissimo trovare il taro e piatti a base di taro. Si può acquistarlo principalmente online; si può anche assaggiare questa radice nei ristoranti cinesi che servono <strong><em>dim sum</em></strong> <strong>o polpettine ripiene di taro</strong>: la sensazione è molto simile a quella di una patata ma dalla texture molto più leggera.</p>
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		<title>Jambul &#124; Syzygium cumini (L.) Skeels</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/jambul-syzygium-cumini-l-skeels/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 May 2023 15:22:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
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		<category><![CDATA[fenoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Syzygium cumini, comunemente noto come jambolan, prugna di Java, prugna nera o jamun, è un albero tropicale sempreverde nella famiglia delle Myrtaceae. È originario del subcontinente indiano, dalle regioni adiacenti del sud-est asiatico, tra cui Myanmar, Sri Lanka e Isole Andamane. Il termine Syzygium proviene dal greco σύζῠγος sýzygos accoppiato, unito, appaiato: in riferimento &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <em>Syzygium cumini</em>, comunemente noto come <strong>jambolan</strong>, <strong>prugna di Java</strong>, <strong>prugna nera</strong> o <strong>jamun</strong>, è un albero tropicale sempreverde nella famiglia delle <em>Myrtaceae</em>. È originario del subcontinente indiano, dalle regioni adiacenti del sud-est asiatico, tra cui Myanmar, Sri Lanka e Isole Andamane.</p>
<p>Il termine <em>Syzygium</em> proviene dal greco σύζῠγος <em>sýzygos</em> accoppiato, unito, appaiato: in riferimento alle foglie accoppiate. L’epiteto specifico <em>cumini </em>viene dal latino <em>cuminum </em>ed a sua volta dal greco κύμινον (<em>kúminon)</em>, antico termine del cumino.</p>
<p>Il <em>Syzygium cumini</em> è una specie arborea sempreverde a rapido accrescimento che può raggiungere altezze fino a 30 m e può vivere più di 100 anni. Il tronco è diritto e corto, robusto e poco ramificato, di solito intorno ai 40 – 100 cm di diametro. La corteccia è ruvida e grigio scuro, alla base dell’albero, diventando grigio più chiaro e più liscia più in alto. Le foglie, che hanno un aroma simile alla trementina, sono di colore rosate da giovani, virano a un verde scuro coriaceo, lucido con una nervatura centrale gialla man mano che maturano. I fiori sono profumati e piccoli, di circa 5 mm di diametro. La fioritura inizia da marzo ad aprile. I frutti, che si sviluppano entro maggio o giugno, assomigliano a grandi bacche e sono delle drupe; sono oblunghe e di forma ovoidale, di circa 20 mm x 18 mm.</p>
<p>Il frutto durante la maturazione passa dal colore verde a quello rosa e poi in rosso cremisi brillante e infine nero. Una varietà di questa pianta produce frutti di colore bianco.</p>
<p>Questa pianta è stata introdotta in alcuni Paesi quali le isole dell’Oceano Pacifico e Indiano, Australia, Hong Kong e Singapore. Inoltre è stato introdotto anche nell’America del Nord e negli Stati Uniti ed è comunemente coltivato nelle regioni tropicali e subtropicali del mondo.</p>
<p>Il suo habitat rientra nella maggior parte delle aree forestali tropicali e subtropicali dell’India, che vanno dalle latifoglie sempreverdi alle latifoglie e alle conifere, dalle zone umide a quelle abbastanza secche, vicino alla costa e persino nelle paludi.</p>
<p>Fuori dai territori d&#8217;origine è spesso considerata una <strong>specie invasiva</strong> e non è commercializzato, mentre è comune trovare i suoi frutti esposti nei mercati locali dei paesi asiatici: si tratta di bacche oblunghe, nere a maturazione e ricche di succo violaceo che colora in modo intenso lingua e denti.</p>
<p>Il frutto, o <strong>jambul</strong>, ha un aspetto simile a un susino selvatico e un sapore difficilmente descrivibile, una combinazione di sapore dolce, leggermente acido e astringente, non del tutto palatabile sulle prime, che gli indiani definiscono “<strong>metallico</strong>” e tende a colorare la lingua di viola; è <strong>ricco di vitamine, soprattutto la C</strong>, ed <strong>è usato per regolarizzare la pressione sanguigna e i livelli di zuccheri nel sangue</strong> grazie ad un glucoside detto <strong>jambolina</strong>; ha inoltre ottimi livelli di <strong>fenoli, flavonoidi, antociani, oli essenziali, ferro e magnesio</strong>. Il jambul contiene 60 kcal ogni 100 g.</p>
<p>Il <em>Syzygium cumini</em> è una pianta conosciuta ed utilizzata da tempi remoti. Secondo l&#8217;<strong>Ayurveda</strong> è ottimo in caso di diabete, di anemia, debolezza; aiuta la memoria e combatte l&#8217;inappetenza, le stomatiti, i problemi del cavo orale. Ad essi si aggiungono problemi renali, di acidità, cardiaci e bassi livelli di melanina. Esistono inoltre studi che dimostrano la sua capacità di proteggere dai danni al DNA dati dalle radiazioni.</p>
<p>Questa pianta riveste anche un particolare significato culturale e religioso in India. Krishna è anche noto per avere quattro simboli del frutto del jambu sul suo piede destro.</p>
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		<title>Marrubio &#124; Marrubium vulgare L.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/marrubio-marrubium-vulgare-l/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2023 11:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Marrubio, noto anche con i nomi di Marrobio o Trifoglione, è una piccola pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Lamiaceae; è alta fino ad 1 metro; ha foglie ovali e dal colore biancastro, dotate di un aspetto lanoso e margine dentato; i fiori, molto piccoli e di colore bianco, si trovano all’ascella delle &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Marrubio</strong>, noto anche con i nomi di <strong>Marrobio</strong> o <strong>Trifoglione</strong>, è una piccola pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle <em>Lamiaceae</em>; è alta fino ad 1 metro; ha foglie ovali e dal colore biancastro, dotate di un aspetto lanoso e margine dentato; i fiori, molto piccoli e di colore bianco, si trovano all’ascella delle foglie superiori.</p>
<p>Il Marrubio è originario della macchia mediterranea, specialmente di quei paesi europei che si affacciano al Mediterraneo. Oggi, il Marrobio è diffuso anche in Africa, Asia minore ed America del Nord. In Italia è una pianta piuttosto comune dal mare alle zone subalpine, dove si può trovare nei terreni incolti, sulle macerie o ai bordi delle strade e su terreni incolti ed aridi. Questa specie ha un certo interesse nel giardinaggio per il suo <strong>valore ornamentale</strong>.</p>
<p><strong>Etimologia</strong>: il nome <em>Marrubium</em> deriva dall’ebraico <em>mar</em>=amaro e <em>rab</em>=succo, in riferimento al gusto della pianta. <em>Volgare</em> = comune. Era una delle 5 piante amare che gli ebrei assumevano in preparazione alla Pasqua.</p>
<p>L’utilizzo del marrubio a scopi medicamentosi ha origini antichissime. Già gli Egizi, infatti, ne esaltavano le virtù terapeutiche e utilizzavano la pianta come efficace <strong>rimedio per le patologie dell’apparato respiratorio</strong>. Alla pianta vengono infatti ascritte <strong>proprietà espettoranti, sedative della tosse e antispasmodiche</strong> a livello bronchiale. La pianta contiene però anche sostanze <strong>amaro-toniche</strong>, <strong>stomachiche e coleretiche</strong>, attribuitegli da sostanze come la <strong>marrubina,</strong> dai flavonoidi e dall&#8217;olio essenziale contenuti al suo interno. Questa pianticella ha inoltre buone proprietà febbrifughe, specialmente utili nelle febbri di origine intestinale.</p>
<p>Per uso esterno, invece, al marrubio si attribuiscono <strong>proprietà astringenti, cicatrizzanti, detergenti e antisettiche.</strong></p>
<p>Ad ogni modo, <strong>l&#8217;uso del marrubio ha ottenuto l&#8217;approvazione ufficiale solo per il trattamento dell&#8217;inappetenza, dei disturbi digestivi e dei sintomi ad essi associati</strong>.</p>
<p>Le parti della pianta utilizzate in fitoterapia sono: le foglie (parti erbacee) e le sommità fiorite.</p>
<p>I <strong>principi attivi</strong> contenuti sia nelle foglie che nelle sommità fiorite sono<strong>: tannini, sostanze amare diterpeniche, olio essenziale, mucillagini, pectine, beta-sitosterolo, flavonoidi, antociani e sali minerali</strong> (calcio, potassio e ferro).</p>
<p>Nella <strong>medicina popolare</strong>, il marrubio viene utilizzato internamente per il trattamento di diverse affezioni del tratto respiratorio, come bronchiti (sia acute che croniche), pertosse, asma, infezioni delle vie aeree, affezioni catarrali del tratto respiratorio e per il trattamento di disturbi quali tubercolosi, diarrea, itterizia e mestruazioni dolorose. Inoltre, ad alte dosi la pianta viene utilizzata come rimedio lassativo.</p>
<p>Il marrubio trova impieghi anche in ambito omeopatico, dove lo si può trovare sotto forma di granuli, gocce orali e tintura madre. La <strong>medicina omeopatica</strong> sfrutta questa pianta in caso di bronchiti e affezioni catarrali delle vie aeree.</p>
<p>Le foglie possono essere usate <strong>in cucina</strong> come condimento. Il gusto è amaro e piccante e a volte sono usate per aromatizzare la birra. Mentre un olio essenziale ricavato dalla pianta viene usato nei liquori alle erbe.</p>
<p>Il marrubio è <strong>controindicato</strong> in caso di patologie a carico dell’apparato digerente, come pazienti affetti da gastrite e/o ulcera peptica, e nell’ipersensibilità ai suoi principi attivi. Non va utilizzato nelle donne in gravidanza e durante l’allattamento. Il succo della pianta fresca può causare dermatiti da contatto.</p>
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		<title>Perilla frutescens Britt.</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/perilla-frutescens-britt/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 15:58:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pianta erbacea della famiglia delle Lamiacee, originaria dell´Asia orientale, viene coltivata particolarmente in Giappone, Cina, Corea; è una pianta officinale annuale che per le sue spiccate proprietà antiallergiche, antin-fiammatorie e antiossidanti, è utile anche nel processo di rigenerazione cellulare: l’appel-lativo di pianta della giovinezza la rende non a caso particolarmente adatta nel contrastare l’invecchiamento cellulare. &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Pianta erbacea della famiglia delle Lamiacee, originaria dell´Asia orientale, viene coltivata particolarmente in Giappone, Cina, Corea; è una pianta officinale annuale che per le sue spiccate <strong>proprietà antiallergiche, antin-fiammatorie e antiossidanti</strong>, è utile anche nel processo di rigenerazione cellulare: l’appel-lativo di <strong>pianta della giovinezza</strong> la rende non a caso particolarmente adatta nel contrastare l’invecchiamento cellulare.</p>
<p>Possiede foglie ovali seghettate verdi o rosse, caratteristiche infiorescenze in spighe, dai quali si ottengono i semi molto ricchi di acido alfa-linoleico, utilizzati frequentemente per l´estrazione di oli alimentari ricchi di acidi grassi poliinsaturi. Dalle foglie e dai semi si possono ottenere estratti ricchi di flavonoidi.</p>
<p>La Perilla è una <strong>pianta della medicina tradizionale cinese e giapponese</strong>, usata per la cura delle affezioni delle vie respiratorie, per i reumatismi e in caso di spasmi.</p>
<p>Recentemente, l´approfondimento del fitocomplesso ha rivelato la presenza di costituenti attivi di natura flavonica che hanno rivelato eccellenti proprietà antiallergiche. La Perilla è quindi divenuta in breve la <strong>pianta di elezione in formulazioni antiallergiche</strong>, senza presentare gli effetti collaterali tipici degli analoghi rimedi farmacologici.</p>
<p>I complessi flavonici sono presenti nelle foglie e nei semi ma solo dai semi si ottiene l’estratto che ha mostrato una significativa attività sui principali mediatori della risposta infiammatoria dell´organismo.</p>
<p>Principi attivi: polifenoli e flavonoidi (<strong>luteolina, apigenina, crisoeriolina e acido rosmarinico</strong>); <strong>acidi grassi essenziali della serie omega 6 (acido linoleico)</strong>.</p>
<p><strong>Alla pianta vengono attribuite proprietà: antiallergiche, antiossidanti, immuno-modulatrici, antispastiche. </strong></p>
<p>Trova <strong>indicazioni per uso interno</strong>: disturbi allergici in genere, allergie delle vie respiratorie (febbre da fieno, asma), dermatiti atopiche, orticaria, eczema da contatto, allergie stagionali.</p>
<p>La <em>Perilla frutescens</em> trova numerose forme d’impiego <strong>come pianta alimentare</strong> (ortaggio da foglia, aromatica e per l’olio estratto dai semi), ma anche <strong>come pianta cosmetica e medicinale</strong>. I semi sono utilizzati come <strong>mangime per uccelli ed altri animali</strong> o per consumo umano.</p>
<p><strong>L&#8217;olio derivato dai semi viene utilizzato come combustibile</strong>, come olio essiccante per vernici oppure come olio da cucina. In Giappone e in Cina, i semi vengono tostati e la polvere ottenuta viene utilizzata come aromatizzante, oppure vengono impiegati per insaporire le pietanze. I semi contengono circa il 45% di olio per la maggior parte composto da acidi grassi insaturi, in particolare acido linolenico (circa 68%) e acido linoleico (circa 14%) notoriamente efficaci nel prevenire molte importanti malattie e nel trattamento delle allergie. L’olio di perilla contiene anche 17 aminoacidi e non include componenti insalubri come ad esempio l&#8217;<strong>acido sinapico</strong> che è ricco di olio di colza; è quindi un olio commestibile, di alta qualità. Le foglie sono usate per produrre un olio essenziale per aromatizzare.</p>
<p>Nella cucina asiatica sono utilizzate nelle preparazioni gastronomiche di diversi piatti tradizionali, soprattutto coreani (<strong>kaennip</strong>) e giapponesi (<strong>shiso</strong>). La perilla è <strong>consumata fresca, in salamoia, sottaceto o conservata in salsa di soia</strong> per insaporire riso e come contorno ai piatti più semplici, ma anche in ricette a base di pesce, zuppe e insalate. Da sola può essere cucinata come <strong>tempura</strong>, un piatto tipico dei paesi orientali, in cui pesce e verdure sono mischiati a una pastella e fritti. <strong>La varietà</strong> di perilla di colore rosso (o viola), chiamata <strong>Aka-Shiso</strong> in Giappone, <strong>è ricca di antociani</strong> ed è spesso usata come guarnizione, aromatizzante e colorante.</p>
<p>Sono numerosi gli impieghi della perilla nel campo della medicina tradizionale e dell’erboristeria, grazie alla presenza dei suoi composti biologicamente attivi.</p>
<p>L’impiego nella medicina asiatica è giustificato dalle <strong>proprietà antimicrobiche, antiallergiche, antinfiammatorie, anticolesterolemiche, antiasmatiche, antibatteriche, antispasmodiche e antitosse</strong>. I gambi della pianta sono tradizionalmente utilizzati come <strong>analgesico</strong> e come <strong>agente anti-abortivo</strong>. Le foglie sembrano essere utili <strong>contro asma, raffreddori, influenze</strong> e per regolare la funzione dello stomaco, mentre i semi vengono impiegati per combattere la dispnea e come sollievo per la tosse, eliminando il catarro. Alcuni studi su animali suggeriscono che <em>P. frutescens</em> potrebbe anche essere utile per combattere l’anafilassi, grave reazione allergica a rapida comparsa che può causare la morte, comunemente associata a punture di insetti, assunzione di alimenti e farmaci.</p>
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		<title>Malva &#124; Malva Sylvestris</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/malva-malva-sylvestris/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 08:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[antociani]]></category>
		<category><![CDATA[flavonidi]]></category>
		<category><![CDATA[glucoside malvina]]></category>
		<category><![CDATA[malva selvatica]]></category>
		<category><![CDATA[mucillagini]]></category>
		<category><![CDATA[omnimorbia]]></category>
		<category><![CDATA[proprietà emollienti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La malva selvatica (Malva sylvestris L., 1753) è una pianta appartenente alla famiglia delle Malvaceae. Il nome generico deriva dal greco “malàkhe” (molle, emolliente) in relazione alle proprietà emollienti dei frutti non maturi, delle foglie e dei germogli; il nome specifico, dal latino “sylva” (selva), allude all&#8217;habitat boschivo. E&#8217; una pianta &#8220;gentile&#8221; e nel linguaggio &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>malva selvatica</strong> (<em>Malva sylvestris</em> L., 1753) è una pianta appartenente alla famiglia delle <em>Malvaceae</em>. Il nome generico deriva dal greco “malàkhe” (molle, emolliente) in relazione alle <strong>proprietà emollienti</strong> dei frutti non maturi, delle foglie e dei germogli; il nome specifico, dal latino “sylva” (selva), allude all&#8217;habitat boschivo.</p>
<p>E&#8217; una pianta &#8220;gentile&#8221; e nel linguaggio dei fiori il suo nome significa &#8220;<strong>pacatezza</strong>&#8220;. In epoca medievale si riteneva che il consumo di questa pianta favorisse una condotta controllata, fu così utilizzata come rimedio per tutti i mali rinominandola infatti <strong><em>omnimorbia</em></strong>; Orazio invece racconta che i romani consumavano largamente come alimento la malva, le cui virtù curative erano già note.  Il grande imperatore Carlo Magno, infine, essendo un grande appassionato di piante alimentari e curative, pretese che ci fosse una coltivazione di malva nei suoi giardini personali.</p>
<p>È una pianta erbacea annuale, biennale o perenne. Presenta un fusto eretto o prostrato che può crescere dai 60 agli 80 cm. Le foglie di forma palminervia dai 5 ai 7 lobi e margine seghettato irregolarmente. I fiori sono riuniti all&#8217;ascella delle foglie, e spuntano da aprile a ottobre, di colore rosaceo con striature scure, con petali bilobati. Il frutto è un poliachenio circolare.</p>
<p>Pianta originaria dell&#8217;Europa e Asia temperata, è presente in tutte le regioni d&#8217;Italia. Cresce in siti ruderali lungo vie e muri, in discariche, aiuole, giardini ed orti, su suoli da sabbiosi a limoso-argillosi, spesso subaridi d&#8217;estate, ricchi in composti azotati, dal livello del mare alla fascia montana. Periodo di fioritura: maggio-settembre.</p>
<p>Della pianta si utilizzano foglie, fiori e in alcuni casi la radice, il periodo di raccolta va da aprile ad ottobre; i fiori vanno raccolti appena schiusi e fatti asciugare all&#8217;ombra in ambiente ventilato.</p>
<p>Le foglie hanno un lungo picciolo, sono palmate, con lamina fogliare a contorno circolare, di forma pentagonale. Si raccolgono prima che la pianta abbia formato i fusti semilegnosi, si possono disidratare anche esponendole direttamente al sole per qualche giorno.</p>
<p>I fiori si trovano all&#8217;ascella delle foglie, solitamente raggruppati in piccoli fasci da 2 a 6, più raramente solitari. Sono di colore roseo-lilla, con particolari venature longitudinali color porpora.  La fioritura avviene nel periodo compreso tra maggio e settembre ed essendo una pianta mellifera è un&#8217;ottima riserva di nettare per le api.</p>
<p>La <em>malva sylvestris</em> è una pianta molto utilizzata in erboristeria. I suoi <strong>costituenti principali</strong> sono: un alto contenuto di <strong>mucillagini</strong>, <strong>flavonidi</strong>, composti <strong>antociani, vitamine</strong> B1e B2, vitamina A e C, beta-carotene, sali minerali quali potassio, glucosio, ossalato di calcio, resine, pectine, proteine. I fiori contengono anche olio essenziale e il <strong>glucoside malvina</strong>.</p>
<p>Tali elementi, abbinati tra loro, le conferiscono proprietà <strong>emollienti, lenitive, calmanti, antinfiammatorie, espettoranti e </strong>leggermente<strong> lassative</strong>. Un vecchio detto afferma: &#8220;un orto e la Malva danno sufficienti medicine per la casa&#8221;.</p>
<p>Attraverso infusi e decotti si possono sfruttare <strong>le proprietà antinfiammatorie ed </strong>emollienti per alleviare, con uso interno, <strong>le infezioni del cavo orale e intestinale</strong>, come bronchiti, tosse, infezioni alla gola, catarro, asma e gastrite.</p>
<p>Per uso esterno, invece, si può utilizzare la malva come <strong>colluttorio</strong>. E&#8217; efficace per gli stati infiammatori delle mucose, della bocca, della gola, per il mal di denti e per le gengive sanguinanti. In questo caso, oltre all&#8217;infuso da utilizzare come colluttorio, si possono applicare direttamente le foglie e i fiori sulla parte dolorante, dopo averli schiacciati in un piccolo mortaio.</p>
<p>In Cucina si usano i germogli, i fiori freschi o le foglioline. Diffuso l&#8217;uso alimentare delle foglie di questa pianta, crude in insalata o cotte nei misti di verdure, nelle minestre e nelle zuppe. Trovano anche impiego nella preparazione del ripieno dei ravioli, spesso vengono aggiunte ed utilizzate nell&#8217;impasto delle polpette. Utilizzata come verdura può regolare le funzioni intestinali grazie alle mucillagini che si gonfiano e premono delicatamente sulle pareti dell&#8217;intestino, stimolandone la contrazione e quindi agevolandone lo svuotamento. Contro la stitichezza abituale la malva è insuperabile se la si mangia lessata in poca acqua e condita con olio.</p>
<p>Le foglie si possono consumare come un&#8217;ottima verdura cotta, da unire a frittate, risotti e minestre (in questo caso vanno liberate dalla costolatura e finemente tritate). Una volta cotte, le foglie possono anche essere conservate nel congelatore, mentre i fiori vanno consumati freschi e colti al momento.</p>
<p>In erboristeria se ne commerciano sia le foglie che i fiori e viene utilizzata prevalentemente per le proprietà antiinfiammatorie ed emollienti, sia per uso esterno che per uso interno. L&#8217;azione emolliente e lenitiva degli impacchi di malva è utile anche <strong>in caso di pruriti e pelle arrossata</strong>. Ad esempio, se fate una passeggiata in montagna e venite in contatto con l&#8217;ortica cercate la malva e sfregate le foglie sulla parte della pelle colpita, noterete subito un rapido sollievo.</p>
<p>I decotti di fiori e foglie di malva, da aggiungere all&#8217;acqua, sono efficaci per bagni emollienti e idratanti.</p>
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		<title>Drosera Rotundifolia</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/drosera-rotundifolia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 13:41:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[acido organici malico]]></category>
		<category><![CDATA[antociani]]></category>
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		<category><![CDATA[pianta carnivora]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La drosera o rosòlida (Drosera rotundifolia L., 1753), conosciuta anche col nome Rugiada del Sole, è una pianta erbacea carnivora (o meglio insettivora) della famiglia delle Droseraceae; alta 10–20 cm, con foglie tonde e leggermente concave, lungamente picciolate e disposte in una rosetta basale: sono dotate di una sorta di peli color porpora simili a &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>drosera</strong> o <strong>rosòlida</strong> (<em>Drosera rotundifolia</em> L., 1753), conosciuta anche col nome <strong>Rugiada del Sole</strong>, è una <strong>pianta</strong> erbacea carnivora (o meglio <strong>insettivora</strong>) della famiglia delle <em>Droseraceae</em>; alta 10–20 cm, con foglie tonde e leggermente concave, lungamente picciolate e disposte in una rosetta basale: sono dotate di una sorta di peli color porpora simili a tentacoli, le cui sommità secernono minuscole gocce di una sostanza zuccherina, vischiosa e lucente, che dona loro un aspetto rugiadoso e attraente, con funzione di attrarre e intrappolare i piccoli artropodi, specialmente insetti, che incautamente vi si posano. Una volta catturata la preda, la secrezione da neutra diviene acida e proteolitica, consentendo alla pianta di digerire ed assimilare le sostanze nutritive; completata la digestione i tentacoli si riaprono e la trappola si riattiva, mentre i residui chitinosi dell&#8217;insetto sono dispersi dal vento.</p>
<p>Il nome del genere deriva dal greco δροσερός <em>droserós</em> rugiadoso, “coperto di rugiada&#8221; a causa dei citati lunghi tentacoli con peli porporini che secernono gocciole di un liquido vischioso dando l’aspetto “rugiadoso”; il nome specifico “rotundifolia” si riferisce alla forma arrotondata delle foglie, da <em>rotundus</em> rotondo e <em>folium</em> foglia: con foglie di forma arrotondata. Periodo di fioritura: giugno-agosto.</p>
<p>La <em>Drosera rotundifolia</em> è presente in tutto l&#8217;emisfero settentrionale; è infatti diffusa, oltre che in Nord America, anche in Asia e in gran parte dell&#8217;Europa. In Italia è piuttosto rara e in alcune regioni è considerata specie protetta; la si può trovare fra gli sfagni (un tipo di muschi) dell&#8217;Arco Alpino e Prealpino, in Romagna e in Toscana. La pianta predilige ambienti umidi e freschi, come paludi, acquitrini, torbiere, margini di laghi, fiumi, o stagni ad altitudini da 300 a 1600 m.; ha adattato il suo metabolismo a un ambiente molto acido povero di sostanze nutritive, che si procura digerendo i piccoli insetti che rimangono invischiati sulle ghiandole fogliari.</p>
<p>La droga, cioè la parte di pianta contenente il fitocomplesso, è costituita dalle parti aeree; il tempo balsamico, cioè quello in cui maggiore è la concentrazione dei principi attivi, corrisponde al periodo estivo.</p>
<p><strong>Il fitocomplesso contiene naftochinoni </strong>(dotati di proprietà fungicide e antibatteriche),<strong> glucosidi, oli essenziali, flavonoidi </strong>(quercitina e isoquercitina)<strong>, antociani, enzimi proteolitici, tannini, resine, minerali, acidi organici citrico e malico</strong>, che nell&#8217;insieme concorrono a conferire alla pianta le sue<strong> proprietà bechiche, antispasmodiche, antitussive, broncosedative, antisettiche, leggermente antibiotiche, decongestionanti, antinfiammatorie, secretolitiche, espettoranti, demulcenti.</strong></p>
<p>Le foglie contengono in particolare il <strong>droserone</strong>, una complessa sostanza chimicamente simile alla <strong>plumbagina</strong>, un derivato naftochinònico, che esercita un&#8217;azione benefica come calmante per diverse tipologie di tosse, in particolare tosse stizzosa con broncospasmo, asma, pertosse, &#8220;tosse del fumatore&#8221;: si ipotizza che la <em>Drosera rotundifolia</em> agisca specificamente come <strong>calmante della muscolatura liscia dei bronchi</strong> (e sembra anche di quella intestinale).</p>
<p>Possiede proprietà antinfiammatorie, grazie alla presenza di <strong>naftoquinone</strong> e/o di flavonoidi, mentre l&#8217;<strong>acido ellagico </strong>gioca un ruolo importante nell&#8217;effetto antiangiogenico degli estratti di Drosera.</p>
<p>La <em>Drosera rotundifolia</em> produce, inoltre, una vasta gamma di <strong>enzimi chitinolitici</strong>.</p>
<p>Nell&#8217;uso popolare il succo fresco, per la sua ricchezza in sostanze proteolitiche, è utilizzato per uso esterno contro le verruche, ma è necessario applicarlo con accortezza, poiché la linfa delle foglie, a contatto con la pelle, può provocare irritazioni e arrossamenti.</p>
<p>In alcuni antichi testi di erboristeria è riportata la proprietà di <strong>far cagliare il latte</strong>, come avviene con altre piante, come il <em>Galium verum</em>, utilizzato talvolta come caglio vegetale per produrre formaggi adatti ai vegetariani.</p>
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		<title>Karkadè &#124; Hibiscus Sabdariffa</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/karkade-hibiscus-sabdariffa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 15:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[Acetosa Giamaicana]]></category>
		<category><![CDATA[acido 3-4]]></category>
		<category><![CDATA[acido ascorbico]]></category>
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		<category><![CDATA[tè rosso d'Abissinia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Karkadè (Hibiscus sabdariffa L.) è una pianta della famiglia delle Malvaceae, genere Hibiscus. È una pianta perenne, che può raggiungere i tre metri di altezza; le foglie sono verdi con margine leggermente dentato e lamina trilobata; i fiori hanno cinque petali riuniti in un calice rosso e carnoso; il calice viene raccolto dopo la &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Karkadè </strong>(<em>Hibiscus sabdariffa </em>L.) è una pianta della famiglia delle Malvaceae, genere Hibiscus.</p>
<p>È una pianta perenne, che può raggiungere i tre metri di altezza; le foglie sono verdi con margine leggermente dentato e lamina trilobata; i fiori hanno cinque petali riuniti in un calice rosso e carnoso; il calice viene raccolto dopo la fecondazione, quando aumenta di dimensione e diviene carnoso. È una pianta diffusa in Africa e Asia, conosciuta per l’utilizzo dei suoi calici nella produzione di una bevanda che si ottiene tramutando in infuso i petali secchi dei fiori di ibisco e prende il nome di karkadè o <strong>Tè rosa dell&#8217;Abissinia</strong>. La bevanda che si ottiene è rinfrescante e dissetante, lievemente acidula e agrumata e dall&#8217;inconfondibile colore rosso intenso, dalle proprietà diuretiche, lenitive e antinfiammatorie.</p>
<p>La parola karkadè deriva dal nome <em>karkadeb</em>, il modo in cui la pianta è chiamata nel dialetto Tacruri, in Etiopia. Questa bevanda è conosciuta anche con altri nomi come <strong>tè rosso</strong>, <strong>tè rosso d&#8217;Abissinia</strong>, <strong>tè Nubiano</strong>, <strong>Acetosa Giamaicana</strong> o <strong>tè d&#8217;ibisco</strong>.</p>
<p>Il karkadè è molto apprezzata in Africa, dove oltre alla versione rossa se ne consuma anche una verde e viene consumata sia calda sia fredda; oggi è diffuso anche in Europa, dove è arrivato dopo il periodo coloniale, É una delle piante note nella medicina ayurvedica per la cura di varie patologie e disfunzioni fisiologiche.</p>
<p>Il consumo di karkadè ha <strong>azione antinfiammatoria e antiossidante </strong>ed è utile per proteggere i vasi sanguigni e a contrastare la fragilità capillare varici, le emorroidi, la couperose e la cellulite. Le <strong>proprietà diuretiche</strong> dell&#8217;infuso di karkadè, contribuiscono ad abbassare la pressione sanguigna e, unite all&#8217;azione antinfiammatoria e antiossidante i possono migliorare il decorso delle infezioni e delle infiammazioni a carico delle vie urinarie come la cistite e aiutare a combattere la ritenzione idrica. Inoltre, il karkadè ha <strong>azione emolliente e blandamente lassativa</strong>, dunque il suo consumo può aiutare ad alleviare la stipsi cronica. <strong>Diversamente dal tè, il karkadè non contiene caffeina</strong>, <strong>ma presenta comunque un&#8217;azione tonica</strong> che aiuta a combattere stanchezza e astenia.</p>
<p>I benefici del karkadè sono attribuiti alla presenza di numerosi <strong>principi attivi</strong> tra cui <strong>acido ibiscico, acido citrico, acido ossalico, acido tartarico, acido malico, antociani, acido ascorbico, tannini, mucillagini e fitosteroli</strong> presenti nella droga della pianta.</p>
<p>La pianta è in grado di proteggere fegato e reni dai danni causati da chemio e radioterapia grazie alla presenza in essa di composti chimici quali la <strong>gossipetina</strong>, i <strong>glucosidi</strong>, l’<strong>acido ibiscico</strong>, gli <strong>antociani</strong> e l’<strong>acido 3-4,diidrossibenzoico</strong>, in grado di contrastare la formazione di radicali liberi. <strong>L&#8217;olio essenziale</strong>, ricavato dai semi di Ibisco, <strong>ha proprietà ipocolesterolemizzanti</strong> grazie alla presenza di acidi grassi essenziali e vitamina E.</p>
<p>I fiori hanno azione diuretica mentre le radici trovano impiego nella preparazione di <strong>amari liquorosi</strong>.</p>
<p>Le bevande a base di <em>Hibiscus</em>, come il karkadè, possono ridurre i livelli plasmatici di <strong>clorochina</strong>, riducendone l’efficacia. Inoltre bere karkadè prima di assumere <strong>paracetamolo</strong> può aumentare la velocità di eliminazione del farmaco dall’organismo. In caso di dubbi è bene chiedere consiglio al proprio medico. Il consumo di <em>Hibiscus</em> durante la gravidanza è sconsigliato; alcuni dati suggeriscono infatti che potrebbe promuovere le perdite mestruali e quindi aumentare il rischio di aborto. Inoltre l’<em>Hibiscus</em> può ridurre i livelli ematici di zucchero e quindi deve essere assunto con cautela da chi è in trattamento farmacologico contro il diabete e da chi ha in programma un intervento chirurgico (è sempre bene chiedere consiglio a tal proposito al proprio medico).</p>
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		<title>Boysenberry &#124; Rubus idaeus x Rubus ulmifolius</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/boysenberry-rubus-idaeus-x-rubus-ulmifolius/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 13:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dal Mondo Vegetale]]></category>
		<category><![CDATA[Piccoli frutti]]></category>
		<category><![CDATA[acido ellagico]]></category>
		<category><![CDATA[acido folico]]></category>
		<category><![CDATA[antociani]]></category>
		<category><![CDATA[boysenberry]]></category>
		<category><![CDATA[fibra alimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il boysenberry (Rubus idaeus x Rubus ulmifolius) è un frutto di bosco; precisamente si tratta di un ibrido, ottenuto incrociando il lampone con la mora del Pacifico. Secondo altre fonti sarebbe un incrocio più complesso ottenuto da lampone (Rubus idaeus), mora di rovo europea (Rubus fruticosus), mora di rovo americana (Rubus aboriginum), e loganberry (Rubus &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>boysenberry</strong> (Rubus idaeus x Rubus ulmifolius) è un frutto di bosco; precisamente si tratta di un ibrido, ottenuto incrociando il lampone con la mora del Pacifico. Secondo altre fonti sarebbe un incrocio più complesso ottenuto da lampone <em>(Rubus idaeus</em>), mora di rovo europea (<em>Rubus fruticosus</em>), mora di rovo americana (<em>Rubus aboriginum</em>), e <em>loganberry</em> (<em>Rubus × loganobaccus</em>). Non è coperto da brevetto.</p>
<p>Nei tardi anni 20 del ventesimo secolo, George M. Darrow dell&#8217;USDA cominciò a effettuare delle ricerche su alcune voci riguardanti una grande bacca di color porpora-rossastro che era stata coltivata in una fattoria della California settentrionale da un certo <strong>Rudolph Boysen</strong>. un agronomo di origine svedese che viveva nella Napa Valley in California.  Darrow chiese l&#8217;aiuto di Walter Knott, un agricoltore della California meridionale che era noto come un esperto di frutti di bosco. Knott non aveva ancora sentito parlare del nuovo frutto, ma fu ugualmente d&#8217;accordo ad aiutare Darrow nella sua ricerca.</p>
<p>Darrow e Knott vennero a sapere che Boysen aveva abbandonato i suoi esperimenti sulla coltivazione di quel frutto molti anni prima e venduto la sua fattoria. Incuriositi da queste notizie, Darrow e Knott rovistarono il giardino dalla vecchia fattoria di Boysen, e lì trovarono molte fragili piante che sopravvivevano a stento, soffocate dalle erbacce. Dopo averne estirpate alcune, le trapiantarono nel campo della fattoria di Knott a Buena Park, in California, dove lui stesso riprese a coltivarle affinché fruttificassero.</p>
<p>Walter Knott fu il primo a coltivare a fini commerciali il frutto in California meridionale. Cominciò a vendere i boysenberries nella sua bancarella della sua fattoria nel 1935 e presto il suo lavoro fu appagato in quanto le persone ritornavano per comprarle. Quando gli chiesero come si chiamassero tali frutti lui rispose &#8220;Boysenberries&#8221;, nome ereditato dal loro inventore.</p>
<p><strong>La pianta</strong> si presenta come un cespuglio allungato formato da numerosi rami semi-legnosi che possono raggiungere circa i 2 m di lunghezza.  Non presenta spine e resiste bene alle basse temperature (fino massimo -10). E’ preferibile non coltivare la pianta al di sopra dei 1000 m s.l.m., mentre, nelle zone con clima molto caldo e siccitoso è consigliabile mettere a dimora la pianta in una posizione semi-soleggiata. Presenta fiori ermafroditi, per cui anche una sola pianta è in grado di fruttificare.</p>
<p>Matura da luglio a settembre e a maturazione il frutto diventa scuro. La pianta si presenta in tralci vigorosi e leggermente spinosi. Predilige terreni di medio impasto, abbastanza fertili, freschi, umidi ma ben drenanti. Non sopporta i terreni calcarei. Richiede una posizione in sole o ombra parziale e non ha particolari esigenze di esposizione.</p>
<p>Dopo tre anni dall´impianto la pianta di Boysenberry può considerarsi adulta e la produzione media per ogni singola pianta è di 1,5-2 Kg. Le piante sono longeve e hanno un raccolto economicamente interessante per un periodo di almeno 30 anni.</p>
<p>Boysenberry è forse <strong>il frutto di bosco di maggiori dimensioni mai ottenuto</strong>. Sia la pianta che la pezzatura del frutto risultano simile a quella di una mora più grande e vigorosa, i frutti hanno una forma allungata più simile ad un lampone ma dal colore scuro a ricordare una mora.</p>
<p>Il frutto si presenta di grandi dimensioni (3 cm di lunghezza e 8 g di peso in media) e leggermente allungato, è soffice e profumato; gusto buono, molto aromatico, vinoso quasi. La bacca è quasi senza semi. Un boysenberry maturo è pieno, sodo e di un colore viola rossastro uniforme. Non sorprende che il boysenberry abbia un sapore molto simile a un incrocio tra una mora e un lampone. Ha l’intensità succosa di una mora, il carattere dolce e floreale di un lampone e un po’ più di gusto di entrambi i suoi genitori.</p>
<p><strong>Oltre a poter essere consumati freschi</strong>, i Boysenberries <strong>vengono impiegati anche nella</strong> <strong>preparazione di marmellate, confetture e sciroppi</strong>. La scarsa resistenza alla manipolazione ne ha limitato la diffusione per il consumo fresco.</p>
<p>Contengono:</p>
<ul>
<li><strong>Antociani</strong>: i boysenberries contengono alti livelli di antociani e la ricerca attuale ha collegato gli antociani al miglioramento della vista, alla riduzione delle infiammazioni, alla protezione dalle malattie cardiovascolari e dagli effetti dell’invecchiamento.</li>
<li><strong>Acido ellagico</strong>: i boysenberries contengono alte concentrazioni di acido ellagico biodisponibile che ha dimostrato di avere potenziali proprietà anti-cancerogene.</li>
<li><strong>Fibra alimentare</strong>: una sostanza simile ai carboidrati che si trova solo nelle piante. I suoi benefici includono il mantenimento di un tratto gastrointestinale sano, l’assistenza alla riduzione dei livelli di colesterolo nel sangue e l’abbassamento del rischio di malattie cardiache.</li>
<li><strong>Acido folico</strong>: i boysenberry hanno anche un’elevata attività antiossidante, che può aiutare a prevenire e/o ritardare le principali malattie degenerative. Si ritiene che la combinazione di sostanze fitochimiche come le vitamine, gli antociani e l’acido ellagico che lavorano insieme li renda così efficaci.</li>
</ul>
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