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	<title>Cucina Giapponese Archivi - amaperbene.it</title>
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	<description>Alimentazione per il Benessere &#124; La tua Salute dipende da Te!</description>
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	<title>Cucina Giapponese Archivi - amaperbene.it</title>
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		<title>Wasabi &#8211; Eutrema japonicum</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/wasabi-eutrema-japonicum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 07:58:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eutrema japonicum (Miq.) Koidz., conosciuta comunemente come wasabi  o anche con il nome di ravanello giapponese, è una pianta di origine giapponese appartenente alla famiglia delle Brassicacee (o Crucifere), la stessa famiglia di cavoli, senape, rucola, ravanelli, broccoli, verza e cime di rapa. Dal rizoma di Eutrema japonicum si ottiene una pasta di colore verde &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eutrema japonicum</em> (Miq.) Koidz., conosciuta comunemente come <strong>wasabi </strong> o anche con il nome di ravanello giapponese, è una pianta di origine giapponese appartenente alla famiglia delle Brassicacee (o Crucifere), la stessa famiglia di cavoli, senape, rucola, ravanelli, broccoli, verza e cime di rapa.</p>
<p>Dal rizoma di <em>Eutrema japonicum</em> si ottiene una pasta di colore verde e dal sapore particolarmente piccante, usata nella cucina giapponese e conosciuta con lo stesso nome della pianta, wasabi (山葵).</p>
<p>La pianta cresce spontaneamente in vicinanza dei fiumi e torrenti in zone fredde del Giappone, come per esempio in montagna o nelle valli in quota, su terreni ghiaiosi, all&#8217;ombra.</p>
<p>Le due cultivar più diffuse sul mercato sono <em>E. japonicum</em> var. <strong>Daruma</strong> e var. <strong>Mazuma</strong> ma ne sono coltivate molte altre. Inoltre possono essere usate nella preparazione del wasabi anche i rizomi di altre specie, come ad es. <em>Cardamine pseudowasabi</em>.</p>
<p>Sono state costruite strutture artificiali per la coltivazione del wasabi, che riproducono le condizioni di irrigazioni delle crescite naturali, evitando la totale immersione delle radici nell&#8217;acqua e irrorando le piantine dall&#8217;alto continuamente. Malgrado questa pianta possa essere raccolta durante tutto l&#8217;anno, le condizioni di cui sopra ne rendono difficilissima la coltivazione e fanno sì che sia annoverata tra le piante più difficili da coltivare al mondo. Basti pensare che per riuscire a vedere i suoi semi si dovrebbero attendere almeno 6 anni e per la maturità della pianta, quindi per essere pronta per il raccolto, occorre almeno un anno. Oggi anche in Giappone la pianta viene importata dalla Cina.</p>
<p>Il costo elevato della pianta è alla base anche delle numerose falsificazioni o surrogati (Western Wasabi); le più frequenti sono fatte con polvere di rafano colorato, spesso con la microalga Spirulina, oppure  dal 95% di rafano e soltanto dal 5% di wasabi. Queste ultime sono quelle che generalmente sono vendute nei supermercati e mercati o vengono servite nei ristoranti, soprattutto quelli all-you-can-eat. Si stima che in tutto il mondo (Giappone compreso) il 95% dei ristoranti giapponesi serve Wester wasabi e non la versione pura.</p>
<p>In Giappone il vero wasabi è denominato hon-wasabi (本山葵) termine che significa &#8220;wasabi originale&#8221;.</p>
<p>Visivamente, l&#8217;hon wasabi ha un aspetto diverso da quello del western wasabi: il primo è sostanzialmente la radice grattugiata di <em>Eutrema japonicum</em>, quindi ha una consistenza granulosa più che cremosa. Il western wasabi invece viene presentato in forma cremosa. All&#8217;assaggio, poi, l&#8217;hon wasabi ha un retrogusto quasi balsamico, erboso e dolce, che arriva dopo il forte piccante, mentre il western wasabi non possiede questa caratteristica.</p>
<p>Il wasabi è reperibile sotto forma di pasta e di polvere. Il wasabi perde il proprio aroma quando essiccato, pertanto le polveri di wasabi non ne conservano l&#8217;aroma. Il rafano, insieme ad altre spezie, viene di norma aggiunto al vero wasabi per riprodurne l&#8217;odore tipico del prodotto fresco che si perde con l&#8217;essiccazione.</p>
<p>La pasta wasabi viene spesso usata per accompagnare pesce crudo e, in particolare, il sushi e il sashimi, a volte sciolta nella salsa di soia. Nel sushi ne viene spalmata una piccola quantità tra il pesce e il riso; nel sashimi si scioglie nella salsa di soia, in cui viene poi intinto il pesce crudo. Il wasabi andrebbe servito fresco e grattugiato sulla pietanza non oltre quindici minuti prima di mangiarla. È questo, infatti, il modo per preservare le proprietà organolettiche del wasabi.</p>
<p>È anche soprannominata <strong>namida</strong>, ossia &#8220;<strong>lacrime</strong>&#8220;, perché se usata in quantità eccessiva può far lacrimare. A differenza del peperoncino, il cui effetto agisce prevalentemente in bocca, il wasabi stimola fortemente la mucosa nasale e un boccone in cui ci sia una dose eccessiva di wasabi può provocare un dolore tale da portare alla lacrimazione. Il dolore è comunque di breve durata e non persiste come quello del peperoncino.</p>
<p>Il sapore ricorda molto quello del rafano e della senape (effettivamente, il wasabi fa parte della medesima famiglia del ravanello comune e a quella del rafano e della senape), ad altri rievoca il gusto del daikon, un ortaggio di origini asiatiche ritenuto un brucia-grassi naturale.</p>
<p><strong>Proprietà del wasabi ed effetti benefici</strong></p>
<p>Il wasabi possiede innumerevoli proprietà, prima fra tutte quella antibatterica ed antisettica. Nella cucina giapponese, infatti, viene utilizzata accostandolo al pesce crudo (sciogliendo il wasabi nella salsa di soia o direttamente nelle preparazioni) per prevenire le possibili infezioni intestinali e gastriche. Questa proprietà gli permette di essere anche un ottimo deterrente alla proliferazione dei batteri nel cavo orale, proteggendo denti e gengive; la salsa wasabi, dalla consistenza pastosa, viene commercializzata in tubetti simili a quello del dentifricio</p>
<p>Il wasabi è inoltre un antiossidante, poiché contiene molta vitamina C, ma contiene anche vitamine del gruppo B e la A, oltre a tantissimi minerali: zinco, ferro, potassio e magnesio.</p>
<p>Esistono studi che sostengono l&#8217;uso del wasabi nella prevenzione del cancro (studi in vitro dimostrano questo, anche se è risaputo che nessun alimento da solo è in grado di prevenire di per se il cancro).</p>
<p>Il wasabi previene le malattie cardiovascolari; contrasta le malattie quali influenza e raffreddore con le sue proprietà decongestionanti; ed è considerato un potente afrodisiaco.</p>
<p>L&#8217;unico limite al suo consumo è l&#8217;affaticamento del fegato se assunto in grosse quantità.</p>
<p>Secondo il lavoro di un gruppo di ricercatori della Facoltà di medicina dell&#8217;Università di Firenze, pubblicato dalla rivista statunitense <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em> (PNAS), il consumo regolare di wasabi sarebbe in grado di alzare la soglia di percezione del dolore, grazie all&#8217;effetto del (Trpa1).</p>
<p><strong>Composti chimici</strong></p>
<p>Le molecole che conferiscono al wasabi il suo inconfondibile aroma sono degli isotiocianati tra cui:</p>
<ul>
<li>6-metiltioesil isotiocianato</li>
<li>7-metiltioeptil isotiocianato</li>
<li>8-metiltiottil isotiocianato.</li>
</ul>
<p>Queste sostanze inibiscono la crescita microbica con evidente funzione battericida.</p>
<p>Gli isotiocianati sono responsabili dell&#8217;odore pungente e del sapore piccante delle piante che li contengono: le crucifere o brassicaceae come rapa, verze, cavolo, crescione, rafano, barbaforte, cavoletti di Bruxelles, rucola, mostarda e senape.</p>
<p>Gli isotiocianati sono composti contenenti il gruppo costituito da -N=C=S che si differenzia dall’isocianato -N=C=O per la presenza di zolfo al posto dell’ossigeno. Derivano ​​dall’idrolisi dei glucosinolati, composti contenenti zolfo; agiscono in modo indiretto modulando l’azione del citocromo P450 e fornendo una attività antiossidante di lunga durata. Conosciuti per la loro azione lacrimatoria, revulsiva, rubefacente e vescicante, in fitoterapia gli isotiocianati vengono utilizzati sotto forma di cataplasmi ed ungenti contro catarro, nevralgie e mialgie.</p>
<p>Hanno un&#8217;azione positiva contro la cancerogenesi, inibendo alcune fasi e inducendo l&#8217;apoptosi di numerose linee cellulari.</p>
<p>Il wasabi presenta un <strong>potere calorico pari a 109 kcal</strong>; il suo contenuto in carboidrati si aggira intorno i 23.5 g/100g di prodotto e conta poche proteine (4,8g/100 g di salsa) e pochissimi grassi (solo 0,63 g/100 g di wasabi).</p>
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		<title>Allarme noodles istantanei, se mangiati troppo spesso fanno male alla salute</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/allarme-noodles-istantanei-se-mangiati-troppo-spesso-fanno-male-alla-salute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jan 2024 16:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[IN PRIMO PIANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un consumo eccessivo di noodles istantanei può avere effetti negativi sulla salute. A lanciare l&#8217;allarme è un&#8217;inchiesta del quotidiano britannico “The Guardian”[1]. I noodles istantanei sono un piatto orientale pronto in due o tre minuti; consentono di avere un pasto che sazia e che può essere consumato nella sua stessa confezione. Altra caratteristica dei noodles, &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un consumo eccessivo di noodles istantanei</strong> <strong>può avere effetti negativi sulla salute</strong>.</p>
<p>A lanciare l&#8217;allarme è un&#8217;inchiesta del quotidiano britannico “The Guardian”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. I <strong>noodles istantanei</strong> <strong>sono un piatto orientale pronto in due o tre minuti; consentono di avere un pasto che sazia e che può essere consumato nella sua stessa confezione</strong>. Altra caratteristica dei noodles, oltre alla velocità e alla comodità, è il fatto di essere <strong>estremamente economici</strong>. Per questo si sono diffusi sempre di più in Paesi in via di sviluppo dell&#8217;Africa, in particolare Nigeria e Kenya, dell&#8217;America Latina (Colombia) e dell&#8217;Asia.</p>
<p>Secondo le testimonianze raccolte dal Guardian, una persona può mangiarne anche due confezioni da 70 grammi alla volta, e consumare un pasto di questo tipo più volte durante la settimana. Ma due confezioni di noodles istantanei di quel tipo contengono 2,352 mg di sodio, il 118% della razione giornaliera raccomandata dall&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La maggior quantità di sale rispetto ai noodles classici si spiega con la necessità di migliorarne la consistenza e ridurre i tempi di cottura. Il rovescio della medaglia, però, è che questo eccesso di sale nei noodles istantanei li rende un potenziale contribuente alle malattie cardiovascolari, aggravato dall&#8217;uso continuato e prolungato. Pericolo che può interessare non solo le generazioni attuali, ma anche quelle future.</p>
<p><strong>Cosa sono i noodles  </strong></p>
<p>I noodles sono nati in Cina, e precisamente in un territorio nel nord-ovest della Cina, più di 4.000 anni fa; poi, grazie a viaggi, migrazioni e relazioni commerciali, si sono diffusi anche in altre nazioni, prima limitrofe, come Corea, Tailandia, Filippine e, ovviamente, Giappone.</p>
<p>Nell&#8217;aspetto sono molto simili agli <strong>spaghetti nostrani</strong>, ma differiscono profondamente da questi: innanzitutto i classici spaghetti, così come quasi tutte le altre tipologie di pasta nostrana, sono ottenuti unicamente dalla lavorazione della <strong>farina di grano duro</strong>. Inoltre, un processo fondamentale nella produzione della pasta italiana è la cosiddetta <strong>trafilatura</strong>: l&#8217;impasto viene pressato attraverso una sagoma (fatta in genere in bronzo, nella pasta di qualità) che ha dei fori con la forma della pasta che si desidera creare: in un secondo momento, delle lame tagliano l&#8217;impasto che ha attraversato questi fori alla lunghezza corretta.</p>
<p>Per quanto riguarda i <strong>noodles</strong> invece, il loro impasto, in base al luogo di produzione o tradizioni particolari, può essere ricavato da numerose farine tra cui: <strong>riso, grano saraceno, farina di patate e altri tuberi, amido di fagioli o alghe, a cui vengono aggiunti acqua ed eventualmente uova</strong>. I noodles non passano attraverso il processo della trafilatura, ma vengono <strong>tagliati direttamente da una sfoglia di pasta poco umida</strong>: per questo motivo, il loro spessore varia molto a seconda della tipologia e della zona di cui sono tipici.</p>
<p>La loro consistenza è generalmente molto morbida, liscia, a tratti appiccicosa in bocca, e il loro principale vantaggio è che sono davvero <strong>facili da cucinare</strong>: bastano pochi secondi in acqua bollente e sono pronti per essere serviti.</p>
<p><strong>Tipi di noodles</strong></p>
<p>I noodles possono variare considerevolmente in termini di forma, larghezza e ingredienti per accompagnarli; sono infatti molto versatili e si possono condire in moltissimi modi, realizzando piatti tradizionali orientali o piatti più creativi, cercando punti di incontro con altre gastronomie.</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>i noodles giapponesi</strong>, si dividono innanzitutto in <strong>integrali e non</strong>. Questa differenziazione risale al momento in cui i noodles arrivarono in Giappone, nel IX secolo: in Cina esistevano infatti solo noodles integrali. I principali tipi di noodles giapponesi sono i <strong>Soba</strong> (di grano saraceno, fini, di colore marrone, si possono servire caldi o freddi), gli <strong>Udon</strong> (di farina di grano, fini, da mangiare caldi o freddi), i <strong>Somen</strong> (molto sottili, presentati solitamente freddi), i <strong>Ramen</strong> (di tipo cinese, gialli per l’uovo utilizzato, più solidi e corposi) e gli <strong>Shirataki</strong> (sono i più fini, caratterizzati dalla loro leggerezza anche in termini nutrizionali).</p>
<p>In genere, le varietà asiatiche più conosciute di noodles sono:</p>
<ul>
<li><strong>Noodles all’uovo</strong></li>
</ul>
<p>Questo tipo di noodles ha un colore giallo, essendo a base di farina di grano, uova, acqua e sale. Somigliano molto agli spaghetti. Sono venduti freschi, ma anche secchi arrotolati a forma di nido. Si possono utilizzare sia fritti (dopo averli fatti bollire) sia saltati nel wok. In quest’ultimo caso si tratta dei famosi noodles con gamberetti o carne, verdure, pezzi di omelette e salsa di soia. Si possono anche gustarli in una zuppa, cuocere precedentemente, o aggiungere direttamente al brodo.</p>
<ul>
<li><strong>Noodles di riso</strong></li>
</ul>
<p>A base di farina di riso e acqua, sono tipici di Cina e sudest asiatico. Hanno una consistenza più delicata di quelli all’uovo e sono più facilmente digeribili. Sono friabili e quasi bianchi, simili ai nostri vermicelli o tagliatelle. Generalmente si acquistano secchi. Per prepararli si immergono in acqua bollente, lasciandoli gonfiare per un tempo che varia a seconda della loro consistenza e del loro spessore. Diventano traslucidi e leggermente scivolosi. Si utilizzano nelle insalate, nelle zuppe, saltati nel wok o fritti.</p>
<ul>
<li><strong>Noodles di soia</strong></li>
</ul>
<p>Gli spaghetti (o vermicelli) di soia sono coreani. Conosciuti anche come noodles di fagiolo mungo, sono preparati con farina di soia. Più elastici e consistenti di quelli di riso, vanno idratati in acqua bollente e si possono saltare nel wok, utilizzare nelle zuppe o nel ripieno degli involtini, come negli appetitosi nem vietnamiti.</p>
<ul>
<li><strong>Somen</strong></li>
</ul>
<p>I somen sono dei sottili spaghetti di frumento giapponesi che solitamente si gustano nel periodo estivo, serviti come piatto freddo guarnito con svariati ingredienti saporiti.</p>
<ul>
<li><strong>Udon</strong></li>
</ul>
<p>Contrariamente agli altri tipi di noodles le cui ricette spesso vengono dalla cucina cinese, come il ramen, gli udon sono generalmente considerati i tipici noodles giapponesi. Sono bianchi e molto più spessi dei classici noodles, a base di farina di grano tenero, sale e acqua. Venduti freschi o precotti, si adattano a innumerevoli ricette. Sono più buoni se messi in ammollo in anticipo. Per quanto delicati, saziano molto e sono perfetti come zuppa.</p>
<ul>
<li><strong>Noodles soba</strong></li>
</ul>
<p>Sono senza glutine e contengono esclusivamente farina di grano saraceno, anche se ne esistono anche altri tipi fatti con farine miste. Sono di colore scuro e hanno un marcato aroma di nocciola. Si possono consumare caldi, nelle zuppe o nel ramen, ma anche freddi, come nelle insalate. Esistono varietà aromatizzate alle alghe o al tè verde. I soba noodles vengono solitamente cucinati in brodo bollente, proprio come il ramen, e non nell’acqua. In Giappone è la pasta più diffusa e viene consumata per tradizione anche a fine anno, in segno di buon auspicio.</p>
<ul>
<li><strong>Tokoroten</strong></li>
</ul>
<p>Sono un tipo di noodles a base di agar agar (una gelatina ricavata da un’alga rossa). Appartengono alla vecchia tradizione culinaria giapponese e ancora oggi sono molto apprezzati. È un piatto estivo, fresco, popolare e ha un sapore piuttosto delicato. Per questo viene servito con salse o condimenti che variano da regione a regione, come il miele nero, la salsa di pesce o l’aceto dolce.</p>
<p><strong>I noodles istantanei</strong></p>
<p>I noodles istantanei sono stati inventati in Giappone nel 1958 dall’azienda Nissin. Si tratta di una pasta lunga precotta e disidratata consumata in brodo, la cui preparazione richiede 2/3 minuti. Solitamente viene venduta o servita all’interno di appositi sacchetti di plastica o tazze, che contengono la pasta ma anche il condimento che trasforma l&#8217;acqua calda in brodo. Un <strong>piatto veloce, saziante, ed anche estremamente economico</strong>, tutte caratteristiche che hanno consentito la sua diffusione anche in Paesi in via di sviluppo come l’Africa, l&#8217;America Latina e l’Asia, paesi in cui i noodles non fanno parte delle diete tradizionali. Tuttavia, dietro questa comoda tendenza, si nascondono crescenti preoccupazioni da parte di nutrizionisti circa il loro legame con l’aumento di ipertensione e malattie cardiovascolari nelle prossime generazioni, a causa degli alti livelli di sale che questo alimento contiene. A lanciare l’allarme sui pericoli nascosti degli instant noodles un’inchiesta del Guardian.</p>
<p><strong>L’inchiesta del Guardian</strong></p>
<p>L&#8217;inchiesta del Guardian è partita da una serie di considerazioni originate dal <strong>successo planetario </strong>ottenuto dai noodles istantanei. Alcuni dati possono essere molto convincenti. Si tratta infatti di una tendenza culinaria che si sta rapidamente diffondendo su scala globale e in particolare nei Paesi in via di sviluppo. Secondo i dati della World Instant Noodles Association con sede in Giappone la domanda dei noodles istantanei è significativamente aumentata in Nigeria, Kenya, Colombia ed Egitto. La Nigeria, che era già il più grande consumatore africano di instant noodles, ha visto un aumento della domanda del 53%, da 1,82 miliardi di porzioni a 2,79 miliardi; in altri paesi, come il Kenya, avevano una base di clienti molto più piccola, la domanda nello stesso periodo è cresciuta del 160%, passando da 50 milioni a 130 milioni di porzioni. È aumentato anche del 150% in Colombia e del 110% in Egitto, come sottolineano dalle colonne del Guardian. Ma il consumo sta crescendo anche nei paesi più ricchi: la Corea del Sud, ad esempio, ha esportato una cifra record di 785 milioni di dollari di noodles istantanei nei primi 10 mesi del 2023, con un aumento di quasi il 25% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.</p>
<p>Ormai si tratta di una consuetudine diffusa nel mondo. Ad esempio, non è raro osservare degli studenti universitari statunitensi mangiare noodles camminando per strada; studenti che ormai si cibano solo di instant noodles, dalla colazione al pasto serale. consumando spesso anche due confezioni a pasto. In questo caso, l’apporto giornaliero di sale è notevole. Ma questo non è nulla rispetto ad altri Paesi. In Cina, Asia e Africa, la quantità consumata dalle persone è davvero elevata, gente che ormai si ciba solo di <strong><em>instant noodles</em></strong>, dalla colazione alla cena. Se si guarda l’andamento delle vendite, è impressionante.</p>
<p><strong>Segreti di un successo planetario</strong></p>
<p><strong>I noodles istantanei sono saporiti, saziano e soprattutto hanno un costo contenuto oltre a permettere di ottenere un pasto in due minuti</strong>: basta aggiungere acqua bollente: ecco i noodles precotti e disidratati, come gli altri ingredienti che a contatto con l’acqua si trasformano in brodo.</p>
<p>Ma, oltre accessibilità e convenienza, un ruolo non di poco conto è stato rivestito anche dal <strong>dilagare della cultura pop coreana</strong> nei paesi più ricchi e tra le classi medie dei paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Anche sul mercato occidentale i noodles istantanei si propongono come piatto super facile da ottenere e molto veloce da consumare per chi, con poco tempo a disposizione e non molto denaro da spendere, voglia comunque una pausa pranzo calda e saporita.</p>
<p>In Occidente sono venduti per lo più in ciotole o tazze che fungono da scodella, ma all’estero si accontentano di versare l’acqua nella stessa busta che li contiene (è una plastica studiata appositamente) insieme al condimento che darà colore e sapore al liquido.</p>
<p>Forse l’azienda che li ha inventati, la giapponese Nissin, non si era resa conto che quella “rivoluzione” che per 35 yen forniva un pasto sostanzioso in due minuti avrebbe poi creato un fenomeno nei Paesi in via di sviluppo nel mirino di medici e i sociologi del mondo. E che potenzialmente nelle prossime generazioni potrebbe causare un fortissimo aumento delle malattie da ipertensione. Perché se un assaggio ogni tanto può essere accettato, <strong>l’uso continuo e prolungato è assolutamente al di fuori di ogni consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.</strong></p>
<p>Certo, difficile coglierne i rischi, vista la convenienza, il gusto studiato a tavolino per conquistare e la comodità. Peraltro si tratta di Paesi in cui le normative sull’etichettatura sono piuttosto deboli e il consumatore non sarebbe adeguatamente informato.</p>
<p>L’accessibilità e la convenienza sono state fondamentali per la persistente crescita globale del cibo, soprattutto durante i periodi di crisi come la pandemia di Covid e la crisi del costo della vita.</p>
<p>Secondo la World Instant Noodles Association, l’anno scorso sono state consumate 121,2 miliardi di porzioni, con un aumento del 2,6% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Secondo i dati diffusi dalla Corea del Sud a novembre, il Paese ha esportato la cifra record di 785 milioni di dollari di noodles istantanei nei primi 10 mesi di quest’anno, con un aumento di quasi il 25% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.</p>
<p><strong>Gli effetti degli instant noodles sulla salute </strong></p>
<p>Gli esperti spiegano che un abuso di noodles istantanei potrebbe aumentare il rischio di insorgenza di patologie legate al cuore, come ipertensione, infarto e ictus. Questo perché il formato istantaneo contiene livelli di sale molto elevati, più elevati rispetto ai normali noodles; inoltre, il sale è fortemente presente nelle bustine di condimento fornite. Una confezione da 70 g può contenere circa un terzo dell’apporto giornaliero di sodio raccomandato dall’OMS (2 gr di sodio = 5 g di sale da cucina). E&#8217; noto come un consumo eccessivo di sale aumenti la pressione del sangue, aumentando il rischio di ipertensione e di sue complicazioni, che possono coinvolgere cuore, arterie e diversi organi.</p>
<p>Uno studio del 2017, che ha analizzato il contenuto di 765 prodotti di noodles istantanei in 10 paesi, ha rilevato che i livelli di sale contenuti in questi prodotti possono variare dal 35% al 95% del fabbisogno giornaliero di un adulto. Inoltre, gli spaghetti istantanei nei paesi a medio reddito avevano un contenuto di sale notevolmente più elevato rispetto ai paesi ad alto reddito. &#8220;<strong>I noodles istantanei</strong> &#8211; ha concluso Barry Popkin, professore di nutrizione con sede negli Stati Uniti che fa campagna contro gli alimenti ultra-processati <strong>&#8211; è uno degli alimenti ultra-processati più malsani che si possano consumare a causa della quantità di sodio e di tipi di grassi in esso contenuti</strong>. Se si considera che le persone ne mangino due o tre pacchetti al giorno non dovrebbe sorprende che l’ipertensione sia alle stelle&#8221;. Popkin sostiene anche che il profumo dei noodles, ottenuto attraverso additivi artificiali, viene studiato appositamente per attrarre gli acquirenti.</p>
<p><strong>Come si cucinano i noodles</strong></p>
<p>I noodles sono un alimento molto versatile, per cui si presta alle più diverse interpretazioni. I noodles possono infatti essere bolliti in acqua salata, oppure fritti in olio bollente, o ancora scottati in acqua bollente e quindi saltati in una wok (senza passare dalla pentola prima). Anche per quanto riguarda i condimenti c’è molta varietà: i noodles si possono servire con carne, pesce o verdure, si possono trasformare in una zuppa e si possono gustare caldi o freddi.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> High-salt, processed noodles have become a favourite cheap meal, especially in developing countries, but nutritionists warn of the health costs by Kaamil Ahmed, Caroline Kimeu in Nairobi and Ope Adetayo in Lagos.  theguardian.org Thu 28 Dec 2023 06.00 CET</p>
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		<title>Kombucha</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/kombucha/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Dec 2023 11:37:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[acido acetico]]></category>
		<category><![CDATA[acido citrico]]></category>
		<category><![CDATA[acido gluconico]]></category>
		<category><![CDATA[acido ossalico]]></category>
		<category><![CDATA[acido tartarico]]></category>
		<category><![CDATA[elisir della salute immortale]]></category>
		<category><![CDATA[fermentazione]]></category>
		<category><![CDATA[kombucha]]></category>
		<category><![CDATA[SCOBY]]></category>
		<category><![CDATA[Symbiotic colony of bacteria and yeast]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il kombucha o combucha è una bevanda altamente frizzante, ottenuta dalla fermentazione del tè zuccherato. La fermentazione avviene tramite una coltura simbiotica di lieviti e batteri chiamata fungo o &#8220;SCOBY&#8221; (symbiotic culture of bacteria and yeast, coltura simbiotica di batteri e lieviti) o anche semplicemente &#8220;coltura di kombucha&#8221;. [Attenzione a non confondere il kombucha con &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>kombucha</strong> o combucha è una bevanda altamente frizzante, ottenuta dalla fermentazione del tè zuccherato.</p>
<p>La fermentazione avviene tramite una coltura simbiotica di lieviti e batteri chiamata fungo o &#8220;SCOBY&#8221; (<em>symbiotic culture of bacteria and yeast</em>, coltura simbiotica di batteri e lieviti) o anche semplicemente &#8220;coltura di kombucha&#8221;.</p>
[Attenzione a non confondere il kombucha con il konbucha che invece è un’alga marina – di nome Konbu – che viene spesso utilizzata come tè o in cucina].</p>
<p><strong>Storia del Kombucha</strong></p>
<p>Il kombucha ha una storia millenaria e un po’ misteriosa composta da miti e storie che si intrecciano tra loro e che non chiariscono definitivamente dove e quando sia nata;  si ipotizza sia originario della regione della Manciuria, attorno al mare di Bohai. I cinesi infatti conoscevano il Kombucha già dal 250 a.C. e lo chiamavano &#8220;<strong>elisir della salute immortale</strong>&#8220;.</p>
<p>Una storia narra che Qin Chi Huangdi, primo imperatore della Cina unificata dal 247 al 221 a.C., arrivato in vecchiaia iniziasse ad essere ossessionato dal pensiero dell’immortalità al punto di affidarsi a un alchimista che preparò per lui una bevanda, nominata “elisir di lunga vita”: il kombucha. Qin Chi morì dopo diversi anni di passione per il Kombucha, dopo aver ingerito delle pillole contenenti mercurio, nella speranza che lo rendessero immortale.</p>
<p>Un’altra storia racconta che durante il quinto secolo avanti Cristo, un dottore koreano di nome Kombu-ha-chimu-kami-ki-mu, meglio noto come Dr. Kombu, fu chiamato dall’imperatore giapponese, che soffriva di gastrite e ormai prossimo alla morte per essere guarito. Dr. Kombu preparò un elisir per l’imperatore che improvvisamente guarì. Venne così celebrata e festeggiata l’incredibile potenza del tè – in cinese “cha” – del Dott. Kombu. Da qui Kombu-Cha.</p>
<p>Si narra anche che il Kombucha fu utilizzato per la prima volta durante il decimo secolo avanti Cristo dai Samurai Giapponesi e che lo bevessero prima di ogni battaglia o combattimento poiché in grado di renderli più forti e astuti.</p>
<p>In seguito la bevanda si diffuse in Russia e di qui nell&#8217;Europa dell&#8217;Est.  In Giappone il tè Kombucha è noto come &#8220;kocha kinoko.&#8221; In lingua giapponese kombu significa &#8220;kelp&#8221; (un tipo di alga marina) e &#8220;cha&#8221; significa tè. Probabilmente il nome occidentale deriva da un fraintendimento: probabilmente i parlanti anglofoni che per primi vennero a contatto con la variante giapponese della bevanda pensarono che il termine per tè alle alghe, kombucha appunto, volesse dire tè fermentato e diffusero questo nuovo termine.</p>
<p>In epoca recente, il tè kombucha è diventato una bevanda ricercatissima in molte nazioni perché ricchissima di benefici e proprietà; infatti in grado di rafforzare la nostra flora intestinale, ha proprietà antibatteriche, antiossidanti, energizzanti, depurative.</p>
<p><strong>Preparazione del tè Kombucha</strong></p>
<p>Il kombucha può essere trovato in commercio o può essere preparato in casa.</p>
<p>Si ottiene sciogliendo lo zucchero in acqua bollente non clorata. Le foglie di tè vengono immerse nell&#8217;acqua zuccherata calda e poi scartate. Questo tè zuccherato viene poi raffreddato per permettere l&#8217;aggiunta della coltura SCOBY. La miscela viene quindi versata in un bicchiere sterilizzato, insieme al tè kombucha già fermentato in precedenza, per abbassare il pH. Il contenitore viene poi coperto con un tovagliolo di carta, o un tessuto traspirante, per evitare che insetti, come i moscerini della frutta, contaminino la preparazione.</p>
<p>Noto anche come <strong>Kombucha Tea</strong> o <strong>Tè Fermentato</strong>, il Kombucha <strong>si ottiene dalla fermentazione del tè zuccherato</strong> – indistintamente dalla tipologia: può essere preparato infatti con tè verde, tè nero, tè bianco e persino con il mate o nella sua variante kombucha di caffè –  <strong>attraverso una coltura di lieviti e batteri chiamata</strong> <strong>SCOBY</strong>, acronimo di <strong><em>Symbiotic Culture of Bacteria and Yeast </em></strong>(Coltura simbiotica di batteri e lieviti).</p>
<p>La struttura dello SCOBY è composta principalmente da un tipo di fibra insolubile nota come cellulosa e ospita una varietà di specie di lieviti e batteri che aiutano il processo di fermentazione nella creazione del kombucha. Lo scoby si presenta come un dischetto gelatinoso che galleggia sulla superficie del liquido e che viene alimentato dagli zuccheri aggiunti al tè e dai tannini che le foglie di tè contengono naturalmente; è reperibile in alcuni negozi specializzati, o su internet, ma può anche essere prodotto in casa. L&#8217;aspetto può variare, ma è tipicamente un disco piatto, denso, rotondo, gommoso e opaco con un lieve odore simile all&#8217;aceto. La formazione di muffa o di forte odore, a volte simile al formaggio, indicano che lo scoby si sta alterando e quindi deve essere scartato.</p>
<p>Molti confondono lo SCOBY con un fungo che vive nel kombucha e che lo rende la bevanda che è; <strong>lo SCOBY non è un fungo</strong>, <strong>bensì </strong>come dice l’acronimo stesso, <strong>una coltura di batteri e lieviti che vivono tra loro in maniera simbiotica</strong>; è quindi l’ingrediente – se così può essere definito – più importante nella preparazione del Kombucha.</p>
<p>La coltura contiene una simbiosi di <em>Acetobacter</em> (batteri che producono acido acetico) e lievito, soprattutto <em>Brettanomyces bruxellensis</em>, <em>Candida stellata</em>, <em>Schizosaccharomyces pombe</em>, <em>Torulaspora delbrueckii</em> e <em>Zygosaccharomyces bailii</em>. Sono proprio i batteri acetici a produrre sulla superficie della fermentazione una massa di cellulosa simile a una grande frittella di colore chiaro che spesso viene chiamata fungo, o con l&#8217;acronimo SCOBY (&#8220;Symbiotic Colony of Bacteria and Yeast&#8221;, colonia simbiotica di batteri e lievito), mentre il termine tecnico è <em>zoogleal mat</em>.</p>
<p>Esattamente come per birra e vino i lieviti contenuti nello SCOBY consumano lo zucchero che viene aggiunto al tè producendo anidride carbonica e alcol, in una percentuale minima, solitamente inferiore allo 1%. Il processo di fermentazione esiste da quanto esiste la vita sulla terra; grazie ad esso milioni di microrganismi svolgono al posto nostro il faticoso compito di digerire, rompendo legami chimici complessi tra le molecole, in legami semplici e liberando vitamine, minerali e altri nutrienti.</p>
<p><strong>Sapore</strong></p>
<p>Il kombucha ha un <strong>sapore </strong>frizzantino, leggermente acidulo, ma mai sgradevole. Nelle varianti non troppo aromatizzate ricordano il sidro di mele, ad alcuni persino il prosecco e lo champagne.</p>
<p>Il sapore del Kombucha cambia molto a seconda dei giorni di fermentazione, del tipo di tè utilizzato e dalle aromatizzazioni. Normalmente è una bevanda piacevole al gusto, rinfrescante che si presta anche come ingrediente di cocktail alcolici e analcolici.</p>
<p><strong>Componenti del kombucha</strong></p>
<p>Il tè Kombucha contiene <strong>vitamina B</strong>, importante per il sistema nervoso; <strong>vitamina C</strong>, che rafforza il sistema immunitario, proteggendo il corpo dalle infezioni; <strong>lieviti vivi</strong> contenenti vitamine e lecitina; <strong>acido gluconico, acetico, tartarico, ossalico, citrico</strong>, che si formano durante il processo di fermentazione e scompongono i lieviti dai tessuti del fungo. Grazie a questi elementi, il kombucha non viene digerito subito nello stomaco, ma rimane attivo nell’intestino. Infine caffeina (che deriva dall&#8217;uso nel <strong>tè verde</strong> o nel <strong>tè nero</strong>) e alcool in piccole tracce, che combattono la stanchezza e hanno un effetto stimolante. è la tradizione di bere bevande fermentate. Dalla Russia, questo tè è passato per il Baltico, la Polonia, la Cecoslovacchia e le regioni orientali della Germania.</p>
<p><strong>Proprietà del kombucha</strong></p>
<p>Al tè Kombucha vengono attribuite numerose proprietà. Le principali sono quella</p>
<ul>
<li><strong>antiossidante</strong>, legata alle sostanze contenute nel tè, come i polifenoli</li>
<li><strong>antibatterica</strong>, grazie alla presenza dei batteri che contrastano e proteggono la bevanda da patogeni esterni</li>
<li><strong>antifungina</strong></li>
</ul>
<p>Grazie a queste proprietà, esso</p>
<ul>
<li><strong>favorirebbe la circolazione sanguigna</strong> attivando il metabolismo nel fegato;</li>
<li><strong>aiuta ad assorbire le sostanze nutritive</strong> e quindi <strong>migliora la funzione dell&#8217;apparato gastro-intestinale</strong></li>
<li>grazie al ricco contenuto di lattobacilli, mantiene l&#8217;attività microbica e <strong>rinforza il sistema immunitario</strong></li>
<li>contiene saccamiceti, che puliscono la pelle e altre sostanze in grado di rimuovere dal corpo metalli pesanti, la nicotina e tossine.</li>
</ul>
<p>Oltre ai benefici del kombucha già citati e comprovati da studi scientifici, esistono centinaia di articoli che elencano altre virtù di questa bevanda come:</p>
<ul>
<li>Combatte il reflusso gastrico</li>
<li>Ottimo contro l’acne</li>
<li>Ansiolitico naturale</li>
<li>Buono per chi soffre di colite</li>
<li>Migliora l’umore ed è consigliato per chi è affetto da depressione</li>
<li>Aiuta a sgonfiarsi</li>
<li>Aiuta a smaltire i postumi di una sbornia</li>
<li>Ideale contro il mal di testa</li>
<li>Ottimo per chi soffre di ipertensione</li>
<li>D’aiuto per l’ipoglicemia per chi soffre di diabete</li>
<li>Migliora la digestione</li>
<li>Alleato di tutte le donne durante la sindrome premestruale</li>
<li>D’aiuto contro i reumatismi</li>
</ul>
<p><strong>Controindicazioni del kombucha</strong></p>
<p>Ad oggi non sembrano esistere effetti collaterali nel kombucha. Trattandosi però spesso di una bevanda fermentata in casa, è sempre bene attenersi a tutte le buone pratiche igieniche e di conservazione atte al produrre un prodotto con standard qualitativi alti e soprattutto non pericoloso per la nostra salute.</p>
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		<title>Kombu &#8211; Laminaria japonica</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/kombu-laminaria-japonica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Dec 2023 11:31:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[acido alginico]]></category>
		<category><![CDATA[acido glutammico]]></category>
		<category><![CDATA[Alga bruna]]></category>
		<category><![CDATA[dashi]]></category>
		<category><![CDATA[kombu]]></category>
		<category><![CDATA[laminarina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La kombu o konbu (Laminaria japonica) è un&#8217;alga molto usata in cucina per insaporire e addolcire in modo naturale, per ammorbidire altri cibi o semplicemente come una qualsiasi altra verdura. Con questo nome viene commercializzata un&#8217;ampia gamma di alghe brune, appartenenti al gruppo delle laminarie, che crescono in abbondanza appena sotto la superficie dell&#8217;acqua. Il &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>kombu</strong> o <strong>konbu</strong> (<em>Laminaria japonica</em>) è un&#8217;alga molto usata in cucina per insaporire e addolcire in modo naturale, per ammorbidire altri cibi o semplicemente come una qualsiasi altra verdura.</p>
<p>Con questo nome viene commercializzata un&#8217;ampia gamma di <strong>alghe brune</strong>, appartenenti al gruppo delle <strong>laminarie</strong>, che crescono in abbondanza appena sotto la superficie dell&#8217;acqua. Il termine kombu può riferirsi ad almeno <strong>due alghe brune della classe delle Feoficee</strong>: <em>Laminaria japonica</em> (Giappone) e <em>Laminaria digitata</em> (Bretagna). Tali alghe variano tra loro molto nella forma, ma in generale sono caratterizzate da larghe fronde, lisce e lucenti. Sono state usate fin dall&#8217;antichità non solo in Estremo Oriente, ma lungo le coste atlantiche, con diverse denominazioni: <strong>wrack, tangle, oarweed</strong>. In inglese <em>wrack</em> significa alghe, rifiuti di mare (che talvolta sono usati per concimare), <em>tangle</em> significa millefoglie acquatico ed <em>oarweed</em> significa letteralmente erbacce che si attaccano ai remi.</p>
<p>L&#8217;alga kombu è conosciuta anche con i nomi, <strong>dashima, dasima, haidai, fuco</strong>. Detto anche <strong>cavolo di mare</strong>, l’alga kombu è di colore marrone scuro e viene raccolta a mano nelle acque al largo della costa sud-orientale di Hokkaido, in Giappone appunto.</p>
<p><strong>L&#8217;alga Kombu è una buona fonte di acido glutammico</strong>, un amminoacido responsabile per l&#8217;umami; è ricca di <strong>potassio</strong> e <strong>fosforo</strong>, utile sia per rafforzare il sistema immunitario che per favorire la circolazione sanguigna e il drenaggio dei liquidi.</p>
<p>La Kombu contiene una buona quantità di <strong>iodio</strong>, un minerale essenziale per la crescita e lo sviluppo, però a causa del suo alto contenuto di iodio la Kombu viene ritenuta responsabile di problemi alla tiroide, in particolare dopo aver bevuto notevoli quantità di latte di soia, nel quale la kombu sia stata usata come un additivo. Per questo motivo non è consigliato l&#8217;uso di Kombu per le persone che soffrono di ipertiroidismo. Un sostituto può essere trovato nella Wakame, che contiene un quantitativo minore di iodio.</p>
<p>Inoltre è una sorgente di <strong>fibra</strong>. La famiglia di alghe, di cui la Kombu fa parte, contiene una famiglia di enzimi che sono in grado di rompere i legami formati da zuccheri complessi, che non sono digeribili dall&#8217;intestino umano, causando aria intestinale, inclusi gli zuccheri <strong>alfa-galattosidasi</strong> e <strong>beta-galattosidasi</strong>.</p>
<p><strong>Principali principi attivi</strong></p>
<ul>
<li><strong>Acido alginico</strong> &#8211; Questo polisaccaride è un polimero composto da due differenti unità (acido D-mannuronico e L-galuronico). Per la sua struttura è molto simile alla pectina. <strong>A contatto con l&#8217;acqua forma un gel</strong> la cui viscosità dipende dalla concentrazione dei ficocolloidi, dal pH e dalla presenza di elettroliti. In un ambiente acido, quale lo stomaco, l&#8217;alginato di sodio forma un denso gel colloidale che <strong>agisce andando a formare un rivestimento gastrico</strong>, vicino alla mucosa di per sé molto sottile, circa 0,2 mm. Inoltre ha un valore in calorie praticamente nullo. Poiché gli enzimi digestivi non sono in grado di disgregarlo, l&#8217;acido alginico è considerato a tutti gli effetti una fibra che favorisce il transito intestinale.</li>
<li><strong>Laminarina &#8211; </strong>La laminarina costituisce oltre il 14% del peso secco della Laminaria digitata. È una riserva di polisaccaridi solforati (b 1-3 glucano), isolata per la prima volta nel 1885 da Schiedelberg, che le attribuì il nome laminarina dalla specie stessa dell&#8217;alga &#8220;laminaria&#8221;. Questo polimero ha un&#8217;attività anticoagulante equivalente ad un terzo di quella dell&#8217;eparina. Vi sono due varietà di laminarina: solubile ed insolubile. Queste molecole hanno inoltre <strong>proprietà ipolipemizzanti</strong> e l&#8217;azione ipocolesterolemizzante è stata dimostrata con prove di laboratorio.</li>
<li><strong>Mannitolo &#8211; </strong>L&#8217;uso del mannitolo è legato alle sue proprietà chimiche e organolettiche: potere dolcificante pari a 70% di quello dello zucchero, potere calorico 2 kcal per grammo, proprietà reidratanti, diuretiche e antibatteriche.</li>
<li><strong>Iodio &#8211; </strong>È un elemento essenziale per la sintesi degli ormoni tiroidei. Questi ormoni stimolano il consumo di ossigeno a livello cellulare e prendono parte al processo di metabolizzazione dei grassi e dei carboidrati. Gli effetti positivi della laminaria digitata in compresse sui pazienti affetti da gozzo e da obesità sono dovuti alle sostanze ipolipemizzanti in essa contenute. Le proprietà antisettiche dello iodio vengono da tempo sfruttate dall&#8217;industria farmaceutica e cosmetica. La Laminaria digitata contiene fino a 10 volte più iodio del Fucus vesiculosus.</li>
</ul>
<p><strong>Benefici dell&#8217;alga kombu</strong></p>
<p>L’assunzione regolare di questo alimento, dotato di effetto antiossidante, migliora il processo digestivo, la circolazione sanguigna e previene la stitichezza; migliora altresì lo stato di salute dei capelli, aiuta nel processo di disintossicazione e depurazione, rafforza il sistema immunitario. Essendo ricca di iodio, stimola il metabolismo e aiuta a bruciare calorie: è un’ottima alleata in nelle diete anticolesterolo. Tra le vitamine contiene le A, B1, B2 e C. Calcio, potassio, magnesio e fosforo tra i minerali. È ricca di acido glutammico, quindi insaporisce i piatti in modo sano e naturale.</p>
<p><strong>Impieghi in cucina</strong></p>
<p>Viene spesso usata nella cottura dei legumi in quanto li rende più morbidi e digeribili e nella preparazione di brodi e minestre. Si consuma anche essiccata, in fiocchi e in polvere, oltre che come integratore. L’alga kombu si trova facilmente nei negozi di alimentari giapponesi o nei negozi di prodotti biologici o specializzati.</p>
<ul>
<li><strong>Alghe kombu essiccate</strong></li>
</ul>
<p>Una striscia di kombu messa a bagno e fatta cuocere brevemente nell&#8217;acqua costituisce una deliziosa base per zuppe e pasta in brodo. Questa preparazione, con l&#8217;aggiunta del <strong><em>katsuobushi</em></strong>, viene chiamata <strong><em>dashi</em></strong> e serve come base per preparare molti gustosi piatti giapponesi e il suo valore nutritivo era già ben noto molto tempo fa ai monaci buddisti, ai quali rigide regole proibivano l&#8217;uso di qualsiasi ingrediente di origine animale.</p>
<p>Anche <strong>l&#8217;acido glutammico ha la proprietà di ammorbidire le fibre</strong> di altri cibi ed una striscia di kombu cotta con fagioli o castagne secche serve a renderli morbidi più in fretta e ad esaltarne il sapore, liberando sostanze nutritive di grande valore ed accrescendo in generale la digeribilità del piatto (indicata per chi soffre di fermentazioni intestinali). Tale processo è reciproco poiché anche la kombu diventa più morbida se cucinata con cibi ricchi di proteine.</p>
<p>L&#8217;alga Kombu se lasciata essiccare alcuni giorni all&#8217;aria si può sgranocchiare come <strong>spuntino</strong>. Le frittelle di Kombu sono gradite anche ai bambini. La kombu in Occidente è venduta secca ed impacchettata a strisce, in fiocchi, in polvere o in compresse. In Estremo Oriente si trova anche in altre forme. In Giappone esistono molti prodotti a base di kombu:</p>
<ul>
<li><strong>Ne-kombu</strong>: radice ad uncino della kombu, ricca di minerali, molto fibrosa quindi necessita di un lungo ammollo e di una lunga cottura, ha un sapore ricco, dolce, simile a quello della liquirizia; viene cotta in acqua e condita con shoyu, finché diviene morbida e servita in piccole porzioni come accompagnamento ad altri piatti; è utile per rinforzare l&#8217;intestino.</li>
<li><strong>Natto-kombu</strong>: o kombu sminuzzata, è una striscia di kombu tagliata a filetti sottili, si può usare per preparare il dashi o brodo di base ed aggiungere alla preparazione come verdura.</li>
<li><strong>Kombu istantanea o tororo</strong>: qualità selezionata di kombu seccata al sole, messa a bagno in aceto di riso poco aspro per diversi giorni e poi tagliata in fili sottili come capelli, non richiede quasi cottura; si può aggiungere a zuppe a fine cottura o ammorbidire in acqua bollente e condita con shoyu per accompagnare altri piatti; ha un sapore dolce e leggermente agro.</li>
<li><strong>Polvere di kombu o kombu-ko</strong>: kombu di primissima qualità, seccata e macinata in polvere finissima, dal sapore dolce, è da spolverizzare sui cibi come condimento o cuocere in acqua per una bevanda nutriente.</li>
<li><strong>Kelp in polvere</strong>: è quella commercializzata dall&#8217;industria dell&#8217;alimentazione naturale, è normalmente macinata con varietà non selezionate di kombu atlantica ed è piuttosto grossolana, con un sapore di mare più forte della polvere di kombu giapponese; è talvolta usata come integratore alimentare e se aggiunta all&#8217;acqua del bagno è un eccellente tonico.</li>
</ul>
<p><strong>L&#8217;alga Kombu viene inoltre utilizzata nella preparazione del seitan</strong>.</p>
<p><strong>Controindicazioni dell&#8217;alga kombu</strong></p>
<p>Se ne sconsiglia l’assunzione in caso di gravidanza e allattamento, nonché in caso di patologie metaboliche; in ogni caso è bene consultare prima il proprio medico curante. Attenzione a non esagerare: l’iperdosaggio dell’alga kombu ha effetti collaterali, come ipertiroidismo, ipertensione, tachicardia, irritabilità e insonnia.</p>
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		<title>Koji</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/koji/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 10:59:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[amilasi]]></category>
		<category><![CDATA[aspergillo]]></category>
		<category><![CDATA[Aspergillus oryzae]]></category>
		<category><![CDATA[koji]]></category>
		<category><![CDATA[lipasi]]></category>
		<category><![CDATA[miso]]></category>
		<category><![CDATA[muffa]]></category>
		<category><![CDATA[proteasi]]></category>
		<category><![CDATA[sake]]></category>
		<category><![CDATA[salsa di soia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Koji è un termine giapponese che significa “cereale coltivato”. Si tratta infatti di un condimento di origine giapponese che si ottiene fermentando riso, orzo o fagioli di soia. Rimasto per millenni relegato nelle cucine tradizionali asiatiche, solo di recente si è affacciato in Occidente dando origine a sapori totalmente nuovi e sorprendenti. Il koji è &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Koji</strong> è un termine giapponese che significa “cereale coltivato”. Si tratta infatti di un condimento di origine giapponese che si ottiene fermentando riso, orzo o fagioli di soia. Rimasto per millenni relegato nelle cucine tradizionali asiatiche, solo di recente si è affacciato in Occidente dando origine a sapori totalmente nuovi e sorprendenti.</p>
<p>Il koji è un preparato composto da un cereale, solitamente riso, su cui si è fatto crescere un fungo con grandi poteri trasformativi. Tecnicamente si tratta di un aspergillo, una muffa, chiamato <em>Aspergillus oryzae</em>, il quale insieme ad alcuni altri funghi correlati, se fatti crescere su cereali o altri substrati nutritivi ricchi di amido, creano un fitto micelio che ricopre il substrato e producono una grande quantità di enzimi digestivi.</p>
<p><strong>Il Koji</strong></p>
<p>Il Koji è un ingrediente tradizionale giapponese e della cucina asiatica in generale; è la base di partenza del miso, del sake e della salsa di soia; viene impiegato come fermentante per i fagioli di soia, usato per saccarificare il riso, altri cereali e le patate nella produzione di bevande alcoliche come <em>huangjiu</em>, <em>sakè</em>, <em>makgeolli</em>, e <em>shōchū</em>. L&#8217;addomesticamento dell&#8217;<em>A. oryzae </em>è avvenuto almeno 2.000 anni addietro. L&#8217;<em>A. oryzae</em> viene usato anche per la produzione di aceto di riso.</p>
<p><strong>Il Koji è un preparato composto da un cereale, solitamente riso, su cui si è fatto crescere un fungo</strong> con grandi poteri trasformativi. Tecnicamente si tratta di un aspergillo, una muffa, chiamato <strong><em>Aspergillus oryzae</em></strong>, il quale insieme ad alcuni altri funghi correlati, se fatti crescere su cereali o altri substrati nutritivi ricchi di amido, creano un fitto micelio che ricopre il substrato e producono una grande quantità di enzimi digestivi.</p>
<p>L’<em>Aspergillus oryzae </em>è una specie appartenente ad un gruppo di muffe che furono catalogate per la prima volta nel 1729 dal botanico e micologo italiano Pier Antonio Micheli. In realtà, questo gruppo comprende molti ceppi pericolosi, poiché creano una grande quantità di tossine pericolose per l’uomo. Fra le molte specie esistenti, <em>A. oryzae</em> sembra aver seguito un’evoluzione unica, perdendo la capacità di produrre tossine e diventando un utile alleato della cultura gastronomica asiatica.</p>
<p>Come per il lievito di birra (cugino delle muffe e appartenente allo stesso grande gruppo dei funghi) anche per il Koji c’è stato un processo di “domesticazione”, che ha portato alla selezione di differenti ceppi, ognuno con caratteristiche diverse. Infatti, il Koji viene utilizzato in Asia già da millenni (le prime tracce risalgono alla Cina nel 300 a.C.), quindi ben prima della sua catalogazione nel XVIII secolo, tanto da esser stato <strong>nominato oggi patrimonio nazionale del Giappone</strong>.</p>
<p>L’<em>Aspergillus oryzae </em>è un fungo filamentoso menzionato per la prima volta in <em>Zhouli</em> (libro dei riti della dinastia Zhou, che governarono fra il XII e il III secolo a.C.) in Cina e utilizzato in diverse applicazioni culinarie e alimentari; è noto per le sue proprietà e benefici unici.</p>
<p><strong>Proprietà e vantaggi principali</strong> dell’<em>Aspergillus oryzae</em>:</p>
<ol>
<li><strong>Aumento della biodisponibilità dei nutrienti</strong>: L’<em>Aspergillus oryzae </em>è ampiamente utilizzato per la fermentazione controllata di diversi alimenti, tra cui il riso, la soia e il grano. Durante il processo di fermentazione, l’<em>Aspergillus oryzae </em>produce enzimi (tra cui <strong>amilasi, proteasi, lipasi e molti altri</strong>) che <strong>scompongono le molecole complesse degli alimenti </strong>(amidi e proteine) <strong>in composti più semplici </strong>(zuccheri e amminoacidi)<strong>, rendendoli più digeribili e migliorando l’aroma e il sapore dei prodotti finiti</strong>. Il risultato è un aumento della biodisponibilità dei nutrienti, consentendo al corpo di assorbirli più facilmente e sfruttarne i benefici.</li>
<li><strong>Miglioramento del profilo aromatico</strong>: L’<em>Aspergillus oryzae</em> produce anche diversi <strong>composti volatili che contribuiscono a migliorare e arricchire il profilo aromatico</strong> <strong>e quindi il sapore dei prodotti fermentati</strong> come miso, salsa di soia, saké e altri prodotti, donando loro note complesse e uniche.</li>
<li><strong>Promozione della salute intestinale</strong>: L’<em>Aspergillus oryzae </em>produce enzimi digestivi che possono <strong>migliorare la digestione degli alimenti</strong> e supportare la salute del sistema digestivo. Inoltre, i prodotti fermentati con l’uso di questo fungo possono contenere <strong>probiotici benefici</strong>, che promuovono l’equilibrio della flora intestinale e possono migliorare la funzione intestinale e il sistema immunitario.</li>
<li><strong>Conservazione degli alimenti</strong>: Durante la fermentazione, il fungo produce acidi organici e altri composti che inibiscono la crescita di microrganismi indesiderati e preservano gli alimenti per periodi di tempo più lunghi.</li>
<li><strong>Eliminazione delle tossine</strong>: L’<em>Aspergillus oryzae </em>è noto per la sua capacità di produrre enzimi che possono eliminare e neutralizzare anche alcune tossine presenti negli alimenti, rendendone più sicura la consumazione.</li>
<li>Potenzialità biotecnologiche: l’<em>Aspergillus oryzae </em>grazie alle sue proprietà enzimatiche e fermentative, viene anche utilizzato in diverse applicazioni biotecnologiche come, ad esempio, per la produzione di enzimi industriali, bioplastiche e biocarburanti.</li>
</ol>
<p>Questi sono solo alcuni dei principali vantaggi e proprietà dell’<em>Aspergillus oryzae, </em>la cui versatilità lo rende un ingrediente prezioso in molte cucine tradizionali e nell’industria alimentare moderna.</p>
<p>Seppur il Koji sia stato per secoli un punto di forza culinario in Asia, solo di recente ha iniziato a raggiungere le cucine dei ristoranti occidentali, inclusi i più famosi e rinomati al mondo.</p>
<p><strong>Preparazione del Koji</strong></p>
<p>Preparare il Koji è al tempo stesso molto semplice e complicato. Il processo si bassa su <strong>due passaggi principali</strong>, molto semplici ma che vanno portati avanti con grande precisione e attenzione:</p>
<ol>
<li>Cottura del cereale da inoculare. Solitamente si usano cereali perlati, poiché l’aspergillo non riuscirebbe a superare la barriera degli strati più esterni dei cereali integrali o decorticati. I cereali vengono messi in ammollo e poi cotti al vapore al dente. La cottura è fondamentale in questo processo perché la giusta quantità di umidità accumulata nel chicco durante la cottura determinerà la crescita o meno del micelio.</li>
<li>Inoculo del ceppo di Koji scelto e monitoraggio della crescita del fungo. Durante le successive 48 ore (a volte di più, a volte meno) bisognerà controllare molto bene che i parametri di ossigeno, umidità e temperatura rimangano in intervalli precisi. Il Koji tende a sviluppare molto calore e ad asciugarsi durante la crescita, quindi è fondamentale mantenere le condizioni ideali in risposta allo sviluppo dell’aspergillo.</li>
</ol>
<p>Una volta pronto, il Koji potrà essere messo da parte fino all’utilizzo.</p>
<p><strong>Utilizzo del Koji</strong></p>
<p><strong>Il Koji non si mangia da solo</strong>. Come detto, si tratta di cereali parzialmente o completamente cotti, come riso o orzo, sul quale si fanno crescere diversi ceppi (a seconda delle esigenze) di <em>Aspergillus</em>. Quando le spore, <em>koji-kin</em>, iniziano a “fiorire”, gli enzimi presenti nella muffa convertono gli zuccheri complessi, come l’amido, in zuccheri semplici. Pertanto, il Koji è ricco di sostanze “semplici”, come zuccheri semplici e amminoacidi ma, soprattutto, ricchissimo di enzimi.</p>
<p><strong>Il Koji viene aggiunto solitamente a un secondo ingrediente, come un legume</strong> (in Giappone si usa tipicamente <strong>la soia</strong>), per ottenere un prodotto finito attraverso un secondo processo enzimatico e fermentativo. Questo <strong>processo di fermentazione “secondaria”</strong> <strong>provoca una completa trasformazione di sapore e consistenza</strong>. In questo modo <strong>la soia diventa miso, il riso diventa sake, la soia e il grano diventano salsa di soia</strong>. Questo processo amplifica moltissimo un <strong>gusto</strong> che amiamo tanto: <strong>umami, ovvero il gusto sapido o saporito</strong>.</p>
<p>Una volta compreso il principio dietro al Koji, le possibilità sono infinite. Il Koji può infatti servire a insaporire qualunque piatto, usato al posto del semplice sale. Un ruolo chiave hanno</p>
<p>gli enzimi presenti nel Koji come</p>
<ul>
<li><strong>amilasi</strong>: questo enzima scompone i polisaccaridi, come l’amido, in zuccheri semplici, come maltosio, glucosio e fruttosio. Esistono molti tipi di amilasi. Il Koji produce anche molti altri enzimi che scindono gli zuccheri come l’<strong>invertasi</strong>. Questi enzimi sono fondamentali per liberare zuccheri semplici, permettendo una fermentazione vera e propria da parte di lieviti e batteri.</li>
<li><strong>proteasi</strong>: questo enzima scompone le proteine in amminoacid; i singoli amminoacidi liberi permettono di ottenere un gusto umami molto accentuato, quindi saporito. Questi enzimi sono fondamentali nella trasformazione di cibi ricchi di proteine, come la soia e nelle marinature.</li>
<li><strong>lipasi</strong>: questo enzima rompe i grassi, principalmente trigliceridi presenti negli alimenti, in acidi grassi, e altri elementi che li compongono. Le lipasi sono poco presenti nel Koji, ma permettono di sviluppare sapori molto complessi e interessanti.</li>
<li><strong>lattasi</strong>: è un enzima necessario per la digestione del lattosio, lo zucchero tipico di latte e derivati.</li>
<li><strong>glicoamilasi</strong>: è un enzima digestivo che permette di assimilare il glucosio dalle molecole di amido. La sua attività enzimatica è utile per la digestione dell’amilopectina, la forma di amido più diffusa in natura. In particolare permette all’organismo di assimilare glucosio digerendo l’amido contenuto negli alimenti.</li>
<li><strong>endofitasi</strong>: questo enzima scompone l’acido fitico che impedisce una buona assimilazione dei minerali da vegetali ed erbe. Oltre a ciò, gli enzimi fungali raggiungono la massima funzionalità tra i 30° e i 40°, cioè la temperatura umana.</li>
</ul>
<p>Il secondo vantaggio, e questa è forse la cosa più importante, gli enzimi da <em>aspergyllus</em> sopravvivono sia nel tratto acido che in quello alcalino e neutro dello stomaco. Assunti prima del pasto, gli enzimi svolgono la maggior parte del lavoro nella parte alta dello stomaco, predigerendo gli alimenti, e questo accade con tutti i tipi di enzimi. Ma una volta che il bolo alimentare passa nella parte acida e poi alcalina dello stomaco, mentre gli altri enzimi muoiono, quelli da fungo aspergyllus semplicemente sospendono l’attività, riattivandosi poi al livello del duodeno.</p>
<p>Si può dunque affermare con certezza che gli enzimi ad ampio spettro del fungo aspergyllus sono in grado di rigenerare il processo digestivo, con effetti diretti ed indiretti su tutta la salute della persona.</p>
<p>In conclusione, il Koji consente di esplorare orizzonti gustativi sconosciuti fino ad oggi, pur essendo un alimento utilizzato da millenni. L’innovazione è rappresentata dall’applicazione, ma deve sempre fondare le proprie radici nel passato, ovvero nell’esperienza e la tradizione. Studiare il passato per migliorare il futuro è un mantra più che valido anche nel campo dell’alimentazione.</p>
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		<title>Sushi vs Pizza verace</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/sushi-vs-pizza-verace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Prof. Giuseppe Castello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2023 11:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[Dieta Mediterranea]]></category>
		<category><![CDATA[IN PRIMO PIANO]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[cucina giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[pizza]]></category>
		<category><![CDATA[sushi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cucina tradizionale giapponese è ricca di storia e tradizione tant’è che nel 2013 l’UNESCO ha inserito il «Washoku, la tradizione culinaria giapponese» nell’elenco dei patrimoni culturali immateriali dell’Umanità con le seguenti motivazioni: rispetto per la natura strettamente correlato all’uso sostenibile e salubre delle risorse naturali; equilibrio degli ingredienti ed esaltazione dei sapori naturali freschezza degli alimenti &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La cucina tradizionale giapponese è ricca di storia e tradizione tant’è che nel 2013 l’UNESCO ha inserito il «<strong>Washoku, la tradizione culinaria giapponese</strong>» nell’elenco dei patrimoni culturali immateriali dell’Umanità con le seguenti motivazioni:</p>
<ul>
<li>rispetto per la natura strettamente correlato all’uso sostenibile e salubre delle risorse naturali;</li>
<li>equilibrio degli ingredienti ed esaltazione dei sapori naturali</li>
<li>freschezza degli alimenti (di alta qualità) e rispetto della stagionalità. Ciò riflette la filosofia di apprezzare e sfruttare i prodotti locali freschi che sono in stagione.</li>
<li>arte del tagliodegli alimenti. Gli chef giapponesi dedicano molta attenzione al taglio preciso degli alimenti. ingredienti e alla presentazione dei piatti.</li>
<li>disposizione estetica del cibo:è un aspetto fondamentale, e spesso si cerca di creare piatti che siano belli da vedere oltre che deliziosi. Viene prestata grossa attenzione nella preparazione di ogni piatto (attenzione allo spazio, alla forma e ai colori) e presentazione delle pietanze (<em>Moritsuke, </em>arte dell’impiattamento).</li>
<li>convivialità: le portate vengono servite tutte in contemporanea, a testimoniare la convivialità di questa cultura e, addirittura, molte pietanze vengono cucinate direttamente al tavolo.</li>
<li>etichetta a tavola: la cultura del rispetto e dell’etichetta è evidente anche nella cucina giapponese.</li>
</ul>
<p>In generale, la cucina giapponese è un’esperienza multisensoriale da fare, che va oltre il semplice atto di mangiare, abbracciando la storia, la natura e l’estetica in ogni piatto.</p>
<p>E’ allora possibile un confronto con la Dieta Mediterranea, anch’essa riconosciuta (qualche anno prima, nel 2010) patrimonio culturale immateriale dell’Umanità? Com’è facile notare, molti i punti in comune tra le due cucine come: rispetto per la natura, stagionalità, sostenibilità, esaltazione dei sapori naturali. I Giapponesi sono però imbattibili per la cura del particolare, che si esalta nell’arte del taglio degli alimenti (da cui dipenderebbe la bontà stessa della pietanza) e nella presentazione dei piatti (arte dell’impiattamento o <em>Moritsuke</em>).</p>
<p>Ma un confronto… ? è questione di gusti!</p>
<p>Personalmente ritengo che l’ampiezza sensoriale offerta dalla Dieta Mediterranea è nettamente superiore, perché originata da una cultura millenaria (il Giappone fino a metà del 1800 è rimasto isolato dal mondo sia per geolocalizzazione sia per volontà dei governanti).  Si tratta di un confronto tra due filosofie di vita oltre che tra due stili di vita. Entrambe le diete sono sane e benefiche per la salute. Ma perdonatemi, come si fa a confrontare sushi, tempura, ramen, soba, udon, takoyaki, onigiri. okonomiyaki con pizza napoletana verace, ragù napoletano, pasta e fagioli (e provola), salsicce e friarielli, pastiera, pastiera, babà, struffoli.</p>
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		<title>Salsa di soia</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/salsa-di-soia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Nov 2023 17:54:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
		<category><![CDATA[Aspergillus oryzae]]></category>
		<category><![CDATA[Aspergillus sojae]]></category>
		<category><![CDATA[glutammato monosodico]]></category>
		<category><![CDATA[kecap]]></category>
		<category><![CDATA[koji]]></category>
		<category><![CDATA[salsa di soia]]></category>
		<category><![CDATA[Salsa di soia Tamari]]></category>
		<category><![CDATA[salsa Worcester]]></category>
		<category><![CDATA[toyò. Koikuchi]]></category>
		<category><![CDATA[umami]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La salsa di soia è una salsa fermentata ottenuta dalla soia (19%), grano tostato (15,99%), acqua (53%), sale (12%) e Aspergillus sp. (&#60;0,01%). E’ originaria della Cina, dove le salse fermentate sono note fin dall&#8217;antichità (dinastia Zhou). La data esatta in cui comparve per prima volta è sconosciuta, ma l&#8217;origine della salsa viene fatta risalire &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La salsa di soia è una salsa fermentata ottenuta dalla soia (19%), grano tostato (15,99%), acqua (53%), sale (12%) e <em>Aspergillus sp</em>. (&lt;0,01%).</p>
<p>E’ originaria della Cina, dove le salse fermentate sono note fin dall&#8217;antichità (dinastia Zhou). La data esatta in cui comparve per prima volta è sconosciuta, ma l&#8217;origine della salsa viene fatta risalire durante la dinastia Han occidentale. Fu introdotta per la prima volta in Giappone alla fine del VII secolo ad opera dei monaci buddhisti, che utilizzavano la salsa di soia per conferire ai cibi un certo aroma di carne, dal momento che la carne e il pesce erano vietati dai precetti buddhisti.</p>
<p>Secondo alcuni autori, la salsa di soia venne esportata per la prima volta in Europa dai commercianti olandesi al servizio della corte di Luigi XIV.</p>
<p>La salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell&#8217;Asia orientale e sud-orientale. Talvolta è utilizzata in alcune applicazioni di cucina occidentale, ad esempio come ingrediente dell&#8217;inglese <strong>salsa Worcester</strong>.</p>
<p>Tra le qualità nutritive della salsa spiccano un contenuto di antiossidanti 10 volte maggiore rispetto a quello del vino rosso e proprietà digestive. Di contro, il contenuto in sale non ne rende consigliabile l&#8217;uso in diete povere di sodio.</p>
<p><strong>La salsa di soia è composta da 53% di acqua, 19% di soia, 16% circa di grano, 12% di sale e 0,01% di koji</strong>, il microrganismo che aiuta la fermentazione della salsa. La soia è ricca di proteine, come tutti i legumi, ma la cosa interessante di questo condimento è che ha pochissime calorie: nella salsa di soia più usata le calorie sono circa 60 ogni 100 grammi. Grazie all&#8217;azione delle fibre, aiuta anche a diminuire il colesterolo aumentando il senso di sazietà, favorendo l&#8217;espulsione di tossine e colesterolo cattivo.</p>
<p>La principale controindicazione nell&#8217;utilizzo della soia sta nella presenza di alcuni ormoni di origine vegetale, i fitoestrogeni, che potrebbero alterare l&#8217;equilibrio della tiroide in particolare. Come per tutti gli alimenti l&#8217;importante è non eccedere, anche per l&#8217;importante presenza di sale. Rispetto alla soia fresca la salsa di soia presenta meno controindicazioni perché fermentata, così come il tempeh, un alimento ricavato dalla soia gialla fermentata, il natto, un alimento tradizionale giapponese, e il miso, che a noi piace molto accompagnato da spaghetti di riso, zenzero e funghi shiitake.</p>
<p><strong>Preparazione della salsa di soia</strong></p>
<p>La salsa di soia, shoyu in giapponese, è un condimento liquido molto saporito e dal colore scuro, ottenuto dalla fermentazione di fagioli di soia, grano e sale; può essere usata per la marinatura di carne e pesce, ma anche per insaporire zuppe e piatti a base di noodles, o altri piatti.</p>
<p>Esistono tipi diversi di salsa di soia, il cui sapore e colore variano a seconda dei metodi usati per la produzione.</p>
<p><strong>Metodo tradizionale </strong></p>
<p>La produzione tradizionale di salsa di soia prevede quattro ingredienti: fagioli di soia, grano, sale e acqua.</p>
<p>Il processo inizia dai fagioli di soia che vengono sgrassati, lavati e cotti al vapore oppure lasciati ammollo in acqua; il grano viene invece prima tostato, frantumato e infine aggiunto ai fagioli di soia. Successivamente alla miscela viene aggiunta una muffa, di solito <em>Aspergillus oryzae </em>(o <em>Aspergillus sojae</em>), indispensabile per dare inizio al processo di fermentazione. Il composto ottenuto, chiamato <strong>koji</strong>, viene poi steso su dei vassoi di legno e lasciato a fermentare per qualche giorno (il metodo tradizionale prevede 72 ore di fermentazione), prima di aggiungere acqua, sale e agenti microbici (es., <em>lactobacillus</em>, un batterio che scompone lo zucchero in acido lattico). Durante questo periodo di tempo le proteasi del koji decompongono le proteine della soia.</p>
<p>Dopodiché la miscela viene nuovamente fatta riposare per riprendere la fermentazione, che può durare dai cinque agli otto mesi, ma alcune varietà di salsa di soia, quelle più pregiate, possono anche fermentare più a lungo. La salsa di soia a doppia fermentazione di Todoku viene fermentata per ben quattro anni e prodotta interamente a mano seguendo la ricetta tradizionale.</p>
<p>Una volta terminato il processo di fermentazione, il composto viene pressato per estrarre il liquido (vengono eliminati i residui), che in seguito viene pastorizzato e infine imbottigliato.</p>
<p><strong>Metodo moderno</strong></p>
<p>Per venire incontro alle esigenze del mercato, oggi molti produttori usano un metodo più rapido ed economico rispetto a quello tradizionale per produrre la salsa di soia.   In questo caso, invece del tradizionale processo di fermentazione, la salsa di soia si ottiene attraverso un processo chimico noto come idrolisi acida, che prevede l&#8217;aggiunta di acido cloridrico al composto di fagioli di soia, grano e acqua. Così facendo i tempi di produzione vengono ridotti da mesi a giorni, ma il risultato finale sarà di qualità inferiore rispetto alla salsa di soia tradizionale e con un sapore meno intenso. Per questo motivo additivi (es., caramello) e coloranti potrebbero essere aggiunti al prodotto.</p>
<p>Virtualmente tutte le salse di soia contengono dell&#8217;alcool addizionato durante l&#8217;imbottigliamento, che agisce da conservante e protegge il prodotto dal deterioramento.</p>
<p>Sebbene esistano molti tipi di salsa di soia, tutte consistono in un liquido di colore brunastro e dal gusto terroso e salato utilizzato come condimento direttamente sul cibo in cottura o servito a parte per essere aggiunto sul cibo già cotto<strong>. Il tipico gusto della salsa di soia viene definito in lingua giapponese</strong> &#8220;<strong>umam</strong>i&#8221; <strong>ed è in parte dovuto al contenuto naturale di glutammato monosodico</strong>.</p>
<p><strong>Varietà di salsa di soia </strong></p>
<p>La salsa di soia è uno dei condimenti principali in molte cucine asiatiche, da quella cinese a quella giapponese, fino alla coreana, indonesiana, filippina e indiana. A seconda del paese di produzione e dei metodi usati, ogni salsa ha sapore e colore leggermente differenti. Sebbene tutte le salse in questione siano di aspetto simile, in relazione al particolare luogo di produzione tendono ad essere preparate conferendo loro gusto, consistenza e fragranza differenti.</p>
<p><strong>Salsa cinese</strong></p>
<ul>
<li><strong>Salsa di soia leggera o fresca</strong> (shēng chōu o jiàng qīng). Meno densa, viene principalmente utilizzata come condimento da aggiungere a piatti già cucinati. Possiede colorazione meno marcata, è più salata e saporita.</li>
<li><strong>Salsa di soia scura</strong> (yìn yóu). La colorazione più scura è dovuta a un invecchiamento più prolungato e all&#8217;aggiunta di melassa. Viene principalmente aggiunta ai cibi in cottura; è leggermente più dolce e meno salata della salsa leggera.</li>
</ul>
<p><strong>Salsa indonesiana</strong></p>
<p>In Indonesia la salsa di soia è nota col nome di <strong>kecap</strong>, termine utilizzato per indicare salse fermentate. Si crede che la parola inglese &#8220;ketchup&#8221; derivi da tale termine.</p>
<ul>
<li><strong>Kecap asin</strong>. Salsa di soia salata molto simile alla salsa leggera cinese, a differenza della quale è più densa e possiede aroma più forte.</li>
<li><strong>Kecap manis</strong>. Salsa di soia dolce, di consistenza sciropposa con aroma simile alla melassa per l&#8217;aggiunta di zucchero di palma.</li>
</ul>
<p><strong>Salsa filippina</strong></p>
<p>Nelle Filippine la salsa di soia viene chiamata <strong>toyò</strong>. Oltre alla soia, al grano, e al sale, viene usato anche il <strong>caramello per conferire colore</strong>. È meno densa e dal gusto più salato rispetto alle salse del sudest asiatico, risultando più simile alla varietà giapponese. Essa, oltre a essere utilizzata come ingrediente e condimento da tavola, viene usata pure per la marinatura. È uno degli ingredienti principali dell&#8217;adobo filippino, uno dei più noti piatti della cucina filippina.</p>
<p><strong>Salsa giapponese</strong></p>
<p>Le salse di soia giapponesi utilizzano grano come ingrediente principale e questo tende a conferire loro un gusto leggermente più dolce rispetto alle salse cinesi; possiedono anche un certo gusto alcolico simile all&#8217;aroma di sherry. Generalmente i due tipi di salsa di soia non sono intercambiabili all&#8217;interno di una specifica ricetta.</p>
<ul>
<li><strong>Salsa di soia scura</strong> (<em>Koikuchi</em>): originaria della regione di Kanto, ma ormai diffusa in tutto il paese, rappresenta circa l&#8217;80% della produzione totale giapponese. Viene considerata la tipica salsa di soia giapponese ed è prodotta con approssimativamente parti uguali di fagioli di soia e grano, e si caratterizza per il suo sapore salato e umami.</li>
<li><strong>Salsa di soia chiara</strong> (<em>Usukuchi</em>): più salata e dal colore meno intenso rispetto alla salsa di soia Koikuchi, è originaria della regione di Kansai. Il suo colore chiaro si deve all&#8217;aggiunta dell&#8217;amazake, un liquido dolce ottenuto dalla fermentazione del riso.</li>
<li><strong>Salsa di soia Tamari</strong>: dal colore scuro e dal forte sapore umami, è l&#8217;unica salsa di soia giapponese senza glutine. La salsa di soia Tamari è infatti un&#8217;ottima alternativa per chi soffre di celiachia.</li>
<li><strong>Salsa di soia bianca</strong> (<em>Shiro Shoyu</em>): dalla colorazione molto leggera, questo tipo di salsa di soia viene prodotta principalmente con il grano e una piccola parte di soia.</li>
<li><strong>Salsa di soia a doppia fermentazione</strong> (<em>Saishikomi</em>): si ottiene dalla doppia fermentazione della salsa koikuchi. Ha un aspetto più denso e un sapore più intenso ma meno salato.</li>
<li><strong>Salsa di soia Marudaizu</strong>: a differenza di altre salse di soia, che sono fatte con una combinazione di fagioli di soia interi e sgrassati, la salsa di soia marudaizu è fatta solo con fagioli di soia interi.</li>
<li><strong>Salsa di soia a ridotto contenuto di sale</strong>: ha un quantitativo di sale minore rispetto alla salsa di soia tradizionale, che le conferisce un sapore più delicato. Viene prodotta sottoponendo la salsa koikuchi uno speciale processo di fermentazione che mantiene il sapore riducendo il contenuto di sale di circa il 50%.</li>
</ul>
<p><strong>Salsa coreana</strong></p>
<p>La salsa di soia coreana (ganjang) si può approssimativamente suddividere in due differenti tipi:</p>
<ul>
<li>La <strong>salsa hansik ganjang</strong> è prodotta interamente da blocchi di soia fermentata (meju) e salamoia e in base alla durata dell&#8217;invecchiamento può essere chiara, media o scura. È un sottoprodotto del doenjang (pasta di soia fermentata) e, oltre al caratteristico sapore, possiede una colorazione più leggera ed è più salata rispetto alle altre varietà di ganjang coreane. Nella moderna cucina coreana viene principalmente usata nelle zuppe (guk) e nei piatti a base di vegetali stagionati (namul).</li>
<li>La <strong>salsa gaeryang ganjang</strong>, diventata la varietà più diffusa nella moderna cucina coreana, non viene prodotta col meju. Introdotta durante l&#8217;occupazione giapponese, solitamente ha un aspetto più scuro rispetto alla hansik ganjang.</li>
</ul>
<p>Tener presente che al ristorante molte ricette non specificano il tipo di salsa di soia utilizzata, ma le varianti sono molte in texture, sapore e aspetto.</p>
<p><strong>Proprietà nutrizionali </strong></p>
<p>100 millilitri di salsa di soia Tamari sviluppano circa 60 Calorie e contengono approssimativamente: 66 g di acqua, costituiti da 10 g di proteine; 0,1 g di lipidi; 5,6 g di carboidrati; 0,8 g di fibre; 1,7 g di zuccheri; 20 mg di calcio; 2,3 mg di ferro; 40 mg di magnesio;</p>
<p>130 mg di fosforo; 212 mg di potassio; 5586 mg di sodio; 0,43 mg di zinco; 0,06 mg di Tiamina (vitamina B1); 0,15 mg di Riboflavina (vitamina B2); 3,9 mg di Niacina (vitamina B3 o vitamina PP); 0,2 mg di vitamina B6; 18 µg di vitamina B9 o acido folico</p>
<p><strong>Come conservare la salsa di soia</strong></p>
<p>La salsa di soia è una salsa deperibile, che può facilmente sviluppare sapori simili a quelli del pesce se non conservata con attenzione.</p>
<p>La salsa di soia va quindi conservata al buio e al riparo da fonti di calore. Una volta che la bottiglia di salsa di soia è stata aperta, essa va tenuta in frigorifero se non si pensa di utilizzarla entro un mese, specialmente se si tratta di una bottiglia trasparente.</p>
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		<title>La cucina giapponese</title>
		<link>https://www.amaperbene.it/la-cucina-giapponese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2023 16:19:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;arcipelago giapponese è costituito da cinque isole maggiori (da nord a sud Hokkaidō, Honshū, Shikoku, Kyūshū e Okinawa) e da numerose isole minori, per un totale di 14.125 isole, di cui solo 430 sono abitate. A causa della natura dell&#8217;arcipelago giapponese, composto da molte isole le quali si estendono per oltre 3.500 chilometri, la cucina giapponese differisce sensibilmente da nord a sud, dando origine a numerose varietà e stili di cucina, ciascuno tipico della propria zona di appartenenza.</p>
<p><strong>A lungo il Paese è rimasto isolato dal mondo</strong>, in un certo qual modo “incatenato” (Sakoku) praticando una politica autarchica durante il periodo Edo, iniziata con un editto dello shōgun Tokugawa Iemitsu nel 1641 ed interrotta d&#8217;imperio dal commodoro statunitense Matthew Perry per opera delle sue Navi nere nel 1853. La conseguente apertura del Paese all’Occidente attuata con la Restaurazione Meiji (1868-1912) portò ad una serie di cambiamenti che coinvolsero pienamente la cucina giapponese con accettazione di nuovi ingredienti, nuove pietanze, nuove tecniche di cottura, ecc., che sono state rapidamente accettate, diffuse e assimilate dalla cucina giapponese.</p>
<p>Da allora, è entrato in uso nella lingua giapponese il termine nihon-ryōri o <strong>washoku</strong> per identificare la <strong>cucina tradizionale giapponese</strong>, distinguendola dalla cucina <strong>yōshoku</strong> <strong>“cucina occidentale</strong>”, diffusasi in seguito all&#8217;abolizione del periodo di sakoku.</p>
<p>La cucina giapponese è profondamente radicata nella cultura e nella tradizione del paese; si basa su:</p>
<ul>
<li><strong>rispetto per la natura</strong> strettamente correlato all’<strong>uso sostenibile e </strong>salubre <strong>delle risorse naturali</strong>;</li>
<li><strong>equilibrio </strong>degli ingredienti <strong>ed esaltazione dei sapori naturali </strong></li>
<li><strong>freschezza degli alimenti (di alta qualità) e rispetto della stagionalità</strong>. Ciò riflette la filosofia di apprezzare e sfruttare i prodotti locali freschi che sono in stagione.</li>
<li><strong>arte del taglio</strong> degli alimenti. Gli chef giapponesi dedicano molta attenzione al taglio preciso degli alimenti. ingredienti e alla presentazione dei piatti.</li>
<li><strong>disposizione estetica del cibo:</strong> è un aspetto fondamentale, e spesso si cerca di creare piatti che siano belli da vedere oltre che deliziosi. Viene prestata grossa attenzione nella preparazione di ogni piatto (attenzione allo spazio, alla forma e ai colori) e presentazione delle pietanze (<strong><em>Moritsuke</em></strong><em>, </em>arte dell’impiattamento).</li>
<li><strong>convivialità</strong>: le portate vengono servite tutte in contemporanea, a testimoniare la convivialità di questa cultura e, addirittura, molte pietanze vengono cucinate direttamente al tavolo.</li>
<li><strong>etichetta a tavola</strong>: la cultura del rispetto e dell&#8217;etichetta è evidente anche nella cucina giapponese.</li>
</ul>
<p>In generale, la cucina giapponese è un&#8217;<strong>esperienza multisensoriale </strong>che va oltre il semplice atto di mangiare, abbracciando la storia, la natura e l&#8217;estetica in ogni piatto.</p>
<p>Oltre alla raffinata cucina servita nei ristoranti, la cucina giapponese comprende anche una cucina casalinga e street food, che offrono piatti più semplici e comfort food, come okonomiyaki (una sorta di frittata di cavolo), takoyaki (palle di polpo), yakitori (spiedini di pollo grigliato) e ramen, che sono spesso consumati per strada o in piccoli locali informali.</p>
<p>Uno degli ingredienti principali è il riso, ma sono diffusi anche pasta, pesce, verdure e legumi, conditi solitamente con le varie spezie locali. La carne è generalmente assente dalla cucina tradizionale, ma presente in alcuni piatti di origine straniera come ad esempio il tonkatsu.</p>
<p>I piatti più conosciuti sono:</p>
<ul>
<li><strong>Donburi</strong>: una ciotola di riso coperta con vari ingredienti, come tonkatsu (maiale impanato), gyudon (manzo cotto in salsa di soia dolce) o unagi don (anguilla glassata).</li>
<li><strong>Fugu</strong>: è il famoso pesce palla, altamente tossico per la presenza letale di tetrodotossina; viene però preparato da cuochi con licenza specifica in un modo appropriato che rende inoffensivo e il veleno. L’estrema difficoltà della preparazione lo ha reso uno dei piatti più celebri in Giappone; la città di Osaka gli ha dedicato persino un museo.</li>
<li><strong>Okonomiyaki</strong>: è una sorta di frittata alla griglia alla quale si può aggiungere letteralmente ciò che si preferisce, la traduzione è infatti “ciò che vuoi alla griglia”.</li>
<li><strong>Onigiri</strong>: è un piatto tipico della cucina giapponese tra i più antichi, probabilmente risale all’XI secolo ed era il pasto tipico dei samurai durante la guerra, forse perché era comodo da mangiare anche senza bacchette o un tavolo su cui poggiarsi: sono una specie di polpette triangolari farcite con ingredienti vari, carne pesce o uova.</li>
<li><strong>Ramen</strong>: una zuppa di noodle originaria della Cina, di cui esistono numerosissime varianti, tutte accomunate dalla presenza di una pasta tipo spaghetti, prodotti con farina di frumento. Il brodo in cui sono immersi può essere sia a base di carne che di pesce, ma anche con uova o vegetariano.</li>
<li><strong>Riso al curry: </strong>è una ricetta giapponese tra le più amate e conosciute. Il riso bianco viene accompagnato da una saporita e colorata salsa al curry, contenente, in qualche caso, anche verdure o carne, come per esempio un petto di pollo panato tagliato a striscioline.</li>
<li><strong>Sashimi</strong>: è il piatto a base di pesce crudo più semplice tra le specialità giapponesi: sono “carpacci” di pesce spessi non più di mezzo centimetro. Ingredienti principali? Salmone, tonno e sgombro, ma anche orata, spigola e tanti altri.</li>
<li><strong>Shabu shabu</strong>: viene servita come un brodo dal quale vanno “pescati” fette di carne, verdure, funghi, tofu, che fanno mangiati dopo pochi secondi ben caldi. Dopo si può bere il brodo.</li>
<li><strong>Sushi</strong>: è uno dei piatti giapponesi più noti a livello mondiale. Include varietà come <strong>Nigiri</strong> (riso con pesce o altri ingredienti sopra) e <strong>Maki </strong>(rotoli avvolti in alga nori con riso e vari ingredienti al centro). Si tratta di polpette schiacciate di riso, servite con pesce crudo – ma anche cotto. Ovviamente ne esistono tantissime varianti, con diversi ingredienti e composizioni.</li>
<li><strong>Tempura</strong>: frittura leggera di verdure, pesce o carne ricoperti di pastella. È spesso servita con salsa tempura.</li>
<li><strong>Udon</strong>: spaghetti giapponesi realizzati con farine integrali; si possono cucinare con diversi brodi o contorni.</li>
<li><strong>Yakitori</strong>: spiedini di carne (pollo, maiale, manzo) cotti alla griglia.</li>
<li><strong>Zuppa di Miso: </strong>il miso è pasta di soia fermentata; ci si aggiunge brodo, tofu, verdure varie come porro, alghe, carote, funghi, ma anche proteine come pesce, frutti di mare e tanto altro, per fare una zuppa saporita.</li>
</ul>
<p><strong>Cucina di Okinawa</strong>: Questa regione ha la sua tradizione culinaria distintiva, che include piatti come il <strong>Goya Champuru</strong> (un piatto a base di amaro melone e tofu) e il <strong>Rafute</strong> (maiale stufato).</p>
<p><strong>Kaiseki</strong>: Una forma sofisticata di cucina giapponese che presenta una serie di piccoli piatti artistici e delicati, spesso serviti in un ordine specifico.</p>
<p>Tra le bevande sono diffuse il <strong>sakè, </strong>una tradizionale bevanda alcolica ampiamente consumata in Giappone e spesso accompagnata ai pasti. e il <strong>tè verde, </strong>altrettanto importante e servito in varie cerimonie, riflettendo una profonda connessione con la natura e la spiritualità. Buona anche la varietà di dolci (wagashi).</p>
<p>La <strong>giornata tipo</strong> è organizzata nel modo che segue.</p>
<p><strong>Non esiste il concetto di primo piatto, secondo, contorno, frutta</strong> e di solito in tavola vengono portati contemporaneamente tutti i cibi, che vengono consumati senza ordine prestabilito.</p>
<p>Molti piatti sono conviviali, nelle abitazioni vengono cotti con un fornello portatile direttamente in tavola e i commensali si servono dalla pentola. Si fa un largo uso di pietanze fritte in diversi modi, la cui pesantezza viene bilanciata da una grande quantità di verdure.</p>
<p>In Giappone, il consumo di cibo è organizzato intorno a tre pasti principali:</p>
<ul>
<li>la <strong>colazione</strong>, la quale può essere
<ul>
<li><strong>tradizionale</strong>: può essere paragonata, per via del suo valore nutritivo, a un pranzo. Oltre al riso può comprendere zuppa di miso, tofu, sottaceti quali ravanelli (takuan) o prugne (umeboshi) e pesce, sia crudo che affumicato. Spesso viene sbattuto un uovo sopra il riso con l&#8217;aggiunta di salsa di soia per dargli un caratteristico colore oro (tamago kake gohan), mentre l&#8217;alga nori è utilizzata per avvolgere il riso e mangiarlo.</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Nelle famiglie composte da giovani coppie, tuttavia, ma soprattutto nei</p>
<ul>
<li><strong>occidentale</strong>; preferita a quella tradizionale dai giovani in genere, perché necessita di meno tempo per essere preparata.</li>
</ul>
<p>Gli alberghi tradizionali giapponesi (i ryokan per esempio) servono esclusivamente la colazione tradizionale; gli hotel in stile occidentale e i ristoranti offrono invece ai clienti la scelta tra i due tipi di colazioni.</p>
<ul>
<li>il <strong>pranzo</strong>, il quale viene spesso consumato rapidamente al lavoro o a scuola, ed è solitamente composto da pasti preconfezionati (come ad esempio bento o onigiri) o preparati precedentemente in casa in scatole apposite per il cibo (bentō). Il bento è un pasto da asporto diffuso specialmente tra gli adolescenti, composto da riso bianco, pesce o carne e verdure in salamoia o cotte; viene preparato in casa o si acquista sulle bancarelle in strada, nei ristoranti, nei supermercati o nei convenience store. Per chi resta a casa, un piatto di pasta è sufficiente; per chi vuole, può pranzare presso un ristorante che a mezzogiorno offre di solito alcuni menù a prezzo fisso chiamati ranchi-setto, dall&#8217;inglese lunch-set.</li>
<li>Il tradizionale <strong>spuntino pomeridiano</strong> è chiamato oyatsu ed è composto da una bevanda e da stuzzichini detti o-kashi. Tale usanza risale almeno al periodo Edo; la bevanda può essere calda o fredda (ma non alcolica) mentre l&#8217;o-kashi può essere dolce o salato, industriale o artigianale, come ad esempio i cioccolatini.</li>
<li>la <strong>cena</strong>, più rispettosa della tradizione, è il pasto principale per gran parte dei giapponesi, allorquando tutti membri della famiglia mangiano insieme.</li>
</ul>
<p>Il menu tipico segue la filosofia dell&#8217;ichijū sansai (“una zuppa e tre piatti”), in cui la portata principale è composta da riso o da una zuppa, più tre piatti di contorno; questi ultimi sono chiamati okazu e sono generalmente serviti in piccole quantità; la cucina giapponese presta particolare attenzione alla varietà dei gusti, dei colori e delle forme di preparazione, scegliendo i contorni più adatti tra le seguenti categorie:</p>
<ul>
<li><strong><em>nimono</em></strong>, qualcosa di bollito</li>
<li><strong><em>sumono</em></strong> (o <em>namasu</em>), qualcosa con aceto</li>
<li><strong><em>yakimono</em></strong>, qualcosa alla griglia</li>
<li><strong><em>namamono</em></strong>, qualcosa di crudo, solitamente strisce di sashimi o verdura</li>
<li><strong><em>mushimono</em></strong>, qualcosa al vapore</li>
<li><strong><em>agemono</em></strong>, qualcosa di fritto, di solito il tempura</li>
<li><strong><em>tsukemono</em></strong>, qualcosa in salamoia: si tratta di un piatto a base di sottaceti, di solito conditi con verdure e sale</li>
</ul>
<p><strong>Innovazioni culinarie</strong>: La cucina giapponese riflette la ricca diversità delle tradizioni culinarie del paese e continua a evolversi con influenze contemporanee.</p>
<p>In Giappone, si sono sviluppati nuovi stili di cucina che mescolano tradizione e modernità, spesso incorporando ingredienti internazionali; i cuochi giapponesi sono noti per la loro creatività. E’ in ogni caso difficile che la cucina giapponese riesca a staccarsi dalla tradizione, ma l’innovazione di ogni piatto è sempre costituita da una sapiente mescolanza.</p>
<p>L’argomento della <strong>cucina tradizionale giapponese</strong> (<strong>washoku</strong>) nel 2013 l’UNESCO, inserita nell’elenco dei patrimoni culturali immateriali dell’Umanità.</p>
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		<title>La cucina popolare giapponese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2023 16:18:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Giappone anche la cucina popolare è qualcosa di speciale: amata nei centri cittadini. fonde elementi giapponesi tradizionali ed elementi occidentali, alla continua ricerca del perfezionamento delle tecniche dei vari piatti. Anche la cucina popolare osserva i principi generali della cultura gastronomica giapponese. L’attrattiva principale è la possibilità di poter assaporare a un prezzo modico &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Giappone anche la cucina popolare è qualcosa di speciale: amata nei centri cittadini. fonde elementi giapponesi tradizionali ed elementi occidentali, alla continua ricerca del perfezionamento delle tecniche dei vari piatti. Anche la cucina popolare osserva i principi generali della cultura gastronomica giapponese. L’attrattiva principale è la possibilità di poter assaporare a un prezzo modico dei piatti casalinghi di cui non ci si stanca mai, pur consumandoli ogni giorno.</p>
<p><strong>Protagonisti della cucina popolare giapponese</strong></p>
<p><strong>Soba<br />
</strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-28669" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/La-cucina-popolare-giapponese-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/La-cucina-popolare-giapponese-300x201.jpg 300w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/La-cucina-popolare-giapponese-768x514.jpg 768w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/La-cucina-popolare-giapponese.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />La soba è una pasta di grano saraceno avente forma simile ai tagliolini o agli spaghetti, tipica della cucina giapponese. Viene mangiata sia fredda che calda ed è solitamente servita con varie guarnizioni e condimenti. Il piatto standard è la <strong>kake soba</strong> (<strong>soba in brodo</strong>), in cui i tagliolini vengono immersi in un brodo bollente chiamato <strong>tsuyu fatto con dashi, mirin e salsa di soia, guarnito con fettine di negi</strong> (cipolletta).</p>
<p>La soba più famosa è chiamata <strong>Shinano Soba</strong> o <strong>Shinshu soba</strong>, e proviene dalla prefettura di Nagano. E’ un piatto che per la sua semplicità risente in modo particolare della qualità delle materie prime e nell’abilità del cuoco determinarne la fragranza, il colore, il gusto e il grado di deglutibilità. La cosa difficile del sobauchi (fare i soba) sta nel fatto che la farina di grano saraceno contiene poco glutine che di norma funziona da elemento collante. Dopo averli cotti per 20 secondi, si raffreddano in acqua gelida e poi si servono sullo zaru, un graticcio di bambù riservato ai morisoba. Al momento di consumarli, si versa in una coppetta chiamata choko un intingolo contenuto dentro il tokkuri, una bottiglia in terracotta: a esso si aggiungono cipolletta tagliata sottile e wasabi. Successivamente, si immergono le estremità dei soba nell’intingolo e senza quasi masticarli si deglutiscono. Il modo caratteristico di apprezzare questo piatto consiste nel godere della fragranza dei soba, mediante il palato e il canale olfattivo, e della sua alta deglutibilità mentre attraversa il cavo orale. Anche l’intingolo in cui si immergono i soba, preparato con un dashi fatto con cura, è gustoso e dal sapore penetrante.</p>
<p><strong>Udon<br />
</strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-28673" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/cucina-giapponese-udon.jpg" alt="" width="262" height="226" />L&#8217;udon  è un composto preparato con farina di grano tenero tipica della cucina giapponese, sale e acqua; la sua consistenza è morbida ed elastica, ed è facile la sua preparazione.</p>
<p>Serviti solitamente come tagliolini in brodo, possono essere cucinati in diverse maniere, utilizzando vari tipi di brodo ed accompagnandoli con diversi tipi di contorni aggiunti alla minestra. Gli udon possono essere caldi o freddi. Oltre ai kamaage udon, che si consumano immergendoli in un intingolo caldo, esiste anche un altro tipo di udon caldi, serviti in un brodo di salsa di soia e dashi. Spesso sugli udon si adagiano la tenpura o altri ingredienti come verdure o uova.</p>
<p><strong>Okonomiyaki<br />
</strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-28674" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Okonomiyaki-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Okonomiyaki-300x157.jpg 300w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Okonomiyaki.jpg 316w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />L’okonomiyaki è un piatto tipico della cucina giapponese, una frittella agro-dolce, a base di farina, a cui vengono aggiunti cavolo, uova, carne e altri ingredienti come gamberi o pancetta. Fuori croccante, dentro ha un’anima morbida.</p>
<p>Ci sono due tipi di pasta: quella più spessa nello stile di <strong>Ōsaka</strong> (pizza di Osaka) e quella più sottile nello stile di Hiroshima, guarnita con i soba. La parola okonomiyaki vuol dire “quello che vuoi alla griglia” perché andrebbe cotto sulla piastra teppan direttamente al tavolo.</p>
<p>L’okonomiyaki nella maniera di Hiroshima è nato nel dopoguerra come piatto tipico che si consumava nelle bancarelle all’aperto, fino ad affermarsi al giorno d’oggi come pietanza fast food.</p>
<p>Una variante è l’<strong>hiroshimayaki</strong>, cotto direttamente sulla piastra incastonata nel bancone, realizzata su misura per il ristorante. Il piatto consiste nell’adagiare verza, soba, carne e altri ingredienti sull’impasto cotto in modo da risultare croccante, ricoprire il tutto con un uovo spalmato sottile sulla superficie e guarnire con salsa per okonomiyaki. Il segreto della bontà sta anche negli ingredienti nascosti, quali la farina di pesce, i rimasugli di pastella della tenpura, i semi di sesamo bianco e altro.</p>
<p><strong>Anguilla</strong> cotta ai ferri:<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-28675" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Anguilla.jpg" alt="" width="267" height="200" />L’anguilla ai ferri è un piatto che consiste nella cottura di un’anguilla di grossa taglia, dopo averla sfilettata e bagnata in una salsa. È comune consumare questo piatto servendolo su un letto di riso bianco nel jū,un recipiente quadrangolare, o nel donburi, una scodella tonda. In Giappone è un piatto estremamente popolare, perché offre sollievo a chi soffre la calura estiva; è soffice e tenera al palato.</p>
<p>Ne esistono due versioni: la prima, tipica della regione del Kansai, consiste nel passare l’anguilla nella salsa e arrostirla. La seconda, tipica della regione del Kantō, nel cuocerla al vapore prima di arrostirla.</p>
<p>L’anguilla nello stile Edo (stile del Kantō) si prepara nel modo seguente: dopo aver sfilettato l’anguilla e averla grigliata senza condimenti, la si cuoce al vapore lentamente, impiegando da un’ora a un’ora e mezzo di tempo, nel seiro, un cestello di legno e bambù, per eliminare il grasso in eccesso. In seguito si passa alla vera fase di cottura su una brace alimentata a carbone, immergendo l’anguilla circa quattro volte in un intingolo a base di mirin e salsa di soia. Attraverso tale reiterazione, l’anguilla risulta ben abbrustolita e ne viene esaltato il sapore. Quando si mette in bocca è così soffice da sciogliersi a contatto con il palato.</p>
<p><strong>Yakitori<br />
</strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-28676" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Yakitori.jpg" alt="" width="276" height="183" />Gli yakitori sono essenzialmente degli spiedini di pollo composti da pezzetti di pollo o da frattaglie dello stesso infilzati su spiedini di bambù e grigliati, di solito a fuoco vivo su carbonella binchōtan che ha al contempo un’alta temperatura di evaporazione e non fa evaporare i liquidi della carne. In Giappone, nei ristoranti di yakitori (yakitori-ya), si ritrova ogni possibile parte di pollo. È quindi possibile ordinare spiedini composti unicamente da parti di coscia, petto, cartilagine, pelle e altre parti, e il costo della pietanza cambia a seconda della parte ordinata. Di solito è possibile scegliere se farselo preparare salato, oppure con la salsa tare, fatta di mirin, sakè, salsa di soia e zucchero.</p>
<p><strong>Oden<br />
</strong>L&#8217;oden  è un piatto invernale tipico; consiste in una zuppa calda che prevede la cottura di vari ingredienti (come <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-28677" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Oden.jpg" alt="" width="225" height="225" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Oden.jpg 225w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Oden-150x150.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px" />daikon, konnyaku, uova, ganmodoki) nel brodo dashi, fatto con katsuobushi (tonnetto secco) e alghe konbu, il tutto viene poi insaporito con la salsa di soia.</p>
<p>Esistono numerosi ingredienti da cui poter scegliere. Tra le spezie utilizzate per condire l&#8217;oden vi è il karashi, una senape piccante tipica del Giappone.</p>
<p>Non si utilizzano ingredienti troppo grassi o dal sapore troppo forte, per evitare di alterare il gusto del brodo. Circa trenta tipi di alimenti si impregnano l’uno del sapore dell’altro e si fondono in un gusto armonico.</p>
<p>A seconda del luogo del Giappone vi sono modi diversi di preparare tale pietanza:</p>
<ul>
<li>a Nagoya, viene chiamato Kantō-ni, dove si fa un uso maggiore della salsa di soia</li>
<li>nel Kansai a volte viene chiamato Kantō-daki, è noto per il suo sapore forte</li>
<li>a Shizuoka viene condito con brodo di carne e salsa di soia scura</li>
</ul>
<p><strong>Donburi<br />
</strong>Donburi in lingua giapponese significa letteralmente “grande ciotola”, ed è quello che effettivamente è anche in <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-28678" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Donburi.jpg" alt="" width="242" height="242" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Donburi.jpg 242w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Donburi-150x150.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 242px) 100vw, 242px" />cucina e in tavola: una grande ciotola di ceramica ripiena di riso bianco cucinato al vapore e servito con carne, pesce, verdure e altri ingredienti, a condire e arricchire di gusto: il sapore del riso, combinato a quello degli altri ingredienti, si armonizza dando vita a un gusto ancora più ricco.</p>
<p>Un esempio è l’oyako donburi, un piatto economico spesso presente nei menù dell’ora di pranzo nei ristoranti di soba. Utilizzando un padellino monoporzione si cuociono pollo e due uova in un dashi con salsa di soia e mirin; il tutto poi viene versato su uno strato di riso bianco. Per ottenere un oyako donburi delizioso, occorre fare attenzione che le uova non si solidifichino troppo e che la carne rimanga soffice e amalgamata al resto degli ingredienti.</p>
<p>Spesso abbreviato in don, il donburi è uno dei piatti tipici della cucina nipponica, semplice da preparare e sostanzioso da mangiare, grazie alle molteplici varianti e interpretazioni che esistono e che vengono continuamente create. Altro non è che una versione aggiornata di un piatto che si usava preparare nei templi durante il periodo Muromachi, tra il 1330 e il 1570: l’<strong>houhan</strong>. Allora il riso veniva condito con una varietà di verdure i cui colori erano scelti accuratamente: bianco, giallo, rosso, verde e nero, per rappresentare i cinque elementi e comporre la ciotola seguendo il principio dello Yin e dello Yang.</p>
<p>Il primo vero donburi per come lo si mangia oggi, però, è stato creato per consentire agli appassionati di teatro di mangiare in maniera veloce e discreta anche durante uno spettacolo ed era a base di riso e anguilla.</p>
<p>Nella sua semplicità, il donburi è diventato in fretta molto popolare in Giappone e alla sua ricetta originale con sola anguilla si sono aggiunte molte varianti, ognuna delle quali prende il nome degli ingredienti che contiene. Le combinazioni possibili sono davvero infinite, tra cui:</p>
<ul>
<li><strong>Tonkastu Don</strong></li>
</ul>
<p>Con cotoletta di maiale alla giapponese, cipolla e uova serviti su un letto di riso cotto a vapore e salsa di soia. Nei ristoranti Sagami puoi anche provare la variante Nagoya, con salsa a base di miso, che rende il sapore del piatto ancora più deciso e intenso.</p>
<ul>
<li><strong>Oyako Don</strong></li>
</ul>
<p>In questo caso il topping sul riso è composto da pollo insaporito con salsa di soia, uova e cipolla. È uno dei donburi più classici della cucina giapponese ed anche uno dei più gustosi!</p>
<ul>
<li><strong>Gyu Don</strong></li>
</ul>
<p>Fettine sottili di carne di manzo con cipolla e condite con salsa di soia, poggiati su una base di riso. Perfetto per un pranzo veloce o una cena leggera!</p>
<ul>
<li><strong>Unagi Don</strong></li>
</ul>
<p>Anguilla cotta alla griglia in salsa kabayaki adagiata su una base di riso. È in assoluto il modo più comune di mangiare l’anguilla.</p>
<ul>
<li><strong>Tempura Don</strong></li>
</ul>
<p>Abbreviato anche Tendon, questa versione di donburi prevede una base di riso coperta da un mix di pesce e verdure cotte in tempura e condite con salsa di soia. Croccante e leggero!</p>
<ul>
<li><strong>Kaisen Don</strong></li>
</ul>
<p>Il riso è condito con sashimi di sgombro, di tonno e di salmone e caviale di salmone. È il donburi tipico delle località marittime del Giappone.</p>
<p><strong>Tonkatsu</strong></p>
<p>E’ un piatto di origini occidentali (fa parte di tutti quei piatti della cucina giapponese denominati <strong>Yōshoku</strong>, che significa &#8220;cibo occidentale&#8221;): è stato introdotto in Giappone dai portoghesi alla fine del XIX secolo e venne originariamente chiamato dai locali Katsuretsu (cotoletta) o semplicemente Katsu. Nei primi anni, in Giappone si cucinava il Katsuretsu con carne di manzo. Rispetto ad altri Yōshoku, il Tonkatsu ha subito nel tempo tantissime variazioni ed adattamenti della ricetta originale.</p>
<p>Il <strong>tonkatsu</strong> è composto da una cotoletta di maiale, alta uno o due centimetri, che si passa nel pane grattugiato, si <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-28679" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Tonkatsu.jpg" alt="" width="276" height="182" />frigge. Una volta cotta la cotoletta viene tagliata in pezzi di piccole dimensioni (per poterli prendere agevolmente con le bacchette) e servita insieme a cavolo cappuccio tritato o verza cruda tagliata a listarelle, riso bianco giapponese e zuppa di miso. Non va confuso con il tonkotsu (ossa di maiale da cui sicava un brodo per il ramen).</p>
<p>Il tonkatsu si può considerare la massima espressione tra i piatti a base di carne che si sposano con il riso bollito e la zuppa di miso, non solo per la sorprendente morbidezza, ma anche per il sapore intenso conferito dal lardo.</p>
<p>Per il tonkatsu si può utilizzare il filetto o la lonza del maiale. La carne viene di solito condita con sale e pepe prima di essere infarinata leggermente; successivamente viene immersa nell&#8217;uovo sbattuto e ricoperta di panko (un particolare pangrattato tipico del Giappone) prima di essere fritta in abbondante olio.</p>
<p>Esistono numerose varianti. La ricetta attuale prevede che sia servito con riso, zuppa di miso e tsukemono nello stile del washoku (il cibo tradizionale giapponese). Recentemente alcuni ristoranti hanno iniziato a servire il tonkatsu accompagnato con la tradizionale salsa ponzu e con il daikon grattugiato.</p>
<p>Esistono anche alcune varianti che non  utilizzano la carne di maiale:</p>
<ul>
<li><strong><em>Chicken katsu</em></strong>, che usa la carne di pollo; questa preparazione si trova spesso nei plate lunch hawaiani (un pasto da asporto simile al bentō giapponese).</li>
<li><strong><em>Menchi katsu</em></strong>, una polpetta di carne impanata e fritta.</li>
<li><strong><em>Hamu katsu</em></strong> (ham katsu), un piatto simile realizzato utilizzando la coscia del maiale. Questo piatto viene considerato come una variante economica del tonkatsu.</li>
<li><strong><em>Gyū katsu</em></strong> (katsu di manzo), conosciuto anche come bīfu katsu, molto popolare nelle zone di Kansai vicine a Osaka e Kōbe.</li>
</ul>
<p>Piatti simili realizzati con ingredienti diversi dalla carne di pollo, manzo o maiale vengono definiti furai (fritti) e non katsu (cotoletta); tra questi ci sono gli aji-furai (sugarelli fritti) e gli ebi-furai (gamberetti fritti).</p>
<p><strong>Rāmen<br />
</strong>Il ramen è un tipico piatto giapponese a base di spaghetti di frumento serviti in brodo di carne e/o pesce, spesso <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-28680" src="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Ramen-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" srcset="https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Ramen-300x150.jpg 300w, https://www.amaperbene.it/wp-content/uploads/2023/11/Ramen.jpg 311w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni come maiale affettato, alghe marine secche, kamaboko, negi e a volte mais.</p>
<p>Praticamente ogni località del Giappone ha la propria variante di ramen, dal ramen di tonkotsu (brodo di osso di maiale) del Kyūshū al ramen di miso dell&#8217;Hokkaidō.</p>
<p>Un gusto che nasce dalla fusione di ingredienti variegati. Nel rāmen tre elementi fanno un unico piatto: il brodo, che deriva da quello utilizzato nei piatti di pasta lunga della cucina cinese, gli spaghetti e gli ingredienti di accompagnamento. La grande differenza con la cucina cinese è che in quest’ultima il brodo dei rāmen è un elemento onnipresente, utilizzato anche per i soffritti; in Giappone, invece, viene cucinato esclusivamente per questo piatto. Comunque, anche nel Paese del Sol Levante, sino alla prima metà dell’era Shōwa (1926-1989), il brodo era lo stesso che veniva adoperato nella cucina cinese. Da quel momento in poi però i cuochi giapponesi si adoperarono con determinazione, accumulando trovate originali per diversificare il brodo a seconda dell’area e del ristorante. Il rāmen stesso, inteso non solo come brodo ma come combinazione di brodo e spaghetti, si è differenziato da nord a sud in svariate tipologie, le cui correnti principali si identificano attualmente nelle specialità di “rāmen locali” del Kyūshū e di Sapporo. Non finisce qui: nonostante infatti <strong>i rāmen del Kyūshū</strong> impieghino uno stesso tipo di brodo ricavato dalle ossa di maiale, differiscono fra loro a seconda della città di provenienza. Esistono pertanto una variante di <strong>Hakata</strong>, una di <strong>Kurume</strong> e una di <strong>Kagoshima</strong>.</p>
<p>Il brodo dei rāmen è principalmente a base di pesce e di ossa di pollo o di maiale, o si ricava dalla commistione di questi elementi; a essi vengono poi aggiunti come condimenti la salsa di soia, il miso e il sale. Qualunque sia la variante, si viene comunque appagati da un <strong>dashi ricco e saporito</strong>. La tipologia di spaghetti, classificati in molto spessi, spessi, sottili e arricciati, varia a seconda della zona e dell’estro del cuoco. Il gusto originale tipico di ciascuna regione viene ricavato dalla complessa combinazione di brodo e spaghetti. Anche l’accostamento degli altri ingredienti, come le fettine di maiale arrosto e i menma (striscioline di bambù fermentate e poi lasciate ad essiccare), conferisce un tocco speciale al piatto. Inoltre, esiste anche un tipo di preparazione che consiste nel far saltare prima brodo e verdure in un wok e poi versarli sugli spaghetti, come accade per i rāmen di Sapporo.</p>
<p>Se si contano gli elementi visibili contenuti in una ciotola, essi variano dai sette agli otto ingredienti, ma esistono dei tipi di rāmen in cui vengono impiegati fino a 30 componenti.</p>
<p>Il rāmen è un piatto attraverso cui poter gustare il sapore profondo che nasce dall’armonia di ciascuno dei ingredienti.</p>
<p>Potrebbe interessarti l&#8217;articolo: <strong><a href="/conoscere-la-cucina-giapponese/">Conoscere la cucina giapponese</a> </strong></p>
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		<title>Conoscere la cucina giapponese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione amaperbene.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2023 10:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cucina Giapponese]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di <strong>washoku</strong>, cioè <strong>la cucina tradizionale giapponese</strong>, normalmente si pensa al sushi, al sashimi, al ramen ovvero a tutti quei piatti la cui conoscenza è ormai consolidata anche all’estero. Ma la dieta del popolo giapponese è molto più ricca e basata su una vasta gamma di ingredienti; ad esempio, quanti sanno che alcuni pesci non sono adatti per il sushi o che il tipo di taglio eseguito con il coltello sul pesce crudo ne influenza il gusto. Ne consegue che esistono tantissimi aspetti sconosciuti nel mondo gastronomico giapponese che vanno approfonditi. Questo articolo ha lo scopo di ampliare le conoscenze dei lettori in modo che, entrando in un ristorante giapponese, possano fare scelte consapevoli.</p>
<p><strong>Washoku è il cibo che i giapponesi mangiano tradizionalmente</strong> e include anche tutto ciò che riguarda la cultura culinaria, l’etichetta, i rituali e l’organizzazione dell’ambiente conviviale. <strong>Ashoku</strong> rappresenta invece lo <strong>stile culinario tradizionale giapponese</strong>, che si basa su consumo di riso, zuppa di miso (composto di soia fermentata), elementi di contorno e tsukemono (verdure in salamoia).</p>
<p><strong>La colonna portante del washoku è la vasta gamma di ingredienti; gli elemento principali sono costituiti da: </strong></p>
<ul>
<li><strong>Il riso. </strong>Il Giappone è uno dei paesi asiatici consumatori di riso. L’80% del riso mondiale appartiene alla sottospecie Indica, i cui chicchi rimangono separati dopo la cottura. Il riso giapponese, invece, è della <strong>sottospecie Japonica, che si caratterizza per la collosità</strong>. Dopo la cottura, questa varietà di riso possiede lucentezza, dolcezza e un sapore molto gradevole. Il riso bianco, privato della sua crusca, è composto all’80% da amido, per questo è molto digeribile e rappresenta gran parte della fonte energetica dei giapponesi. Per ottenere un riso ancora più saporito, c’è chi lo bolle in una pentola di terracotta. Il riso si immerge in acqua per 15 minuti e si scola per altrettanti minuti; si fa bollire in una quantità di acqua pari a quella del riso per 20 minuti a 95 gradi; a questo punto l’amido si gelatinizza e il riso è pronto. Il riso andrebbe consumato appena bollito, ma la varietà Japonica ha il pregio di essere buona anche quando si raffredda. Infinita la varietà di applicazioni.</li>
<li><strong>Il pesce. </strong>l Giappone è un arcipelago dalla forma stretta e lunga e i suoi mari sono popolati da circa 4200 specie di pesci. I giapponesi amano il pesce in tutte le sue declinazioni: non consumano solo i pesci di mare, ma anche quelli di acqua dolce, come l’ayu (un tipo di trota) o la carpa. Il merito della bontà dei prodotti ittici giapponesi va, innanzitutto, allo sviluppo delle tecniche per la consumazione del pesce fresco. Per esempio, <strong>non basta tagliare il pesce crudo per ottenere il sashimi, bensì bisogna utilizzare con maestria dei coltelli a lama singola di ottima qualità per affettarlo senza compromettere il sapore delle sue carni</strong>. Anche l’eccezionale sistema di distribuzione e gestione del pesce è da menzionare. Il mercato del pesce di Tsukiji raccoglie il pescato proveniente da tutto il Giappone, eppure chiunque lo visiti si meraviglia per la totale assenza di puzza di pesce. <strong>I pesci vengono uccisi all’istante, per risparmiare loro stress, e vengono privati del sangue con la tecnica ikejime</strong>: in questo modo, la freschezza del pesce è assicurata. Gli espedienti per conservare il pesce in modo igienico, per preservarne la freschezza e per non comprometterne il sapore sono innumerevoli: dal trasporto di acqua marina e acqua dolce direttamente nel mercato, al sapiente utilizzo di una grande quantità di ghiaccio per conservare il pesce.</li>
<li><strong>La carne. La bontà del wagyū, il manzo giapponese, è riconosciuta</strong> in tutto il mondo e risiede nella tenerezza delle sue carni e nell’aroma che sprigiona durante la grigliatura. Una bistecca di wagyū di prima qualità, anche se spessa, è tanto tenera da poter essere tagliata senza l’ausilio del coltello. Questa caratteristica è dovuta all’equilibrio tra gli strati di grasso intramuscolare (sashi) e muscolo, ottenuta da tecniche di allevamento curate.</li>
<li><strong>Verdure selvatiche e alghe. </strong>Le verdure selvatiche e i funghi che crescono spontaneamente in montagna o nei campi scandiscono l’alternarsi delle stagioni. Tra le verdure selvatiche si annoverano i <strong>fiori di farfaraccio</strong>, che sbocciano a inizio anno, le <strong>felci</strong>, i <strong>germogli di aralia</strong> e i <strong>germogli di bambù</strong>, che spuntano all’inizio della primavera: nella cucina giapponese si usano per la <em>tenpura</em> (frittura giapponese) o si accompagnano al sumiso (miso con aceto e zucchero). <strong>Tra i funghi</strong>, oltre a quelli coltivati, sono molto apprezzati i <strong>matsutake</strong> o altri funghi spontanei, che sono celebrati come simboli stagionali: piatti come i profumati <strong>matsutake</strong> grigliati o il <strong>dobinmushi</strong> (bollito in un bricco di terracotta) annunciano l’arrivo dell’autunno.</li>
</ul>
<p>In Giappone<strong> le alghe </strong>hanno costituito fin dall’antichità una ricca fonte di minerali.<strong> Wakame e nori</strong>, in particolare, sono le più rappresentative<strong>: le alghe wakame si consumano fresche o essiccate, mentre le nori solo essiccate. </strong>Anche le <strong>alghe konbu </strong>si possono essiccare o consumare fresche, ma vengono soprattutto usate<strong> come ingrediente per il brodo dashi</strong>. Le alghe konbu essiccate, oltre che in cucina, sono utilizzate anche come offerte religiose, per questo hanno un elevato valore simbolico.</p>
<p><strong>Le fondamenta del washoku</strong></p>
<p><strong>Lo stile culinario rappresentativo del washoku è il cosiddetto ichijū sansai </strong>(letteralmente, una zuppa e tre elementi di contorno). Questo è così strutturato: riso, una zuppa, un contorno principale, due secondari (a volte anche tre o quattro) e tsu-kemono (verdure in salamoia). Il contorno principale può essere costituito da una pietanza tradizionale, come la <strong>seriola alla griglia con salsa teriyaki</strong> (a base di salsa di soia e mirin, un sake dolce da cucina), o anche da piatti nati durante l’epoca Meiji o successivamente, che fondono la cucina giapponese e quella occidentale, come il <strong>tonkatsu</strong> (spessa cotoletta di maiale) o l’hamburger. Questi piatti hanno in comune un’unica <strong>funzione: accompagnare al meglio il riso bianco.</strong></p>
<p>In caso di predenza di ospiti, era usanza servire due o più vassoi a persona; in questo caso, il numero delle zuppe aumentava a due e quello dei contorni a cinque.</p>
<p>Quindi<strong>, l’espressione ichijū sansai indica il pasto quotidiano</strong>; nato come cucina casalinga, ha subito diverse evoluzioni<strong>. </strong></p>
<p><strong>Il washoku segue una serie di regole ben precise. </strong>Sia che riguardino l’impiattamento o il rapporto tra i clienti e il cuoco, rispondono tutte a un unico principio: l’omotenashi, cioè l’ospitalità e l’accoglienza riservata agli ospiti. Al giorno d’oggi, la cucina giapponese si identifica con quella della <strong>cucina giapponese tradizionale multiportata</strong> (<strong>chakaiseki</strong>), sviluppata sulla base della cucina servita in occasione della cerimonia del tè, dalla quale si differenzia comunque in modo sostanziale. Da questa si è sviluppata la <strong>cucina kaiseki</strong>, caratterizzata dal fatto che <strong>i cibi vengano portati in tavola nell’ordine in cui sono cucinati e che alla fine vengano serviti riso e zuppa</strong>; viene coronata dalla <strong>degustazione del macha</strong> (tè verde in polvere). In questo stile culinario si trova l’origine della cucina giapponese, che prevede come suoi piatti la zuppa, tre elementi di contorno e il riso bollito come portata principale. Sia nella cucina chakaiseki sia in quella kaiseki, che compare successivamente, è valido lo stesso principio, che consiste nel <strong>trasmettere lo spirito delle stagioni usando degli ingredienti rappresentativi di ciascuna di esse</strong> e di infondere un <strong>senso di ospitalità ai commensali</strong>.</p>
<p>Nella cucina giapponese una delle cose ritenute più importanti è l’utilizzo di ingredienti freschi che infondano abbondantemente i sapori stagionali.</p>
<p><strong>La cucina giapponese si basa sulla teoria cinese dello YinYang e dei cinque elementi</strong>. Cinque sono i sapori: dolce, acido, piccante, amaro, salato; cinque sono i colori: rosso, verde, giallo, nero, bianco; cinque sono i metodi di cottura: alla brace, bollitura, frittura, cottura al vapore, crudo; cinque sono i sensi: vista, udito, tatto, gusto e olfatto. Ciò significa che un piatto di cucina giapponese si può dire completo quando il gusto, il colore e il metodo di cottura convivono armonicamente, senza che uno prevalga sull’altro. Questo concetto è valido per qualsiasi piatto, ma le sue fondamenta sono visibili soprattutto nell’hassun (l’hassun prende il nome dalle dimensioni del vassoio quadrato di cedro giapponese utilizzato nella cucina chakaiseki, i cui lati misurano 8 sun (circa 24 cm). Si bilancia perfettamente con le altre portate dell’intero menù di cucina kaiseki, è uno spaccato della natura circostante ed è la manifestazione tangibile dell’ospitalità del ristoratore).</p>
<p><strong>La maggiore differenza tra la cucina occidentale e quella giapponese è nell’impiattamento</strong>. La disposizione triangolare delle pietanze, interpretata in maniera tridimensionale, possiede un’elegante stabilità: tutti gli elementi devono bilanciarsi perfettamente, ove l’armonia cromatica genera vitalità.</p>
<p>Fondamentali nella cucina giapponese alcuni utensili, a partire dai <strong>coltelli</strong>, <strong>attraverso i quali si valorizzano i sapori naturali degli ingredienti, li si esalta e li si eleva a preparazioni culinarie. </strong>Dal debabōchō (coltello a lama spessa utilizzato per pulire il pesce) all’usubabōchō (coltello a lama sottile per tagliare la verdura) e allo yanagiba (coltello per il sashimi), fino a quelli specializzati per il grongo, l’anguilla e la pasta, il numero di coltelli giapponesi, classificati a seconda dell’uso e degli ingredienti, ammonta a oltre venti. I coltelli giapponesi hanno la caratteristica di avere le lame a filo singolo come nel caso del classico yanagibabōchō.</p>
<p>Diventa fondamentale valorizzare questa caratteristica distintiva, muovendo il coltello a lama singola e affilata verso se stessi rispetto alla trama del pesce. Infatti se il taglio non è eseguito nel modo corretto, si guasta la trama del sashimi. Qualora ciò accada, se ne perde la consistenza compromettendone il sapore. Di conseguenza, <strong>l’arte del coltello influenza fortemente il gusto delle pietanze</strong>. L’abilità del cuoco fa il resto. Nel mondo della cucina giapponese è la norma che ciascun cuoco porti con sé e utilizzi i propri coltelli.</p>
<p>La cucina giapponese esprime lo spirito delle stagioni non solo grazie agli ingredienti e alle pietanze ma anche a<strong>i recipienti </strong>che si utilizzano nei pasti. Tale attenzione per il succedersi delle stagioni è un tratto distintivo che si conferma come una delle manifestazioni di riguardo riservate al commensale e come l’elemento più affascinante della cultura culinaria giapponese.</p>
<p><strong>Pietanze<br />
</strong>Il <strong>sushi</strong> è un insieme di piatti tipici della cucina giapponese a base di riso insieme ad altri ingredienti come pesce, alghe nori o uova. Il ripieno è crudo o in alcune varianti cotto e può essere servito appoggiato sul riso, arrotolato in una striscia di alga, disposto in rotoli di riso o inserito in una piccola tasca di tofu. La parola sushi significa letteralmente &#8220;riso condito con aceto&#8221;. <strong>Esistono vari tipi di sushi</strong>, ma quello attualmente più conosciuto all’estero è il <strong>nigirizushi</strong> nello stile di Edo (antico nome della città di Tōkyō). La varietà del piatto nasce dalla scelta dei ripieni e guarnizioni, nella scelta degli altri condimenti e nella maniera in cui vengono combinati. Gli stessi ingredienti possono essere assemblati in maniere completamente differenti per ottenere effetti differenti.</p>
<p>Maniere diverse di costruire il sushi, indipendentemente dal tipo di ripieni e guarnizioni:</p>
<ul>
<li><strong>Makizushi</strong> (Sushi arrotolato): è una polpettina, cilindrica o conica, formata con l&#8217;aiuto di un tappeto di bambù detto makisu. Il Makizushi è il tipo di sushi più familiare alla maggior parte degli occidentali. Generalmente è avvolto nel nori, un foglio di alga seccato che racchiude il riso e il ripieno. In base alla forma e struttura prende il nome di:
<ul>
<li><strong>Futomaki</strong> (&#8220;rotoli larghi&#8221;). Una polpetta cilindrica, con il nori all&#8217;esterno, tipicamente alta due o tre centimetri e larga quattro o cinque. È spesso fatta con due o tre ripieni scelti in modo da completarsi a vicenda in gusto e colore.</li>
<li><strong>Hosomaki</strong> (&#8220;rotoli sottili&#8221;). Una polpettina cilindrica, con il nori all&#8217;esterno, tipicamente alta due centimetri e larga due. Generalmente ha un solo tipo di ripieno (salmone) ma può contenere anche il tonno o, più raramente, l&#8217;avocado.</li>
<li><strong>Temaki</strong> (&#8220;rotoli mano&#8221;). Una polpetta a forma di cono, con il nori all&#8217;esterno e gli ingredienti che sporgono dall&#8217;estremità larga. Di maggiori dimensioni, tradizionalmente lungo dieci centimetri, va mangiato a morsi tenendolo con le dita, perché sarebbe troppo difficile da sollevare con i bastoncini.</li>
<li><strong>Uramaki </strong>(&#8220;rotoli interno-esterno&#8221;). Una polpetta cilindrica con il nori all&#8217;interno, di dimensioni medie e con due o più ripieni. Il ripieno è al centro circondato da un foglio di nori, quindi uno strato di riso e una guarnizione esterna di un altro ingrediente, come uova di pesce o semi di sesamo tostati.</li>
</ul>
</li>
<li><strong>Oshizushi: </strong>&#8220;Sushi pressato&#8221;, un blocco formato usando una forma di legno detta oshizushihako. Il cuoco allinea il fondo dell&#8217;oshibako con la guarnizione, lo copre con riso sushi e preme il coperchio della forma per creare un blocco compatto e rettangolare. Il blocco viene rimosso dalla forma e tagliato in pezzi delle dimensioni di un boccone.</li>
<li><strong>Nigirizushi</strong>: &#8220;Sushi modellato a mano&#8221;, consiste in una piccola polpettina di riso pressato a mano, spesso con una punta di wasabi, con una fettina sottile di guarnizione sopra. Difficile da preparare, è possibilmente legata con una striscia sottile di nori.
<ul>
<li><strong>Gunkanzushi </strong>(&#8220;sushi nave da battaglia&#8221;). Una polpettina di riso di forma ovale, circondata da una striscia di nori, con degli ingredienti, come uova di pesce, impilati sopra.</li>
</ul>
</li>
<li><strong>Inari </strong>/ Inarizushi: &#8220;Sushi ripieno&#8221;, una piccola tasca o cavità riempita con riso sushi e altri ingredienti. La tasca viene ricavata da un pezzo di tofu fritto, da una sottile frittata o fukusazushi) o da foglie di cavolo (kanpyo).</li>
<li><strong>Chirashizushi: </strong>&#8220;Sushi sparpagliato&#8221;, una ciotola di riso sushi con gli altri ingredienti mischiati. Detto anche barazushi.
<ul>
<li><strong>Edomae chirashizushi</strong> (&#8220;sushi sparpagliato allo stile di Edo&#8221;). Gli ingredienti crudi sono miscelati con arte sopra al riso in una ciotola.</li>
<li><strong>Gomokuzushi</strong> (&#8220;sushi nello stile del Kansai&#8221;). Ingredienti cotti o crudi miscelati insieme al riso nella ciotola.</li>
</ul>
</li>
<li><strong>Narezushi</strong>: è una forma più antica di sushi. Si rimuovono gli organi interni e le squame dai pesci, quindi li si riempiono di sale, si mettono in un barile di legno, miscelati con sale e pressati con un pesante tsukemonoishi o una pietra. Vengono lasciati fermentare per un periodo da dieci giorni a un mese, quindi rimossi e immersi in acqua per un tempo da quindici minuti a un&#8217;ora. Infine vengono piazzati in un altro barile a strati con riso bollito freddo e pesce. Ancora una volta vengono sigillati con un&#8217;otosibuta e una pickling stone. Con il passare dei giorni l&#8217;acqua fermentata filtra all&#8217;esterno e viene rimossa. Dopo sei mesi questi narezushi sono pronti per essere mangiati, ma si possono attendere anche altri sei mesi o più.</li>
<li><strong>Funazushi</strong>: comporta la fermentazione lattica anaerobica di un pesce d&#8217;acqua dolce, funa (<em>Carassius carassius</em>). È un piatto regionale della Prefettura di Shiga ed è considerato una &#8220;chinmi&#8221;, una prelibatezza della cucina giapponese.</li>
</ul>
<p>Il <strong>sashimi</strong> consiste principalmente in un carpaccio di pesce o molluschi freschissimi, ma talvolta anche carne, tagliato in fettine sottilissime. Si tratta di un piatto generalmente consumato crudo, servito solo con una salsa in cui intingere i tagli (per esempio salsa di soia con wasabi o salsa ponzu) e con del daikon (radici tagliate in filamenti) da mangiare fra un tipo e l&#8217;altro di pesce, per meglio gustarne il sapore.</p>
<p>La <strong>tenpura è un tipo di frittura che consiste nell’avvolgere verdure e pesce in una pastella composta da farina, acqua e uova</strong>. Si è diffusa come cibo da bancarella durante il periodo Edo (1603 1867), quando il pesce pescato nella baia di Edo (attuale baia di Tōkyō) veniva fritto e servito al momento. Al giorno d’oggi è una delle pietanze principali della cucina giapponese.</p>
<p>La <strong>soba</strong> è una pasta di grano saraceno avente forma simile ai tagliolini o agli spaghetti, tipica della cucina giapponese. Viene mangiata sia fredda che calda ed è solitamente servita con varie guarnizioni e condimenti. Il piatto standard è la kake soba (soba in brodo), in cui i tagliolini vengono immersi in un brodo bollente chiamato tsuyu fatto con dashi, mirin e salsa di soia, guarnito con fettine di negi (cipolletta). La soba più famosa è chiamata Shinano Soba o Shinshu soba, e proviene dalla prefettura di Nagano.</p>
<p>A grandi linee ci sono due modi per mangiare i soba: <strong>morisoba</strong> e <strong>kakesoba</strong>. Morisoba consiste nel bagnare gli spaghetti in un intingolo a base di salsa di soia dal sapore deciso. Kakesoba, invece, consiste nel versare un brodo a base di salsa di soia sui tagliolini. Morisoba è un piatto normalmente servito freddo, mentre kakesoba è di solito caldo; il gusto originario dei tagliolini, comunque, è più vicino a quello semplice del morisoba.</p>
<p><strong>La carne di manzo<br />
</strong><strong>Shabu shabu e sukiyaki sono i piatti a base di carne più rappresentativi della cucina giapponese. </strong></p>
<p>Lo <strong>shabu shabu</strong> consiste nell’immergere delle fettine estremamente sottili di carne cruda in una pentola di brodo bollente e scottarle rapidamente. La pentola contiene anche verdure, tōfu, shirataki (una sorta di fettuccine), e altri ingredienti. La carne cotta, di manzo o di maiale, si bagna in un intingolo acidulo o in una salsa a base di sesamo. Lo shabu shabu è una pietanza attraverso cui si può apprezzare il sapore naturale della carne.</p>
<p>Il <strong>sukiyaki</strong>, nato durante l’epoca Meiji (18681912), ancora oggi è considerato una pietanza lussuosa. Ne esistono due versioni, quella del Kansai e quella del Kantō: nella prima, la carne viene prima grigliata e poi bollita in un brodo a base di mirin e salsa di soia; nella seconda, in vece, la carne va direttamente bollita nel brodo senza prima grigliarla.</p>
<p><strong>Principali condimenti della cucina giapponese<br />
</strong>I condimenti hanno un ruolo fondamentale nella Cucina Giapponese, perché servono a dare sapore ed esaltare i piatti tradizionali: grazie a salse, semi e spezie le ricette della cucina nipponica acquisiscono sapidità, dolcezza, piccantezza, viscosità e consistenza. Molti condimenti vengono usati per insaporire insalate, zuppe, per condire la pasta oppure per accompagnare i tanti antipasti offerti nei ristoranti specializzati in questo tipo di cucina.</p>
<p><strong>Le salse</strong></p>
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<li><strong>SALSA DI SOIA</strong></li>
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<p>La salsa di soia è una salsa fermentata ottenuta dalla soia (19%), grano tostato (15,99%), acqua (53%), sale (12%) e <em>Aspergillus sp</em>. (&lt;0,01%). Originaria della Cina, la salsa di soia è un comune ingrediente della cucina dell&#8217;Asia orientale e sud-orientale.</p>
<p>Fu introdotta per la prima volta in Giappone alla fine del VII secolo ad opera dei monaci buddhisti, che utilizzavano la salsa di soia per conferire ai cibi un certo aroma di carne, considerando che la carne e il pesce sono vietati dai precetti buddhisti.</p>
<p>Tra le qualità nutritive della salsa spiccano un contenuto di antiossidanti 10 volte maggiore rispetto a quello del vino rosso e proprietà digestive. Di contro, il contenuto in sale non ne rende consigliabile l&#8217;uso in diete povere di sodio.</p>
<p>Le salse di soia giapponesi utilizzano grano come ingrediente principale e questo tende a conferire loro un gusto leggermente più dolce rispetto alle salse cinesi; la presenza di grano ne fa sconsigliare l’uso nei celiaci, che tuttavia possono fruire di una salsa di soia senza glutine. Alcuni produttori producono salsa di soia senza glutine sostituendo il grano con il riso, mentre altri saltano completamente il grano, utilizzando solo soia pura: conviene comunque accertarsi per esserne sicuri.</p>
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<li><strong>KARASHI</strong></li>
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<p>Il karashi (mostarda giapponese piccante) è un tipo di senape ottenuta dai semi schiacciati di <em>Brassica juncea </em>(“senape indiana”), mescolati con wasabi o rafano, ed è utilizzata come condimento per alcuni piatti della cucina giapponese quali: tonkatsu, oden, natto e gyoza e per il pesce in tempura.</p>
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<li><strong>MENTSUYU</strong></li>
</ul>
<p>Mentsuyu è un condimento a base di dashi, salsa di soia, mirin e zucchero ed è usata per condire somen, soba, udon e hiyamugi.</p>
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<li><strong>PONZU</strong></li>
</ul>
<p>Ponzu è una salsa agrumata molto lenta che viene preparata facendo bollire il mirin, l’aceto di riso, le alghe konbu e i fiocchi di katsuobushi, i cui residui, poi, vengono filtrati ed eliminati.</p>
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<li><strong>WARISHITA</strong></li>
</ul>
<p>Warishita è una salsa giapponese composta di sale, zucchero e salsa di soia.</p>
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<li><strong>ACETO DI RISO</strong></li>
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<p>Si tratta di un tipo di aceto ottenuto dal riso fermentato. Gli zuccheri del riso vengono convertiti in alcol (vino di riso) e poi, attraverso un processo di seconda fermentazione carico di batteri, nell&#8217;acido che conosciamo come aceto. E’ un condimento dal gusto acido; accompagna il sushi oppure è utilizzato come condimento per le insalate.</p>
<p>L&#8217;aceto di riso è un alimento quasi totalmente privo di calorie e dal contenuto nutrizionale poco interessante. Si distingue dai più comuni aceti di vino e di mela per il gusto più tenue e la maggior dolcezza.</p>
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<li><strong>Aceto di riso bianco-giallo giapponese</strong></li>
</ul>
<p>Con solo il 5% di acido acetico, l&#8217;aceto di riso giapponese è color giallo pallido e ha un gusto morbido e delicato. Può essere prodotto direttamente dai semi di riso (yonezu) o dal sake (kasuzu). Questi due tipi di aceto sono utilizzati nella preparazione di ricette tipiche come: sunomono, tsukemono e nimono, ma anche nelle marinature per i pesci e le carni.</p>
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<li><strong>Aceto di riso stagionato giapponese</strong></li>
</ul>
<p>L&#8217;aceto giapponese “stagionato” (awasezu) è un condimento a base di aceto di riso, sake, sale e zucchero; viene notoriamente utilizzato per la preparazione del sushi e in occidente come condimento alternativo assieme allo zenzero e al sesamo.</p>
<ul>
<li><strong>Aceto di riso nero giapponese</strong></li>
</ul>
<p>In Giappone si produce un aceto nero più tenue di quello cinese (kurozu), ottenuto per fermentazione diretta del riso. Considerato alla stregua di una bevanda dietetica, si ipotizza che questo aceto di riso nero vanti proprietà anti-cancerose (dimostrate <em>in vivo</em> sui ratti e <em>in vitro</em> sulle cellule tumorali umane).</p>
<ul>
<li><strong>MIRIN</strong></li>
</ul>
<p>Il mirin è una specie di vino ottenuto dal riso, con una percentuale alcolica inferiore a quella del saké. Ne esistono tre tipi: hon mirin (alcolico), mirin shio (lievemente alcolico) e shin mirin (con pochissimo alcol).</p>
<p><strong>Il mirin è un tipico edulcorante giapponese, ricavato fermentando il liquore di riso a cui è stato aggiunto riso glutinoso cotto al vapore.</strong></p>
<p><strong>Non è intenso come lo zucchero bensì infonde un grado di dolcezza più moderata e raffinata.</strong> Se aggiunto in piccole quantità alle frittate o alle omelette cancella il caratteristico odore di uovo. Inoltre si usa per eliminare l’olezzo dai bolliti di pesce. Il miso e la salsa di soia si annoverano fra i condimenti base della cucina giapponese, ma quando si vuole esaltare il gusto dei cibi si aggiunge alla lista anche il mirin. Se si mescola il mirin alla salsa di soia e al miso nei piatti di pesce alla griglia se ne migliora la lucentezza. Per esempio, l’anguilla condita con questo composto e cotta alla brace è un vanto in tutto il mondo.</p>
<p>La combinazione di salsa di soia e mirin genera un gusto che fa venire l’acquolina quando si preparano le salse a base di passati di frutta o pomodoro, frutti di bosco e patè per accompagnare piatti di carne bovina, suina e pollame.</p>
<ul>
<li><strong>WAFU</strong></li>
</ul>
<p>Il Wafu è una specie di vinaigrette, formata da una miscela di salsa di soia giapponese, aceto di riso e olio vegetale, spesso con l’aggiunta di aromi come zenzero grattugiato, wasabi o agrumi ed è usato per insaporire le insalate.</p>
<p><strong>Le spezie </strong></p>
<p>Le spezie giapponesi sono caratterizzate da fragranze leggere e piccantezza moderata.</p>
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<li><strong>AONORI</strong></li>
</ul>
<p>L’aonori sono una tipologia di alga commestibile, chiamata “<strong>lattuga di mare</strong>” in Italia, utilizzata principalmente essiccata e triturata per aromatizzare gli okonomiyaki, gli yakisoba, gli yakiudon o i takoyaki, come ingrediente del furikake o in aggiunta alla zuppa di miso.</p>
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<li><strong>FURIKAKE</strong></li>
</ul>
<p>Il furikake è un condimento che viene solitamente aggiunto al riso ed è composto da un miscuglio di pesce essiccato e macinato, semi di sesamo, alghe tritate, zucchero, sale e glutammato monosodico.</p>
<ul>
<li><strong>MENMA</strong></li>
</ul>
<p>Menma è un condimento a base di bambù essiccato, utilizzato per condire le zuppe di noodle e il ramen.</p>
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<li><strong>MYŌGA.</strong> Zenzero dalla fragranza gentile. Guarnisce il sashimi e la pasta lunga. Tipico dell’inizio dell’estate e dell’autunno, attualmente è coltivato tutto l’anno.</li>
<li><strong>NEGI </strong>(scalogno). Può essere bianco o verde. Si utilizza nelle zuppe, nei bolliti, nei donburi e con la pasta lunga. Ha proprietà rilassanti.</li>
<li><strong>SANSHŌ </strong>(pepe giapponese). Anche le parti dell’albero del sanshō sono utilizzate in armonia con le stagioni: i germogli, i fiori, il frutto verde, la corteccia del giovane alberello, il frutto maturo. I germogli e i fiori adornano brodi e bolliti, così come i frutti acerbi; i frutti maturi si cospargono sull’anguilla alla brace.</li>
<li><strong>SHICHIMI TŌGARASHI</strong></li>
</ul>
<p>Lo shichimi tōgarashi o semplicemente shichimi è anche chiamato il “<strong>pepe ai sette sapori</strong>”, proprio perché si compone di una miscela di 7 spezie: principalmente peperoncino rosso essiccato, semi di sesamo neri, buccia di mandarino secca, semi di canapa, semi di papavero, pepe sansho e peperoncino fresco.</p>
<p>Viene usato per insaporire udon e soba, riso bianco, carni, zuppe e stufati.</p>
<p>Le origini di questo mix di sapori risale al 1625 grazie al signor Tokuemon che aprì a Tokyo il suo negozio di spezie chiamato Yagenbori. Questo negozio si è poi tramandato di padre in figlio e ancora oggi esiste.</p>
<ul>
<li>Chiamato basilico giapponese, ne esiste una variante rossa e una verde. I germogli decorano il sashimi. Cancella l’olezzo caratteristico del pesce crudo. Le foglie della pianta adulta, donano un tocco di verde al sashimi.</li>
<li><strong>SHŌGA </strong>(zenzero). Si usa grattugiato come spezia per il sashimi. Ha un potente effetto antisettico. Accompagna il pesce azzurro e i piatti invernali al vapore. Scalda il corpo inducendo la sudorazione.</li>
<li><strong>YUZU</strong>. Agrume dalla fragranza raffinata, le sue componenti si utilizzano in accordo con le stagioni. In primavera i germogli, il fiore, le foglie e il frutto; in estate lo yuzu verde e in autunno quello giallo. La scorza accompagna brodi e bolliti. Il succo è utilizzato come salsa.</li>
<li><strong>WASABI</strong></li>
</ul>
<p>Venduta sotto forma di radice da grattugiare finemente oppure sotto forma di pasta già pronta in tubetto, è un ingrediente molto usato nella cucina giapponese. Piccante e profumato, la sua funzione è quella di eliminare eventuali batteri presenti nel pesce crudo. Nel sashimi si usa per prevenire intossicazioni alimentari dovute all’ingestione di pesce crudo. Si usa anche nei nigirizushi e nei soba.</p>
<p><strong>I semi</strong></p>
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<li><strong>GOMA</strong> (<strong>SESAMO</strong>)</li>
</ul>
<p>I semi di sesamo vengono utilizzato in Giappone soprattutto per condire piatti come il tofu, le alghe, il salmone teriyaki o per accompagnare le verdure. Il più usato è il sesamo bianco, che è anche il più pregiato rispetto a quello nero e viene utilizzato anche per la panatura delle fritture e per preparare la “nerigoma”, una pasta di semi di sesamo non sbucciati, e la “gomadare” una salsa cremosa al sesamo composta da nerigoma, salsa di soia, olio, zucchero, mirin e aceto di riso.</p>
<p><strong>Gli olii</strong></p>
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<li><strong>RAYU</strong></li>
</ul>
<p>Rayu è un olio di sesamo aromatizzato al peperoncino, ma può essere anche preparato con altre spezie come zenzero, foglie di guava, porro, paprika e curcuma.</p>
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<li><strong>OLIO DI KUMEJIMA</strong></li>
</ul>
<p>Si tratta di un olio piccante “da mangiare”, perché al suo interno si trovano pezzettini di aglio.</p>
<p><strong>Sale </strong></p>
<p><strong>Esistono tre tipi di sale</strong> prodotti utilizzando l’acqua di mare: <strong>il sale grosso, il sale fino e il sale tostato</strong> minuziosamente sul fuoco (yakishio). Esiste inoltre anche un tipo di sale al quale vengono aggiunte le alghe (moshio). C’è poi il sale di rocca raccolto a Okuaizu, una zona montagnosa nella prefettura di Fukushima.</p>
<p>Il sale grosso viene usato per assorbire i liquidi degli tsukemono e dei tranci di pesce, mentre il sale fino, lo yakishio o il moshio si utilizzano come condimento. A Kyōto si aggiunge una grande quantità di sale al sake e si cuoce fino all’evaporazione del liquido. Il risultato è un sale chiamato sakeshio. Il sakeshio si usa per condire piatti di verdure cotte e zuppe.</p>
<p><strong>Zucchero</strong></p>
<p>Lo <strong>zucchero nero di Okinawa </strong>non è raffinato quindi è ricco di molti minerali. Si usa per cucinare lo spezzatino di maiale poiché ha la proprietà di cancellare l’olezzo della carne e ridurre i grassi neutri.</p>
<p>Lo zucchero wasanbon di Tokushima ha un aroma pungente, ma comunque non paragonabile rispetto a quello di Okinawa. Non può mancare come dolcificante per i dolci giapponesi; il caratteristico lieve odo re stimola l’appetito.</p>
<p>La tradizione culinaria giapponese è ricca di cibi e bevande deliziosi, ognuno con le sue caratteristiche uniche. Ecco alcuni dei piatti e delle bevande più rappresentativi della cucina giapponese:</p>
<p><strong>Piatti</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Okonomiyaki</strong>: L&#8217;okonomiyaki è una specie di frittata giapponese, preparata con una pastella di farina, cavolo grattugiato, uova e varie aggiunte come carne, frutti di mare o formaggio. Viene cucinato su una piastra e spesso condito con maionese, salsa okonomiyaki e fiocchi di bonito (tonnetto). È spesso condito con maionese e una salsa speciale.</li>
<li><strong>Ramen</strong>: Il ramen è un tipo di zuppa di noodle giapponese. Esistono molte varianti regionali, ma comunemente include noodle, brodo, carne (solitamente maiale o pollo), uova e condimenti come alghe, germogli di bambù e cipolla verde; Varietà di brodi e stili, tra cui <strong>shoyu</strong> (a base di salsa di soia), <strong>miso</strong> (a base di pasta di miso) e <strong>tonkotsu </strong>(a base di osso di maiale).</li>
<li><strong>Sashimi</strong>: Il sashimi è costituito da fette sottili di pesce crudo di alta qualità, solitamente servite con daikon (ravanello giapponese) grattugiato e salsa di soia.</li>
<li><strong>Sukiyaki</strong>: Il sukiyaki è un piatto a base di carne (solitamente manzo) cotta in una pentola con verdure, tofu e una salsa dolce. I commensali cuociono gli ingredienti direttamente sulla tavola e poi li intingono in un uovo crudo.</li>
<li><strong>Sushi</strong>: Il sushi è uno dei piatti giapponesi più conosciuti al mondo. È composto da piccoli bocconcini di riso condito con aceto, accompagnato da vari ingredienti come pesce crudo, verdure o uova di pesce. Ci sono molte varianti di sushi, tra cui nigiri (topped sushi), sashimi (fette di pesce crudo) e maki (rotoli avvolti in alga nori).</li>
<li><strong>Takoyaki</strong>: Le takoyaki sono piccole palle di impasto a base di farina, con pezzi di polpo al loro interno. Vengono cotti in uno stampo speciale e spesso conditi con una salsa dolce e salata, maionese giapponese, alghe e fiocchi di bonito.</li>
<li><strong>Tempura</strong>: Il tempura è un piatto di frittura leggera in cui verdure, gamberetti o altri ingredienti vengono immersi in una pastella leggera e fritti fino a diventare croccanti.</li>
<li><strong>Tonkatsu</strong>: Il tonkatsu è una cotoletta di maiale impanata e fritta, spesso servita con cavolo grattugiato, salsa di tonkatsu e riso.</li>
<li><strong>Udon</strong> e <strong>Soba</strong>: Gli udon e i soba sono due tipi di noodle giapponesi. Gli udon sono spessi e morbidi, mentre i soba sono sottili e realizzati con farina di grano saraceno. Sono serviti in brodo o freddi a secco con una varietà di condimenti.</li>
<li><strong>Yakiniku</strong>: Il yakiniku è una grigliata di carne, solitamente manzo, che viene cotta direttamente al tavolo. Le fettine di carne vengono immerse in una salsa specialmente preparata e spesso accompagnate da verdure grigliate.</li>
<li><strong>Yakitori</strong>: Lo yakitori sono spiedini di carne (spesso pollo) o verdure grigliati e spennellati con salsa tare (una salsa dolce a base di salsa di soia e zucchero). Sono uno spuntino popolare in Giappone.</li>
</ul>
<p><strong>Bevande</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Gyokuro</strong>: Il gyokuro è un tipo di tè verde giapponese pregiato, noto per il suo sapore dolce e la sua delicata fragranza.</li>
<li><strong>Matcha</strong>: Il matcha è una polvere di tè verde finemente macinata utilizzata per preparare il tè verde giapponese. È spesso usato anche nella preparazione di dessert e dolci.</li>
<li><strong>Mizu</strong>: L&#8217;acqua è una bevanda importante e ubiqua nella tradizione giapponese. L&#8217;acqua giapponese è spesso apprezzata per la sua purezza.</li>
<li><strong>Sake</strong>: Il sake è un vino giapponese tradizionale, ottenuto dalla fermentazione del riso e noto per la sua gamma di sapori e qualità. Viene spesso servito in occasioni speciali.</li>
<li><strong>Shochu</strong>: Lo shochu è una bevanda alcolica giapponese distillata, che può essere prodotta da diversi ingredienti, tra cui patate dolci, grano o riso.</li>
<li><strong>Soba-cha</strong>: Il soba-cha è un tè a base di grano saraceno tostato. Ha un sapore leggermente nocciolato ed è spesso bevuto come bevanda rinfrescante o calda.</li>
<li><strong>Tè verde</strong>: Il tè verde è una bevanda molto diffusa in Giappone, con una grande varietà di tipi e sapori. Il <strong>matcha</strong>, una polvere di tè verde, è utilizzato anche nella cerimonia del tè; è apprezzato per i suoi benefici per la salute. Può essere servito caldo o freddo.</li>
</ul>
<p><strong>Una caratteristica del tè giapponese è che a seconda della miscela utilizzata, cambia la temperatura d’infusione. Un’altra peculiarità è che si può apprezzarne il gusto e la fragranza senza dover aggiungere zucchero, latte, limone o marmellata.</strong></p>
<p><strong>Il gyokuro è considerato il tè verde di migliore qualità</strong>. Le piante da cui si ricava questo tipo di tè sono concimate a regola d’arte e coltivate al riparo dai raggi del sole; si raccolgono solo i germogli e con essi si produce il tè istantaneamente. Dolcezza e gusto si sovrappongono l’una all’altra per dare vita a un prodotto squisito. <strong>Contiene molta caffeina </strong>quindi viene infuso in acqua a circa <strong>65 gradi</strong>. Si degusta a piccoli sorsi, muovendolo dentro la bocca prima di deglutirlo ed è il tè delle tre. Dato che i dolci esaltano il profumo e il sapore del gyokuro, questo tè viene accompagnato dai <strong>nerigashi</strong>, dolci giapponesi a base di pasta di legumi e frutta caratterizzati da un aroma delicato.</p>
<p>Il <strong>sencha</strong>, a differenza del gyokuro, è coltivato esponendo ai raggi del sole le foglie del tè e, come avviene per il gyokuro, si produce usando solo i germogli. Non è squisito e dolce quanto il gyokuro e viene messo in infusione in acqua alla temperatura tra i 70 e 75 gradi. Si beve come il gyokuro, a piccoli sorsi muovendolo dentro la bocca prima di deglutirlo. È possibile infondere le stesse foglie più volte: quando si aggiunge l’acqua nella teiera per la seconda volta, si assapora il gusto amarognolo del <strong>tannino</strong> (catechina), mentre alla terza infusione, si apprezza il profumo intenso e il gusto fresco della bevanda. A questo punto si servono anche i dolci di accompagnamento. È possibile anche berlo con acqua a temperatura ambiente.</p>
<p>Per la produzione del <strong>bancha</strong> viene utilizzato lo stelo della pianta i cui germogli sono stati raccolti per produrre il sencha. Questo tipo di tè contiene molta catechina e vitamina C. Si prepara con acqua calda, facendo attenzione a non portarla all’ebollizione. Esistono anche una versione profumata e una tostata; entrambi i tipi comunque si bevono quotidianamente in abbondanza. Si addice particolarmente a essere consumato durante i pasti e si sposa con i cibi ricchi di grassi.</p>
<ul>
<li><strong>Umeshu</strong>: L&#8217;umeshu è un liquore giapponese a base di prugne giapponesi (ume) fermentate con zucchero e alcool. È dolce e aromatico.</li>
</ul>
<p>Questi sono solo alcuni dei tanti piatti e bevande che caratterizzano la cucina giapponese. La cucina del Giappone è varia e offre una vasta gamma di sapori e preparazioni, da provare e scoprire.</p>
<p><strong>I dolci giapponesi</strong></p>
<p>Per <strong>wagashi </strong>si intendono i dolci giapponesi, preparati seguendo ricette tradizionali; essi sono contrapposti agli <strong>yōgashi</strong>, i dolci introdotti dall’Occidente. Ne esistono di vari tipi classificati per il tipo di cottura (a vapore, al forno, eccetera) o per la quantità d’acqua in essi contenuti. In base a quest’ultima suddivisione, i dolci che contengono più acqua sono chiamati <strong>na magashi</strong> o <strong>omogashi</strong> (dolci freschi), seguiti dagli <strong>han’namagashi</strong> (semisecchi) e dagli <strong>higashi </strong>(secchi). I dolci si possono distinguere anche per il loro impiego: i jōnamagashi si servono agli ospiti, per celebrare una ricorrenza o durante la cerimonia del tè, i dagashi invece sono snack consumati come spuntino.</p>
<p>Fra i dolci giapponesi, quelli serviti in occasione della cerimonia del tè, hanno conseguito un ragguardevole sviluppo in termini di gamma di ingredienti e di forme. I dolci freschi si consumano con il koicha, un tipo di tè verde ricavato dai germogli degli alberi secolari, mentre quelli secchi vengono serviti con un tè leggero.</p>
<p><strong>Esistono svariati tipi di dolci freschi:</strong> dal <strong>kinton</strong>, pasta dolce farcita con una composta di fagioli, al <strong>gyūhi</strong>, farina di riso glutinoso alla quale viene aggiunto dello zucchero. Molti dolci secchi invece sono canditi. In ogni caso, <strong>tutti i dolci hanno in comune l’intento di celebrare le quattro stagioni attraverso i loro colori e le forme</strong>. Per esempio, molti dolci secchi riproducono fedelmente i ciliegi in primavera, l’acqua corrente in estate, le foglie colorate in autunno e le peonie d’inverno. Lo stesso vale anche per i dolci freschi, anche se, in questo caso, le stagioni sono rappresentate attraverso forme e colori astratti.</p>
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